30/09/14

Desiderio e concatenamenti










DESIDERIO


desiderio s. m. [dal lat. desiderium, der. di desiderare, “desiderare”].
Definizione comune. Sentimento intenso che spinge a cercare il possesso, il conseguimento o l’attuazione di quanto possa appagare un proprio bisogno fisico o spirituale.


La parola “desiderio” ha un'etimologia che è un'esplosione di intensità, luce, e corrispondenza di materia e spirito come non ve ne sono di eguali! Essa significa “che discende [de] dal cielo stellato [sidus ,-eris]”, dove a sua volta quest'ultimo termine già sottintendeva l'idea di “relazionarsi al divino” che si esprimeva nella radice indoeuropea sid – ovvero “legarsi [si] alla luce [d]”. La ricerca di congiungimento con il cielo stellato – sede della divinità vedica più antica, Váruṇa – è espressa nella consonante indoeuropea s, che nella lingua inglese dà origine a wish (“desiderare”).
Riuscite a immaginare un flusso d'energia più sensuale?

Nella concezione del desiderio di Deleuze e Guattari (Anti-Edipo, 1972) ritroviamo qualcosa di simile. La loro critica si rivolgeva al fatto che nella psicanalisi s'è sempre parlato di questo argomento in modo astratto, isolando qualcosa che si supponeva essere l'oggetto del desiderio. Ma le cose non stanno così!
Il desiderio è sempre concreto, e al di qua della distinzione tra soggetto e oggetto. Ovvero si desidera sempre un insieme – qualcosa che si mette in relazione con un contesto (quello del soggetto che desidera, come quello dell'oggetto che è desiderato e che si intravede al di là dell'oggetto in sé), qualcosa che si mette in un contesto.

Desiderare è allora costruire un concatenamento, costruire (in) un insieme. Ovvero non vi è desiderio che non scorra in un concatenamento. “La filosofia del desiderio consisteva unicamente nel dire alla gente: non andate a farvi psicoanalizzare, non interpretate mai, sperimentate concatenamenti, cercate quelli che più vi si addicono” (Abecedario di Gilles Deleuze, 1988).

24/09/14

Le luci di Madrid [racconto]

Su accorata insistenza di quegli amici cari che l'hanno letto e che insistono con parole intense, profonde e meravigliose che lo faccia, rendo pubblico un racconto che è ancora una ferita aperta per me e per chi me l'ha ispirato. Con la consapevolezza che comunque nella vita tutto scorre, e che anche rapporti come questi un giorno diventeranno immagini evanescenti di quella 'nostalgia della bellezza' che chiamiamo malinconia.
Buona lettura.


Le luci di Madrid

 

“mi ritrovo sempre confuso e impegolato a correre
da una stella cadente all’altra finché non precipito.”
– Jack Kerouac



Mi prendesti per mano all'istante, al primo scossone, sapendo che sono inquieta quando non guido io (ma un aereo no, non lo so proprio pilotare: devo per forza fare un atto di fiducia nei confronti del pilota e della compagnia). E di lì sentii subito che non me ne importava più nulla di ciò che sarebbe capitato – a me, a te, a noi, a quell'aereo e a quel volo.
In un'ora ti vidi cambiare i lineamenti, l'espressione, il colore del viso, e il modo impacciato in cui abitualmente ti muovevi divenne fluido e sicuro. Non lasciasti più la mia mano, anche se in futuro mi avresti sfinito chiedendomi il permesso di stringermela, ogni volta, cui io puntualmente rispondevo: “Se vuoi una cosa, falla, poi al limite io la rifiuto, tu capirai che non mi va e non la farai più”.

“Usciamo, ti faccio conoscere la mia Madrid!” proponesti entusiasta. E io sorrisi, ché se la persona che amo, reincontrata casualmente dopo vent'anni, mi rivolge un invito del genere, indosso la gonna e la maglia più leggere, scarponcini comodi, e combatto qualsiasi problema di salute pur di resistere il più a lungo possibile nel movimento.
Mi abbracciasti alla vita e, contrariamente a quanto mi sarei aspettata dall'uomo controllato e impacciato che conoscevo e che pur c'era in te, cominciasti a cantare di pura gioia un'opera a me sconosciuta. Riempivi la strada con la tua voce – quella voce potente che non avevi più usato per esprimere in musica ciò che provava il tuo cuore, castrato dalle regole imposte dalla controparte che t'aveva salvato la vita con la sua presenza – e io quasi temevo tutta quella spontaneità mentre stavo vedendo la bellezza luminosa della tua anima esplodere.

