23/08/14

¡Que tenga suerte! è ciò che noi abbiamo perso...

Oggi ho avuto un altro incontro di questi deliziosi, ché io sono una che parla con tutti, dalla guardarobiera del museo che mi fa poi entrare gratis per il piacere delle chiacchiere che, rispettosa del suo lavoro al contrario di tanti turisti buzzurri, scambio con lei al personale dell'ostello per cui cucino, pur se cliente, spaghettate comunitarie aperte anche agli altri viaggiatori squattrinati, dopo aver fatto colletta tra tutti per comprare gli ingredienti. Per tacer del leggere i tarocchi gratuitamente e del lasciare origami in regalo a chi incontro.
Lo so, non ci sono più da tempo con la testa :-D

L'anziana signora mendicava sotto il sole fuori da una chiesa chiusa. Le passo oltre facendole un cenno di saluto - almeno questo visto che già sono senza soldi io stessa e provo sentimenti contraddittori rispetto a come agire in queste situazioni: ché, sinché esistono i maledetti stati e i loro altrettanto maledetti governanti a gestirli, queste persone dovrebbero stare in carico loro attraverso le tasse che noi cittadini paghiamo. Altrimenti vadano stati e governanti fuori dai piedi e ci incaricheremo noi - società civile - di preoccuparcene.

Comunque, dicevo, le passo oltre. Due soli passi dopo trovo un cent. Certo, nulla. Ma mi chino e lo raccolgo. Io raccolgo sempre le monetine per terra. Quando ero piccola mio padre mi persuase che portavano fortuna, e lui stesso gettava intenzionalmente per terra, di tanto in tanto, monetine da 5 lire (ve le ricordate? quelle col delfino nelle mie memorie infantili...), sperando che chi le avesse trovate credesse come lui nella medesima utopia, e quindi ne sorridesse.

Torno indietro, e lo metto nel bicchiere della donna e le spiego: "Signora, io soldi non ne ho, ma da noi in Italia si dice che trovare monetine per strada porti fortuna, e allora io regalo questa fortuna a lei". E le sorrido.
La signora si illumina. "Niña, grazie. Mi trattano tanto male, quelli che controllano i mendicanti che possono stare qui mi hanno già picchiata una volta allora adesso ci sto quando la chiesa è chiusa. Grazie di regalarmi questo pensiero, ho tanto bisogno di un po' di fortuna...". E sorride di nuovo.

Io continuo a pensare che sia questo ciò che abbiamo perso in Italia: la gentilezza, la solidarietà, la leggerezza, la speranza, la reciproca fiducia, e ci siamo trincerati nella durezza, nell'aggressività, nel sospetto, nella diffidenza e nel curare solo noi stessi nel nostro interesse di disperata sopravvivenza che, pur se chiaramente legittimo, ci ha resi cannibali verso i nostri simili. E quelli su in alto fomentano e approfittano sempre delle guerre in basso, così non ci si coalizzerà contro di loro.
Ecco, qui no: qui si coalizzano ancora contro un nemico comune: il ricordo di Franco, per fortuna, è ancora vivo e nessuno vuole più un rischio del genere...

Perroflautas di qui







Torno in ostello a piedi nella notte, attraversando sotto le luci arancioni le strade del centro deserte, dove sporadiche sono ormai le presenze umane.
Un giovane magro, occhi azzurri, vestiti stracciati, pantaloni a metà polpaccio e caviglie in vista. L'amico e il cane sdraiati per terra su cartoni. Allunga il cappello.

"Ciao bella, hai qualcosa da darmi?" - e mi sorride con estrema dolcezza.
"Ma a me chiedi? Ma non vedi che poveraccia sono?" - rispondo con lo stesso sguardo pieno d'affettuosa solidarietà.
"Non è un problema, va bene lo stesso" - la sua dolcezza continua, con occhi che s'aprono di luce - "Dammi un sorriso allora, ché sei così bella!". Sta dicendo sul serio...

Mi giro, torno indietro, lo guardo dritto negli occhi.
"Soldi non ne ho, ma ho del tabacco, lo vuoi?".
"Sì, grazie, sei davvero gentile" - e si porta il cappello al petto.
Continuiamo a sorriderci. Anche il suo amico ha occhi azzurri e sorride, ora che mi sono fermata e chiacchiero un po' con loro.

