17/09/14

Ornamenti ed eros ;-)

"Non ti togliere i braccialetti, ché il rumore che fanno è ipnotico..." - mi disse.
Il corpo femminile nudo lo trovo ben più sensuale se ornato di bracciali, collane, cavigliere.

E voi? ;-)



16/09/14

Paure irrazionali...



[ogni tanto il mio ormone gagliardo mi prende in giro costruendo 'ste scemenze...]

14/09/14

Avishai Cohen, Israele, la musica e il cambiamento (magari non violento: grazie)






L'altra sera sono stata al concerto d'un jazzista che mi piace molto, Avishai Cohen, di fatto cittadino di quel paese sciagurato che è Israele. Fuori dal teatro che l'ospitava, un presidio di sostenitori della Palestina invitava civilmente il pubblico a prendere coscienza del massacro (perché quello è) dei palestinesi in atto. Ora: che costoro fossero specifici sostenitori di quel paese o meno, personalmente ritengo che quando c'è un massacro in atto poco importa chi ne sia la vittima. E' il massacro di vite umane - di qualsiasi età, luogo, origine, cultura, religione - che ritengo inaccettabile in sé.

Ciò detto, le reazioni del pubblico sono state diverse, e - accanto a coloro che avevano piacere di ascoltare il concerto, ma erano anche ben coscienti della situazione - vi è stato chi, ottusamente, ha giustificato e avallato ciò che sta accadendo (e questo è così tragico che davvero ti pone interrogativi sui limiti della non violenza). Ma vi era anche chi sosteneva che lo stesso Avishai Cohen, in quanto simbolo di Israele sia come artista in sé, sia in quanto direttore d'uno dei più importanti festival jazz che ivi si celebra ogni anno, dovesse prendere una posizione pubblica, e dichiararla davanti al pubblico o comunque renderla esplicita (cosa che in realtà fa qui, che ci basti o meno la sua riflessione).

Sinceramente ho provato un profondo disagio. Sono persuasa infatti che se a un certo livello le persone diventino, infatti, personaggi, e in quanto personaggi simboli viventi, per cui in loro è il potere di suggestionare e orientare il pensiero delle persone che li stimano, ciò non si traduca automaticamente nell'obbligo di agire secondo le aspettative altrui. Questa imposizione su di loro, per me, è un atto di violenza.
Spiegabile, comprensibile, umano, indignato, urgente, ma sempre violenza è: quindi, per me, non giustificabile.

Non solo. Siamo davvero persuasi che un artista di un paese le cui posizioni sono indifendibili - perché naziste a livelli analoghi se non peggiori di quelli dei quali sono stati vittime in passato i suoi cittadini - debba prendere una posizione pubblica non solo perché forzato dal suo pubblico (o da chiunque gli gridi appunto ciò che deve fare), ma anche perché questa strategia sarebbe la più efficace nella lotta al massacro in atto da parte di Israele?
Se costui - mettiamo il caso sia contrario a ciò che è in corso (cosa che di fatto è: vedete sempre i due paragrafi di quell'intervista sopra segnalata) - lasciasse l'incarico di direttore di quel festival o rinunciasse alla cittadinanza israeliana, e così desse un segno forte di dissenso, sarebbe tale azione più o meno utile alla causa palestinese?

Io mi chiedo cosa ne sappiamo noi di quello che sta nella testa degli israeliani in generale - perché nella mia esperienza della conoscenza diretta di alcuni ho visto veramente di tutto, da quelli che si vergognavano e sentivo in colpa d'essere cittadini di quel paese e rappresentanti di quella cultura all'antropologo che per 10 mesi l'anno lavorava per il dialogo interculturale e per 2 sparava ai palestinesi (e quando hai la mente così dissociata, ormai, c'è qualcosa che è davvero troppo 'oltre' la mia possibile comprensione) - così come mi chiedo come e perché ci permettiamo di imporre una nostra strategia d'azione a un altro individuo con la presunzione che la nostra sia migliore dell'eventuale sua quando soprattutto noi là non ci viviamo, non ci siamo cresciuti, e non sappiamo cosa questa persona stia facendo e come si stia muovendo.

Nella parte finale del concerto Avishai Cohen ha rilasciato una dichiarazione che cominciava con un'affermazione della quale sono persuasa pure io: ovvero della capacità della musica d'andare oltre le frontiere (e inviterei chi lo desidera a leggere quella racconta meravigliosa di scritti dal titolo Universi sonori curata da Tullia Magrini in cui questo viene spiegato e motivato nei dettagli, da quelli più culturali a quelli organici, legati proprio alla fisicità del nostro essere umani per comprendere come sia possibile che questa comunichi, faccia sentire simili, e dia la sensazione di famiglia transculturalmente).

