30/12/10

Cominciare bene - vacanze e coccole

Miei Cari,

la vostra Minerva vi saluta per una decina di giorni di meritato riposo, in cui ha piena intenzione di dedicarsi a se stessa e prendersi cura di sé - cosa che è d’altronde intenzionata a rendere un buon proposito per tutto l’anno prossimo.
In particolare, la mia prima intenzione è riposarmi, fare passeggiate, respirare aria buona.

Vado in vacanza portando con me creme per il corpo di mandorla e di agrumi – che questi profumi sulla pelle mi fanno sempre pensare ad altre epoche, quando le persone non andavano di fretta e le conversazioni riguardavano il tempo, ché quelle troppo dirette erano quasi ‘sconvenienti’.

Vado in vacanza per mangiare pesce fresco accompagnato da qualche gradevole e leggero buon vino – che mi faccia pregustare l’estate e il caldo che anelo, e che non arriveranno per me mai troppo presto.

Infine nutrirò gli occhi e l’anima non solo di paesaggi aperti, ma anche di mostre e letture. Porto con me Il sapore del mondo di David Le Breton, Su Nietzsche di Georges Bataille, e Foglie multicolori, antologia di giovani scrittori/scrittrici giapponesi. E porto ovviamente penna e quaderno, sperando di riuscire a scrivere un paio di racconti da condividere con voi al mio ritorno.

Vi auguro un meraviglioso inizio d’anno, vissuto in ciò che il vostro cuore desidera.
E cominciate, senza alcun senso di colpa, con l’amare voi stessi: gli altri – ne sono sicura – vi seguiranno ;-)

[vi invito inoltre a leggere il post 2011: attenzione al tempo! di Giorgio, pubblicato quasi in contemporanea a questo mio, perché fa bene!]

28/12/10

Un oggetto per un passaggio simbolico

Nel 2010 non ho avuto alcuna agenda. Ne avevo adocchiata una che mi piaceva assai, ma quando tornai per acquistarla era ormai esaurita. Di marca sconosciuta, aveva segnati avvenimenti del passato di rilievo, illustrati con simpatici disegni. Tergiversai sull’acquisto di un qualche altro modello, nella speranza di ritrovare quella, per poi desistere verso marzo. Fino a quel momento avevo segnato gli appuntamenti su un miniquaderno nel quale scrivevo giorno per giorno le date e separavo i giorni con righe tirate a mano (una cosa che fa molto Oliver Twist, lo riconosco) e così continuai, che a quel punto sia lasciare il quaderno iniziato, sia comprare un’agenda sarebbe stato uno spreco.

Quest’anno quell’agendina non la fanno più - poco male, che oggi neanche io la comprerei più (forse). Avevo puntato un diario un po’ infantile di Betty Boop, rosso, nero e ricoperto di glitter. Buffa, anche da tirare fuori durante riunioni di lavoro (mi piace provocare un po’ con questi giochi innocui che gli interlocutori non si aspettano). Ma anche troppo modaiola, forse, per me, che sono abituata a cose più discrete.
Lì vicino, invece, silenziosa, c’era la mia nuova agenda: 15x11cm, il disegno della Torre Eiffel e francobolli francesi retrò in copertina. Perfetta per stare sul mio scrittoio - che in realtà è solo un piccolo piano d’appoggio per proteggere la lastra di vetro del tavolo (Oliver Twist di nuovo, ma alla fine io in questa dimensione di costruirsi da sé il proprio spazio e le cose di cui uno ha bisogno sto bene) - parimenti in stile coloniale. Me ne sono subito innamorata, e stavolta l’ho presa senza indugio.

Le pagine nuove, quelle che non vedo l’ora di riempire e sulle quali ho già segnato qualche appuntamento. E quelle che rimarranno completamente libere, e che allora userò per prendere appunti man mano che scorreranno le giornate e qualcosa/qualcuno colpirà la mia attenzione facendomi desiderare di non perderne la memoria. Vivere-riflettere-ricordare. Entro nel 2011 con un oggetto che mi permetterà di visualizzare come in una timeline la mia vita, e di riflettervi sopra con una delle modalità espressive che amo - la scrittura.
E voi? Con quale oggetto simbolico entrate nel 2011?

27/12/10

Strappare pagine & quindi scrivere su un quaderno nuovo

Ultima settimana di quest’anno, poi si entra in quello nuovo: momento inevitabile di riflessioni - spesso in forma di bilanci e buoni propositi. Ma Minerva non sta nella tristezza e nell’automortificazione dilagante, e fa tutto questo un po’ a modo suo... Ecco ciò che penso, e i miei buoni propositi e auguri a voi per l’anno nuovo!

Passato. Da tempo ho imparato a non fare bilanci, tanto quando li si fa sono sempre negativi, o al limite si va in pari, ma non si è mai soddisfatti. Il passato è passato: non si può cambiare, il tempo vissuto non ritorna, ma appunto non è presente e non è futuro - quindi possiamo anche metterci un bel coperchio sopra e chiuderlo lì.
Diceva Richard Bach: “Il mondo è il quaderno degli esercizi [...] Sei libero di scrivere assurdità, o menzogne, o di strappare le pagine”. Ciò che io sono ora è dovuto alle esperienze che ho fatto nel mio passato, ma questo non significa che sia contenta di averle fatte e di ricordarmele tutte. Qualcuna me la sarei risparmiata. Quindi io qualche pagina la strappo, un po’ di cose le butto. Il mio presente e il mio futuro saranno tanto più felici e liberi da condizionamenti quanto più il mio bagaglio è uno zainetto leggero e non una zavorra.

Presente. “Sogna come se dovessi vivere per sempre. Vivi come se dovessi morire oggi” (James Dean). Vivere intensamente il presente, ogni giorno come se fosse l’ultimo. Vivere addirittura ogni istante con questa consapevolezza, non perdendo tempo in cose inutili, fasulle, non gratificanti, ma anche senza farsi prendere dall’ansia: godere tutto intensamente – assaporare la vita – immergendovisi per provare calore, passione e dolcezza e per trovare continuamente nuove ispirazioni.
Come scrive Aruki Murakami: “Continuare a danzare, finché ci sarà musica. […] Il significato non importa, non c’entra. Se ti metti a pensare a queste cose, i tuoi piedi si bloccheranno. E una volta che si saranno bloccati […] tutti i tuoi collegamenti si interromperanno. Finiranno per sempre”.

Futuro. “Il futuro non è scritto” (Eddie King / Bruce Sterling / Joe Strummer). Semplice e chiaro. Siamo il risultato delle nostre esperienze passate e presenti che forgiano la nostra identità, quindi la direzione delle nostre scelte future è in parte vincolata dal fatto che siamo noi a operarle, ma – questo detto – siamo liberi di inventarci ogni giorno secondo il nostro umore e il nostro desiderio, senza lasciarci condizionare da chi ci vuole frustrati consumatori all’interno di società-moloch. Perché la felicità – termine cui ciascuno di noi dà un diverso significato – è il risultato di una ricerca personale, ma anche di una prospettiva con la quale guardare alla vita, ed è assolutamente gratuita ;-)

“E ora vorrei dire, che la gente può cambiare qualsiasi cosa vuole, e intendo qualsiasi cosa al mondo. La gente corre, segue i suoi piccoli binari, ed io sono uno di loro. Ma dobbiamo smettere tutti di seguire i nostri miseri binari. La gente può fare qualsiasi cosa […]” (Joe Strummer)

26/12/10

Panna cotta al melograno

Ed eccovi l'ultima ricetta dell'anno, per un dolce al cucchiaio di facile realizzazione, sanissimo, e goloso pur se non (troppo) calorico. Protagonista è il melograno che, oltre al colore ammaliante e scenografico dei suoi chicchi, e una storia affascinante e incantevole, pare avere molte qualità per la nostra salute - tanto da venire talvolta percepito quasi come un toccasana per numerose patologie.