Mi allontano con un "Buona notte, ragazzi!" detto di cuore.
E i due, a loro volta, salutano il mio allontanamento indirizzandomi tutti quegli intercalare tipici di qui - mujer!, guapa!, hermosa!, tia!, querida!, cariño! - che non significano niente ma indicano che sei già dei loro, che nutrono già affetto per te, che ti hanno già preso sotto la loro ala protettrice.

22/08/14

Divenire acqua...











Qualche settimana fa ho partecipato a un workshop sulla lettura dei tarocchi, ma tal laboratorio non era - come spesso quando si tratta di questo strumento - legato alla loro eventuale potenzialità divinatoria.
Piuttosto, usava le carte - nei loro significati tradizionali e in una disposizione da intendersi un po' come un abecedario (sulla base del quale poi ciascuno si sarebbe costruito le proprie specifiche disposizioni a modo suo) - come occasione per riflettere su di sé e fare il punto sulla propria vita, individuando punti di forza e carenze, elementi da ridurre e altri cui dare spazio.

Insomma, si trattava di partire dalla premessa che tutto sia connesso e che quindi le carte siano parte di questo nostro stare-in-relazione col mondo e ci aiutino a riflettere su noi stessi, e su quello che stiamo vivendo in un certo momento della nostra vita.
Di fatto, una sorta di test di Rorschach, ma nel quale ciò che vediamo è sintesi di un significato depositato nella tradizione e della nostra visualizzazione e sensazione del momento.

Questa disposizione iniziale è già interessante perché semplice, ma intensa - ragion per cui la sto insegnando, mentre viaggio, a chiunque ne sia interessato. Ma essa - mi sono resa conto sin da subito - a me ha richiamato subito l'attenzione ed esortato alla dolcezza, alla comprensione, al silenzio, e alla contemporanea azione creativa.
Due carte mi hanno in particolare dato da pensare: quella della Forza - da intendersi come consapevolezza di sé, della propria posizione, del proprio volere in relazione al mondo esterno, quindi come 'forza interiore' (risolutezza?) - e quella della Temperanza.

La Temperanza - nelle mie carte (uso quelle Art Nouveau) - è rappresentata come una giovane che da una brocca versa dall'alto acqua in una coppa. Il senso sta nel 'flusso dell'acqua' e in tutto ciò che questo evoca: il movimento e il cambiamento, il dare e darsi tempo consapevoli che le cose passano (panta rei), la temperanza (poiché gutta cavat lapidem), il lasciarsi scivolare addosso le cose (o l'evitarle spostandosi magari lateralmente con dolcezza analogia della pratica buddhista dell'evitare la violenza anticipandola?), il fatto che l'acqua comunque arrivi sempre nei luoghi più nascosti e irraggiungibili e che basti una minima pendenza affinché raggiunga il proprio obiettivo (pensate a come sfruttarono tal principio gli acquedotti romani!), il fatto che mai ci si bagna due volte nello stesso punto del medesimo fiume.

Sto viaggiando, e in questo momento anche in generale nelle relazioni con gli altri, vivendo tutto con questa immagine in mente. E' interessante, per me che ho spesso preso di punta tutto, e reagito con aggressività che a volte sfiora la violenza che io stessa aborro. Quasi mi sembra un sentire e un agire ancora più intenso, e potente...

Le donne di Madrid




Camminano venendomi incontro. Indossano vestiti sgargianti, e spesso un grosso fiore nei capelli. Hanno labbra dipinte di rosso fuoco, come da storico cliché.

Parlano in modo tranquillo - non hanno fretta, pronunciano le parole in modo chiaro per farsi capire bene. E' sempre così.

Se chiedi loro un'indicazione, ti rispondono cominciando la frase con "mira, cariño..." ("Guarda, tesoro...") e già ti fanno sentire al sicuro nelle loro mani.

Le donne mature, qui, sono belle, ed è un piacere guardarle. Esserne esposti.
Nulla a che fare con vittimismi, lagne, sensi di colpa.
Sono risolute, sensuali, e di grande dolcezza. Per questo sono pure forti, e non si lasciano mettere i piedi in testa dai loro uomini.