Demagogia di basso livello o sincerità? Io non intendo vivere nel sospetto, altrimenti tutto il bene che credo degli esseri umani e la mia fiducia a oltranza (malgrado tutto) nei loro confronti va a quel paese, quindi gli credo e gli voglio credere. Anche perché altrimenti divento come quelli che combatto.
Quindi Cohen ha parlato di fratellanza, pace, appartenenza comune. E ha concluso, prima di interpretare brani musicali da diverse culture, com'è nel suo repertorio, affermando che si sta impegnando per la pace, ripetendo due volte, risoluto, "believe me".

Ebbene: io non conosco nella quotidianità Avishai Cohen, non gli sto a fianco, non condivido il suo lavoro e la direzione di quel festival. Non vivo lì, non sono ogni giorno presa tra i due fuochi di un posto dove vivo e sono cresciuto e amici al di là d'una linea netta che li mette in gabbia.
Io - lo ammetto - se vedo il massacro in atto e l'uccisione di essere umani che per me non è giustificabile *mai*, non so però quale sia 'la' strategia giusta per contribuire a farlo cessare.

A me imporre a un artista di prendere una posizione pubblica in merito al proprio paese quindi sembra un atto di violenza su due livelli: quello della convizione che la mia strategia sia l'unica giusta, efficace, corretta e da perseguire, e quello della violenza nei suoi confronti di limitare la sua libertà personale imponendogli di scegliere dove stare per il fatto in sé del suo essere un simbolo - e quindi, di fatto, limitare la sua libertà che può anche essere quella di non voler prendere posizione: ma se io urlo che egli lo debba fare, sto attuando un sopruso, un'invasione della sua libertà, e allora non posso professarmi anarchica né libertaria.
Non è per nulla facile, una volta che si analizza la questione da tutti questi punti di vista, vero?

Io coltivo il dubbio, ma anche la fiducia nei esseri umani. Malgrado tutto. "Believe me", dice Cohen? Sì, lo faccio. Perché ammetto la mia ignoranza della situazione che non esperisco dall'interno, perché non ho il ruolo/potere che può avere lui, perché non so cosa stia facendo e perché non ho la verità in tasca di quali siano le strategie giuste per fermare quel massacro.
E perché - se siamo testimoni, nel corso della storia, di rivoluzioni avvenute platealmente - non sappiamo quanto migliaia di rivoluzioni utili, valide e positive siano invece avvenute nel silenzio, lavorando in modi e strategie non visibili che passavano attraverso altre modalità, magari più suadenti, più sottili, più 'perverse' perché silenziose, ma anche meno repentine o comunque percepite come 'violente'.

E io di violenza, scusatemi, non ne posso più - né di quella dei carnefici, né di quella delle vittime (o di coloro che le sostengono/proteggono).
Forse vi sono altre strategie: proviamo a trovare dei modi intelligenti per reagire e opporci (e questo vale per tutto, dalla violenza politica che stiamo subendo ogni giorno, a quella mediatica, alle nostre stesse sempre più impossibili sopravvivenze, al silenziamento del dissenso ecc. ecc. ecc.).
Modi costruiti sulla fiducia reciproca, e magari su strategie non per forza plateali, ma - accanto o in alternativa a queste - non individuabili e non soffocabili nel sangue subito da coloro ai quali ci opponiamo...


PS. Mi chiedo tra l'altro se sono solo io a provare disagio sia nel sentire Beppe Segre, presidente della Comunità Ebraica di Torino, affermare a spada tratta e senz'ombra di dubbio di dissidio che l'intera "Comunità Ebraica di Torino appoggi completamente la posizione dello Stato di Israele, impegnato a difendere i suoi cittadini oggetto di una campagna violenta di odio e di assurda criminalizzazione" (qui), sia rispetto alle posizioni più radicali contro il concerto del Cohen Trio (e in generale di qualsiasi possibilità espressiva di artisti e intelettuali israeliani), che sarebbe da baicottare per smascherare "la falsa immagine positiva che questo stato cerca di fornire di sè" attraverso il ricorso a "scrittori e romanzieri, compagnie teatrali, mostre. In questo modo sarà mostrato il volto più grazioso di Israele, così che non siamo più pensati solo in un contesto di guerra" (secondo l'affermazione nel 2009 di Arye Mekel, Ministero degli affari esteri israeliano, qui), ovvero per il fatto d'essere di cittadinanza israeliana e quindi già per questo sospettabili di sostegno a tal regime.
No, dico, ma vedo solo io qualcosa che non mi torna da entrambe le parti?

