24/04/14

L'albero e la sopravvivenza nel riscaldamento globale




Vedi, non è una questione di egotismo, di presunzione, di arroganza - io farei volentieri a meno di tutto questo. E' che così sono sono cresciuta e diventata - perché avevo sfiga, sì, ma non volevo arrendermi e rinunciare ai miei sogni così grandi, felici e luminosi. Sogni che, nella mia mente, se li avessi realizzati m'avrebbero semplicemente salvato la vita - nulla di più.
Non era egotismo, presunzione, arroganza, smania di potere. Era solo la mia ricetta per sopravvivere, e non avrebbe fatto male a nessuno.

Pensa a una pianta che viene alla luce in un terreno non coltivato, anzi, magari pure un po' desertico: a volte secco e povero, altre volte pieno di sali minerali, a volte è circondata da altre piantine che creano la giusta umidità, altre volte resiste pur disidratandosi e bruciandosi sotto un sole torrido.
Eppure la piantina ce la mette tutta - vuole vivere - e così ogni volta che dal terreno prende qualcosa impegna tutte le energie per crescere e contemporaneamente restituirgli - moltiplicato cinque, dieci volte - ciò che ha avuto, ché lei sa quanto sia difficile sopravvivere in quelle condizioni.
Sente che deve essere grata quando riceve una gentilezza perché non è scontato che ciò accada.

Così la piantina cresce e pensa che, se diventerà un bell'albero grande, con un grosso tronco e una chioma rigogliosa, otterrà due risultati al tempo stesso, il primo dei quali sarà quello di chiacchierare col sole, con la terra e con l'acqua in pace ed equilibrio - ponendosi, insieme a tanti altri alberi che fanno la stessa cosa, come intermediaria nella fotosintesi e quindi alimentando la vita di altri esseri viventi - e il secondo sarà quello d'offrire le proprie fronde come riparo agli animaletti che vi verranno a giocare, agli innamorati che scolpiranno cuori nel suo tronco, ai vecchi che cercheranno ristoro così come offrirsi per tante talee dalle sue radici, o per incroci con altri semi o piantine che di lì cresceranno e con l'albero scambieranno sali, conversazioni, umidità e vita per rendersi reciprocamente più vivi e rigogliosi.




M'impegnavo e provavo a fare questo, e a livello di radici ho trovato tantissimi semi, piante, e sali minerali che m'hanno puntellato e fatto crescere, rendendomi sembre più salda: condividevano entrambe le mie speranze, e volevano in particolare - "egoisticamente", mi si disse una volta - godere della seconda. Non potevo biasimarli, anzi, ero comunque loro grata.


Altre piante a fianco, invece, che erano rimaste ferme a un certo grado di crescita e s'erano bloccate lì perché, più furbe, avevano visto quanto il sole bruciava se si fossero sviluppate verso l'alto, mi cominciarono a succhiare sali ed energie che fluivano nel tronco, nei rami, nelle foglie verdi brillanti.
Anche loro volevano sopravvivere, e lo facevano con le loro strategie - non potevo in alcun modo biasimarle, anzi, mi stava bene comunque così. "Che prendano" - mi dicevo - "anche se perderò molto che pur mi sarebbe essenziale per sopravvivere, alla fine tutti ci guadagneremo, anche coloro dei quali non condivido le strategie".

Ma ciò che capitò fu che man mano che crescevo le nuvole non mi diedero mai ombra, e presi tutto il sole torrido senza via di scampo.
Mi bruciò - bruciò le fronde, i rami, le radici che affioravano dal suolo.
Bruciò il tronco, dove gli amanti avevano scolpito le loro promesse.
Asciugò l'acqua nel terreno e seccò le mie radici.
L'ambiente esterno mi portò a una lenta atrofia.

Ora sono sempre più fragile e disidratata, e piante e germogli mi puntellano sempre più debolmente e sempre più debolmente - pur desiderandolo - mi offrono acqua e sali pur non avendone più neanchen loro: pure loro sono sempre più deboli.
Le piante che sono cresciute con intelligenza fino a un certo punto e lì si sono arrestate stanno ora - ahimè tardivamente - distanti.
E io, da quello che era un albero in mezzo al deserto, sto spegnendomi lentamente dando ombra a tre vecchi sdentati, che su reti metalliche di letti d'ospedale godono ancora di quel minimo di refrigerio che posso loro offrire prima della morte.

