08/09/15

La vita è una partita di calcio con l'esito già scritto, ma...









“Ora dimmi, seguace di Dioniso, qual è la cosa migliore e più desiderabile per l’uomo?”, domandò il re Mida al Sileno, e questi, costretto dalla sua insistenza, con voce stridula gli rispose: “Il meglio è per te assolutamente irraggiungibile: non essere nato, non essere, essere niente. Ma la cosa in secondo luogo migliore per te è – morire presto” (F. Nietzsche, La nascita della tragedia).

La vita è come una partita di calcio dall'esito già scritto: la nostra sconfitta al fischio dell'arbitro dell'ultimo minuto. Certo, vivere con questa prospettiva in mente è tragico, ma una volta definiti i confini temporali e spaziali della partita di calcio, non potrebbe essere appassionante giocarla con tutte le energie che abbiamo in corpo pur sapendone già l'esito?
Già sapremmo che i goal non conterebbero niente, ma correre e segnarli da prospettive impossibili facendo esultare chi ci circonda e tifa per noi non ci darebbe comunque piacere?
Costruire azioni con i nostri compagni di squadra al fine di quel risultato non ci farebbe assaporare la bellezza del processo e del disegno in sé?
Schivare lealmente le azioni dell'avversario - parimenti implicato nello stesso gioco con le medesime regole - non darebbe a entrambi i contendenti un sorriso nel mirare l'azione ben realizzata?
Collaborare nel proteggere la porta con coloro che giocano in altri ruoli e incoraggiarli qualora si volessero smarcare dalla difesa e passare all'attacco, impegnandoci affinché segnino, non ci riempirebbe il cuore quando ciò accadesse loro?

Io gioco tra il centrocampo e l'attacco. Non so se nel gioco reale si possa, ma nella mia vita sì. Mi curo quanto basta per avere le energie per correre, e la capacità di rialzarmi quando cado e mi faccio male (anche seriamente). Mi invento strategie e tattiche per portare avanti un po' in solitaria, un po' con la collaborazione altrui, i goal. Sapendo bene che ogni corsa, ogni caduta, ogni impatto potrebbe essermi fatale e non farmi raggiungere neanche il 90° minuto. Ma intanto mi alleno e corro.

Anche se la porta è sempre la stessa, i goal ogni volta sono diversi per traiettoria, intensità, angolo del tiro, come diverso è il gioco che mi ha portato a segnarli articolando l'azione a partire dalla mia immaginazione, schivando avversari, costruendo passaggi con i miei compagni di squadra.
E quando segno, sono felice, anche se è per un istante, e quel goal è segnato per tutti. Per me e coloro che mi stanno intorno e mi hanno aiutato nella strategia che ha portato a segnarlo.

Così come so che c'è chi sta in difesa, per tutta la vita, protegge sé e forse gli altri - ma più che altro sé - con in mente il pensiero del 90° minuto, magari anche sperando nei recuperi, poi nei supplementari, poi magari anche nei calci di rigore. E mi dispiace per costoro, non per arroganza - non perché vorrei affrontassero il gioco come lo affronto io - ma perché so che agli esseri senzienti è data la conoscenza della propria condizione tragica come è dato il desiderio, e quest'ultimo - e il tentativo della sua realizzazione - è ciò che trasforma una partita dall'essere giocata tutta nella paura e quindi nel "fare melina" all'essere giocata con il coraggio, l'energia, la passione e la gioia d'una finale dei mondiali.

Pur sapendo che le luci, dopo, si spegneranno, e che aver vinto o perso non avrà, nel tempo successivo, alcun valore. Valevo solo il tempo e il modo in cui la si è giocata.

05/09/15

Ho rotto uno specchio... e reinterpretato la conseguenza.






 

Rientrata da poco, ho disfatto i bagagli, fatto le pulizie di casa e messo tutto in ordine. Faccio anche corrente, per cambiare un po' l'aria, mentre seduta al pc evaderò la posta e organizzerò i miei prossimi giorni.


D'un tratto sento un rumore sordo alle mie spalle, seguito da quella che è chiaramente la caduta di qualche oggetto e infine il fracasso di vetri che si rompono. Corro in camera temendo si sia rotto un vetro della finestra, e invece no. Vado in bagno, e qui vedo il disastro: un quadro è caduto e ha portato con sé la specchiera antica che tenevo sul mobiletto. Pezzi, frammenti e polvere dello specchio si spandono per tutto il pavimento.

Vado a prendere la scopa e comincio a recuperarli, mentre penso "7 anni di sfortuna, mi aspettano 7 anni di sfortuna" e anche "no, non ce la faccio ad averne oltre la sofferenza che combatto abitualmente, oltre tutte le cose che già abitualmente non vanno, non ce la faccio".
Ma anche "chissà se si può annullare...".
Vado e interrogo l'oracolo - google-pocus - e vedo che i metodi ci sono. Mi risolvo per quello più attuabile al momento, quindi raccolgo i pezzi in una bacinella e li metto sotto l'acqua fresca corrente. Uno poi lo prenderò, e lo userò per riflettere la luce della prossima luna piena - azione che dovrebbe servire per 'pulire' dall'influsso negativo e ridare purezza all'immagine.