12/09/14

Al mio fianco no, ma...




Io: "No, con te non ci tornerei. Non ti amo più, e anzi: mi stai pure un bel po' sull'anima. Non ti stimo, non credo che potrò più imparare nulla da te, e soprattutto non ti ritengo più degno di condividere con me nulla - anche perché quando si tira a condividere qualcosa di mio ho sempre la sensazione che in realtà mi si stia derubando di qualcosa che mi godrei di più da sola, quindi è cosa che concedo col lanternino...".
Lui: "Mi odi proprio".
Io: "No, per nulla. Proprio non ti calcolo più, sentimentalmente mi sei indifferente. Invece tu brameresti d'essere in qualche modo di nuovo esposto a me, alla mia immaginazione, alla mia energia, ai miei racconti, altrimenti non mi avresti cercato".
Lui: "Sei l'interlocutrice più interessante che conosca, sì, mi piacerebbe riallacciare in qualche modo i rapporti".
Io: "Ecco, e invece no, io invece ti penso come una perdita di tempo ed energie. Qualcuno che non mi darebbe più nulla in cambio e che non merita neanche tal dono gratuitamente. Indegno di godere anche solo dell'esposizione a me. A meno che..."
Spalanca gli occhi preoccupato, ma curioso.
Lui: "A meno che cosa?...".
Io: "Beh, io sono iperattiva, e stare dietro tutto ciò che faccio mi è sempre più faticoso. Ho bisogno di mangiare bene, dormire tranquilla e stare serena. Il segretario-assistente-collaboratore alla pari e che stimo ce l'ho già. Ora mi farebbe comodo un cuoco-maggiordomo che faccia la spesa e cucini per me cose buone, e mi offra un letto vegliandomi quando ho bisogno di dormire al sicuro lontano da tutti".
Lui: "Uno schiavo, insomma".
Io: "Non ci sperare! Un tuttofare, dotato di un minimo - un minimo ché di più non gliene concedo - di pensiero autonomo, che faccia per me cose di base (la spesa al mercato, cucinare, corprirmi quando dormo, vegliarmi) e me le predisponga così che di quello io non debba preoccuparmi e che vada tutto a beneficio della mia salute".
Lui: "E perché mai dovrei farlo?".
Io: "Per tante ragioni. Perché vuoi disperatamente avere di nuovo qualcosa a che fare con me, perché per me e ciò che faccio hai molta stima, perché sai che io faccio la differenza e che tu potresti sostenermi in quella che è la medesima direzione che tu hai già percorso, cui hai già contributo e che però ormai sei troppo vecchio per continuare a perseguire in prima persona. E poi sai pure bene che io sono comunque più sveglia, combattiva, coraggiosa e determinata di te, indipendentemente dall'età, ma fragile".
Lui: "Sei ben presuntuosa. E cosa ti rende tanto sicura da farmi una proposta del genere?".
Io: "Perché quelle rare volte che ci si vede mi chiedi della mia salute, io ti racconto, e la tua reazione è sempre quella di intristirti, di mormorare "cazzo" e qualche altra imprecazione, di domandare cosa si possa fare per migliorare la situazione e di commentare con mille consigli ed esortazioni a prendermi cura di me. Ecco, ora ti dò l'occasione di fare ciò in prima persona, che ne dici?".
Lui: "Che quando ti regalai Venere in pelliccia avevo visto giusto su di te".
Io (sospiro): "Errato: avevi visto giusto su di te... Quello è l'unico ruolo che trovo adeguato per te e a me utile e tollerabile concederti se vuoi stare nuovamente nella mia vita. Ma mi sto sforzando, ché in realtà io ti ci vorrei proprio fuori".
Lui: "E allora perché lo fai, e perché io dovrei accettarlo?".
Io: "Perché tu debba accettarlo non lo so, e non sei tenuto a farlo: deciderai tu cosa vuoi. Sul perché io mi sforzi, invece, è perché so che quel ruolo lo svolgeresti bene, perché ti ritengo un buon diavolo e alla fine provo per te - che so benissimo essere così solo per quanto tu lo neghi - compassione, e da persona buona qual sono ti offro una possibilità. Vedi? Non sono così fredda e insensibile nei tuoi confronti come vorrei...".


08/09/14

Hai mangiato?