Panna cotta al melograno

Per la panna cotta

250 ml panna fresca
50 ml latte fresco
50 gr zucchero
2 fogli di gelatina (4 gr)

Per la gelatina di melograno
120 ml di succo di melograno
50 gr zucchero
1 foglio di gelatina (2 gr)

+ 4 cucchiai di chicchi di melograno per la decorazione


Questa ricetta è da farsi in due tempi (ma è cosa breve e molto semplice, non temete!). Vi spiego passo a passo.

1° tempo. Mettete un foglio di gelatina in acqua fredda. Sgranate pazientemente, quindi centrifugate (o frullate e poi filtrate) i chicchi di almeno 2 frutti di melograno. Mettete tale succo in un pentolino insieme a 50 grammi di zucchero e portatelo a bollore. Toglietelo dal fuoco, aggiungete subito il foglio di gelatina strizzato, e mescolate affinché si sciolga bene. Lasciate raffreddare quanto basta per non spaccarli per il calore, quindi distribuite equamente la gelatina in 6 bicchieri. Lasciate raffreddare a temperatura ambiente, poi riponeteli in freezer per 20 minuti (o in frigo per un'oretta).

2° tempo. Mettete ora l'altro foglio di gelatina in acqua fredda. Portate a ebollizione la panna con il latte e lo zucchero. Togliete dal fuoco, quindi aggiungete il foglio di gelatina strizzato, e mescolate finché non è ben sciolto. Lasciate raffreddare come sopra, quindi distribuite equamente nei bicchieri sopra lo strato di gelatina che ormai si sarà solidificato. Lasciate raffreddare a temperatura ambiente, quindi in freezer per 20 minuti (o in frigo per almeno un'oretta - verificatene la consistenza voi stessi). Prima di servire, decorate la sommità con chicchi di melograno.

Sì, lo ammetto, decantare le salutari qualità del melograno e associarvi una panna cotta è un po' trassare per avere la scusa di godersi un ennesimo dolce invernale. Ma a me quel rosso sulle labbra piace così tanto! ;-)

23/12/10

Per la mia famiglia, per i miei amici

"For my family, for my friends": con queste parole inizia un pezzo celebre degli Agnostic Front, storico gruppo hardcore punk newyorkese, col quale essi ringraziano coloro che hanno condiviso la nascita di quel movimento ancora così significativo - a livello etico, politico, culturale - per chi ne ha fatto parte.

In questi giorni devo ammettere che - pur essendo persona romantica e incline all'ascolto - un po' tutta questa ipocrisia che gira intorno al Natale, che non è più la favoletta del 'siamo tutti più buoni', ma ancora si concretizza in regali immotivati, incontri talvolta sgradevoli con persone che altrimenti eviteremmo, e infine pranzi/cene consumati senza piacere ma proprio solo perché è qualcosa che 'si deve fare', quest'anno mi sta disturbando.

Sarà che, oltre all'interazione reale con amici e conoscenti di persona, c'è tutta un'eco dalla dimensione delle relazioni virtuali sull'argomento (via blog, via facebook). Sarà che mi sento a disagio, da non credente e donna single, con quella che per me è un'invenzione della tradizione causata dalla Coca-Cola, quando noi sino a 50 anni orsono qui si facevano regali piuttosto per la Befana.
In ogni caso non mi sovveniva nulla di particolarmente interessante o piacevole su cui soffermarmi nel caos che mi gira intorno, sin quando non ho pensato all'espressione 'passare le feste in famiglia' e sorridendo ho ripercorso immagine e caratteristiche di chi fa parte della mia.

La famiglia cui appartengo è una famiglia 'estesa'. Figlia unica di padre vedovo, una madre acquisita con tanto di figlio di questa (e così ho pure un 'fratello') abbiamo fatto da due mezze famiglie una famiglia intera (perfetta, in cui tutti si va d'amore, d'accordo e di profonda complicità). Questo pochi anni orsono, che il percorso per arrivarci è stato ben tortuoso, e la meta raggiunta quando non ci pensavamo neanche più. 

Ma la mia famiglia - l'ho sempre pensato - sono anche i miei amici, quelli che incontro nel corso della vita, e che scelgo di avere come fratelli, sorelle, padri, madri, zii. Per questo non mi sento mai sola, né abbandonata, né priva di qualcuno su cui contare; per questo accetto che ci si incontri e si faccia insieme un pezzo di vita per poi perdersi nuovamente, ognuno portato dal vento verso un destino lontano dal mio; e per questo, infine, patisco tanto quelli che sento come 'tradimenti', e cerco fino all'ultimo, talvolta disperatamente, di trovare soluzioni e sciogliere le incomprensioni finché proprio non c'è più nulla da dire o fare.

E poi ci sono persone ancora più distanti, che incontri per un attimo e ti sorridono o ti fanno pensare, con cui scambi qualche parola; ci sono quelli che incontri virtualmente e che ti sembrano 'vicini nel cuore', per ciò che scrivono; ci sono quelli con i quali senti (e ne parlavo in un altro post) 'aria di famiglia', perché, pur non essendovi mai incontrati, avete fatto esperienze simili, attraversato le stesse letture, le stesse musiche, le stesse immagini, nel medesimo periodo storico (ed è oltremodo curioso, perché con i miei coetanei o quelli che in qualche modo sento miei 'simili', quando mi capita di entrare nelle loro case a me sconosciute, per prima cosa passo in rassegna i titoli dei libri presenti nei loro scaffali, o la loro collezione di Lp/CD e - se ho accesso alla cucina - guardo quali alimenti e prodotti comprano per cercare se anche in quello abbiamo gusti simili).

Io cerco famiglia ovunque, e chiunque sia sulla mia stessa lunghezza d'onda, anche solo per un istante delle nostre vite, per me è 'famiglia'. E, nella mia ingenua presunzione, o arroganza, difendo i miei cari, perciò quanto vi desidero dire è: abbiate cura di voi, cercate ciò che vi fa bene e perseguitelo - con un po' di cura e attenzione verso gli altri che vi camminano a fianco. Da sola so stare, ma avervi intorno - sapere anche solo che ci siete, da qualche parte - mi rende infinitamente più forte e felice.
For my family, for my friends: eccovi i miei tamarrissimi 'fratelli' americani, per quanto coloro che amo di più siano questi, e una persona che vive ancora nel mio cuore è quest'altra ancora. Che disse, come Enrico e Giorgio hanno ricordato ieri nell'anniversario della scomparsa, "senza gli altri non siamo niente".

22/12/10

Only love - una buona notte

Only love - forse un po' sdolcinato, ma il disegno è aggraziato, la musica piacevole, e mi sembra indicato per augurare a tutti noi la buona notte. Sogni d'oro! :-)

21/12/10

Il giorno senza la notte e la notte senza il giorno

Oggi sarà il giorno più buio da quattrocento anni. Accade per una coincidenza astrale che si verifica una o due volte al millennio: un'eclisse di Luna in coincidenza con il solstizio d'inverno. L'intero articolo scientifico lo trovate qui -> La Luna scompare dal cielo, è il giorno più buio da 400 anni

Ma i romantici come me avranno subito pensato a Ladyhawke, e al momento in cui i due innamorati - nel giorno senza la notte e nella notte senza il giorno - possono finalmente ricongiungersi nella loro veste umana, e da quel momento amarsi per il resto della vita. Buona visione, e buona giornata!

