18/10/14

"Essere amore"














Niente, non ce la faccio: a me quando sento che qualcuno dice di "volermi bene" viene un attacco d'orticaria. Anche quando mi dice che mi vuole "molto bene".

Perché in ogni caso rimane un sentimento tiepidino, con l'aggravante che - se pur si riferisce al concetto del 'mio' bene (e non di chi lo prova nei miei confronti) quindi anche a qualcosa che può essere diverso da come lo concepisce il parlante - ha quel verbo 'voglio' che non è auto-, bensì eteroriflessivo: e io - animaletto isterico sempre terrorizzato e infastidito che qualcuno entri nel suo spazio personale - subito mi giro e reagisco con urla quali "ma chi credi di essere? come ti permetti? chi ti ha chiesto qualcosa?" per concludere con "fatti i fatti tuoi e stà fuori dalla mia vita".
Ovvero d'istinto interpreto tal sentire come tentativo d'esercizio di volontà altrui su di me, provo la sensazione di soffocamento.
Troppo, dite? Forse. In ogni caso io la sento e la vedo così da molti anni. E quindi detesto quell'espressione.

A me piace invece il verbo "amare". Mi piace tanto!

"Amare" definisce uno stato dell'essere del soggetto: vivo di desiderio, appassionato, vibrante, luminoso in sé, indipendentemente dalle risposte dell'oggetto del nostro amore.
Non diventiamo bellissimi di luce che risplende dall'interno dei nostri corpi quando siamo innamorati?
Non emaniamo calore, dolcezza, solidarietà, gentilezza verso i nostri simili quando proviamo quel sentimento?

Per tal ragione - per questo suo essere (in) movimento all'interno del nostro corpo, dei nostri cuori, della nostra mente - l'amore è quindi pure caldo. Ed emana calore.
Pura energia, si irradia verso l'esterno e l'alterità, ma non ha bisogno d'esercitare (nel mio pensiero, ché so bene che oggigiorno la sua concezione è opposta a questa che descrivo, e l'amore viene scelleratamente utilizzato come alibi/scusa per gravissimi crimini) alcuna pressione su questa.
Rileggete il significato della parola amante, e immergetevi in questa bellezza così assoluta!

"Amare" non ha misura - esiste o non esiste, ma non ve ne sono 'gradi' di intensità. Si ama o non si ama.
E investe tutto - irradiando calore, luce ed energia, come il sole.
Di qui
- fa vivere chi lo prova e coloro che gli stanno intorno,
- cura se stesso come contemporaneamente il mondo esterno,
- dona vita perché è vita in sé.

E davvero voglio sottolineare non l'idea del "provare amore" ma dell'essere amore.
Se si è amore, non c'è bisogno di niente. Sì è, e di qui si fa.
Si va verso l'esterno, ci si espone alle intemperie, si sta in ripari di fortuna e condivisi senza serrature, si caccia e condivide il cibo senza obblighi, si curano i compagni feriti e si fa l'amore per amore.

Quindi io ti amo - che tu sia mio/a amico/a, padre/madre, compagno/a, amante. Non c'è differenza nel mio "essere per te" in base a chi tu, che mi stai vicino/a, sia: da quando sei entrato/a nel raggio d'azione di questo sole, a te sono garantiti calore, luce ed energia (sebbene tu non possa obbligarmi a declinare tale sentimento secondo le tue necessità - ma possa usarlo una volta che ti raggiunge per farti del bene come tu desideri - e ti ci possa sempre sottrarre, in qualsiasi istante).
 
 

Una virgola cambia la vita!

Nutro un grande amore per le lingue - no, non in quel senso, maliziosi! - e appena ne ho l'occasione cerco di praticare quelle conosciute o impararne di nuove. Allo stesso modo apprezzo chi si esprime bene nella nostra lingua, ovvero quella italiana. Qui, a parte non prendere neanche in considerazione chi la storpia con abbreviazioni simil codice fiscale, trovo vi sia di recente una totale mancanza d'attenzione all'uso della punteggiatura - quasi il testo venisse scritto tutto d'un fiato alla Joyce per poi tirarvi sopra una manciata di virgole, punti e due punti che si vanno a posizionare a casaccio lì dove il tiro esaurisce la sua forza.