Madrid è una serie continua di salite e discese, e più volte mi sarei ritrovata a provare profonda compassione per i ciclisti che osservavo con desiderio e invidia salire sino a Puerta del Sol passando sotto il cavalcavia di Calle Segovia. Anche noi ci passammo sotto, e camminavo tenendo il tuo passo lungo e veloce da montagna, non sentendo fatica né dolore alcuno – io che da mesi zoppicavo ogni volta che mangiavo qualcosa a causa dell'infiammazione cronica al colon.
I quartieri di La Latina e di Manasaña, nella notte, erano luminosissimi. Bar chiassosi e scintillanti, gente ubriaca distesa per strada, prostitute a perdita d'occhio, studenti, musicisti, risate ed echi di risate. Gente, tanta gente appassionata impegnata in conversazioni animate a voce altissima intercalate dai “tio”, “hombre”, “mujer”, “nena” assolutamente inutili quanto continui.
Sorpassammo tutti in velocità – senza mai fermarci, senza mai cambiare passo, le gambe parallele, le braccia a disegnarci un incrocio simmetrico sulle reciproche schiene – evitando gli ostacoli come danzando. “Accidenti, certo che pure tu cammini!” – mi dicesti al ritorno dopo ore di felicità a questo ritmo.

Avremmo dovuto camminare insieme così vent'anni fa, quando invece ti rifiutai.
“Se t'avessi stimato in base a quanto t'amavo, non mi sarei sentita abbastanza per te. Eri troppo, e io mi sentivo troppo poco per te. Ma avevo anche una brutta sensazione, quella che tu cercassi una donna qualunque, pur d'avere qualcuna a fianco che ti salvasse, e io non sopportavo d'essere una qualunque”.
“Non saresti stata una qualunque. E comunque avresti potuto almeno provarci” – mi rispondesti pieno di rancore.
“Eh, ma io all'epoca ero molto più dura e stronza”.
“Infatti mi gettasti tra le braccia di quella tua amica, con cui comunque non durò”.
“Amica... conoscente più che altro. Adesso te lo posso dire: pensai alla persona più opposta a me che conoscessi. Alla più scaltra, opportunista, calcolatrice e materialista... Era un esperimento. Se fossi andato con lei, era perché volevi una donna in generale, non necessariamente me. E infatti tu ci andasti”.
“... Non ho mai tradito mia moglie in questi sedici anni. Poi sei arrivata tu... Non saresti stata una qualunque...” – ribadisti confuso con quella malinconia che ci è così cara.

Tutte le nostre vite sono come onde di mare che s'infrangono contro la battigia, poi si ritraggono confuse nella risacca, si mescolano con altra acqua venuta da chissà dove, si riempiono di nuovo, e di nuovo si rifrangono sulla battigia per tornare un'altra volta indietro.
All'epoca avevi coraggio, e le tremende delusioni che avresti poi dovuto fronteggiare non t'avevano ancora portato a decidere di silenziarti pur di sopportare la crudeltà di questo mondo, che non dava spazio a quelli come te e me. Amavi e conoscevi profondamente Artaud, mentre io, da parte mia, ho sempre amato le donne che facevano impazzire uomini geniali e sensibilissimi come te: danzatrici, prostitute, alcoliste, artiste – parimenti devastate ed estreme nel loro sentire. Era il nostro ideale romantico di ventenni delle relazioni uomo-donna, che ci è rimasto dentro – sebbene tu abbia percepito il passare del tempo e te ne sia immerso, mentre io sia rimasta immutata, in un eterno presente confermato dalla ricorsività degli eventi e dei personaggi di cui è costellata la mia esistenza.
Nulla cambia realmente, per me, da un certo punto in poi della vita. “Un po' come siamo ancora adesso” – mi leggesti nel pensiero.

“Bene, uno in meno della cui sofferenza preoccuparmi, qualora mi accadesse qualcosa” – commentai amareggiata, ma sollevata, alla notizia del ri-fidanzamento del mio ex. Un lasciapassare in più perché mi accadesse qualcosa e un lasciapassare per andare a letto con a te, perché a questo punto, nella mia testa, ero libera.
“Non ti togliere i braccialetti, ché il rumore che fanno è ipnotico”. Ti guardai incuriosita. Quali altri desideri mi avresti aperto di lì in poi? Facemmo l'amore e riconobbi il tuo corpo risvegliarsi dal torpore di anni. Sono sveglia in queste cosa, sai? Avevi poco da mascherare con falsi racconti l'atrofia in cui eri caduto. Atrofia di cuore, atrofia di pensiero, atrofia ovunque. Così come la tua pelle parlava per te. Non fu un caso che ebbi io stessa quattro attacchi devastanti di orticaria – assumendo sul mio corpo le malattie dell'uomo che amavo, come per 'simpatia', durante la nostra storia.

“Hai unghie lunghe, e affilate...”. Ti vidi scintillare gli occhi. In questi giochi innocui ci sto – non mi chiedono alcun impegno e non mi danno alcuna inquietudine. Girovagai per la città mentre eri al lavoro, e trovai un negozietto misero con belle donne orientali che – mentre mi insegnavano parole in spagnolo nel tentativo di fare conversazione – mi trasformarono le dita in coltelli con cui darti ciò che desideravi.
Il dolore è un piacere, inutile rivangare l'infinita retorica filosofica ed estetica in merito che ben conosciamo: farsi incidere profondamente la pelle, vedere uscire il sangue, riguardarsi allo specchio i segni nei giorni successivi, ripensare alle sensazioni provate è un gioco facile per sentirsi ancora vivi – per sentire che la vita non ti è passata addosso malgrado la tua incapacità di goderla pienamente giorno per giorno, quando uno si convince al contrario che la sola possibilità, per noi esseri umani, è quella di orientarla giusto secondo linee molto generali.
Tu avresti fatto impazzire Artaud, ti avrebbe amato tantissimo” – mi dicesti traboccante d'incanto.
“Probabile, ma poi impazzì comunque... in ogni caso, con me, alla fine si sarebbe salvato” – pensai.