Alcuni giorno orsono ho dato ospitalità a un giovane viaggiatore olandese, che mi ha raggiunto intorno all'ora di cena. Mentre si preparava la stessa ci siamo messi a chiacchierare e bere vino, e gli ho raccontato che - alcuni mesi orsono - girava in Italia la battuta su quanto le intercettazioni telefoniche rappresentassero ragione di perplessità e sospetti di linguaggio in codice presso i servizi segreti americani (che le avevano illegalmente messe in atto) in quanto la prima o la seconda domanda, specie tra parenti, era sempre "Hai mangiato?".
Non trovate che tal battuta sia deliziosa? :-)

Perché è vero: qui da noi si dà un'importanza fondamentale all'atto di mangiare, così come a ciò che si mangia. Possiamo essere dei poveracci in qualsiasi senso, degli ignoranti e degi incompetenti, ma qualsiasi italiano sarà sempre sospettoso per ciò che gli viene proposto al ristorante, leggerà sempre le etichette per capire da dove arrivi un prodotto e cercherà in ogni modo di procurarsi gli alimenti che porterà in tavola da produttori che conosce personalmente o tramite amici-di-amici. Saprà sempre in qualche modo cucinare e associare decentemente i sapori, godrà come se avesse un orgasmo di una mozzarella che si squaglia, andrà in estasi al profumo di origano e basilico.

Al di là del refrain radical chic del "siamo ciò che mangiamo" - di cui poco mi importa, ché (sebbene lo trovi un invito sensato) spesso mi risulta intollerabile l'estremismo di coloro che ergono tal affermazione a propria bandiera - preparare da mangiare per qualcuno è il primo atto d'amore nei suoi confronti: la madre nutre il bambino, e attraverso quell'atto si stabilisce una prima forma di comunicazione e di possibilità di vita. Per questo chiedere a qualcuno se abbia mangiato è esprimergli il proprio amore, preoccuparsi del benessere della sua esistenza (perché "un sacco vuoto non sta in piedi") e predisporlo a una migliore relazione col mondo e a una più pacificata gestione dei problemi del quotidiano.



 "Hai mangiato, mio giovane ospite?".
"Non ancora, ma in realtà ho pensato che per te fosse tardi".
"Tranquillo, avrei potuto mangiare da sola, ma sapendo che venivi tu ho preferito aspettarti e mangiare insieme".


Ovvero godere insieme, parlare, assaporare i cibi. E che tu già sentissi che le cose stavano così, ma non le avevi ancora razionalizzate in tal modo, è testimoniato dal fatto che m'hai portato in regalo un chilo di albicocche :-)

PS. Mangiare insieme è amore e comunicazione - quindi è una delle tante possibili attività interscambiali con il fare l'amore, quando tra due persone c'è affinità. Sappiatelo... ;-)

07/09/14

Personalità multiple e risparmio energetico




Riflettevo ultimamente su questa questione della monogamia, rispetto alla quale non ho - come anche per molte altre cose - una posizione definitiva.
Ovvero, se rilevo una certa comodità nel pensiero della certezza della presenza di qualcuno a fianco con cui stare bene, essere felice, condividere un'esistenza interessante e appassionante, sono anche ben consapevole che gli esseri umani - e io in particolare - vengono spesso distratti dal passaggio di farfalline, che a volte li portano lontani da qualla persona cui fino al momento prima dedicavano tutto il loro amore, oppure s'annoiano proprio, per cui una persona sola non basta loro.

D'altro canto, però, che fatica tutta questa storia dei poliamori! A gestirla, a spiegarsi, a convincere gli altri della giustezza del proprio agire, a vederli comunque spesso intristiti perché il desiderio (altrui) della certezza di una persona con cui stare bene è cosa diversa dal desiderio di possesso di quella (cosa senza dubbio da condannare!). E' proprio il desiderio umano di assicurarsi il benessere anche in futuro.

Però, per me, queste cose valgono sino a un certo punto, ché io sono piuttosto, al contrario, terrorizzata dalla sicurezza di qualcuno nel presente, ma soprattutto nel futuro. E allora - pensavo - che involontariamente la mia soluzione (alla presenza temporanea, al rischio della noia ecc.) è già emersa nel tempo per conto suo.
Ovvero: io me li cerco squilibrati, contraddittori, pieni di conflitti interiori, con una bella presenza di tante personalità che coesistono cozzando all'interno dello stesso soggetto, così intanto non mi annoio, e quindi non ho bisogno di cercare suggestioni altrove, e poi di discuterne, bensì rimango lì, con loro, fedele, ed esploro tutte queste diverse persone all'interno dello stesso soggetto.