Come me l'hanno pensata evidentemente anche quelli di Radio3, che in questi giorni hanno promosso la campagna della "giornata programmatica" pubblicando le seguenti immagini online: buona lettura (e ispirazione).


09/10/14

Cresta i(dil)liaca



Come forse saprete, sto scrivendo una cosuccia appassionante con quella geniaccia del male (e della favella italiana) che è Dama Daino, e tra le varie cose che abbiamo buttato giù vi è la definizione del punto che entrambe troviamo più eccitante nel corpo maschile, ovvero la cresta iliaca (che non a caso la mia amica Cinciarella ha ribattezzato 'idilliaca').


Visto che però - come si dice qui in Piemonte - "non tutti i gusti sono alla menta", rigiro la domanda d'un amico su analogie e differenze rispetto alla percezione femminile e maschile del corpo dell'altro/a e vi chiedo: sono solo le femmine (limitatamente a quelle volitive e svergognate come noi!) ad avere gli occhi che brillano nel pensarla, oppure anche alcuni tra voi uomini provano tal passione per questa parte del corpo in una donna? :-)

Quella che segue è la mia definizione...

CRESTA ILIACA loc. nom.
Definizione. Margine superiore dell'ilio, a sua volta parte superiore delle tre che compongono l'osso iliaco.

“Qual è il primo dettaglio che guardi in un corpo maschile?” – chiede.
“La cresta iliaca” – rispondo convinta.
“Che cosa???”.
I più neanche sanno cosa sia. Gli altri rimangono perplessi.
Tsk tsk – datemi retta, scettici: quella è la parte più eccitante e appassionante d'un uomo!


La comincio a scrutare attraverso camicie, maglie e pantaloni – ché per il mio animo inquisitivo da ricercatrice è una sfida ipotizzare da pochi segni celati dai vestiti le forme, l'ampiezza, la resistenza delle ossa del bacino del mio soggetto, e quanta carne potenzialmente le avvolge.
Di lì cerco conferma – l'occhio ormai allenato a interpretare le pieghe del tessuto che ricopre il corpo in quel punto e verificare l'avvallamento libero da grasso di libagioni eccessive, gonfiore di alcool a dismisura o, al contrario, massa muscolare eccessivamente coltivata – tutti ostacoli che m'impedirebbero di godere l'incantevole visione della bramata sporgenza.

S'egli è così come mi attrae e diventerà il mio amato, certo lo svestirò sfiorandogliela con le dita, ma attenderò – mi prenderò tutto il tempo – e poi indugerò nell'apprezzare il colore della pelle nuda che la circonda e il suo avvallamento interno, tagliati entrambi a metà da pantaloni e cintura.
La mia testa reclinerà di lato.
S'insinuerà nel vuoto dove scorreranno le dita.
Slaccerò la cinghia, aprirò i calzoni, libererò il bacino.
E poi appoggerò il viso sulla sua pancia come fosse un cuscino, la mano salda sulla sporgenza ossea per non rischiare di perderla, e il respiro che s'allinea al suo trovando finalmente – gli occhi chiusi – pace
[solo per un po' ovviamente, che – ça va sans dire – in quella fossa protetta dalla cresta i(dil)liaca v'è una preziosa, dolce promessa ad attendermi].

06/10/14

I nazisti dell'Illinois stanno con le sentinelle

Il falso nazista dell'Illinois (il cui tumblr è madonnaliberaprofessionista.tumblr.com/ ) contro le sentinelle in piedi a quanto pare è stato denunciato per apologia del fascismo e quindi cerca avvocato in gamba disposto a difenderlo gratuitamente! Nel caso possiate aiutarlo, contattatelo lì.

*****

Un genio, un maledetto genio, il ragazzo che ieri a Bergamo s'è vestito da nazista dell'Illinois citando così i Blues Brothers - con simbolo sul braccio che riprende quello di Charlie Chaplin ne Il grande dittatore e cartello ai piedi recante la scritta "I nazisti dell'Illinois stanno con le sentinelle" - e s'è affiancato alle tragiche sentinelle in piedi fingendo di leggere il Mein Kampf!


Questa la citazione, per quei pochissimi (spero!) tra voi che non la conoscessero...