“Recupera Bajarse al moro, con Banderas, è uno dei primi film che ha fatto, negli anni '80. C'è Madrid come l'ho conosciuta io... Magari ce lo vediamo stasera”. Diligentemente andai in biblioteca e lo presi. Poi comprai del Ribera del Duero, formaggi, pane integrale, e tutto ciò con cui mi preoccupavo di nutrirti facendoti godere nuovamente di ciò che mangiavi – tu che avevi annullato la sensorialità perché altrimenti avresti 'sentito troppo' e non saresti stato in grado di sopravviverla.
Quella sera prendesti la mia macchina fotografica e mi scattasti la sola immagine che ho di un anno di vita insieme. Stavo appoggiata di schiena alla ringhiera del balcone di casa tua, e dietro di me che ti sorridevo era il profilo dei tetti al tramonto, quando infinite luci cominciavano ad accendersi in quella che tu ripetevi così di frequente essere la città più immensa e bella che avessi mai visto.
“Baciare te è come baciare una donna” – ti dissi.
“Ah sì? Perché, hai baciato delle donne?”.
“Sì, e mi piace molto di più che baciare gli uomini. Le donne hanno labbra morbide, e i loro baci sono dolci. Baciare te mi dà la stessa sensazione del baciare una donna”.

Lavapiés era un quartiere 'di frontiera' – nel film come nella realtà odierna – e continuamente, da una parte all'altra delle varie inquadrature, rotolavano ruote rubate alle auto lungo la discesa della strada principale. Sullo sfondo di ogni scena, i ladri cercavano di rivenderle e sbarcare così il lunario in mezzo a ricettatori, spacciatori, e tossici d'ogni sorta. “Io quella Madrid l'ho ancora vissuta, era proprio così” – dicevi.
La 'nostra' Madrid. La nostra decadente Madrid, che stava di nuovo morendo nel ricordo malinconico della movida – dei suoi suoi lustrini e delle sue luci, delle sue folli parate queer e di tutta l'esplosione di vita dopo decenni di regime franchista.
“Questa città mi riporta sempre in equilibrio. Arrivo malata, devastata, piangendo, meditando di suicidarmi, e la città e la sua gente mi dicono che è normale sentirsi così, non è essere estremi, che questa è la vita, ed è tutto ok, andrà tutto bene: “Aqui està tu caña, nena”, e un sorriso”.
“Sì, anche per me è così... Oppure guardo la vita degli altri, di quelli che la vivono in prima persona, e tanto mi basta”.

I giorni, le settimane, i mesi passarono lavorando entrambi, un po' vivendo separati, un po' insieme. Le mie ricerche mi portavano per musei e mostre di Madrid, che amavo sempre più ripercorrendone la storia e l'energia d'un tempo, mentre tu dal tuo ufficio mi chiamavi per controllare che andasse tutto bene e che me la stessi godendo. Oh sì che me la stavo godendo, me la stavo godendo un mondo!
Mi portasti nei ristoranti più genuini e semplici – sapendo che io odio i posti che sono tutta scena e niente sostanza (ma quelle poche volte che andammo in quelli lussuosi scelti da te fu uno spettacolo comunque, come il ristorante valenciano in cui il cameriere divenne nostro complice bevendo dal porron lui stesso per mostrarci come si faceva) – e mi facesti scoprire la musica barocca vedendomi commuovere in ascolto di Jordi Savall.
“Tornando in metropolitana c'era una ragazza che era esattamente come le donne che dici che piacciono a te” – mi raccontasti un giorno – “L'ho guardata tutto il tempo pensando che avrei voluto chiederle di venire da noi stasera, avrei voluto regalartela... Poi non ne ho avuto il coraggio...”.

“E adesso?” – ti chiesi abbracciati a letto, mentre passavi la mano sul profilo del mio corpo.
“Adesso ho qualcuno di cui occuparmi ogni giorno. Anche se, di tanto in tanto, al mattino mi sveglio e ho l'impulso a buttarmi giù dal balcone... Poi non lo faccio... E tu?”.
“Io ho solo più una persona per cui non lo faccio ancora...”.
Uscimmo sulla terrazza, e appoggiati alla ringhiera guardammo alternativamente la città e il marciapiede.
“Lo sai che, se fossi al tuo fianco, sarei la tua più forte alleata, vero?”.
“Sì, lo so. Ma se ci penso ne ho paura, e non ci voglio credere. Un giorno te ne potresti andare”.
“Non lo farei, e non prometto cose che non mantengo”.
“Tu sei una indipendente, che arriva, stravolge le vite altrui, e sicuramente con te non mi annoierei mai. Sarebbe una sfida continua tra noi, veramente appassionante. Ma... non ti lasceresti guidare. Non dipenderesti da me. Quindi prima o poi potresti andartene...”.

