11/12/10

Umidità [racconto]

Ogni lavaggio a macchina ha la sua ‘maglia dell’ippopotamo’, quella che pur lavata insieme a tutto il resto conserva l’odore acre del bagnato sporco. Maledizione! Ho sempre odiato l’umidità. 
Un altro bucato, altri vestiti, di nuovo la stessa maglia. Guardo l’oblò della lavatrice, ritornano immagini di libri di lettura delle elementari, disegni di gatti rinchiusi nel lavaggio, poi centrifugati.


L’umidità… Sentirla nelle narici è ripensare ad appartamenti dimenticati, il freddo fuori, le infiammazioni, la febbre, gli affitti bassi, i cessi in comune al fondo del corridoio, i vestiti lerci e sudati.
Michi aveva un alloggio al quale si accedeva dal ballatoio. Era una soffitta senza ragni. L’odore trasudava dalla moquette, dai divani, dalle coperte. Sulla tavola e sulle mensole si ammucchiavano le bottiglie vuote. Nei posacenere residui di canne, cartine, biglietti di autobus e sigarette rollate. Ed era un continuo “Metti su Bob”. Qualche futuro fallito allora se la tirava credendo d’essere Bukowski. In quel periodo ho iniziato a odiare sia il reggae che l’umidità.
Mi veniva la nausea quasi sempre in compagnia altrui. Allora uscivo sul ballatoio con la sedia e la tazza di caffè lungo in mano, mi sedevo, appoggiavo i piedi sulla ringhiera e guardavo il cortile e i miseri alloggi. In casa intanto iniziavano ad alterarsi e mi urlavano di rientrare: per causa mia che stavo fuori – a sentire loro – correvano il rischio di essere beccati sversi dai vicini. Qualche ora più tardi loro pisciavano dal balcone sul cortile sottostante e io tornavo a casa mia incazzata come una iena.

L’acqua del risciacquo è sempre troppo calda. Riempie di vapore il bagno e dal tubo forato cola in piccole gocce sul pavimento. Programmo un secondo risciacquo, mi siedo sulle mattonelle e ritorno a guardare l’oblò.

L’età secolare dell’alloggio in montagna era motivo d’orgoglio per il suo inquilino: “Vedi? Lì dove c’è il letto era la torre campanaria della vecchia chiesa, ora è stata restaurata e fa parte di questa casa privata”. I miei vestiti puliti iniziavano a puzzare non appena li toglievo dallo zaino. Aprivo le ante dell’armadio e saliva un odore misto di umidità e di Opium, il segno della tizia passata di lì prima di me. C’era una sola stufa, in cucina. Non so quante volte vi ho svuotato dentro botticini di essenza di lavanda.
Per avere una temperatura da sopravvivenza bisognava aspettare un sacco di tempo, i muri erano spessi mezzo metro. Ridevamo immaginandoci pinguini uscire di casa per il troppo calore al nostro arrivo. Le mosche che credevano d’essere già morte si risvegliavano e iniziavano a ronzare. Quando bevevamo il liquore alla pesca cercavano di posarsi sulle nostre labbra per tutta la notte.

Inizio ad avere freddo. E’ una brutta giornata e dovrò stendere in bagno. Sistemo T-shirt e jeans sull’asta sospesa. Mi fermo a guardarli.

Durante l’inter-rail li avrò lavati un paio di volte in un mese rimettendoli poi semi-bagnati nello zaino. Altri vestiti puliti erano rimasti impregnati anch’essi dell’odore dei primi. Alla fine avevano tutti preso un colore grigio-verde-militare-slavato, anche quelli blu o neri in partenza.
Nei lunghi spostamenti notturni con compagni casuali di viaggio si parlava, si godeva di tutto questo e del sudore che ci accompagnava costantemente. Vedevamo l’odore acre nello zaino come testimonianza della strada percorsa, della gente conosciuta, delle camminate sotto il sole alla scoperta di città e paesi stranieri nei quali si posava piede con la stessa emozione provata dal primo uomo a passeggiare sulla luna.

Ripensandoci, forse odio solo più l’Opium e il reggae. L’odore di umidità nelle narici, invece, quasi lo cerco, ora…

2 commenti:

Cavalier Amaranto ha detto...

Ripensandoci, forse odio solo più l’Opium e il reggae.

Misericordia dovrai per forza trovare qualcuon che ti accompagni ad un concerto reggae, ti assicuro che ascoltato dal vivo e coadiuvato dall'energia di chi ascolta è un'esperienza da provare, anche io la pensavo come te, mi son dovuto ricredere.

Minerva Jones ha detto...

Guarda, sono un'appassionata (di altri generi musicali) che tu neanche immagini e anche un po' una groupie, talvolta, ma il reggae proprio non ce la faccio - ho già dato da giovane e davvero mi è bastato :-)

Però sono d'accordo con te: l'energia che durante certi concerti si sviluppa dalla condivisione del momento con chi ti è accanto è davvero una cosa unica e appagante.