Il riferimento è chiaramente ironico e di rara intelligenza, eppure il giovane s'è assurdamente beccato una denuncia per apologia del fascismo, di contro alle sentinelle che stanno manifestando
- in evidente violazione dei diritti umani, così come della nostra stessa Costituzione,
- che non conoscono neanche le basi della loro stessa preghiera cristiana per le quali si prega pro-qualcosa e non contro-qualcosa,
che (come da più testimonianze fotografiche a dimostrare che tenevano il libro al contrario) fanno finta di leggere
e infine sono la perfetta dimostrazione dell'esatto contrario dei loro timori: ovvero che non è detto che da genitori gay nascano figli gay, tant'è che da genitori intelligenti potrebbero essere nate loro...

Tutto ciò - ne avessimo ancora avuto bisogno - a illustrare per l'ennesima volta l'agghiacciante deriva culturale e intellettiva in cui versa ormai il nostro paese. Dove le persone sensate sono destinate a venire sopraffatte (a dimostrazione della correttezza della teoria di Darwin quanto purtroppo del nostro fraintendimento in merito) così che - se non è detto che una risata seppellirà costoro (anzi, vista l'ignoranza dilangante non c'è da essere ottimisti) - l'ironia potrà almeno farci sopravvivere ancora un po' davanti a questa nostra devastante consapevolezza...

PS. Mi viene segnalato da ganfione che il ragazzo è l'autore del tumblr madonnaliberaprofessionista che merita decisamente di venire seguito ;-)

04/10/14

La formula della felicità





Quando ero piccola, in famiglia si giocava a Carriere. Questo gioco da tavolo consisteva nel completare un percorso riuscendo a realizzare la personale formula della felicità che ciascun giocatore segnava su un foglietto all'inizio della partita, e che era data da percentuali diverse di denaro (simboleggiato dal dollaro, se non ricordo male), realizzazione professionale (simboleggiata da una stellina e sentimenti (simboleggiati da un cuore) per raggiungere il totale di 100.
Ieri sera parlavo con una cara amica, che si preoccupava del fatto che in questo momento difficile della sua esistenza io le stessi accanto, e quindi sottraessi un po' di tempo ad altre cose per me magari prioritarie - visto che la dura vita del free-lance prevede che non si molli mai, e sempre sempre sempre si stia lavorando nella speranza che la propria situazione professionale ed economica migliori.

E a me è rivenuto in mente il gioco delle Carriere. Così le ho spiegato la ragione per cui, al contrario, ero ben felice di passare del tempo in sua compagnia, e - potessi - ne passere di più in compagnia dei miei amati amici. Il fatto è che sono una persona abbastanza serena e felice, malgrado la mia testa (ma di questa stavolta non parliamo). E ci sono arrivata perché - vedendo come va questo mondo - ho smesso di illudermi che con il mio impegno io possa decidere del mio destino, o che vi sia una corrispondenza tra la mia dedizione in ciò che faccio e la risposta che ne ottengo. Consapevole di questo, e che viviamo in mezzo a cialtroni dove invece la gente seria viene soffocata e annientata, mi sono detta che io volevo vivere - ovvero non farmi uccidere - e possibilmente senza frustrazioni. E che quindi avrei mollato un po' da una parte e ne avrei rafforzate altre.

In pratica, ho riscritto la mia formula della felicità che così è diventata:
- 40% di soddisfazione personale+professionale (data dalla scrittura, dalla fotografia, dal teatro, dalla produzione artistica)
- 20% di denaro (giusto per sopravvivere, nulla di più, attraverso lavori o di cui non mi importa nulla che neanche segnerò mai in CV, o di lavori fatti dignitosamente e che mi diano pure un po' di soddisfazione malgrado non siano in grandi istituzioni che alla fine sfruttano disumanamente una persona dietro la maschera del prestigio che le offrirebbero)
- 40% di affetti personali (gli amici che sono la mia famiglia vera e propria - quella che mi sono scelta io per la vita - con i quali condivido tempo, cibo, risate, parole e sentimenti in modo totale, superando in tal modo addirittura il bisogno di una relazione di coppia per trovare rimedio, qualora lo provassi, all'eventuale sofferenza data dalla solitudine).

Voi avete scritto la vostra formula? E state riuscendo a realizzarla? :-)


30/09/14

Desiderio e concatenamenti










DESIDERIO


desiderio s. m. [dal lat. desiderium, der. di desiderare, “desiderare”].
Definizione comune. Sentimento intenso che spinge a cercare il possesso, il conseguimento o l’attuazione di quanto possa appagare un proprio bisogno fisico o spirituale.