Per un po' di tempo accarezzammo il sogno di scrivere qualcosa insieme sul tema del corpo. Ti avevo dato un libro che amavo molto – Il sapore del mondo – un testo comparativo di antropologia sulla sensorialità umana attraverso racconti etnografici, così come attraverso l'arte e la letteratura occidentale. L'autore era lo stesso di quella Passione per il rischio di cui anche avevamo parlato, e che una settimana dopo avevo casualmente trovato usato in una bancarella di Porto. Già, in una delle mie tante fughe – a Barcellona, a Siviglia, a Murcia, a Lisbona – per tentare di allontanarmi da te e da Madrid.
Quel libro fu la perdita più dolorosa, per me, quando distruggemmo il rapporto tra noi, insieme alla stima e al rispetto reciproco. Lo cercai in ogni libreria e remainder, dallo stesso editore dove risultò fuori catalogo, sin quando alla fine m'arresi e pensai rabbiosa che non dovevi tenerlo tu – non lo meritavi, avendo rinunciato a 'sentire'.

Ti chiamai, concordammo che me l'avresti lasciato in una biblioteca dove potevo passare a recuperarlo, e ascoltai mezz'ora di tuoi accorati consigli ed esortazioni per il mio lavoro prima di chiudere con un asettico “ciao” cui fece seguito la tua timida richiesta.
“Posso telefonarti in futuro, ogni tanto, solo per sapere come stai?”.
D'istinto, tornata a me stessa nell'arco di mesi, risposi dura: “Fai quello che vuoi, con me sei libero”.
Poi ripensai al balcone e aggiunsi: “Però, prima di buttarti, chiamami...”.

17/09/14

Ornamenti ed eros ;-)

"Non ti togliere i braccialetti, ché il rumore che fanno è ipnotico..." - mi disse.
Il corpo femminile nudo lo trovo ben più sensuale se ornato di bracciali, collane, cavigliere.

E voi? ;-)



16/09/14

Paure irrazionali...



[ogni tanto il mio ormone gagliardo mi prende in giro costruendo 'ste scemenze...]

14/09/14

Avishai Cohen, Israele, la musica e il cambiamento (magari non violento: grazie)






L'altra sera sono stata al concerto d'un jazzista che mi piace molto, Avishai Cohen, di fatto cittadino di quel paese sciagurato che è Israele. Fuori dal teatro che l'ospitava, un presidio di sostenitori della Palestina invitava civilmente il pubblico a prendere coscienza del massacro (perché quello è) dei palestinesi in atto. Ora: che costoro fossero specifici sostenitori di quel paese o meno, personalmente ritengo che quando c'è un massacro in atto poco importa chi ne sia la vittima. E' il massacro di vite umane - di qualsiasi età, luogo, origine, cultura, religione - che ritengo inaccettabile in sé.

Ciò detto, le reazioni del pubblico sono state diverse, e - accanto a coloro che avevano piacere di ascoltare il concerto, ma erano anche ben coscienti della situazione - vi è stato chi, ottusamente, ha giustificato e avallato ciò che sta accadendo (e questo è così tragico che davvero ti pone interrogativi sui limiti della non violenza). Ma vi era anche chi sosteneva che lo stesso Avishai Cohen, in quanto simbolo di Israele sia come artista in sé, sia in quanto direttore d'uno dei più importanti festival jazz che ivi si celebra ogni anno, dovesse prendere una posizione pubblica, e dichiararla davanti al pubblico o comunque renderla esplicita (cosa che in realtà fa qui, che ci basti o meno la sua riflessione).

Sinceramente ho provato un profondo disagio. Sono persuasa infatti che se a un certo livello le persone diventino, infatti, personaggi, e in quanto personaggi simboli viventi, per cui in loro è il potere di suggestionare e orientare il pensiero delle persone che li stimano, ciò non si traduca automaticamente nell'obbligo di agire secondo le aspettative altrui. Questa imposizione su di loro, per me, è un atto di violenza.
Spiegabile, comprensibile, umano, indignato, urgente, ma sempre violenza è: quindi, per me, non giustificabile.

Non solo. Siamo davvero persuasi che un artista di un paese le cui posizioni sono indifendibili - perché naziste a livelli analoghi se non peggiori di quelli dei quali sono stati vittime in passato i suoi cittadini - debba prendere una posizione pubblica non solo perché forzato dal suo pubblico (o da chiunque gli gridi appunto ciò che deve fare), ma anche perché questa strategia sarebbe la più efficace nella lotta al massacro in atto da parte di Israele?
Se costui - mettiamo il caso sia contrario a ciò che è in corso (cosa che di fatto è: vedete sempre i due paragrafi di quell'intervista sopra segnalata) - lasciasse l'incarico di direttore di quel festival o rinunciasse alla cittadinanza israeliana, e così desse un segno forte di dissenso, sarebbe tale azione più o meno utile alla causa palestinese?