18/12/10

69, page érotique

Ricevo da Silvia, e volentieri segnalo, che da questa settimana apre su L’Internazionale la nuova, ammiccante  e furbetta rubrica di Guido Vitiello “69, page érotique”, in cui verranno recensite (non solo) nuove pubblicazioni. 
Qual è la novità? Che tale operazione verrà eseguita seguendo il criterio di Marshall McLuhan, il quale sosteneva che per capire se un libro merita o no di esser letto basta ispezionarne una sola pagina, la n.69: se quella non provoca un rimescolamento dei sensi, piacere, tensione ‘erotica’, è probabile che anche il resto del libro non meriti la lettura.

Mi piace questo gioco! Ho tanta voglia di riprendere in mano i libri che più ho amato e verificare se questa prospettiva abbia veramente un senso ;-)

16/12/10

Il mare nella metropolitana

L'amministrazione di Amsterdam in collaborazione con la fondazione per l'arte ha selezionato 40 artisti per decorare dei vecchi treni della metro: il risultato è un mondo sottomarino che sostituisce il classico grigio e i muri di plastica. Buona visione!

15/12/10

Baci che provocano sussulti...

Mi ricordo ancora – come molti di noi credo – il mio primo bacio. Mi era stato ‘rubato’ da un ragazzo bulletto del quale mi ero presa la prima cotta, e mi aveva provocato un misto di profondo imbarazzo, felicità immensa e inimmaginabile confusione.
Nel corso della vita non ho più contato i baci che ho dato e quelli che ho ricevuto, ma l’impressione è che ce ne siano stati molti, purtroppo, caratterizzati dalla percezione che ne aveva Dustin Hoffman in Rain Man: qualcosa privo di qualsiasi connotazione emotiva, sessuale, affettiva. Lui diceva ‘umido’. Per me è più la sensazione della pressione delle labbra altrui sulle mie senza alcun ‘sussulto’.
Eppure, quando sono innamorata, riesco ancora a provare quel brivido, che mi attraversa come un lampo la mente e il cuore, anche solo per lo sfioramento delle labbra altrui sulle mie, e da quello posso intuire come sarà fare l’amore con quella persona.
Ciò che è più spiazzante (e quindi un po’ ansiogeno), però, è l’incontrollabilità di tale evento, che in nessun caso è una questione di ‘tecniche’ quanto di felice incontro di due persone, in un istante, sotto il segno della reciproca attrazione – un piccolo miracolo, una magia...

13/12/10

Stanotte stelle cadenti!

Raccolta dalla rete non appena l'ha pubblicata, vi giro l'informazione (il testo completo che riporta la notizia nel blog intherainbow a cura dell'omonima fanciulla) che mi urge invece declinare secondo le intenzionalità di questo mio blog.

Cito testualmente: <<La tradizione popolare trae in inganno perché "non è il 13 dicembre, ricorrenza di Santa Lucia, il 'giorno più corto che ci sia' nell'anno". Una tradizione che si scontra con la scienza perché il minor numero di ore di luce si ha infatti "al solstizio d'inverno" che quest'anno cade "il 21 dicembre alle ore 23:38". Eppure, in questo giorno, nel cielo avviene un fenomeno straordinario e decisamente meno conosciuto. "Cadranno le stelle come nella notte di San Lorenzo il 10 agosto. Cadranno, in particolare, 100 meteore in un'ora quest'anno. Un evento astronomico che avviene il 13 dicembre".>>

Questa l'informazione che ovviamente io leggo nei termini: stanotte ci saranno 100 stelle cadenti per ciascuna delle quali potrò esprimere in cuor mio un desiderio.
Che vediate anche voi tutte le stelle che scenderanno stanotte, e che vi portino tutto ciò che desiderate :-)

L'ottimismo è la chiave


L'ottimismo è la chiave.
Se ti aspetti il peggio, il peggio accadrà.
Tu sei il tuo stesso stress, la tua stessa rabbia,
la tua stessa tristezza e frustrazione.
Se permetti che le cose ti disturbino, lo faranno
perciò non permetterglielo. Sii solo felice! :-)
Nulla nella vita è facile, perciò tirane fuori il meglio (fanne l'uso migliore).
Non soffermarti sul negativo.
L'ottimismo è la chiave.

12/12/10

Bandile Gumbi, poetessa sudafricana

Attivista culturale, poetessa e scrittrice formatasi in Kwa-Zul Natal, Sud Africa, Bandile Gumbi ha auto-pubblicato nel 2004 l'antologia Pangs of initiation, volume considerato un testo “cult” tra gli amanti della poesia underground sudafricana.

Gumbi ha inoltre lavorato con diversi collettivi di artisti, quali il 3rd Eye Vision di Durban, l'EVE Network di Johannesburg e il Badilisha Poetry Project di Cape Town. Attualmente fa parte del Dead Revolutionaries Club. Il suo sito è http://www.wordinitiate.co.za, il suo blog http://wordinitiate.blogspot.com.
Ho trovato in rete e riporto qui una sua poesia che mi è piaciuta molto. Si intitola Freedom (Libertà). La traduzione è a cura di raphael d’abdon (minuscolo, seguendo bell hooks), italiano di origine nigeriana che cura un blog sulla poesia africana nel sito Absolute Poetry.

Freedom

I had an in-depth investigation
On the workings
Of an African mind
Let loose

As this wordsmith
Licks the mic

Unleashing molten fire
Lava to pent-up energy
Uncoiled
To bite
The hand that feeds white guilt

The heat
Ignited my woman's desire
To binge on these butterflies
I nearly vomited
In the grip of an emotion

As this wordsmith
Licks the mic again and again
I pause
To chew the ever so familiar
Taste
In the vibration stringing
The fine hair
Down my belly
On a descent to the core of
Human creation
Procreating
A zeal to satisfy
Hunger pangs, breaking the hunger strike
Of a woman in protest

As this wordsmith
Keeps on licking the mic
Licking the mic
Again and again

I strip at the altar of your incarnated third self
My redemption
Is suspended
In the static synergy
That disturbs the foundations
Of my confirmed faith

As I dance to the temptations
I realized
Insanity and freedom
Is the same side of a butcher's knife
Whether facing up or down


Libertà

Ho fatto ricerche approfondite
Sul funzionamento
Di una mente africana
liberata

Mentre questa poetessa
Lecca il microfono

rilasciando fuoco fondente
Lava in energia ingabbiata
Che si snoda
Per mordere
La mano che sfama la colpevolezza bianca

Il calore
Infiammò il mio desiderio di donna
Di lasciarmi andare su queste farfalle
Ho quasi vomitato
Nella morsa di un'emozione

Mentre questa poetessa
Continua a leccare il microfono senza sosta
Io mi fermo
Per masticare il sapore
Mai così familiare

Nella vibrazione che allaccia
capelli fini
Giu' fino al mio ventre
Scendendo fino al cuore profondo dell'
Umana creazione
Procreando
Un fervore per soddisfare
I morsi della fame, rompendo lo sciopero della fame
Di una donna che protesta

Mentre questa poetessa
Continua a leccare il microfono
A leccare il microfono senza sosta
Io mi spoglio davanti all'altare della vostra terza incarnazione
La mia redenzione
è sospesa
Nella sinergia statica
Che molesta le fondamenta
Della mia fede cresimata

Mentre tentazioni mi fanno danzare
Mi rendo conto
Che pazzia e liberta'
Sono lo stesso lato del coltello di un macellaio
sia esso rivolto verso l'alto o verso il basso 

11/12/10

Umidità [racconto]

Ogni lavaggio a macchina ha la sua ‘maglia dell’ippopotamo’, quella che pur lavata insieme a tutto il resto conserva l’odore acre del bagnato sporco. Maledizione! Ho sempre odiato l’umidità. 
Un altro bucato, altri vestiti, di nuovo la stessa maglia. Guardo l’oblò della lavatrice, ritornano immagini di libri di lettura delle elementari, disegni di gatti rinchiusi nel lavaggio, poi centrifugati.