Poi, quando finisce - perché sempre finisce se costoro non trovano la donnicciola-crocerossina - si tira entrambi un respiro di sollievo per la felice condizione di single ritrovata, nel'attesa eventuale della prossima relazione senza carichi pendenti, malumori, aspettative faticose e castranti. Olè :-D
 

05/09/14

"Ogni uomo è un artista", già lo diceva Joseph Beuys





"Qui nessuno lavora più, tutti fanno qualcosa di artistico" - ho sentito nuovamente qualche giorno fa questa frase pronunciata dalla voce lenta e depressa del Cheyenne di This must be the place. E ho avuto nuovamente una crisi di rigetto.

Perché io non conosco le condizioni in cui viene pronunciata nel film, ma sempre più - essendo circondata da 'artisti' (o sedicenti tali) - questi operano una distinzione tra sé e il resto del mondo per cui veramente pronuncerebbero tali parole con il più truce e offensivo snobismo nei confronti altrui. Convinti della giustezza, plausibilità e assolutezza di tale affermazione e distinzione.

La quale si porta dietro - sempre - ragioni di ordine economico: gli artisti hanno diritto a venire pagati per l'esercizio della loro arte - in quanto nel loro caso è lavoro - dal resto della società, la quale, invece, se ha piacere di esprimersi in qualche modo sarà sempre relegata all'esercizio della pratica artistica in modo amatoriale, hobbistico, con contenuti e produzioni per forza di serie B perché così altri (la critica, il mercato) hanno deciso.

Ecco, anche no.

Non è che personalmente io abbia sempre più dubbi e difficoltà nel riconoscere un qualche valore distintivo in chi si definisce in ruoli che hanno a che fare con l'arte, ma è proprio che la presunta professionalizzazione di tali ruoli, di fatto, è propria d'un certo mondo occidentale che emerge in un ben definito periodo storico in Europa in relazione alla dimensione delle accademie di formazione alla stessa, della critica e del mercato.
Quindi ce n'è già per dubitare del valore, in particolare se assolutizzato/universalizzato, di qualsiasi discorso in merito.

In tutto il resto delle culture umane del mondo tal distinzione non esiste sin quando la critica d'arte Occidentale e l'espansione del mercato (nuovamente Occidentale) non le raggiungono e vi impongono le proprie categorie interpretative (con relativi strafalcioni nell'incomprensione che ogni volta che come antropologa li vedo in atto mi fanno tanto, tanto ridere, perché proprio solo dettati dalla presunzione).

In questi contesti - che, vorrei vi giungesse forte e chiaro, sono tutto il resto del mondo - ogni membro della comunità è/era un artista. Tutti hanno/avevano diritto all'espressione artistica e al godimento estetico - non vi sono/erano artisti 'veri' e altri 'di serie B', amatoriali, per via della distinzione arbitraria di qualcuno. Anche perché - e questo è a dire poco lapalissiano - criteri oggettivi di valutazione non ne esistono, checché ne dicano gli 'esperti': costoro neanche sanno definire cosa sia 'arte' e cosa non lo sia, figuriamoci se hanno elaborato criteri universali per definire chi sia un artista e chi non lo sia!



Tutti, in contesti extra-occidentali, imparano le tecniche, perché - premessa comune a tutta l'umanità - tutti hanno un proprio senso estetico, e tutti potrebbero aver qualcosa da dire e condividere. Allo stesso modo,  accademie di formazione, critica e mercato sono stati e sono tutt'ora responsabili della deriva agghiacciante di forzare, vincolare, ridurre le potenzialità di godimento umane indicando cosa debba essere considerato bello e cosa no.

Mi viene la pelle d'oca ogni volta che sento un critico o un artista dire di qualche lavoro che sarebbe "brutto". Il relativismo l'avete mai sentita come prospettiva? Evidentemente no. Ecco, allora, studiate - voi sì - studiate, allargate la vostra conoscenza del resto del mondo prima di pronunciarvi!

Di fatto, la necessità di espressione di sé attraverso forme che ci facciano provare piacere e che facciano provare piacere ad altri essere umani è propria della nostra specie, così che castrarla, ridurla, negarla a chi non avrebbe competenze riconosciute (e, come detto sopra, riconosciute da chi e in base a quali parametri assoluti?) è un atto di violenza e un sopruso.

 


D'accordo con Joseph Beuys, per me ogni uomo (e ogni donna) è un artista, poiché chiunque deve poter lavorare alla comprensione - e di qui al rinnovamento con la propria azione creatrice (in qualsiasi ambito e modo questa si concretizzi) - di sé e della realtà.