No, non sono contenta - non vorrei essere quell'albero.
Vorrei non aver avuto quei sogni e quelle speranze.
E vorrei non aver avuto quel sostegno, così da non crederci tanto come invece ho fatto.

Maledetto sia il riscaldamento globale.

20/04/14

Andando oltre l'essere "costretti a sanguinare"






Complice l'amico suadente che l'ha trascinata fuori dalle sue amate quattro mura, ieri sera Minerva è andata a vedere la performance della pornoterrorista Diana J. Torres - le cui immagini fotografiche e video, al contrario delle parole che aveva letto in un libro da poco tradotto in italiano con una campagna apposita di crowdfunding, l'avevano ampiamente distanziata dalla madrilena.


Eh sì, perché Diana scrive critiche violentissime ampiamente condivisibili rispetto alla castrazione e alla censura di libertà d'espressione, movimento e scelta cui siamo sottoposti come esseri umani dall'intreccio perverso tra sistema capitalista, potere politico, stati e religioni (vi racconta nei dettagli Slavina nell'articolo Il Pornoterrorismo spiegato a mia madre), ma la dimensione performativa - caratterizzata dal ricorso ad aghi, ferite autoinferte, sangue, secrezioni vaginali - porgeva il fianco al mio sospetto per più d'una ragione.

Di fatto, cresciuta nel punk, io di ferite autoinferte come 'provocazione' ne ho un po' due scatole così (vorrei s'andasse oltre, se possibile), così come il loro uso metaforico nella dimensione performativa a indicare la violenza che i nostri corpi subiscono quotidianamente da parte dello stato, della religione (in primis cattolico-cristiana) e della società mi lascia indifferente. Parimenti non mi sconvolge una donna nuda davanti al pubblico, e semplicemente mi annoia se viene masturbata e squirta in scena.
Mi distanziava infine l'immagine d'un passamontagna e d'una bomba-dildo in mano nella fotografia della copertina del libro - a corredo del concetto di 'pornoterrorismo' che riconosco avere un senso e una coerenza cristallina all'interno del discorso di Diana.

Per tutte queste ragioni, quindi, l'ultima cosa che avrei voluto fare ieri sera sarebbe stata andare a vedere il suo spettacolo. D'altra parte, mi rimaneva il dubbio sulla base delle parole calde che al tempo stesso emergevano nel suo libro - parole di cura, abbraccio, pacificazione. E, in alcuni video di presentazione dello stesso volume, la visione di quel suo sorriso aperto, dolce e affettuoso verso ciascuno spettatore, indicativo di un'attenzione particolare a ognuno che fa la differenza nel modo in cui il performer percepisce la propria relazione col pubblico, e quindi anche le ragioni del suo stare  in scena (e qui so che Marco Gobetti mi darebbe ampiamente ragione). 
Così ci sono andata. E ho fatto bene. Ma non è mia intenzione scrivervi la cronaca né farvi una recensione della performance. Vorrei solo limitarmi a condividere ciò che ha colpito me, e perché alla fine sono stata felice d'avervi partecipato.

Diana comincia lo spettacolo tirando sale - metafora della cocaina che va e viene attraverso la frontiera tra Stati Uniti e Messico, quella stessa ove uomini e soprattutto donne cadono come mosche ammazzati da polizia, trafficanti, mafiosi, e individui qualunque ormai così ai margini della propria umanità da assumere atteggiamenti bestiali nei confronti di altri esseri umani - e aprendo così a una riflessione da una parte su ciò che sta dietro le nostre scelte ("non vi dico di non tirare coca, ma d'essere consapevoli che quando lo fate state anche tirando un po' di respiro, di vita d'una persona che ora è morta"), dall'altra sui confini, sui limiti, sulle frontiere metaforiche che non si devono attraversare e oltrepassare perché tale atto ci porta "fuori dalla norma(lità)" e ci rende devianti, sbagliati, inaccettabili alla società.

"Tirare il respiro, la vita di altri esseri umani" - questo mi funzionava. Poche parole chiare e - nella loro semplicità - foriere d'un contenuto devastante.
Ho continuato a guardare, aghi, sangue, perdite mestruali. Certo, d'impatto per chi assiste a tali performance per la prima volta, molto meno per chi già è uso a tal tradizione o vi legge altre linee di fuga ancora, come nel mio caso. In pratica, questo tipo di comunicazione non funziona per me, sia perché certi contenuti li ho già acquisiti e superati, sia perché come le strategie di comunicazione adottate le identifico con un immaginario che nella mia concreta esperienza personale risale a 30 anni orsono (che a sua volta s'ispira a pratiche di 20-30 anni prima ancora).