L’umidità… Sentirla nelle narici è ripensare ad appartamenti dimenticati, il freddo fuori, le infiammazioni, la febbre, gli affitti bassi, i cessi in comune al fondo del corridoio, i vestiti lerci e sudati.
Michi aveva un alloggio al quale si accedeva dal ballatoio. Era una soffitta senza ragni. L’odore trasudava dalla moquette, dai divani, dalle coperte. Sulla tavola e sulle mensole si ammucchiavano le bottiglie vuote. Nei posacenere residui di canne, cartine, biglietti di autobus e sigarette rollate. Ed era un continuo “Metti su Bob”. Qualche futuro fallito allora se la tirava credendo d’essere Bukowski. In quel periodo ho iniziato a odiare sia il reggae che l’umidità.
Mi veniva la nausea quasi sempre in compagnia altrui. Allora uscivo sul ballatoio con la sedia e la tazza di caffè lungo in mano, mi sedevo, appoggiavo i piedi sulla ringhiera e guardavo il cortile e i miseri alloggi. In casa intanto iniziavano ad alterarsi e mi urlavano di rientrare: per causa mia che stavo fuori – a sentire loro – correvano il rischio di essere beccati sversi dai vicini. Qualche ora più tardi loro pisciavano dal balcone sul cortile sottostante e io tornavo a casa mia incazzata come una iena.

L’acqua del risciacquo è sempre troppo calda. Riempie di vapore il bagno e dal tubo forato cola in piccole gocce sul pavimento. Programmo un secondo risciacquo, mi siedo sulle mattonelle e ritorno a guardare l’oblò.

L’età secolare dell’alloggio in montagna era motivo d’orgoglio per il suo inquilino: “Vedi? Lì dove c’è il letto era la torre campanaria della vecchia chiesa, ora è stata restaurata e fa parte di questa casa privata”. I miei vestiti puliti iniziavano a puzzare non appena li toglievo dallo zaino. Aprivo le ante dell’armadio e saliva un odore misto di umidità e di Opium, il segno della tizia passata di lì prima di me. C’era una sola stufa, in cucina. Non so quante volte vi ho svuotato dentro botticini di essenza di lavanda.
Per avere una temperatura da sopravvivenza bisognava aspettare un sacco di tempo, i muri erano spessi mezzo metro. Ridevamo immaginandoci pinguini uscire di casa per il troppo calore al nostro arrivo. Le mosche che credevano d’essere già morte si risvegliavano e iniziavano a ronzare. Quando bevevamo il liquore alla pesca cercavano di posarsi sulle nostre labbra per tutta la notte.

Inizio ad avere freddo. E’ una brutta giornata e dovrò stendere in bagno. Sistemo T-shirt e jeans sull’asta sospesa. Mi fermo a guardarli.

Durante l’inter-rail li avrò lavati un paio di volte in un mese rimettendoli poi semi-bagnati nello zaino. Altri vestiti puliti erano rimasti impregnati anch’essi dell’odore dei primi. Alla fine avevano tutti preso un colore grigio-verde-militare-slavato, anche quelli blu o neri in partenza.
Nei lunghi spostamenti notturni con compagni casuali di viaggio si parlava, si godeva di tutto questo e del sudore che ci accompagnava costantemente. Vedevamo l’odore acre nello zaino come testimonianza della strada percorsa, della gente conosciuta, delle camminate sotto il sole alla scoperta di città e paesi stranieri nei quali si posava piede con la stessa emozione provata dal primo uomo a passeggiare sulla luna.

Ripensandoci, forse odio solo più l’Opium e il reggae. L’odore di umidità nelle narici, invece, quasi lo cerco, ora…

10/12/10

Torta di mele, noci e uvetta

Una torta semplice, che ha proprio il gusto delle cose fatte in casa di una volta.

Torta di mele, noci e uvetta

200gr farina
60gr zucchero
2 mele
50gr gherigli di noci
40gr uvetta
2 uova
70gr burro
1dl latte
1 bustina di lievito vanigliato
1/2 cucchiaino di cannella in polvere
1 bustina zucchero vanigliato

In una terrina mescolare la farina, il lievito, lo zucchero e la cannella in polvere. Aggiungere poi il burro scolto a bagnomaria, le uova sbattute, il latte e mescolare il tutto.
Mettere in ammollo l'uvetta in mezzo bicchiere d'acqua tiepida. Sbucciare le mele, tagliarle a fette sottili quindi a tocchetti; strizzare l'uvetta; spezzettare le noci; aggiungere il tutto al'impasto e mescolarlo bene, quindi metterlo in una tortiera precedentemente rivestita con la carta forno. Cuocere a 170° per un'ora.
A cottura ultimata, sfornare e cospargere di zucchero a velo.

09/12/10

Zone erogene femminili, comunicazione e dipendenza

La parola-chiave di oggi è: capezzoli! Trattiamo l'argomento in maniera semiseria, ma arriveremo lo stesso - spero - a un paio di riflessioni utili, pur se leggere ;-)
Elemento del corpo femminile che tanto intriga gli uomini indipendentemente dalle dimensioni del seno, i capezzoli richiamano il turgore eccitante del clitoride e provocano piacere a una donna prima e durante l'amplesso nel momento in cui ci vengono sfiorati dalle dita, leccati, succhiati ecc. Tra le vari informazioni 'scientifiche' che ho trovato online, l'affermazione che "il contatto frequente con capezzoli e seno durante l'allattamento rende i bambini felici e appagati" è stata quella che mi ha fatto più sorridere (e assumere una benevolenza materna nei confronti del suo autore):  sicuramente scritta da un uomo. Per noi donne non  sarebbe stato infatti necessario scomodare la ricerca per giungere alla medesima conclusione: a noi basta guardare le espressioni del vostro viso, signori miei!, di assoluto e totale benessere quando ce li succhiate durante un rapporto...




Ma il legame madre-figlio che si instaura con l'allattamento è anche un rapporto di comunicazione, così che il capezzolo diventa quasi 'mediatore' nel rapporto tra i due. Maddalena - usando questo riferimento - ci porta a riflettere sulla, paradossalmente faticosa, realizzazione odierna della relazione e dell'incontro tra individui  attraverso l'abitudine all'uso del cellulare.




Tutto questo per dire cosa? Tenete spento il cellulare al cinema, prendendovi quel tempo per voi stessi e per godervi il film senza distrazioni; date appuntamenti sicuri alle persone, che sentano che ci tenete davvero alla loro compagnia e presenza; e infine succhiate delicatamente e con dolcezza i capezzoli delle vostre partner, che oltre ad essere delicati, da quel gesto capiamo tutta l'attenzione, la cura e il desiderio che avete per noi ;-)

05/12/10

Comunicazione, complicità e segreti

Ogni rapporto d’amore è anche un rapporto di comunicazione – e un dialogo, che passa attraverso parole così come gesti, sguardi, silenzi e momenti condivisi. Quando questo finisce, al di là dell’eventuale sofferenza per la perdita della persona amata in sé, ci viene a mancare un interlocutore per tutte le cose belle che abbiamo vissuto e che viviamo quotidianamente. Ma se la ragione della chiusura della relazione è stata un inganno che ha minato proprio tutto il rapporto rivelandolo di colpo come una finzione, difficile è non lasciarsi andare al ben più doloroso pensiero del ‘tradimento’ della fiducia accordata all’altro/a in quella comunicazione e al disprezzo della propria ingenuità per la quale eravamo stati così felici e avevamo danzato con il cuore lieve.