Quindi bene: qui nessuno lavora più. Perfetto: magari sarà la volta buona che ci metteremo a lavorare tutti per sopravvivere. Tutti allo stesso livello, nella medesima quantità/qualità: non alcuni più furbi e altri meno, alcuni più fortunati e altri meno, per cui i secondi devono morire con lavori faticosi, pesanti, umilianti mentre i primi - i sedicenti artisti o coloro che qualche critico o mercante ha definito tali - stanno lì sereni a lanciare proclami contro la società cattiva che non li sostiene economicamente abbastanza!

Fare arte, parlarne, promuovere riflessioni, visualizzazioni, verbalizzazioni, sonorizzazioni del/dal nostro essere umani non è (solo) lavoro. E' l'urgenza dell'essere nel mondo, e dello stare in relazione con altri che provano la stessa istanza - qualcosa di cui tutti abbiamo bisogno.
E che tutti dovremmo poter fare, senza dover patire l'essere categorizzati come di serie B nel momento in cui vi ci dedichiamo!

30/08/14

Corteggiamenti en passant e loro conseguenze: sintesi comparata





Visto che sono una donna e che a quelle che appartengono a tal genere pare debba sempre essere indirizzato qualche commento dagli appartenenti all'altro genere quand'esse passano per strada o se ne stanno per conto proprio da qualche parte, così come la reazione a tali commenti è foriera di reazioni diverse nell'interlocutore quando questi diverso nelle tre culture che sono più abituata a frequentare, eccovi una sintesi di ciò che da tempo ho verificato.


Situazione/Fase A. 
Lei passa per strada o è in un locale a farsi i fatti suoi. Lui non può non pensare che lei stia aspettando proprio lui (questo è comune a tutte e tre le culture). Quindi ci prova.

Versione spagnola.
"Ehi, guapa, eres hermosa! Mi maledica il cielo se ho visto qualcosa di più bello di te da anni a questa parte.
Come stai? Ci prendiamo qualcosa? Ti invito io! Una birra, un bicchiere di vino, un caffè, qualsiasi cosa!".
Ovvero il tipo in questione non ti studia più di tanto, né mette in scena alcuna distanza. Parte in quarta con complimenti esagerati, imprecherà almeno 4-5 volte su quanto Dio meriti punizioni per avergli dato gli occhi per vederti, quindi - rivolgendosi a te - va diretto al sodo: farti bere, parlare un po', andare a letto. Semplice e diretto - onesto. Senza troppi fronzoli inutili.

Versione francese.
"Bonjour mademoiselle. Lei porta il sole nella mia giornata. Ora che l'ho vista posso morire felice.
Lei è di qui? No? Posso offrirle qualcosa e farle da guida per la città?".
Il tizio è un cascamorto, ma estremamente cortese. Tiene educatamente le distanze sinché non le riduce l'interlocutrice. E la studia, per cui la prima domanda è sempre "Lei è di qui?". Ovvero raccoglie informazioni per tendere la trappola più adeguata per la specifica vittima in questione. Quindi si candida con formula che lo renderebbe apparentemente innocuo.

Versione italiana.
"Ehi, guarda che bocconcino sta passando... Ehi, figa, ehi sì, dico a te, guarda cos'ho qui per te. Lo vuoi, eh?
Dai, non fare tante storie: io sono un uomo, tu una donna, lo vogliamo tutti e due, guarda che grosso che è."
Ovvero: l'educazione non esiste. La distanza neanche. Il rispetto? Concetto antiquato. Qui siamo solo due macchine in un atto meccanico. Manco ci si annusa più per verificare se c'è attrazione - è morta pure la dimensione animale. Contano solo i buchi disponibili.


Situazione/Fase B(a). 
Lei risponde con un "No, grazie. Sto bene così / vado di fretta / ho da fare / preferisco stare da sola, ecc.". Chiaro che tutti e tre insisteranno - mai che un "no" venga afferrato al primo colpo - ma poi dovranno accettare la realtà che la loro compagnia (e soprattutto la certezza che ciò implichi da parte loro il seguito) non è gradita. Se ne faranno una ragione? E come? Vediamo.