La parola “desiderio” ha un'etimologia che è un'esplosione di intensità, luce, e corrispondenza di materia e spirito come non ve ne sono di eguali! Essa significa “che discende [de] dal cielo stellato [sidus ,-eris]”, dove a sua volta quest'ultimo termine già sottintendeva l'idea di “relazionarsi al divino” che si esprimeva nella radice indoeuropea sid – ovvero “legarsi [si] alla luce [d]”. La ricerca di congiungimento con il cielo stellato – sede della divinità vedica più antica, Váruṇa – è espressa nella consonante indoeuropea s, che nella lingua inglese dà origine a wish (“desiderare”).
Riuscite a immaginare un flusso d'energia più sensuale?

Nella concezione del desiderio di Deleuze e Guattari (Anti-Edipo, 1972) ritroviamo qualcosa di simile. La loro critica si rivolgeva al fatto che nella psicanalisi s'è sempre parlato di questo argomento in modo astratto, isolando qualcosa che si supponeva essere l'oggetto del desiderio. Ma le cose non stanno così!
Il desiderio è sempre concreto, e al di qua della distinzione tra soggetto e oggetto. Ovvero si desidera sempre un insieme – qualcosa che si mette in relazione con un contesto (quello del soggetto che desidera, come quello dell'oggetto che è desiderato e che si intravede al di là dell'oggetto in sé), qualcosa che si mette in un contesto.

Desiderare è allora costruire un concatenamento, costruire (in) un insieme. Ovvero non vi è desiderio che non scorra in un concatenamento. “La filosofia del desiderio consisteva unicamente nel dire alla gente: non andate a farvi psicoanalizzare, non interpretate mai, sperimentate concatenamenti, cercate quelli che più vi si addicono” (Abecedario di Gilles Deleuze, 1988).

24/09/14

Le luci di Madrid [racconto]

Su accorata insistenza di quegli amici cari che l'hanno letto e che insistono con parole intense, profonde e meravigliose che lo faccia, rendo pubblico un racconto che è ancora una ferita aperta per me e per chi me l'ha ispirato. Con la consapevolezza che comunque nella vita tutto scorre, e che anche rapporti come questi un giorno diventeranno immagini evanescenti di quella 'nostalgia della bellezza' che chiamiamo malinconia.
Buona lettura.


Le luci di Madrid

 

“mi ritrovo sempre confuso e impegolato a correre
da una stella cadente all’altra finché non precipito.”
– Jack Kerouac



Mi prendesti per mano all'istante, al primo scossone, sapendo che sono inquieta quando non guido io (ma un aereo no, non lo so proprio pilotare: devo per forza fare un atto di fiducia nei confronti del pilota e della compagnia). E di lì sentii subito che non me ne importava più nulla di ciò che sarebbe capitato – a me, a te, a noi, a quell'aereo e a quel volo.
In un'ora ti vidi cambiare i lineamenti, l'espressione, il colore del viso, e il modo impacciato in cui abitualmente ti muovevi divenne fluido e sicuro. Non lasciasti più la mia mano, anche se in futuro mi avresti sfinito chiedendomi il permesso di stringermela, ogni volta, cui io puntualmente rispondevo: “Se vuoi una cosa, falla, poi al limite io la rifiuto, tu capirai che non mi va e non la farai più”.

“Usciamo, ti faccio conoscere la mia Madrid!” proponesti entusiasta. E io sorrisi, ché se la persona che amo, reincontrata casualmente dopo vent'anni, mi rivolge un invito del genere, indosso la gonna e la maglia più leggere, scarponcini comodi, e combatto qualsiasi problema di salute pur di resistere il più a lungo possibile nel movimento.
Mi abbracciasti alla vita e, contrariamente a quanto mi sarei aspettata dall'uomo controllato e impacciato che conoscevo e che pur c'era in te, cominciasti a cantare di pura gioia un'opera a me sconosciuta. Riempivi la strada con la tua voce – quella voce potente che non avevi più usato per esprimere in musica ciò che provava il tuo cuore, castrato dalle regole imposte dalla controparte che t'aveva salvato la vita con la sua presenza – e io quasi temevo tutta quella spontaneità mentre stavo vedendo la bellezza luminosa della tua anima esplodere.