Ma intanto leggo, nelle pagine che trovo, la ragione per cui si ritiene che rompere uno specchio porti male. E questa è che lo specchio - riflettendo l'immagine della persona - ne catturerebbe/rifletterebbe anche lo spirito, e quindi, rompendosi lo specchio, si romperebbe anche l'anima di quella persona, che perderebbe dei pezzi di sé.

Ci penso un po' su e concludo che in realtà questo potrebbe anche non essere una sventura, anzi, potrebbe rappresentare una buona occasione per interpretare la cosa in modo opposto. Non è che tutto tutto di me mi piaccia, e vi sono cose di me delle quali mi disferei anche volentieri. Perché non vedere allora questo accadimento come un segno del destino - un destino che mi vuole venire incontro e dire "ehi, è arrivato il momento che butti via questa roba".

Raccolgo i pezzi più grossi e li metto ad asciugare sopra una tovaglietta di fibra naturale: forse un giorno diventeranno un collage su cui stamperò una mia immagine - d'altronde la mia persona è un insieme di pezzi contraddittori faticosi da tenere insieme da sempre, ma credo a ciò che dice il kintsugi e quindi sono felice così. Che asciughino nell'attesa della luna piena.
Ma raccolgo anche i pezzi più piccoli - appuntiti, lamiformi, taglienti. Immagino siano le parti più rabbiose di me, quelle più cattive, quelle più impulsive quando soffro, quelle che intenzionalmente fanno male agli altri come reazione quando viene fatto del male a me (io con la violenza degli umani ho un problema relativo alla sua ingestibilità che ancora non ho trovato il modo di risolvere).
Li raccolgo, e li butto, sorridendo :-)


09/08/15

Allineamenti









"I feel that I'm closed to the centre of things".
Questa frase era il titolo di un'intervista a Werner Herzog che lessi vent'anni orsono, tratta da una sua risposta quando il giornalista gli chiese un bilancio provvisorio della sua vita in quel momento.

Io non lo so se sono vicina al centro delle cose. Di certo i miei occhi e le mie orecchie sono più aperti rispetto ad alcuni anni orsono, e a guardare e ascoltare a oltranza - senza paura e quindi senza chiusure per il timore del dubbio - si impara. Ma, soprattutto, si sviluppa l'intuizione, checché ne dicano i miei rari detrattori.

Davanti ai miei occhi si compongono strutture di atomi in molecole e sistemi biomeccanici complessi, al punto che sempre - mentre mi muovo, parlo, sto in relazione - vivo le due visioni (quella reale e quella mentale) contemporaneamente.

Le intuizioni trovano poi conferma nei risultati della ricerca prodotta in ambiti disciplinari distanti da quelli della psicologia, della sociologia, dell'antropologia. Chimica, fisica, biologia, neuroscienze, medicina - qui le ricorrenze più frequenti tra ciò che 'vedo' e come sembra funzioni l'esistente.

Vedere più in là - su tempi è più lunghi e spazi più ampi - è però una pena. Si va fuori-sincrono e fuori-luogo rispetto al contesto del presente. E perciò se ne soffre il disequilibrio, e a propria volta il contesto non ti lesina violenze per espellerti come organismo estraneo.

Poi può capitare che si trovi un tempo e un luogo in cui hai la sensazione che, mentre percorri come un funambolo una corda, tutta l'aria che hai intorno si trasformi in un'energia potentissima che fa massa critica per sostenerti, per cui percorri la corda con grazia e sicurezza, certa che non cadrai, in perfetta armonia.

Per un po' ci sono, e vorrei trovare il modo per rimanerci. Ma non so cosa mettere in gioco di mio perché questo contesto ne goda e mi sorrida...




19/07/15

El poder... ¡Que se joda!

In queste settimane mi trovo per un piccolo lavoro di ricerca a Barcellona. In questa città ho molti amici, che ogni volta che vi passo cerco di incontrare. L'altro giorno, all'uscita dall'ufficio, ho chiamato un'amica per proporle di vederci e pranzare insieme, e così è stato - con gli ovvi aggiornamenti reciproci dei mesi in cui non ci siamo viste.
Dopo un pomeriggio passato nella conversazione più affettuosa - le donne buone, quando si trovano tra loro, sanno riportarsi reciprocamente in equilibrio con la parola meglio di qualsiasi droga o terapia - mi dice che vuole andare alla presentazione del libro di una sua collega, che vi saranno tutte loro e che vorrebbe davvero che io le conoscessi.
Non avendo programmi l'accompagno volentieri, per cui ci mettiamo in marcia verso una delle librerie più chic della città, situata nella via dei negozi d'abbigliamento delle marche più altisonanti e costose della moda, e andiamo a sentire di questa raccolta di microbiografie sulle prostitute barcellonesi.