Versione spagnola.
"Bueno, tía, va bene. Come vuoi. Adiós".
Non sarà entusiasta, ma allo spagnolo la memoria del rifiuto rimane per due secondi netti, quelli nei quali identifica la prossima da prendere di mira...
Ovvero il tipo in questione mantiene un atteggiamento amichevole, non tratta male la donna. Accetta il rifiuto, tanto siamo tutti diversi, e ognuno ha i suoi gusti. Sa che è meglio essere presi bene entrambi, altrimenti non ha senso. Il tipo, quindi, non si perde d'animo, e non ragiona sul rifiuto manco un istante. Tanto il mare è pieno di pesci da pescare - s'ha solo da guardarsi intorno e identificare il prossimo. Prima o poi uno che si lascia pescare lo si trova. E in alternativa vi sono gli amici con i quali fare nottata, ridere e girovagare raccontandosi aneddoti della giovinezza.

Versione francese.
"Bon, d'accord. Ma se cambia idea, questo è il mio numero. E la prego, abbia cura di lei. Arrivederci".
Ovvero il tipo non rinuncia all'educazione e al rispetto verso l'interlocutrice, né alla speranza (cioè, si fa per dire, ché ovviamente è tutta una posa). Differisce, e lascia la possibilità aperta, ché può sempre capitare qualsiasi cosa nella vita per cui lei abbia bisogno di lui. Astuto come un cacciatore paziente che semina trappole in forma di biglietti da visita. Attendendone l'esito senza muovere un dito, sorseggiando un Pastis.

Versione italiana.
"Ma che cazzo hai che non va, eh? Cos'è, sei lesbica? Dev'essere così, sei lesbica, una puttana lesbica. Ma chi ti vuole, tanto? Sei così brutta che non ti farei neanche se fossi tu a volerlo, puttana".
Il tipo non la prende bene. Figlio idiota di cultura machista, anche il migliore ne condivide ineluttabilmente i tratti che periodicamente riemergono nell'astio con cui accoglie i rifiuti - incapace di capire ciò che anche un bambino di tre anni comprenderebbe all'istante. Ovvero che le sue modalità di corteggiamento sono così violente, inadeguate e squallide che non attrarrebbero neanche la più disperata, brutta, volgare e depressa donna esistente al mondo.
Di qui ulteriore violenza all'indirizzo della malcapitata come fosse lei responsabile di tutto il male di lui. Inutile dire che lei non vorrà più saperne. E magari diventerà lesbica sul serio pur di non aver più a che fare con uomini come questi.


Situazione/Fase B(b).
Lei è ormai lontana e lui, solo, ragiona sul rifiuto.

Versione spagnola.
Il mare, appunto, è pieno di pesci. Prima o poi uno si trova. E chi lo sa poi come funziona? Può essere che il mattino dopo ti svegli in piena resaca, guardi chi ti sta a fianco e ti dici "E questa chi cazzo è?". Ed è tutto ok: tanto non vi vedrete più. Vi siete presi bene, l'avete fatto, e adiós serenamente con un sorriso. Quindi dove sta il problema?
Oppure i due si sono anche parlati e attratti nel farlo, e magari, in un paio di settimane, si ritroveranno innamorati a vivere insieme. Ovvero: in Spagna si passa serenamente dalla condizione di una nottata brava da amanti casuali all'amore e alla convivenza - non sono cose che si escludano mutualmente.
Bella maturità, nevvero? :-)

Versione francese.
Il tipo è ancora lì che beve Pastis accasciato sul bancone del bar biascicando "La vie, l'amour, les femmes...".
Probabilmente ne recupereranno il cadavere alla fine del molo dov'era giunto a guardare l'orizzonte all'alba con sigaretta in bocca e panama in testa.

Versione italiana.
Lui: "Ma che cosa ho che non funziona? Perché tutte mi dicono di no? Ma perché non ne trovo una perfetta? Cosa ho che non va?"
La madre: "Non è colpa tua, tesoro, è che le donne sono tutte puttane, oggigiorno. Sarà difficile per uno bello, intelligente e sensibile come te trovare quella giusta".
E intanto la mamma si informa con le amiche per combinare l'incontro tra la figlia di una di loro e il lui in questione. Nel successivo incontro tra i due, lui tratterà lei come una santa (ché le puttane sono tutte le altre donne, ovvero quelle che escono di casa da sole e che non passano per l'intercessione di mamma) e lei si stupirà che lui non sia come quelli che per strada le danno della puttana ogni due per tre cercando di portarsela a letto, e quindi cederà alle sue lusinghe. Si sposeranno, riprodurranno, e alimenteranno questo modello patetico.

23/08/14

¡Que tenga suerte! è ciò che noi abbiamo perso...