Madrid è una serie continua di salite e discese, e più volte mi sarei ritrovata a provare profonda compassione per i ciclisti che osservavo con desiderio e invidia salire sino a Puerta del Sol passando sotto il cavalcavia di Calle Segovia. Anche noi ci passammo sotto, e camminavo tenendo il tuo passo lungo e veloce da montagna, non sentendo fatica né dolore alcuno – io che da mesi zoppicavo ogni volta che mangiavo qualcosa a causa dell'infiammazione cronica al colon.
I quartieri di La Latina e di Manasaña, nella notte, erano luminosissimi. Bar chiassosi e scintillanti, gente ubriaca distesa per strada, prostitute a perdita d'occhio, studenti, musicisti, risate ed echi di risate. Gente, tanta gente appassionata impegnata in conversazioni animate a voce altissima intercalate dai “tio”, “hombre”, “mujer”, “nena” assolutamente inutili quanto continui.
Sorpassammo tutti in velocità – senza mai fermarci, senza mai cambiare passo, le gambe parallele, le braccia a disegnarci un incrocio simmetrico sulle reciproche schiene – evitando gli ostacoli come danzando. “Accidenti, certo che pure tu cammini!” – mi dicesti al ritorno dopo ore di felicità a questo ritmo.

Avremmo dovuto camminare insieme così vent'anni fa, quando invece ti rifiutai.
“Se t'avessi stimato in base a quanto t'amavo, non mi sarei sentita abbastanza per te. Eri troppo, e io mi sentivo troppo poco per te. Ma avevo anche una brutta sensazione, quella che tu cercassi una donna qualunque, pur d'avere qualcuna a fianco che ti salvasse, e io non sopportavo d'essere una qualunque”.
“Non saresti stata una qualunque. E comunque avresti potuto almeno provarci” – mi rispondesti pieno di rancore.
“Eh, ma io all'epoca ero molto più dura e stronza”.
“Infatti mi gettasti tra le braccia di quella tua amica, con cui comunque non durò”.
“Amica... conoscente più che altro. Adesso te lo posso dire: pensai alla persona più opposta a me che conoscessi. Alla più scaltra, opportunista, calcolatrice e materialista... Era un esperimento. Se fossi andato con lei, era perché volevi una donna in generale, non necessariamente me. E infatti tu ci andasti”.
“... Non ho mai tradito mia moglie in questi sedici anni. Poi sei arrivata tu... Non saresti stata una qualunque...” – ribadisti confuso con quella malinconia che ci è così cara.

Tutte le nostre vite sono come onde di mare che s'infrangono contro la battigia, poi si ritraggono confuse nella risacca, si mescolano con altra acqua venuta da chissà dove, si riempiono di nuovo, e di nuovo si rifrangono sulla battigia per tornare un'altra volta indietro.
All'epoca avevi coraggio, e le tremende delusioni che avresti poi dovuto fronteggiare non t'avevano ancora portato a decidere di silenziarti pur di sopportare la crudeltà di questo mondo, che non dava spazio a quelli come te e me. Amavi e conoscevi profondamente Artaud, mentre io, da parte mia, ho sempre amato le donne che facevano impazzire uomini geniali e sensibilissimi come te: danzatrici, prostitute, alcoliste, artiste – parimenti devastate ed estreme nel loro sentire. Era il nostro ideale romantico di ventenni delle relazioni uomo-donna, che ci è rimasto dentro – sebbene tu abbia percepito il passare del tempo e te ne sia immerso, mentre io sia rimasta immutata, in un eterno presente confermato dalla ricorsività degli eventi e dei personaggi di cui è costellata la mia esistenza.
Nulla cambia realmente, per me, da un certo punto in poi della vita. “Un po' come siamo ancora adesso” – mi leggesti nel pensiero.

“Bene, uno in meno della cui sofferenza preoccuparmi, qualora mi accadesse qualcosa” – commentai amareggiata, ma sollevata, alla notizia del ri-fidanzamento del mio ex. Un lasciapassare in più perché mi accadesse qualcosa e un lasciapassare per andare a letto con a te, perché a questo punto, nella mia testa, ero libera.
“Non ti togliere i braccialetti, ché il rumore che fanno è ipnotico”. Ti guardai incuriosita. Quali altri desideri mi avresti aperto di lì in poi? Facemmo l'amore e riconobbi il tuo corpo risvegliarsi dal torpore di anni. Sono sveglia in queste cosa, sai? Avevi poco da mascherare con falsi racconti l'atrofia in cui eri caduto. Atrofia di cuore, atrofia di pensiero, atrofia ovunque. Così come la tua pelle parlava per te. Non fu un caso che ebbi io stessa quattro attacchi devastanti di orticaria – assumendo sul mio corpo le malattie dell'uomo che amavo, come per 'simpatia', durante la nostra storia.