Io mi chiedo cosa ne sappiamo noi di quello che sta nella testa degli israeliani in generale - perché nella mia esperienza della conoscenza diretta di alcuni ho visto veramente di tutto, da quelli che si vergognavano e sentivo in colpa d'essere cittadini di quel paese e rappresentanti di quella cultura all'antropologo che per 10 mesi l'anno lavorava per il dialogo interculturale e per 2 sparava ai palestinesi (e quando hai la mente così dissociata, ormai, c'è qualcosa che è davvero troppo 'oltre' la mia possibile comprensione) - così come mi chiedo come e perché ci permettiamo di imporre una nostra strategia d'azione a un altro individuo con la presunzione che la nostra sia migliore dell'eventuale sua quando soprattutto noi là non ci viviamo, non ci siamo cresciuti, e non sappiamo cosa questa persona stia facendo e come si stia muovendo.

Nella parte finale del concerto Avishai Cohen ha rilasciato una dichiarazione che cominciava con un'affermazione della quale sono persuasa pure io: ovvero della capacità della musica d'andare oltre le frontiere (e inviterei chi lo desidera a leggere quella racconta meravigliosa di scritti dal titolo Universi sonori curata da Tullia Magrini in cui questo viene spiegato e motivato nei dettagli, da quelli più culturali a quelli organici, legati proprio alla fisicità del nostro essere umani per comprendere come sia possibile che questa comunichi, faccia sentire simili, e dia la sensazione di famiglia transculturalmente).

Demagogia di basso livello o sincerità? Io non intendo vivere nel sospetto, altrimenti tutto il bene che credo degli esseri umani e la mia fiducia a oltranza (malgrado tutto) nei loro confronti va a quel paese, quindi gli credo e gli voglio credere. Anche perché altrimenti divento come quelli che combatto.
Quindi Cohen ha parlato di fratellanza, pace, appartenenza comune. E ha concluso, prima di interpretare brani musicali da diverse culture, com'è nel suo repertorio, affermando che si sta impegnando per la pace, ripetendo due volte, risoluto, "believe me".

Ebbene: io non conosco nella quotidianità Avishai Cohen, non gli sto a fianco, non condivido il suo lavoro e la direzione di quel festival. Non vivo lì, non sono ogni giorno presa tra i due fuochi di un posto dove vivo e sono cresciuto e amici al di là d'una linea netta che li mette in gabbia.
Io - lo ammetto - se vedo il massacro in atto e l'uccisione di essere umani che per me non è giustificabile *mai*, non so però quale sia 'la' strategia giusta per contribuire a farlo cessare.

A me imporre a un artista di prendere una posizione pubblica in merito al proprio paese quindi sembra un atto di violenza su due livelli: quello della convizione che la mia strategia sia l'unica giusta, efficace, corretta e da perseguire, e quello della violenza nei suoi confronti di limitare la sua libertà personale imponendogli di scegliere dove stare per il fatto in sé del suo essere un simbolo - e quindi, di fatto, limitare la sua libertà che può anche essere quella di non voler prendere posizione: ma se io urlo che egli lo debba fare, sto attuando un sopruso, un'invasione della sua libertà, e allora non posso professarmi anarchica né libertaria.
Non è per nulla facile, una volta che si analizza la questione da tutti questi punti di vista, vero?

Io coltivo il dubbio, ma anche la fiducia nei esseri umani. Malgrado tutto. "Believe me", dice Cohen? Sì, lo faccio. Perché ammetto la mia ignoranza della situazione che non esperisco dall'interno, perché non ho il ruolo/potere che può avere lui, perché non so cosa stia facendo e perché non ho la verità in tasca di quali siano le strategie giuste per fermare quel massacro.
E perché - se siamo testimoni, nel corso della storia, di rivoluzioni avvenute platealmente - non sappiamo quanto migliaia di rivoluzioni utili, valide e positive siano invece avvenute nel silenzio, lavorando in modi e strategie non visibili che passavano attraverso altre modalità, magari più suadenti, più sottili, più 'perverse' perché silenziose, ma anche meno repentine o comunque percepite come 'violente'.

E io di violenza, scusatemi, non ne posso più - né di quella dei carnefici, né di quella delle vittime (o di coloro che le sostengono/proteggono).
Forse vi sono altre strategie: proviamo a trovare dei modi intelligenti per reagire e opporci (e questo vale per tutto, dalla violenza politica che stiamo subendo ogni giorno, a quella mediatica, alle nostre stesse sempre più impossibili sopravvivenze, al silenziamento del dissenso ecc. ecc. ecc.).
Modi costruiti sulla fiducia reciproca, e magari su strategie non per forza plateali, ma - accanto o in alternativa a queste - non individuabili e non soffocabili nel sangue subito da coloro ai quali ci opponiamo...