Cosa fare, di quei ricordi e di quelle ‘cose’ (immagini, oggetti, testi) condivise che sono testimonianza dolorosa non solo di qualcosa che non c’è più, ma di qualcosa inficiato dalla stessa dimensione della finzione?
Tenerli dentro di sé, o nasconderli in scatole per mantenere il rispetto verso un interlocutore che segretamente, sebbene per calcolo meschino, li aveva in qualche modo condivisi con noi?
Fingere che nulla sia accaduto, sperando semplicemente che il ricordo dell’inganno un giorno smetta di torturarci?

Io ci ho pensato a lungo, e ho deciso che sinceramente non mi interessa come chi mi ha ‘usata’ percepisca i miei atti oggi. Chi mi ha ingannata non merita la dimensione della complicità segreta e del silenzio, se ciò non torna utile a me. E questo a me, ora, semplicemente non torna ‘utile’.

Ciò che mi torna utile ora è non dimenticare quanto sono stata felice, e quanto si possa essere felici – anche se le premesse, le condizioni, e gli interlocutori talvolta sono palesemente sbagliati.
Ciò che mi torna utile ora è ricordare questo a chi mi circonda e che si muove parimenti nella direzione della ricerca della propria felicità e bellezza, e della ricerca di propri simili che abbiano analoghe aspirazioni con i quali condividere i momenti in cui le raggiunge.
E infine, ciò che mi torna utile ora è non perdere mai questa ingenuità per cui un domani mi lascerò andare di nuovo a parole, gesti, sguardi, silenzi e momenti condivisi credendoci con la medesima sincerità con cui l’ho sempre fatto.

Un giorno scriverò parole o forse mi scatterò di nuovo foto un po’ maliziose per qualcuno lontano, ma voglio credere che il rispetto e la sincerità tra me e quest’altra persona saranno così veri che non ne parlerò con nessuno, non ne scriverò, non ne pubblicherò nulla. Perché serbarne il ricordo in segreto (dopo, se/quando la relazione dovesse finire) sarà l’ultimo atto dovuto e coerente – ancorché malinconico o segnato dal rimpianto – di un rapporto che è valso comunque la pena d’essere vissuto, e non avrà invece comportato il cercare disperatamente strategie per rielaborare in positivo momenti di inganno, in cui avevo erroneamente percepito felicità e bellezza.
Felicità, bellezza e verità che cerco e voglio nella vita, e che non mi arrenderò mai a pensare che non si possano avere.

30/11/10

We cannot *not* change the world

“Noi non possiamo non cambiare il mondo” – questo lo slogan di un sito web di un’amica che da anni raccoglie progetti reali e virtuali a livello mondiale che mirano a cambiare il pianeta secondo una maggiore attenzione all’ambiente e alle energie pulite, alle relazioni umane solidali, alla partecipazione politica di comunità, all’educazione diffusa e via dicendo. La semplice premessa è che qualsiasi nostra azione e qualsiasi evento ci accada (o azione altrui, o evento che accade ai nostri simili) ha effetti sugli altri – che possono essere a catena o a cascata – ma sempre modifica le cose/persone/situazioni intorno dando loro nuove direzioni.
Senza scomodare il principio di Heisenberg, la dipendenza sensibile alle condizioni iniziali di Lorenz e l’intera teoria del caos, mi è tornato in mente quello slogan nel momento in cui l’altra sera ho ringraziato una persona per un grande favore che mi fece vent’anni orsono, quando – aggredita verbalmente e senza ragione da uno sconosciuto – non me ne riuscii a liberare da sola, e mi rifugiai nel pianto e nella paura per ciò che mi stava accadendo (niente di grave, in realtà, ma se uno è vulnerabile per altre ragioni può non essere in grado di reagire). Questa persona che impedì all’altra di continuare, la allontanò e stette con me finché non mi calmai, era un ragazzo all’epoca poco più grande di me e l’ho ritrovata recentemente. L’altra sera parlavo appunto con lui, che non ricordava quasi nulla dell’episodio, né chi io fossi. Scherzando gli ho detto “si vede che fare gesti gentili ti viene così abituale che quando capita non ne serbi memoria”. Poi ci ho pensato sopra sul serio.
Le azioni negative che facciamo o che subiamo rimangono impresse nella nostra memoria – le riviviamo con compiacimento se siamo esseri perversi che appunto godono sadicamente del dolore che arrecano, con senso di colpa se invece quella non è la nostra natura ma è stato un momento di stupidità, insensibilità, debolezza. Quelle positive si dimenticano – a mia volta cado dalle nuvole quando mi si fa presente qualcosa di buono che avrei fatto per qualcuno in passato. Ciò che siamo è il risultato di forze diverse, alcune che abbiamo imitato, altre verso le quali ci siamo opposti. Siamo un immenso caos di casualità che sono precipitate – si sono catalizzate – nella nostra identità.

A volte sento l’istinto, il puro istinto, di ringraziare chi mi ha rivolto gesti positivi, che mi hanno resa a mia volta una persona attenta a guardare agli altri con sensibilità e affetto, piuttosto che quelli che mi hanno fatto del male cui mi sono dovuta opporre per poi andare a costruire la mia persona. Anche questi hanno contribuito a rendermi ciò che sono, ma talvolta avrei preferito non fosse andata così.
“We cannot not change the world”. Il male porta sempre sicuramente male, se non altro perché richiede energie per opporvisi. Sul bene c’è maggiore possibilità di un ragionevole dubbio. Chi decide in cosa consista l’uno o l’altro per noi e gli altri siamo solo noi e l’interlocutore/interlocutrice che di volta in volta ci è accanto. Cui noi potremmo rimanere, di nuovo nel bene o nel male, nella memoria – anche per vent’anni...

28/11/10

Un risveglio perfetto...

Domenica mattina, città, sono le otto e non c'è alcun rumore... Nessuno. Un silenzio inquietante. Mi alzo dal letto piano per non infrangerlo, chiedendomene la ragione, chiedendomi se il mondo sia finito, se l'umanità sia scomparsa interamente. Insomma, le solite cose che tutti noi pensiamo in questi casi.
E invece è la neve, con la sua magnifica capacità di coprire di candore, delicatezza e morbidezza i rumori, e sostituirli con il leggero sciaquettio delle auto che la calpestano sulla strada.
Una tazza di caffè lungo con poco latte, la musica blues online del trio di un mio amico come sfondo al radiogiornale e il desiderio di tralasciare per mezza giornata il lavoro e correre a vedere un film in centro in tarda mattinata.

Indosso i miei vestiti bohemienne, il cappotto nero col bordo rosso sangue arabescato, il cappello e gli orecchini da zingara, e percorro la città nella complicità sommessa di pochi altri automobilisti. Vado a vedere una cosa strana - etnografie visive inventate di un regista-performer-videomaker, il cui amico recita una performance dal vivo davanti allo schermo in sincrono con lo svolgimento del film, irridendo la categoria degli archeologi. Rido. Non c'è ragione per stare bene, non ce n'è per stare male. Quindi sto bene.
E penso alle mille scemenze che voglio ancora fare, che fisicamente chiedono di uscire dalla mia mente, dai miei occhi, e prendere forma, e cerco di tenerle buone chiedendo loro con dolcezza di avere pazienza, e aspettare il loro turno - che non ho mille mani.

Ma il rammarico è la consapevolezza di non avere mille vite per riuscire a realizzarle tutte... Comunque sia, tanto per non sbagliarmi, io provo lo stesso a farlo ;-)

Perché le violiniste sono così sexy?