Ma magari possono funzionare per altri spettatori di altra età, formazione e (in)consapevolezza e dar loro stimoli sui quali riflettere in merito alle perversioni di questa società delle quali siamo vittime e complici, e dei modi in cui potremmo cominciare a riflettervi criticamente sopra e provare a cambiarli a partire dalla nostra vita quotidiana.
Di fatto, il giovane che inizialmente ridacchiava nel vederla nuda, e la canzonava dalle ultime file mentre lei stava allestendo le strisce di sale-coca, cominciò a deglutire quando Diana pronunciò la frase sul tirare il respiro della vita altrui. E di lì cambiò modalità d'attenzione per il resto dello spettacolo.
Per tale ragione, della performance in sé, da quel momento in poi, vorrei evitare di raccontarvi - ve la vedrete voi, se ne avrete l'occasione, e ne ricaverete le vostre critiche e riflessioni, anche a livello di strategia comunicativa adottata.

Ma vorrei dirvi che ciò che ha fatto stare bene me è che anche in scena Diana parla con parole profonde, calme, salde, protettive e incoraggianti, e alle sue parole fa da supporto un corpo imperfetto - secondo i valori della normatività - ma accogliente come un abbraccio. Diana è, in pratica, una che ci crede sul serio e che sul serio ama con tutta se stessa, e che non ha paura d'essere generosa e darsi completamente allo spettatore per accompagnarlo a non avere paura.

Di qui la proposta d'un piccolo esorcismo collettivo - perché "non abbiamo bisogno di religione, ma abbiamo decisamente bisogno di magia" - in cui buttare tutto il dolore delle parole cattive con le quali siamo stati additati se/quando siamo usciti dalla norma, e cancellarlo, se possibile, accanto e con la complicità di altri nostri simili che ne hanno passate di analoghe.
Un esorcismo ateo senza artifici rituali new age, né fuffa di sorta, senza tanta 'scena' e senza troppe pretese, in cui, pur mantenendo lei uno sguardo lucido sino a alla fine, la sensazione rimanente nel pubblico è stata quella del venire portati a riconoscerci una volta di più simili nel dolore che abbiamo attraversato, e ad ascoltarci e comprenderci reciprocamente un po' di più come persone tra persone, senza muri e distinzioni (tanto care al potere che da queste trae giovamento) a separarci.

Se volete saperne di più, andate sul suo sito o leggete questa bella intervista qui.

18/04/14

Il serpente cremagliera - il prostituto - un bacio tra le lacrime

La cremagliera era un corpo animato che s'inerpicava con movimenti sinuosi verso la cima della collina della città. A ogni tornante si ribaltava su se stessa come un rettile, e poi continuava a strisciare. All'interno i passeggeri si tenevano stretti ai sedili rosso sangue, che s'illuminavano a ogni prenotazione di fermata.

Il ragazzo efebico scendeva e ad aspettarlo ansioso c'era un giovane, gay, ricco sfondato, su una sportiva decapottabile nera. Scendevo dietro di lui, e chiedevo d'unirmi a loro. La proposta accolta con indifferenza - a casa del ricco c'era posto, e lui neanche s'accorgeva di chi fosse presente o meno.

Mi sedevo sul tavolo, attenta a lasciar fuori dal bordo i piedi onde evitare di sporcarlo con le suole, e di lì vedevo il giovane efebico - che ora scoprivo prostituto lì convocato dal ricco - sospeso nell'aria fuori dalla finestra a diversi piani d'altezza, infradiciato sotto la pioggia.

Avvicinandomi, scorgevo che in realtà tutti camminavano sospesi nell'aria - tenuti su da qualche forza, energia, massa invisibile a me ignota e non disponibile. Gli chiesi perché stare lì fuori, al freddo, sotto la pioggia, e rispose "Lui vuole così, me l'ha ordinato".

Me ne andai, e trovai rifugio in un piccolo appartamento, abitato transitoriamente da studenti, da me e da un'amica che ivi neanche si fermava a dormire. Un arredamento semplice, moderatamente disordinato. Lei era sdraiata malamente per terra, e guardava notiziari di guerre in tv.

Mi ci avvicinai camminando carponi e pensando che non avevo mai fatto l'amore con una donna - non sapevo neanche come si facesse. Pensai alle cose che piacevano a me e mi dissi che sarebbe andato tutto bene. Quando la raggiunsi, lei al solito sorrise - altera quanto accogliente.