“Hai unghie lunghe, e affilate...”. Ti vidi scintillare gli occhi. In questi giochi innocui ci sto – non mi chiedono alcun impegno e non mi danno alcuna inquietudine. Girovagai per la città mentre eri al lavoro, e trovai un negozietto misero con belle donne orientali che – mentre mi insegnavano parole in spagnolo nel tentativo di fare conversazione – mi trasformarono le dita in coltelli con cui darti ciò che desideravi.
Il dolore è un piacere, inutile rivangare l'infinita retorica filosofica ed estetica in merito che ben conosciamo: farsi incidere profondamente la pelle, vedere uscire il sangue, riguardarsi allo specchio i segni nei giorni successivi, ripensare alle sensazioni provate è un gioco facile per sentirsi ancora vivi – per sentire che la vita non ti è passata addosso malgrado la tua incapacità di goderla pienamente giorno per giorno, quando uno si convince al contrario che la sola possibilità, per noi esseri umani, è quella di orientarla giusto secondo linee molto generali.
Tu avresti fatto impazzire Artaud, ti avrebbe amato tantissimo” – mi dicesti traboccante d'incanto.
“Probabile, ma poi impazzì comunque... in ogni caso, con me, alla fine si sarebbe salvato” – pensai.

“Recupera Bajarse al moro, con Banderas, è uno dei primi film che ha fatto, negli anni '80. C'è Madrid come l'ho conosciuta io... Magari ce lo vediamo stasera”. Diligentemente andai in biblioteca e lo presi. Poi comprai del Ribera del Duero, formaggi, pane integrale, e tutto ciò con cui mi preoccupavo di nutrirti facendoti godere nuovamente di ciò che mangiavi – tu che avevi annullato la sensorialità perché altrimenti avresti 'sentito troppo' e non saresti stato in grado di sopravviverla.
Quella sera prendesti la mia macchina fotografica e mi scattasti la sola immagine che ho di un anno di vita insieme. Stavo appoggiata di schiena alla ringhiera del balcone di casa tua, e dietro di me che ti sorridevo era il profilo dei tetti al tramonto, quando infinite luci cominciavano ad accendersi in quella che tu ripetevi così di frequente essere la città più immensa e bella che avessi mai visto.
“Baciare te è come baciare una donna” – ti dissi.
“Ah sì? Perché, hai baciato delle donne?”.
“Sì, e mi piace molto di più che baciare gli uomini. Le donne hanno labbra morbide, e i loro baci sono dolci. Baciare te mi dà la stessa sensazione del baciare una donna”.

Lavapiés era un quartiere 'di frontiera' – nel film come nella realtà odierna – e continuamente, da una parte all'altra delle varie inquadrature, rotolavano ruote rubate alle auto lungo la discesa della strada principale. Sullo sfondo di ogni scena, i ladri cercavano di rivenderle e sbarcare così il lunario in mezzo a ricettatori, spacciatori, e tossici d'ogni sorta. “Io quella Madrid l'ho ancora vissuta, era proprio così” – dicevi.
La 'nostra' Madrid. La nostra decadente Madrid, che stava di nuovo morendo nel ricordo malinconico della movida – dei suoi suoi lustrini e delle sue luci, delle sue folli parate queer e di tutta l'esplosione di vita dopo decenni di regime franchista.
“Questa città mi riporta sempre in equilibrio. Arrivo malata, devastata, piangendo, meditando di suicidarmi, e la città e la sua gente mi dicono che è normale sentirsi così, non è essere estremi, che questa è la vita, ed è tutto ok, andrà tutto bene: “Aqui està tu caña, nena”, e un sorriso”.
“Sì, anche per me è così... Oppure guardo la vita degli altri, di quelli che la vivono in prima persona, e tanto mi basta”.