Questo weekend non vi suggerirò ricette, né scriverò racconti per il vostro piacere, ma vi proporrò la condivisione di una mia sensazione - ovvero che le donne che suonano il violino siano incredibilmente affascinanti e sensuali. O almeno, per me lo sono...

Più che gruppo musicale permanente, i canadesi Barrage sono una compagnia di musicisti e performer che annovera tra le propria fila ben 3 violiniste - le cui performance rendono perfettamente l'idea della passionalità luminosa cui mi riferisco. La loro musica combina influenze della world music con ritmi e sonorità più contemporanee e non si esaurisce, come potete vedere nel video, nella mera e pulita esecuzione del brano.




Per chi non la conoscesse, questa invece è l'americana Emilie Autumn - drop out nel tempo da più scuole d'arte e di musica, ma appassionata e seria studiosa dello stile vittoriano inglese, periodo del quale ha reinterpretato visivamente e musicalmente la produzione letteraria. Una  'gothic lolita' invero molto solare, sebbene sulle prime appaia forse un po' poseur...

 


La mia amata l'ho lasciata per ultima - che ne godiate la performance, e il manifesto piacere che emana quando il suo corpo, il suo cuore e la sua mente si fondono col violino diventando un tutt'uno di energia. Lei è Paris Hurley, e mi incanta sia in scena, sia in video, sia nella vita quotidiana. Buon ascolto dei Kultur Shock, tra l'altro - è questa la band strepitosa della quale lei fa parte! ;-)

21/11/10

Musica, sorrisi e aria di famiglia

Qualche sera fa ho avuto l’occasione di vedere in concerto dal vivo Paolo Tofani, Patrizio Fariselli e Ares Tavolazzi - ovvero i componenti degli Area - accompagnati da Walter Paoli.
Gli Area erano stati, insieme a una varietà di musica psichedelica, punk, elettronica e jazz, la colonna sonora dei miei anni universitari, e in anni recenti - attraverso percorsi anche lavorativi - ho avuto occasione di ‘conoscerli’ più da vicino con l’ascolto di interviste e racconti di conoscenti comuni. Sempre ho avuto l’impressione di avere a che fare con persone serene e felici delle loro scelte, pacificate con la vita e con il passato. Persone che sono diventate simbolo di un periodo storico-sociale-musicale, e da qui– dopo il colpo della morte di Stratos – hanno intrapreso percorsi autonomi, finché ‘qualcosa’, nell’ultimo anno, li ha in qualche modo riuniti nuovamente.

La prima metà del concerto si è svolta in assoli e in duetti. Come una danza, uno entrava, suonava il proprio brano, un secondo vi si aggiungeva per un secondo brano, poi avrebbe a sua volta eseguito un pezzo da solo e così via.
Seduta in un posto laterale, la testa tra le mani, ho chiuso gli occhi – ché talvolta la musica la si assapora meglio senza vedere. Piccoli colpi sul mio schienale: piccoli, ritmati, timidi. Il ragazzo seduto dietro di me, probabilmente…
Apro gli occhi: Fariselli e Tavolazzi stanno ridendo di gusto mentre suonano, i loro corpi ondeggiano, non riescono a stare fermi, mossi negli spasmi della musica che stanno eseguendo e ‘sentendo’ – quella che anche a me dà piacere. Musica che ‘entra in risonanza’ con qualcosa dentro di me, che in parte è memoria in cui echeggiano ancora gli Area, in parte è ritmo, facile da seguire e su cui anticipare possibili variazioni performative da parte loro, in parte ancora è un tema musicale sconosciuto sul quale vedo scorrere immagini e sento sovrapporsi narrazioni verbali.


Continuerò così per tutto il concerto – alternando momenti a occhi chiusi a momenti in cui li guarderò e guarderò il modo in cui si scambiano occhiate, o il modo in cui i loro corpi interpretano la musica. Giocheranno così tutta la serata, si divertiranno (nonostante i problemi tecnici continui) rendendo noi – il pubblico – partecipe del piacere che provano semplicemente a suonare (insieme).
E noi avremo la sensazione di ‘stare in famiglia’, una famiglia che ci siamo scelti, e che annovera gente che si sorride.

18/11/10

Ricette per vivere bene: proviamo a giocare!

Oggi prendo lo spunto da un blog amico per proporvi un gioco/riflessione. 
Goethe - dice Giorgio in questo post - scriveva della sua 'ricetta' per una vita felice, in cui includeva:
1) UNA CASA in cui abitare,
2) CIBO sufficiente per nutrirsi,
3) VESTITI per ripararsi dal freddo,
4) UN AMORE importante,
5) AMICI coi quali stare bene in compagnia.
A sua volta, anni fa, un settimanale satirico proponeva ai propri lettori di indicare le cinque cose per le quali valesse la pena vivere e periodicamente, per mesi, pubblicò la lista progressiva dei risultati.

Le due prospettive sono parzialmente diverse, perché in un caso si chiedeva cosa fosse essenziale per vivere bene come 'premesse', nell'altro quali fossero le ragioni per una vita che desse soddisfazione ai viventi, e quindi aveva a che fare con le 'finalità' secondo le quali orientare il senso del nostro essere al mondo.
Alcune voci, però, potrebbero anche sovrapporsi...

Pensandoci un po' su, la mia 'ricetta' prevederebbe almeno quanto segue:
1) la SALUTE, premessa indispensabile senza la quale tutto il resto non sta in piedi
2) gli AMICI, quelli veri che ci saranno sempre, e quelli veri che pur ti accompagneranno invece solo per un pezzo della tua vita
3) una PASSIONE forte per qualcosa, che dia senso alla vita e che - per me - possibilmente coincida col lavoro senza portarti a 'prostituirti' però per sopravvivere
4) il CIBO, che non sia solo nutrimento, ma anche piacere
5) la COMUNICAZIONE, perché parlare e confrontarsi è un altro piacere che nutre la mia mente e il mio cuore
6) SERENITA', UMORISMO, AFFETTO, CURA - ingredienti in ordine sparso e come 'sfondo' di tutto il resto...

Qual è invece la vostra ricetta per vivere bene? Quali sono i vostri ingredienti?
Che se ne venissero fuori cose interessante non sarebbe male tenere un 'memo' collettivo nella colonna qui a destra per i momenti difficili, in cui ci facciamo cogliere dalla sfiducia e perdiamo l'orientamento... ;-)
Ci proviamo?

15/11/10

L'essenza della vita [racconto]

Siamo entrati nei tre fatidici giorni mensili. Oggi è il primo. Con un po’ di fortuna ti trovo (ci troveremo) allo scadere del terzo: non mi sta importando niente di tutte le cose dette, delle litigate, delle incomprensioni, delle incazzature, delle inquietudini – in questo momento non me ne frega niente. Sì, vorrei da te tempo e fiducia, per sciogliere le incomprensioni e le paure reciproche. Ma sto pensando ad altro, in questo istante.

Distesa sul letto ho tolto pantaloni e slip e indosso solo la maglietta: un unico punto del mio corpo mi interessa. La mano raggiunge le labbra già bagnate e accarezza il clitoride, nella luce pomeridiana che filtra dalla finestra.
Penso a te, quando distesa sulla schiena il mio cuore ti chiama, e così il mio corpo – che ha bisogno di più tempo e di svegliarsi con la dolcezza della tua lingua e delle tue dita. Tu mi baci e mi entri dentro, pur se hai paura di farmi male, ma in un istante la tua paura si dissolve nel mio corpo che diventa liquido. Ti chiedo di stare fermo – mentre subito inarco la schiena. Ti stringo dentro. Mi muovo lenta sotto di te. Mi sto letteralmente sciogliendo.
So che non riesci a resistere: so che hai bisogno, ora, di muoverti anche tu dentro di me. Mi blocchi le braccia e i polsi. Il mio piacere è sempre più intenso e profondo.