Ci guardammo negli occhi in silenzio, con l'indice le accarezzai il profilo del viso stanco, con la mano le strinsi il collo per avvicinarla a me. Il televisore snocciolava distante cronache tragiche, mentre noi scioglievamo in un bacio dolce le morti reali e metaforiche di chi avevamo amato.

15/04/14

Relazioni simmetriche e giochi a somma maggiore di zero



A me sembra davvero semplice.


Premessa 1.

I giochi a somma zero sono quelle situazioni in cui il guadagno o la perdita di un partecipante è perfettamente bilanciato da una perdita o un guadagno di un altro partecipante. Se alla somma totale dei guadagni dei partecipanti si sottrae la somma totale delle perdite, si ottiene zero.
Nei giochi a somma diversa da zero, non esiste un rapporto diretto tra vincite e perdite (si può vincere entrambi, si può perdere entrambi).

Premessa 2.

C'è chi è - o si ritiene essere (poco importa quale dei due: l'importante è il suo sentire rispetto alla propria esistenza) - completo in sé e c'è che invece cerca qualcun/-a altro/a per raggiungere tale condizione di completezza (anche solo come autopercezione e percezione del proprio vivere).



Svolgimento.

Nel caso di persone complete in sé, le relazioni potenziali che si instaureranno tra loro saranno simmetriche (tutti e due a pari 'livello' nella relazione, tutti e due nella più assoluta gratuità, tutti e due che si aiutano mutualmente/reciprocamente a essere/diventare ciò che lui/lei desidera - amore incondizionato, e felicità assoluta nel vedere l'altro felice in sé, non per ciò che si è fatto per lui/lei).

Tal tipo di relazione è quella che porta man mano le due persone a tirare sempre più in alto nella propria percezione di sé e dell'altro/a, nella sensazione di appagamento dell'anima ("el amor que vale la alegría, no la pena"), e nella gratificazione d'amare ed essere amati gratis, e non come saturazione d'una carenza.

Nel secondo caso le relazioni potenziali che si instaureranno saranno per lo più complementari, in quanto basate sulla carenza esperita da ciascuno dei due soggetti e colmata dalla presenza dell'altro/a (la situazione di carenza può essere solo d'uno dei due, oppure contemporanea: poco importa, il risultato è lo stesso).
In siffatta situazione, nascerà in automatico un problema di potere (esercitato dall'uno o dall'altra) in funzione della consapevolezza del proprio ruolo come di colui/colei che fa la differenza nel senso dell'esistenza dell'altro/a, e di qui richieste, solleciti, estorsioni, ricatti, mortificazioni di pezzi di sé, rinunce, sacrifici e infine sensi di colpa.
Perché se uno non è completo - o non si ritiene tale - in sé, non ha garanzia della propria sopravvivenza a meno che questa non annoveri la presenza dell'altro/a complementare all'individuo carente, e quindi si diventa ricattabili al costo del proprio medesimo stare in vita.


Risultato.

Dove il risultato della relazione di tipo complementare è la sopravvivenza e l'equilibrio (la stabilità), parliamo di giochi a somma zero (= sopravvivenza).
Dove l'equilibrio è la premessa e ciò che si provoca con la relazione simmetrica è una dimensione di 'squilibrio strutturale' - in questo caso verso il miglioramento di entrambi in parallelo - parliamo di giochi a somma diversa da zero (e, in questo caso, maggiore di questo).

Ovvero di vera e propria vita, come da riflessione di Jorge Wagensberg.


Corollari:
- Se uno/a completo/a in sé s'accoppia con una/o che invece cerca una relazione complementare, è semplicemente scemo.
- Se uno/a completo/a in sé tira a imporre a un/-a altro/a completo/a in sé un gioco a somma zero, beh... :-DDD

08/04/14

Eleonora Manca. Chrysalis Room







Tra le amicizie che diventano 'famiglia', annoverando diverse sorelle del mio cuore, negli ultimi mesi c'è Eleonora Manca, artista della quale vi ho già parlato per via delle raccomandazioni premurose che mi rivolge ogni volta che mi sa in partenza, e alla quale ho rubato le parole, in passato, per augurarvi ogni bene per l'anno nuovo.


Ora avete l'occasione di conoscerla un po' più da vicino attraverso la sua personale Chrysalis Room, aperta dal 10 aprile al 16 maggio 2014 presso la Galleria Paolo Tonin Arte contemporanea di Torino (via San Tommaso 6), il cui vernissage avrà luogo giovedì 10 aprile alle ore 19.