PS. Mi chiedo tra l'altro se sono solo io a provare disagio sia nel sentire Beppe Segre, presidente della Comunità Ebraica di Torino, affermare a spada tratta e senz'ombra di dubbio di dissidio che l'intera "Comunità Ebraica di Torino appoggi completamente la posizione dello Stato di Israele, impegnato a difendere i suoi cittadini oggetto di una campagna violenta di odio e di assurda criminalizzazione" (qui), sia rispetto alle posizioni più radicali contro il concerto del Cohen Trio (e in generale di qualsiasi possibilità espressiva di artisti e intelettuali israeliani), che sarebbe da baicottare per smascherare "la falsa immagine positiva che questo stato cerca di fornire di sè" attraverso il ricorso a "scrittori e romanzieri, compagnie teatrali, mostre. In questo modo sarà mostrato il volto più grazioso di Israele, così che non siamo più pensati solo in un contesto di guerra" (secondo l'affermazione nel 2009 di Arye Mekel, Ministero degli affari esteri israeliano, qui), ovvero per il fatto d'essere di cittadinanza israeliana e quindi già per questo sospettabili di sostegno a tal regime.
No, dico, ma vedo solo io qualcosa che non mi torna da entrambe le parti?

12/09/14

Al mio fianco no, ma...




Io: "No, con te non ci tornerei. Non ti amo più, e anzi: mi stai pure un bel po' sull'anima. Non ti stimo, non credo che potrò più imparare nulla da te, e soprattutto non ti ritengo più degno di condividere con me nulla - anche perché quando si tira a condividere qualcosa di mio ho sempre la sensazione che in realtà mi si stia derubando di qualcosa che mi godrei di più da sola, quindi è cosa che concedo col lanternino...".
Lui: "Mi odi proprio".
Io: "No, per nulla. Proprio non ti calcolo più, sentimentalmente mi sei indifferente. Invece tu brameresti d'essere in qualche modo di nuovo esposto a me, alla mia immaginazione, alla mia energia, ai miei racconti, altrimenti non mi avresti cercato".
Lui: "Sei l'interlocutrice più interessante che conosca, sì, mi piacerebbe riallacciare in qualche modo i rapporti".
Io: "Ecco, e invece no, io invece ti penso come una perdita di tempo ed energie. Qualcuno che non mi darebbe più nulla in cambio e che non merita neanche tal dono gratuitamente. Indegno di godere anche solo dell'esposizione a me. A meno che..."
Spalanca gli occhi preoccupato, ma curioso.
Lui: "A meno che cosa?...".
Io: "Beh, io sono iperattiva, e stare dietro tutto ciò che faccio mi è sempre più faticoso. Ho bisogno di mangiare bene, dormire tranquilla e stare serena. Il segretario-assistente-collaboratore alla pari e che stimo ce l'ho già. Ora mi farebbe comodo un cuoco-maggiordomo che faccia la spesa e cucini per me cose buone, e mi offra un letto vegliandomi quando ho bisogno di dormire al sicuro lontano da tutti".
Lui: "Uno schiavo, insomma".
Io: "Non ci sperare! Un tuttofare, dotato di un minimo - un minimo ché di più non gliene concedo - di pensiero autonomo, che faccia per me cose di base (la spesa al mercato, cucinare, corprirmi quando dormo, vegliarmi) e me le predisponga così che di quello io non debba preoccuparmi e che vada tutto a beneficio della mia salute".
Lui: "E perché mai dovrei farlo?".
Io: "Per tante ragioni. Perché vuoi disperatamente avere di nuovo qualcosa a che fare con me, perché per me e ciò che faccio hai molta stima, perché sai che io faccio la differenza e che tu potresti sostenermi in quella che è la medesima direzione che tu hai già percorso, cui hai già contributo e che però ormai sei troppo vecchio per continuare a perseguire in prima persona. E poi sai pure bene che io sono comunque più sveglia, combattiva, coraggiosa e determinata di te, indipendentemente dall'età, ma fragile".
Lui: "Sei ben presuntuosa. E cosa ti rende tanto sicura da farmi una proposta del genere?".
Io: "Perché quelle rare volte che ci si vede mi chiedi della mia salute, io ti racconto, e la tua reazione è sempre quella di intristirti, di mormorare "cazzo" e qualche altra imprecazione, di domandare cosa si possa fare per migliorare la situazione e di commentare con mille consigli ed esortazioni a prendermi cura di me. Ecco, ora ti dò l'occasione di fare ciò in prima persona, che ne dici?".
Lui: "Che quando ti regalai Venere in pelliccia avevo visto giusto su di te".
Io (sospiro): "Errato: avevi visto giusto su di te... Quello è l'unico ruolo che trovo adeguato per te e a me utile e tollerabile concederti se vuoi stare nuovamente nella mia vita. Ma mi sto sforzando, ché in realtà io ti ci vorrei proprio fuori".
Lui: "E allora perché lo fai, e perché io dovrei accettarlo?".
Io: "Perché tu debba accettarlo non lo so, e non sei tenuto a farlo: deciderai tu cosa vuoi. Sul perché io mi sforzi, invece, è perché so che quel ruolo lo svolgeresti bene, perché ti ritengo un buon diavolo e alla fine provo per te - che so benissimo essere così solo per quanto tu lo neghi - compassione, e da persona buona qual sono ti offro una possibilità. Vedi? Non sono così fredda e insensibile nei tuoi confronti come vorrei...".


08/09/14

Hai mangiato?