E vivono con questi relazioni dirette, passionali e autentiche alla pari - società maschilista sì, ma in cui, se non rigano dritto, pure gli uomini si ritrovano un paio di visibilissime corna sulla testa e un paio di schiaffoni in faccia.

Qui tutto ha il ritmo d'una habanera...

21/08/14

Le Corbusier e la loi du méandre




Prima di realizzare un progetto per un palazzo o interi quartieri, Le Corbusier era solito sorvolare lo spazio in cui questi avrebbero avuto sede al fine di prendere coscienza del territorio naturale di quei luoghi. Guardandolo dall'alto, tracciava una serie di schizzi preliminari di alture ed avallamenti, delle piante e dei fiumi, dal momento che la sua architettura - sebbene articolata secondo moduli ricorrenti e basata su un numero esiguo ma imprescindibile di premesse teoriche ch'egli aveva elaborato nel tempo - affermava l'insensatezza del progettare se non a partire dal contesto locale in cui l'opera sarebbe stata realizzata: ché, di fatto, "se si tiene in considerazione l'effetto di un'opera architettonica nello spazio, l'esterno è sempre un interno".

Nell'ottobre del 1929, mentre sta sorvolando fiumi e foreste del Sud America, scopre quello che chiamerà "il commovente teorema dell'ansa": "L'ansa che risulta dall'erosione è un processo di sviluppo assolutamente simile al percorso creativo, all'invenzione umana. Seguendo il percorso tortuoso dall'alto, capisco le difficoltà incontrate nelle vicende umane, i vicoli ciechi in cui gli umani rimangono bloccati, e le situazioni apparentemente inestricabili".
Tutta la sua produzione può essere letta come volontà di contribuire al cambiamento di questo stato di cose che affligge l'umanità, e pertanto di cambiare la società attraverso la progettazione architettonica di soluzioni a misura umana.

Si tratta in ogni caso di soluzioni che prevedono sempre l'individuo-in-relazione. Questa è, tra altre posizioni teoriche, uno degli assunti principali di Le Corbusier: nella contemporaneità vi è stato un proliferare di case individuali (proprie di persone, lui sosteneva, che hanno paura e quindi sentono la necessità di difendersi) così come l'architettura ha snaturato ciò che fa star bene l'uomo - ovvero, in primis, il suo essere in relazione con sole, spazio e alberi, quindi con gli altri esseri umani.
A questo dovremmo invece tornare, al fine di vivere in città radiose - dominate dalla luce (reale e metaforica) di coloro che le abitano. 

Un breve video - che ci offre una vera e propria lezione d'architettura - racconta com'egli si rapporti alla progettazione al fine di perseguire quell'obiettivo.
Guardatelo, fa bene al cuore :-)




Per visitare virtualmente la bellissima mostra che io ho avuto la fortuna di vedere di persona, cliccate qui -> Le Corbusier. Un atlas de paisajes modernos.

Un articolo in spagnolo sulla stessa quando ospitata a Barcellona è invece disponibile qui.

02/08/14

La bicicletta è il mio miglior amante... [piccole conversazioni tra amici]










"La bicicletta è il mio miglior amante, se potessi me la porterei a letto" - affermo solennemente.
"Ci sta, la amo anche io, ma magari portarsela a letto è troppo, no?" - replica il giovine.
"Adesso ti spiego: intanto ci vai da solo, te la godi da solo e ti cautela dal dover avere rapporti con gli altri. Poi chiaramente è uno spazio di libertà notevole e ti rende indipendente. Poi ci puoi giocare come un bambino, mettendo alla prova te stesso e il tuo corpo". Spiego e lui annuisce, ché - come amante delle due ruote pure lui - capisce e condivide perfettamente queste sensazioni.
"Però da questo a dire che sia il tuo migliore amante, ce ne passa, eh!" - m'interrompe.