Il lavoro di Eleonora Manca - che prevede il ricorso a fotografia analogica e digitale così come a video e installazioni - esplora, indaga e approfondisce il tema della metamorfosi, con una modalità di ricerca che, nel mio sentire, riesce a tenere insieme tensioni abitualmente percepite come contraddittorie: l'apparente fragilità della sua figura di contro all'energia della stessa quale/quando emerge nelle immagini fotografiche, l'urgenza del raggiungimento d'una soluzione (un proprio 'situarsi nel mondo') e la calma necessaria affinché tale cambiamento e presenza (quando raggiunti) siano strutturali, l'indistinzione delle estremità del suo corpo che rimangono nello sfondo lattiginoso dello spazio e la solidità in altri momenti di ossa e pelle i cui contorni sembrano ridisegnati nettamente per scartarli da quello.


La prima volta in cui mi raccontò delle diverse prospettive che stava percorrendo per riflettere sulla 'trasformazione' attraverso la sofferenza, la prima sensazione che mi venne in mente fu quella di forza. Eppure c'erano anche una grazia e una leggerezza incantevoli nelle sue immagini.
Ora che la conosco un po' di più, forse anche io riesco a tenere insieme pezzi apparentemente contraddittori nelle sensazioni che mi provoca il suo lavoro.

Forza e leggerezza insieme, per me, danno 'tensione' - quella tensione caparbia verso il rendere la propria persona presente, nella sua solida completezza, attraverso un lavoro lungo e impegnativo consistente in slanci improvvisi d'apertura seguiti da immediati ripiegamenti su di sé, in contorsioni attraverso le quali cercare di sgusciare fuori da abiti logori come in squarci ad aprire varchi nella propria pelle e nello spazio.

La metamorfosi è questo: uscire dalla corazza della propria vecchia pelle morta per espandersi nello spazio in tutta la possibile completezza e armonia come organismi compiutamente vivi.

Per tutte queste ragioni vi invito ad andare a visitare la sua mostra. Fatevi del bene, lasciatevene ispirare: è delle nostre vite che ci parla Eleonora, mentre ci parla della sua :-)


07/04/14

C'era una amica - e ora voglio solo fare meglio ciò che già faccio

 







C'era una amica con la quale ero quasi sempre sulla medesima lunghezza d'onda - dalla concezione della vita, alle questioni economiche, da ciò che sentivamo essere 'famiglia' all'acume nell'analizzare politica e società.

C'era una amica appassionata delle cose che scrivevo, che mi incoraggiava e sosteneva, che non perdeva mai occasione di farmi complimenti quando sentiva che nelle mie parole avrebbero potuto risuonare le sue.

C'era una amica che aveva sofferto molto nella vita, e che ha sofferto ancora di più in questi ultimi anni. La vita è un'ingiustizia - ci dicevamo - e per questo, ovvero per amore, avevamo deciso di non condannare nessuno a doverla sperimentare e a dovercisi misurare.

Stamane ho attraversato un ponte, mentre il buio della notte stava lasciando spazio alla luce, e sono passata a lato d'un filare di glicini che riempivano l'aria del loro profumo buono.
E ho pensato che fosse un peccato che non avesse messo un esercito di marmocchi al mondo, che l'avrebbero invaso e conquistato con azioni indomite di lotta e difesa dei deboli dalle ingiustizie, per l'ambiente in cui viviamo, per la solidarietà tra gli esseri umani, per quell'ideale di 'comunità' luminosa e felice che condividevo con lei.

E m'è venuta voglia di fare ancora meglio ciò che ho scelto di fare per me e per gli altri nella mia vita - con impegno ancora maggiore, con passione ancora più intensa.

31/03/14

Bulimica di vita /4

 

Che tristezza chi sempre piu' mi critica perche' sostiene che io sia 'fastidiosa' nella mia periodica sofferenza, e che dovrei limitarmi in questa e nella sua espressione perche' sarebbe da maleducati mostrarla.
Marilyn aveva commentato l'unica cosa commentabile in merito, e io sono con lei.