Alcuni giorno orsono ho dato ospitalità a un giovane viaggiatore olandese, che mi ha raggiunto intorno all'ora di cena. Mentre si preparava la stessa ci siamo messi a chiacchierare e bere vino, e gli ho raccontato che - alcuni mesi orsono - girava in Italia la battuta su quanto le intercettazioni telefoniche rappresentassero ragione di perplessità e sospetti di linguaggio in codice presso i servizi segreti americani (che le avevano illegalmente messe in atto) in quanto la prima o la seconda domanda, specie tra parenti, era sempre "Hai mangiato?".
Non trovate che tal battuta sia deliziosa? :-)

Perché è vero: qui da noi si dà un'importanza fondamentale all'atto di mangiare, così come a ciò che si mangia. Possiamo essere dei poveracci in qualsiasi senso, degli ignoranti e degi incompetenti, ma qualsiasi italiano sarà sempre sospettoso per ciò che gli viene proposto al ristorante, leggerà sempre le etichette per capire da dove arrivi un prodotto e cercherà in ogni modo di procurarsi gli alimenti che porterà in tavola da produttori che conosce personalmente o tramite amici-di-amici. Saprà sempre in qualche modo cucinare e associare decentemente i sapori, godrà come se avesse un orgasmo di una mozzarella che si squaglia, andrà in estasi al profumo di origano e basilico.

Al di là del refrain radical chic del "siamo ciò che mangiamo" - di cui poco mi importa, ché (sebbene lo trovi un invito sensato) spesso mi risulta intollerabile l'estremismo di coloro che ergono tal affermazione a propria bandiera - preparare da mangiare per qualcuno è il primo atto d'amore nei suoi confronti: la madre nutre il bambino, e attraverso quell'atto si stabilisce una prima forma di comunicazione e di possibilità di vita. Per questo chiedere a qualcuno se abbia mangiato è esprimergli il proprio amore, preoccuparsi del benessere della sua esistenza (perché "un sacco vuoto non sta in piedi") e predisporlo a una migliore relazione col mondo e a una più pacificata gestione dei problemi del quotidiano.



 "Hai mangiato, mio giovane ospite?".
"Non ancora, ma in realtà ho pensato che per te fosse tardi".
"Tranquillo, avrei potuto mangiare da sola, ma sapendo che venivi tu ho preferito aspettarti e mangiare insieme".


Ovvero godere insieme, parlare, assaporare i cibi. E che tu già sentissi che le cose stavano così, ma non le avevi ancora razionalizzate in tal modo, è testimoniato dal fatto che m'hai portato in regalo un chilo di albicocche :-)

PS. Mangiare insieme è amore e comunicazione - quindi è una delle tante possibili attività interscambiali con il fare l'amore, quando tra due persone c'è affinità. Sappiatelo... ;-)

07/09/14

Personalità multiple e risparmio energetico




Riflettevo ultimamente su questa questione della monogamia, rispetto alla quale non ho - come anche per molte altre cose - una posizione definitiva.
Ovvero, se rilevo una certa comodità nel pensiero della certezza della presenza di qualcuno a fianco con cui stare bene, essere felice, condividere un'esistenza interessante e appassionante, sono anche ben consapevole che gli esseri umani - e io in particolare - vengono spesso distratti dal passaggio di farfalline, che a volte li portano lontani da qualla persona cui fino al momento prima dedicavano tutto il loro amore, oppure s'annoiano proprio, per cui una persona sola non basta loro.

D'altro canto, però, che fatica tutta questa storia dei poliamori! A gestirla, a spiegarsi, a convincere gli altri della giustezza del proprio agire, a vederli comunque spesso intristiti perché il desiderio (altrui) della certezza di una persona con cui stare bene è cosa diversa dal desiderio di possesso di quella (cosa senza dubbio da condannare!). E' proprio il desiderio umano di assicurarsi il benessere anche in futuro.

Però, per me, queste cose valgono sino a un certo punto, ché io sono piuttosto, al contrario, terrorizzata dalla sicurezza di qualcuno nel presente, ma soprattutto nel futuro. E allora - pensavo - che involontariamente la mia soluzione (alla presenza temporanea, al rischio della noia ecc.) è già emersa nel tempo per conto suo.
Ovvero: io me li cerco squilibrati, contraddittori, pieni di conflitti interiori, con una bella presenza di tante personalità che coesistono cozzando all'interno dello stesso soggetto, così intanto non mi annoio, e quindi non ho bisogno di cercare suggestioni altrove, e poi di discuterne, bensì rimango lì, con loro, fedele, ed esploro tutte queste diverse persone all'interno dello stesso soggetto.

Poi, quando finisce - perché sempre finisce se costoro non trovano la donnicciola-crocerossina - si tira entrambi un respiro di sollievo per la felice condizione di single ritrovata, nel'attesa eventuale della prossima relazione senza carichi pendenti, malumori, aspettative faticose e castranti. Olè :-D
 

05/09/14

"Ogni uomo è un artista", già lo diceva Joseph Beuys





"Qui nessuno lavora più, tutti fanno qualcosa di artistico" - ho sentito nuovamente qualche giorno fa questa frase pronunciata dalla voce lenta e depressa del Cheyenne di This must be the place. E ho avuto nuovamente una crisi di rigetto.