Oggi ho avuto un altro incontro di questi deliziosi, ché io sono una che parla con tutti, dalla guardarobiera del museo che mi fa poi entrare gratis per il piacere delle chiacchiere che, rispettosa del suo lavoro al contrario di tanti turisti buzzurri, scambio con lei al personale dell'ostello per cui cucino, pur se cliente, spaghettate comunitarie aperte anche agli altri viaggiatori squattrinati, dopo aver fatto colletta tra tutti per comprare gli ingredienti. Per tacer del leggere i tarocchi gratuitamente e del lasciare origami in regalo a chi incontro.
Lo so, non ci sono più da tempo con la testa :-D

L'anziana signora mendicava sotto il sole fuori da una chiesa chiusa. Le passo oltre facendole un cenno di saluto - almeno questo visto che già sono senza soldi io stessa e provo sentimenti contraddittori rispetto a come agire in queste situazioni: ché, sinché esistono i maledetti stati e i loro altrettanto maledetti governanti a gestirli, queste persone dovrebbero stare in carico loro attraverso le tasse che noi cittadini paghiamo. Altrimenti vadano stati e governanti fuori dai piedi e ci incaricheremo noi - società civile - di preoccuparcene.

Comunque, dicevo, le passo oltre. Due soli passi dopo trovo un cent. Certo, nulla. Ma mi chino e lo raccolgo. Io raccolgo sempre le monetine per terra. Quando ero piccola mio padre mi persuase che portavano fortuna, e lui stesso gettava intenzionalmente per terra, di tanto in tanto, monetine da 5 lire (ve le ricordate? quelle col delfino nelle mie memorie infantili...), sperando che chi le avesse trovate credesse come lui nella medesima utopia, e quindi ne sorridesse.

Torno indietro, e lo metto nel bicchiere della donna e le spiego: "Signora, io soldi non ne ho, ma da noi in Italia si dice che trovare monetine per strada porti fortuna, e allora io regalo questa fortuna a lei". E le sorrido.
La signora si illumina. "Niña, grazie. Mi trattano tanto male, quelli che controllano i mendicanti che possono stare qui mi hanno già picchiata una volta allora adesso ci sto quando la chiesa è chiusa. Grazie di regalarmi questo pensiero, ho tanto bisogno di un po' di fortuna...". E sorride di nuovo.

Io continuo a pensare che sia questo ciò che abbiamo perso in Italia: la gentilezza, la solidarietà, la leggerezza, la speranza, la reciproca fiducia, e ci siamo trincerati nella durezza, nell'aggressività, nel sospetto, nella diffidenza e nel curare solo noi stessi nel nostro interesse di disperata sopravvivenza che, pur se chiaramente legittimo, ci ha resi cannibali verso i nostri simili. E quelli su in alto fomentano e approfittano sempre delle guerre in basso, così non ci si coalizzerà contro di loro.
Ecco, qui no: qui si coalizzano ancora contro un nemico comune: il ricordo di Franco, per fortuna, è ancora vivo e nessuno vuole più un rischio del genere...

Perroflautas di qui







Torno in ostello a piedi nella notte, attraversando sotto le luci arancioni le strade del centro deserte, dove sporadiche sono ormai le presenze umane.
Un giovane magro, occhi azzurri, vestiti stracciati, pantaloni a metà polpaccio e caviglie in vista. L'amico e il cane sdraiati per terra su cartoni. Allunga il cappello.

"Ciao bella, hai qualcosa da darmi?" - e mi sorride con estrema dolcezza.
"Ma a me chiedi? Ma non vedi che poveraccia sono?" - rispondo con lo stesso sguardo pieno d'affettuosa solidarietà.
"Non è un problema, va bene lo stesso" - la sua dolcezza continua, con occhi che s'aprono di luce - "Dammi un sorriso allora, ché sei così bella!". Sta dicendo sul serio...

Mi giro, torno indietro, lo guardo dritto negli occhi.
"Soldi non ne ho, ma ho del tabacco, lo vuoi?".
"Sì, grazie, sei davvero gentile" - e si porta il cappello al petto.
Continuiamo a sorriderci. Anche il suo amico ha occhi azzurri e sorride, ora che mi sono fermata e chiacchiero un po' con loro.

Mi allontano con un "Buona notte, ragazzi!" detto di cuore.
E i due, a loro volta, salutano il mio allontanamento indirizzandomi tutti quegli intercalare tipici di qui - mujer!, guapa!, hermosa!, tia!, querida!, cariño! - che non significano niente ma indicano che sei già dei loro, che nutrono già affetto per te, che ti hanno già preso sotto la loro ala protettrice.

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