Lo guardo con benevolenza: "E' uno strumento erotico. Non sessuale: erotico. Pensa a questo: quando ci vai non senti gli odori molto più intensi? Non ti attraversano proprio il corpo?".
"In effetti...".
"E non ti isoli almeno in parte dall'ambiente esterno pensando ai fatti tuoi, alla musica nelle orecchie, a ciò che stai provando, come fossi in uno spazio ovattato di puro benessere?".
"Sì, anche...".
"E quando la governi tenendo saldo il manubrio per reagire alle asperità del terreno, fai fatica a pedalare ma questo sforzo ti procura piacere fisico, decidi tu la velocità e mantieni il controllo su di lei facendole fare ciò che vuoi...".
"Piantala o vado a masturbarmi...".

Eheheh! Lo sapevo, io!

25/07/14

Curriculum...

 

Sempre più spesso mi rendo conto che - se valutiamo la nostra vita e il nostro passato in base a questi maledetti CV (oltretutto secondo tragici modelli standard) che dobbiamo compilare per inseguire collaborazioni precarie - non possiamo non essere presi dallo sconforto, e dalla sensazione d'aver fatto sforzi da elefante per partorire topolini.

Ecco, io vorrei invece un CV in cui fosse possibile indicare - e venissero apprezzate - variabili quali la quantità e la qualità degli amici che abbiamo scelto d'avere intorno, i sorrisi e le risate che abbiamo regalato, le parole forti, utili e sane che abbiamo detto, le volte in cui abbiamo cucinato per gli altri, i successi che abbiamo aiutato gli altri a ottenere, i desideri che abbiamo contribuito a realizzare, i momenti in cui abbiamo tenuto chi soffriva per mano o tra le braccia, e via dicendo...

Le persone dovrebbero essere valutate - e dovrebbero potersi autovalutare - in base a queste cose.
Perché sono queste che, secondo me, alla fine danno la misura del loro valore, e del valore della loro vita.


08/07/14

Flyer motivazionali retrò



Miei cari,

chiedo venia per i mancati aggiornamenti puntuali di questo blog, ma ormai il lavoro - che come sapete per me coincide con la vita e con le passioni che mi tengono al mondo - m'ha felicemente risucchiato da tempo a questa parte.
Appena avrò un momento torno - con tutte le pensate assurde, le riflessioni dense e le coccole che meritate! :-)

Nel frattempo, in questa landa troppo frequentemente mediocre e desolata che è il panorama culturale e visivo cui siamo attualmente esposti, vi sporgo una di quelle chicche retrò che tanto ci piacciono - foriera d'esortazioni affettuose e vitali per tutti noi.
Scegliete la vostra - io mi prendo l'ultima! :-)

[PS: Il giochino-sfida dei 100 giorni continuativi in cui individuare ragioni di felicità continua sul mio profilo facebook (venite a seguirmi/aggiungervi lì, se ne avete piacere).]

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04/07/14

#100happydays #Day5 Citta' portuali

Per me queste citta' portuali - con odore di salsedine e di gasolio delle navi, vicoli stretti e scrostati, residui umani di vario genere, e tanta densita' di secoli di *piccole storie* appassionanti e avventurose di gente che ha solcato i mari o dato ristoro ai pazzi che lo facevano - sono sempre 'casa'.
Poi Genova e' pure piena di amici! :-)





Non posso dare appuntamenti con il reale, appuntamenti con l'ovvio, col razionale!

Avrei molto da dire a chi periodicamente mi dà dell'utopista e mi dice che non ho alcuna connessione con la 'realtà', quella in cui tutti siamo banali persone qualunque. Già solo per il fatto che al contrario, a mio avviso, siamo *tutti speciali*, poiché ciascuno di noi è unico, e che quindi proprio la premessa che porta a quel giudizio è talmente sballata - a qualsiasi livello scientifico e filosofico - che dimostra solo la riduttività analitica di chi vi ricorre.

Ma mi risparmio la fatica e vi regalo un minuto di folle lucidità di Carmelo Bene il cui auspicare che noi tutti si dissolva la soggettività diventando 'capolavori' significa per me anche espandersi in forma 'divina' oltre i nostri limiti - ovvero stemperarsi nell'umanità.
E quindi no, "non posso dare appuntamenti con il reale, appuntamenti con l'ovvio, col razionale!" ;-)

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