Perché io non conosco le condizioni in cui viene pronunciata nel film, ma sempre più - essendo circondata da 'artisti' (o sedicenti tali) - questi operano una distinzione tra sé e il resto del mondo per cui veramente pronuncerebbero tali parole con il più truce e offensivo snobismo nei confronti altrui. Convinti della giustezza, plausibilità e assolutezza di tale affermazione e distinzione.

La quale si porta dietro - sempre - ragioni di ordine economico: gli artisti hanno diritto a venire pagati per l'esercizio della loro arte - in quanto nel loro caso è lavoro - dal resto della società, la quale, invece, se ha piacere di esprimersi in qualche modo sarà sempre relegata all'esercizio della pratica artistica in modo amatoriale, hobbistico, con contenuti e produzioni per forza di serie B perché così altri (la critica, il mercato) hanno deciso.

Ecco, anche no.

Non è che personalmente io abbia sempre più dubbi e difficoltà nel riconoscere un qualche valore distintivo in chi si definisce in ruoli che hanno a che fare con l'arte, ma è proprio che la presunta professionalizzazione di tali ruoli, di fatto, è propria d'un certo mondo occidentale che emerge in un ben definito periodo storico in Europa in relazione alla dimensione delle accademie di formazione alla stessa, della critica e del mercato.
Quindi ce n'è già per dubitare del valore, in particolare se assolutizzato/universalizzato, di qualsiasi discorso in merito.

In tutto il resto delle culture umane del mondo tal distinzione non esiste sin quando la critica d'arte Occidentale e l'espansione del mercato (nuovamente Occidentale) non le raggiungono e vi impongono le proprie categorie interpretative (con relativi strafalcioni nell'incomprensione che ogni volta che come antropologa li vedo in atto mi fanno tanto, tanto ridere, perché proprio solo dettati dalla presunzione).

In questi contesti - che, vorrei vi giungesse forte e chiaro, sono tutto il resto del mondo - ogni membro della comunità è/era un artista. Tutti hanno/avevano diritto all'espressione artistica e al godimento estetico - non vi sono/erano artisti 'veri' e altri 'di serie B', amatoriali, per via della distinzione arbitraria di qualcuno. Anche perché - e questo è a dire poco lapalissiano - criteri oggettivi di valutazione non ne esistono, checché ne dicano gli 'esperti': costoro neanche sanno definire cosa sia 'arte' e cosa non lo sia, figuriamoci se hanno elaborato criteri universali per definire chi sia un artista e chi non lo sia!



Tutti, in contesti extra-occidentali, imparano le tecniche, perché - premessa comune a tutta l'umanità - tutti hanno un proprio senso estetico, e tutti potrebbero aver qualcosa da dire e condividere. Allo stesso modo,  accademie di formazione, critica e mercato sono stati e sono tutt'ora responsabili della deriva agghiacciante di forzare, vincolare, ridurre le potenzialità di godimento umane indicando cosa debba essere considerato bello e cosa no.

Mi viene la pelle d'oca ogni volta che sento un critico o un artista dire di qualche lavoro che sarebbe "brutto". Il relativismo l'avete mai sentita come prospettiva? Evidentemente no. Ecco, allora, studiate - voi sì - studiate, allargate la vostra conoscenza del resto del mondo prima di pronunciarvi!

Di fatto, la necessità di espressione di sé attraverso forme che ci facciano provare piacere e che facciano provare piacere ad altri essere umani è propria della nostra specie, così che castrarla, ridurla, negarla a chi non avrebbe competenze riconosciute (e, come detto sopra, riconosciute da chi e in base a quali parametri assoluti?) è un atto di violenza e un sopruso.

 


D'accordo con Joseph Beuys, per me ogni uomo (e ogni donna) è un artista, poiché chiunque deve poter lavorare alla comprensione - e di qui al rinnovamento con la propria azione creatrice (in qualsiasi ambito e modo questa si concretizzi) - di sé e della realtà.



Quindi bene: qui nessuno lavora più. Perfetto: magari sarà la volta buona che ci metteremo a lavorare tutti per sopravvivere. Tutti allo stesso livello, nella medesima quantità/qualità: non alcuni più furbi e altri meno, alcuni più fortunati e altri meno, per cui i secondi devono morire con lavori faticosi, pesanti, umilianti mentre i primi - i sedicenti artisti o coloro che qualche critico o mercante ha definito tali - stanno lì sereni a lanciare proclami contro la società cattiva che non li sostiene economicamente abbastanza!

Fare arte, parlarne, promuovere riflessioni, visualizzazioni, verbalizzazioni, sonorizzazioni del/dal nostro essere umani non è (solo) lavoro. E' l'urgenza dell'essere nel mondo, e dello stare in relazione con altri che provano la stessa istanza - qualcosa di cui tutti abbiamo bisogno.
E che tutti dovremmo poter fare, senza dover patire l'essere categorizzati come di serie B nel momento in cui vi ci dedichiamo!

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