Quindi eccoci qui con la periodica giostra bulimica di esperienze appassionate e felici che ho vissuto in queste settimane! Che arrivino, da queste mie, intense ispirazioni anche a voi per le vostre vite! :-)

Cucina greca, la Ruhr e le miniere di carbone, musei d'antropologia, Das neue Deutschland – von Migration und Vielfalt, crociera 'low-cost' (= traghetti del trasporto urbano) sull'Elba, Hamburg, camminate infinite, Benvenuti al sud, luna park, ukulele e kalimba, couchsurfing, braccialetti bulgari, weissbier, Blick ins Paradies, mostre fotografiche sui Circassi, statue minkisi, cucina spagnola, depositi e societa' marittime dei mari del nord, perline praghesi poi navajo, s-bahn panoramiche su paesaggi urbani industriali, rakia (connecting people!), Berlin, fiumi e canali, Leipzig, vecchi amici, Dresden, casa dalle grondaie che suonano, Muenchen, Heidelberg, musica punk al Backstage München, melanzane alla parmigiana, Bremen, Bochum, brezeln e cucina tedesca.

Io sono ricca quanto piu' riempio i miei occhi di immagini del creativo agire e vivere umano, e la mia memoria di appassionanti, solari, luminose esperienze :-)
Poveri coloro che hanno scelto il quieto vivere - come un pianoforte che suona solo un'ottava.

22/03/14

Quelle perline di vetro che attraversavano il mondo...

Sto visitando un museo d'antropologia ogni due giorni, con una media di sei ore e 200 fotografie in ciascuno (non sono normale, lo so). E tra appunti, ostelli, e incontri in ogni luogo con amici deliziosi non ho materialmente tempo di scrivere. Ma stamane Cinciarella m'ha quasi estorto questo piccolo post per parlarvi d'una cosa che m'ha sempre incantato e ch'e' praticamente sconosciuta.

In sintesi, volevo solo rendervi edotti del fatto che le perline di vetro - proprio quelle che associamo alla cultura materiale dei nativi americani (tra i quali Navajo, Sioux, Lakota) e che consideriamo senza ombra di dubbio distintive della loro cultura - non sono di produzione autoctona, ne' di introduzione culturale recente, ma frutto degli scambi nativi-europei gia' dal XVI secolo.
Incredibile, nevvero? :-)

Essi davano beni del territorio ai commercianti europei che si spingevano sin nelle loro terre, e ne ricavavano in cambio perline prodotte in manifatture di Praga o - quelle piu' preziose ancora - addirittura da Venezia, gia' famosa all'epoca per la soffiatura del vetro con le quali poi ornavano i vestiti, le giacche e i mocassini con i quali sono divenuti famosi e conosciuti in tutto il mondo.

A me queste storie che prevedono contatti interculturali cosi' antichi fanno impazzire.
Le seguenti immagini sono esempi di tal produzione, dai musei di Monaco, Lipsia e Berlino.
Buona giornata a voi! :-)







18/03/14

La casa che suona con la pioggia

Ospite da una coppia di Dresda nella Neustadt, lei mi manda a fare una passeggiata nell'attesa di liberarsi dal lavoro, e mi segna sulla mappa le cose da vedere. Tra queste un cortile - o meglio un passaggio - tra due vie dove si trovano laboratori artistici e negozietti d'artigianato e gioielleria. E io vado, mentre il sole sta piano tramontando, sempre in attesa curiosa di lasciarmi incantare.

Entro nel cortile, e comincio a guardare i laboratori. Mentre passeggio, mi rendo conto d'essere dentro l'inquadratura di due rubiconde anziane tedesche. Istintivamente mi faccio da parte, e mi giro per vedere cosa stiano fotografando. E vedo questa:






Avevo visto parecchie immagini della Casa che suona con la pioggia, opera di un pazzo architetto con un grande senso dell'ironia e anche della bellezza, perche' e' geniale e meravigliosa l'idea di sfruttare un evento naturale per creare musica che riempia i cuori di tutti coloro che l'ascolteranno. 


Purtroppo non ho potuto sentirne la melodia, perche' non piove in questi giorni, ma il colpo d'occhio e' meraviglioso, e online troviamo altre informazioni.
Vi invito a leggere qui.

Vado, il mio viaggio prosegue. Statemi bene :-)


07/03/14

Così, senza ragione (la bellezza stralunata della nostra umanità)

Fatemi una colletta, un benefit, un crowdfunding - fate qualsiasi cosa! - ma aiutatemi a mettere insieme quanto mi serve per comprare una kalimba (o m'bira che dir si voglia) affinché quando mi ritroverò in situazioni meravigliose come questa - in cui l'umanità si disvela in tutta la sua folle e gratuita bellezza - possa mettermi lì a strimpellare con loro!!! :-D


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