Apro gli occhi, per guardarti piena di gratitudine per ciò che mi stai facendo provare. Tu distogli lo sguardo perché – dici – “ti faccio impazzire mentre cerco il mio piacere”. Ti apro il mio corpo, non trattengo niente. Non ho vergogna, né pudore, né timidezza. Mi sento in pace e perfezione totale. Due serpenti, che modellano il ritmo del movimento dei propri corpi sul proprio piacere e su quello dell’altro/a. Due corpi che sono “belli” – come tu un giorno mi hai fatto notare – e sì, l’ho visto anche io: siamo davvero pura bellezza, quando facciamo l’amore.

Non conosco il mio corpo così bene, ma la mia mano sa quello che lui vuole. Accarezzo il clitoride, ne trovo la radice, le sensazioni si fanno più intense. Lo sento mentre si inturgidisce sotto le mie dita, e indugio con calma, non ho alcuna fretta. Mi prendo tempo affinché il piacere sia massimo.
Mi prendo tempo per pensare al tuo corpo nudo che mi piace così tanto. Penso alla pelle scura e liscia della tua pancia, sulla quale vorrei poggiare la testa, le guance, e stare semplicemente in pace – ad occhi chiusi. Non resisterei a lungo prima di cominciare a leccarti, tanto è buono il sapore della tua pelle.
Le mie mani scorrerebbero sui tuoi fianchi – sento la tua paura che ti conficchi le unghie nella carne in un momento di eccitazione, e non hai ancora capito che non lo farei. Voglio solo accarezzarti, e seguire il profilo del tuo corpo con le mie dita.

La mia lingua ti assapora salendo verso il collo, le orecchie, la bocca – quella bocca perfetta che mi fa impazzire. E i tuoi denti da cattivo, che mi incantano, mi attraggono, e che spesso si aprono a meravigliose, spontanee, solari risate.
La mia mano sinistra avvolge il tuo collo – e tu trattieni quasi il respiro, eccitato di paura e desiderio sotto i miei piccoli morsi. Mi piace osservarti, in questi momenti. Concentrarmi sulle tue labbra perfette – così leggermente dischiuse – e, quando meno te l’aspetti, infilarvi dentro la lingua.

Le mie gambe stanno assaporando i pensieri, la mia mano li segue e ti immagina. Sotto la maglietta sento i capezzoli duri.
Immagino quando ancora faccio attenzione, sopra di te, a non pesarti troppo, ma tu hai un corpo magro e forte su cui più di tanto non peso, e lo sforzo di sostenermi è concentrato in quel punto in cui ci uniamo così bene. Sei perfetto, per me. Il desiderio di te è più forte di qualsiasi mio minimo, innocuo iniziale dolore. Poi mi apro e ti chiamo con tutti i liquidi che mi fai colare tra le gambe e per cui tu provi la sensazione di un caldo lago in cui perderti.
E sento in me non solo una parte del tuo corpo, ma tutto – come se davvero potessi entrarmi completamente dentro. Questo sento, mentre i nostri corpi sono uniti in un abbraccio, il sesso al sesso, la bocca alla bocca. Due corpi che si saldano l’uno all’altro – così formando una serie infinita di anelli immaginari di calore, dolcezza, passione, complicità, amicizia, comprensione e amore.

Nella mia mente, nei miei occhi, l’immagine di questi momenti con te – le mie gambe si stanno distendendo, in tensione, mentre dolce dalle caviglie mi sale l’orgasmo, intenso e puro.
Mi baci, e mi accarezzi – tiri a te la mia nuca, il collo, la schiena – mentre adatto il ritmo del mio movimento al tuo desiderio. Accarezzo la tua testa, i tuoi capelli, e ti bacio a mia volta. Un bacio lungo, profondo, in cui le nostre lingue esplorano ancora le nostre bocche.
Tengo il tuo collo tra le dita della mia mano che di nuovo ti vuole quasi togliere il respiro (sarebbe così facile in questo istante), e lecco le tue labbra – la tua saliva disseta la mia lingua, mentre tu lentamente vieni dentro di me. Lentamente, all’infinito.

Ogni cellula del mio corpo ora è tua – e tu la fai vivere, la ossigeni, la nutri dall’interno fino alla membrana più esterna della mia pelle. Sono felice – felice di darti questo piacere e di condividerlo con te. Felice di farti sentire vivo.
Questo attimo di perfezione, eternità e assoluto è l’essenza della vita – e tu sei la persona che mi ha portato a percepirla e a viverla in questo modo.


12/11/10

Stanze con pareti elastiche

"[...] avere relazioni liquide  non ci ha reso più felici. Le donne sostano, rendono caldi i luoghi. Gli uomini succhiano dai luoghi che le donne hanno preparato. Sarei felice se riuscissi a integrare il mio bisogno di solitudine, di spazio, con l’incontro con l’altro. Fare in modo che i muri si possano muovere. Non a caso il posto in cui mi sento più a mio agio è la piscina. Non il mare, dove si annidano i pericoli. L’acqua della piscina ti dà libertà, ma allo stesso tempo ti protegge.
Mi sento bene con il mio corpo nell’acqua. Nell’acqua si perdono i confini. Senti il corpo che è vivo ma non avverti più il limite tra la pelle e il resto del mondo. Ritrovo un equilibrio tra il mio bisogno di coordinate sicure, regolari e la spinta a perdersi, quel qualcosa che nell’amore vive in uno spazio, uno spazio che è irraggiungibile nella realtà".

SIMONA VINCI, Stanze con pareti elastiche

Anche gli uomini sostano e rendono i luoghi caldi, ormai, e le donne succhiano dai luoghi che gli uomini hanno preparato.
E personalmente amo il mare - anche se ci sono pericoli, anche se ne ho paura.

11/11/10

Rum! Rum! Rum!

Sta avvicinandosi il weekend, tempo di relax di cui tanto, sempre, abbiamo bisogno per ritemprarci e ricordarci delle cose buone e piacevoli che deliziano i nostri sensi, e questa volta vi propongo film + ricette + letture tutto su base rum!

A premessa vi invito alternativamente alla lettura dell'interessantissimo sito di Rum Club Italia, dove potrete trovare tantissime informazioni sul nostro scritte in linguaggio divulgativo e appassionato pur se competente, e abbandonarvi alle sezioni "Sensocrazia" e "Tecnica vs Edonismo" che tanto mi hanno incuriosita.

Se non amate la lettura, vi riporto una veloce clip della saga Pirati dei Caraibi, in cui il rum è protagonista e soluzione di sopravvivenza per Capitan Jack Sparrow nelle diverse occasioni in cui viene ripetutamente abbandonato in esilio nella solita isola fuori da qualsiasi rotta e dimenticata da Dio.


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Noi che ci pensiamo (e magari talvolta viviamo anche come) avventurieri ma potremmo anche non disdegnare di tanto in tanto la comodità di seguire le peripezie dei nostri  'colleghi/amici' nel suddetto film attraverso una visione casalinga dello stesso, potremmo anche, in questo periodo, prepararci una buona merenda o un dopocena con il classico dolcetto che ci delizi il palato, e quindi eccovi qui una ricettina rubata alle mie amiche de Le ricette della fuffa.

Sole d'autunno

3 arance e la scorza di una
farina 250gr
mezza bustina di lievito per dolci
50gr di burro
2 uova
3 cucchiai di zucchero a velo
mezza fialetta di rum per dolci.