I giorni, le settimane, i mesi passarono lavorando entrambi, un po' vivendo separati, un po' insieme. Le mie ricerche mi portavano per musei e mostre di Madrid, che amavo sempre più ripercorrendone la storia e l'energia d'un tempo, mentre tu dal tuo ufficio mi chiamavi per controllare che andasse tutto bene e che me la stessi godendo. Oh sì che me la stavo godendo, me la stavo godendo un mondo!
Mi portasti nei ristoranti più genuini e semplici – sapendo che io odio i posti che sono tutta scena e niente sostanza (ma quelle poche volte che andammo in quelli lussuosi scelti da te fu uno spettacolo comunque, come il ristorante valenciano in cui il cameriere divenne nostro complice bevendo dal porron lui stesso per mostrarci come si faceva) – e mi facesti scoprire la musica barocca vedendomi commuovere in ascolto di Jordi Savall.
“Tornando in metropolitana c'era una ragazza che era esattamente come le donne che dici che piacciono a te” – mi raccontasti un giorno – “L'ho guardata tutto il tempo pensando che avrei voluto chiederle di venire da noi stasera, avrei voluto regalartela... Poi non ne ho avuto il coraggio...”.

“E adesso?” – ti chiesi abbracciati a letto, mentre passavi la mano sul profilo del mio corpo.
“Adesso ho qualcuno di cui occuparmi ogni giorno. Anche se, di tanto in tanto, al mattino mi sveglio e ho l'impulso a buttarmi giù dal balcone... Poi non lo faccio... E tu?”.
“Io ho solo più una persona per cui non lo faccio ancora...”.
Uscimmo sulla terrazza, e appoggiati alla ringhiera guardammo alternativamente la città e il marciapiede.
“Lo sai che, se fossi al tuo fianco, sarei la tua più forte alleata, vero?”.
“Sì, lo so. Ma se ci penso ne ho paura, e non ci voglio credere. Un giorno te ne potresti andare”.
“Non lo farei, e non prometto cose che non mantengo”.
“Tu sei una indipendente, che arriva, stravolge le vite altrui, e sicuramente con te non mi annoierei mai. Sarebbe una sfida continua tra noi, veramente appassionante. Ma... non ti lasceresti guidare. Non dipenderesti da me. Quindi prima o poi potresti andartene...”.

Per un po' di tempo accarezzammo il sogno di scrivere qualcosa insieme sul tema del corpo. Ti avevo dato un libro che amavo molto – Il sapore del mondo – un testo comparativo di antropologia sulla sensorialità umana attraverso racconti etnografici, così come attraverso l'arte e la letteratura occidentale. L'autore era lo stesso di quella Passione per il rischio di cui anche avevamo parlato, e che una settimana dopo avevo casualmente trovato usato in una bancarella di Porto. Già, in una delle mie tante fughe – a Barcellona, a Siviglia, a Murcia, a Lisbona – per tentare di allontanarmi da te e da Madrid.
Quel libro fu la perdita più dolorosa, per me, quando distruggemmo il rapporto tra noi, insieme alla stima e al rispetto reciproco. Lo cercai in ogni libreria e remainder, dallo stesso editore dove risultò fuori catalogo, sin quando alla fine m'arresi e pensai rabbiosa che non dovevi tenerlo tu – non lo meritavi, avendo rinunciato a 'sentire'.

Ti chiamai, concordammo che me l'avresti lasciato in una biblioteca dove potevo passare a recuperarlo, e ascoltai mezz'ora di tuoi accorati consigli ed esortazioni per il mio lavoro prima di chiudere con un asettico “ciao” cui fece seguito la tua timida richiesta.
“Posso telefonarti in futuro, ogni tanto, solo per sapere come stai?”.
D'istinto, tornata a me stessa nell'arco di mesi, risposi dura: “Fai quello che vuoi, con me sei libero”.
Poi ripensai al balcone e aggiunsi: “Però, prima di buttarti, chiamami...”.

17/09/14

Ornamenti ed eros ;-)

"Non ti togliere i braccialetti, ché il rumore che fanno è ipnotico..." - mi disse.
Il corpo femminile nudo lo trovo ben più sensuale se ornato di bracciali, collane, cavigliere.

E voi? ;-)



16/09/14

Paure irrazionali...



[ogni tanto il mio ormone gagliardo mi prende in giro costruendo 'ste scemenze...]

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