Mettere in una zuppiera la farina, il lievito, 2 cucchiai di zucchero a velo, e la scorza dell'arancia grattugiata. Rimescolare. Sbattere le uova, e sciogliere il burro a bagnomaria (o a fuoco vivo senza che prenda colore né si bruci). Fare della farina il classico vulcanetto e mettervi al centro le uova, il burro e 4/5 gocce di essenza di rum, indi mescolare bene il tutto con l'aiuto di una forchetta. Deve risultarne un composto morbidoso e spalmabile ma non proprio 'liquido'. Mettetelo da parte.
Sbucciate e affettate le arance. Prendete una teglia rotonda, copritela con la carta forno, e qui spargete sul fondo il cucchiaio di zucchero irrorato qui e là con le gocce rimanenti della fialetta di rum. Posatevi sopra le fette d'arancia in modo tale da coprire tutto il fondo della teglia, quindi versatevi sopra il composto messo da parte e livellatelo adeguatamente.
Infornare una ventina di minuti a 200 gradi, quindi un'altra ventina a 120. Quando sarà pronta, estraetela e capovolgetela sul piatto di portata.

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Nel blog di ricette fuffose vi è indicazione d'accompagnare la torta con the speziato, ma qui che siamo di stomaco più robusto e vogliamo continuare a parlare di  rum, possiamo invero realizzarne uno speziato in casa noi stessi, seguendo questa volta una ricetta regalataci addirittura dal colui che ha inventato la nozione di 'gastronomade', Chef Kumalé.

Rum speziato (Rhum Arrangé)

una bottiglia vuota da 2 litri
 2 litri di rum bianco
 5 bastoncini di cannella secca 
10 chiodi di garofano 
1/4 di noce moscata 
2 baccelli di vaniglia
1 pezzo di zenzero grosso come il pollice, sbucciato e lavato
10 grani di pepe nero 
1 peperoncino rosso secco 
un pizzico di cumino 
5 grani di bibasse (giuggiolo) 
10 cucchiaini di zucchero di canna

Mettere tutti gli ingredienti in bottiglia. Lasciar macerare per almeno 3 mesi. Filtrare.

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Vogliamo infine tornare all'uso duro e puro del rum inteso - come da nota pubblicità - quale coadiuvante di sbronze, perdizione, America Centrale, prostitute e peggiori bar di infim'ordine? Vi consiglio una scorrevole lettura, allora, in linea con i suddetti temi: Cronache del rum di Hunter S. Thompson. Leggiamo da Anobii

"Ripugnante come pochi", scrive Hunter S. Thompson in questo suo lavoro del 1959, "in qualche rara occasione dimostrava lampi di intelligenza stagnante. Ma il suo cervello era così marcio per l'alcol e per quella vita dissoluta che quando cercava di avviarlo sembrava un vecchio motore ingolfato rimasto inzuppato troppo a lungo nel lardo." Sorpresa: Thompson non sta scrivendo di se stesso! Uno dei più geniali e folli romanzieri/giornalisti americani descrive così la vita di un uomo di nome Moberg a Portorico, giornalista sconclusionato e stonato la cui più grande abilità sta nel riuscire a ritrovare la propria macchina dopo una serata di delirio etilico, grazie al cattivo odore dell'auto stessa più che al suo olfatto. In realtà, l'eroe, il protagonista di questo romanzo autobiografico, è il trentenne Paul Kemp. Intrappolato in un lavoro senza prospettive, sente il suo talento evaporare veloce come il rum versato in un pugno, e vede allontanarsi il sogno di emulare i suoi modelli, Hemingway e Fitzgerald. Thompson aveva 22 anni quando scrisse le "Cronache del rum" ma era terrorizzato di finire come Moberg. Lo salvò il fantastico incendio creativo degli anni Sessanta, quello che ispirò "Paura e disgusto a Las Vegas", esordio di quello che sarebbe diventato il padre del "giornalismo gonzo", il più pericoloso e irriverente scrittore della sua generazione.

In arrivo tra l'altro in Italia la versione cinematografica del racconto, con - indivinate un po' chi come protagonista nei panni di Paul Kemp? - proprio il nostro amabile pirata Capitan Jack Sparrow, ovvero Johnny Depp.

08/11/10

Sulle 'sostanze' che ci danno piacere

Amo il cibo - mi piace cucinare, scegliere gli alimenti, amalgamarvi le spezie, sentire i profumi, pensare a quando consumerò un buon piatto che mi sono preparata, e in compagnia di chi questo accadrà. I sapori risvegliano i miei sensi quando sono intorpiditi per mille ragioni - così come risvegliano i vostri, secondo le preferenze che avete indicato nel sondaggino che vi ho proposto questa settimana, e che nell’ordine hanno visto la vittoria del piccante sull’amaro, seguito a sua volta in egual misura dal dolce e dal salato, e infine dall’agre. 
Mi è venuto da pensare non solo che gran parte del mio piacere è legato a ciò che passa attraverso la bocca - il cibo, la comunicazione verbale, i baci, il sesso orale - ma anche che potrei essere quasi dipendente e compulsiva nella ricerca di un tale piacere. E questo mi è suonato come un campanello d’allarme nel riflettere su un rapporto d’amore ormai concluso con una persona che aveva altri problemi di altre droghe, altre compulsività e altre dipendenze.

Se nella ricerca della soddisfazione personale, del godimento, della felicità, apprezziamo un profumo o godiamo sulla lingua del sapore di una bevanda particolare, cosa ci fa considerare queste ricerche del piacere sane rispetto ad altri comportamenti che giudichiamo come malati? Perché esaltiamo lo sport - che pur promuove nel corpo la produzione di ‘droghe naturali’, le endorfine - e condanniamo l’assunzione di altre ‘droghe’? Perché cataloghiamo certe ‘sostanze’ come buone e altre come cattive?
Sarei tentata di rispondere che per me il problema stava nella compulsività e nella dipendenza della persona che amavo nellassumerle, e forse la spiegazione del mio disagio derivava in parte da questi due fattori: pur amando, per esempio, il cibo e il sesso, io non ho continuamente bisogno di assumere il primo e praticare il secondo senza inframmezzare il tutto da altre attività e una buona conversazione.

Già: una buona conversazione... La ragione del mio disagio - distante anni-luce da condanne che facciano riferimento a valutazioni quali illegalità, illiceità, amoralità (brrrr!!!) - continuando a ripensarci l’ho trovata forse nell’assenza della dimensione della condivisione. 
Quando una sostanza porta una persona in un altro ‘mondo’ - e così facendo la distanzia da quella con cui sta parlando e che la sta (apparentemente riamata) amando -  essa impedisce ai due soggetti di essere sulla stessa lunghezza d’onda finché l’altro/a non assume/consuma a sua volta la stessa sostanza (ammesso che gli effetti siano poi gli stessi in entrambi i partner).
Nel mio caso, la perfetta comunicazione di corpi, cuori, menti, sguardi, parole s’è interrotta per lintroduzione di questo elemento esterno, e mi sono quasi sentita in dovere di reagire, per ripristinarla, costringendomi a un’alterazione con quella medesima sostanza che a me non dà piacere e che piuttosto mi provoca effetti che mi fanno sentire euforica per un istante e  spaventosamente triste, misera e alla deriva in quello successivo. Per cui la mia scelta ultima è stata rinunciare a tutto ciò che non mi appartiene come modalità di piacere e come strategia della sua ‘ricerca’ e del suo ‘consumo’.

E voi cosa ne pensate? Quali ricerche del piacere considerate sane rispetto ad altri comportamenti che ritenete invece malati? In base a cosa catalogate certe ‘sostanze’ come buone e altre come cattive?