Perché la mia amica - come le donne che di lì a poco conoscerò - è una prostituta, nonché attivista per i diritti delle stesse, e in particolare per il riconoscimento di tal lavoro come qualsiasi altro, ragiun per cui si batte parimenti per ottenerne la legalizzazione.
La presentazione sviscera i contenuti del libro, e vengo in tal modo a sapere molte cose interessanti sulla scelta di dedicarsi a questa professione, sul modo in cui si gestiscono logisticamente, fisicamente e psicologicamente, sul sistema valoriale cui si riferiscono queste donne (di fatto, in gran parte coincidente con il mio) e pure - cosa che mi fa sorridere perché su questo io sono un'imbranata totale invece nel mio lavoro - rispetto all'autopromozione, al rapporto col cliente, e sostanzialmente al marketing che le vede "imprenditrici di se stesse".
A fine dibattito che ne segue, la mia amica ci introduce reciprocamente, e vengo invitata a bere un bicchiere con loro in qualche dehor della zona. Dopo un po' di camminata, e scartando man mano i vari lussuosissimi locali della via in cui loro sono state, sì, ma con i loro clienti che pagavano per loro, ne troviamo uno defilato e semplice, e decidiamo che fa per noi. Di fatto, queste donne curate, intense e consapevoli sono insospettabili, e vivono modestamente malgrado economicamente problemi non ne abbiano, e possano vantare (ma non lo fanno così come non lo sfruttano) ogni genere di aggancio con importanti e potenti personaggi locali.


Dopo un po' il gruppo si disperde, e rimango a cenare con la mia amica e due di loro. Una, mia coetanea, comincia a chiedermi di me. Le racconto, e man mano che parliamo viene fuori la mia vita privata e il fracaso - ovvero l'insuccesso, il fallimento - di tante mie relazioni.
Di fatto, io so benissimo che il nocciolo della questione è che io - non provando più il bisogno di un uomo che mi appoggi e sostenga nella vita (quella fase l'ho superata qualche hanno fa quando uno di questi mi distrusse per l'ennesima e ultima volta, pur concedendogli io il replay qualche mese fa nella speranza, frustrata, che vi fosse stato in lui qualche cambiamento in positivo nel frattempo) - non sono in alcun modo incline a mortificare o falsificare pezzi di me per godere della sua presenza.
"Sì, nena, il problema è questo: quasi tutti gli uomini, anche quelli più acculturati, gli intellettuali, i più riflessivi, e anche quelli che apparentemente si battono pubblicamente per la libertà di tutti gli esseri umani, la parità, il rispetto tra i sessi, prima o poi ci cascano...".
La guardo con curiosità: mi ha già inquadrata e ha già inquadrato chi frequento. E lei continua: "Prima o poi, anche quelli che ti parlano più di pari diritti tra uomini e donne, di uguaglianza, di libertà, anche quelli che dicono di 'ammirare le donne' - cosa che poi è stupida perché ciascuno fa semplicemente del proprio meglio per risolversi in qualche modo la vita, non c'è da ammirare l'uno o l'altro perché fa magari mille cose per sopravvivere, come le donne sono costrette da questa società patriarcale a fare anche se sceglierebbero magari altro, se avessero un po' più di vero sostegno da parte della controparte maschile - viene fuori che hanno questa cosa del potere che gli rode, che non l'hanno affatto superata, anche se a parole sbandierano in giro di sì...".
Continuo a guardarla e ad ascoltare il suo racconto. Mi stanno girando in contemporanea le parole di Emma Goldman nella testa, e il suo scagliarsi con tutte le proprie forze contro quell'istinto maschile proprio di tantissimi uomini che vedono dio in se stessi.


"E noi donne siamo stupide, perché se da una parte dimostriamo d'essere forti, indipendenti, d'esserci guadagnate la nostra parità, dall'altra, quando desideriamo un uomo, pur se abbiamo già ottenuto tutto ciò che ci serve da sole, cosa facciamo? Cerchiamo l'intellettuale. Cerchiamo il leader. Cerchiamo quella cosa che ci dà la sensazione che saremo accudite e protette - ovvero cerchiamo persone che abbiano, o credano d'avere, un qualche potere o controllo della situazione. Cerchiamo quelli che apparentemente sono di successo. I vincenti. Pensando che il potere, l'essere riconosciuti come leader, o l'essere degli stimati intellettuali rispetto ai quali stare a bocca aperta, coincida con la garanzia di riconoscimento da parte loro che saremo loro pari. Che ci meritiamo, in virtù degli sforzi fatti per la nostra indipendenza, per la nostra dignità, per il poter ofrire loro rapporti liberi da vincoli economici, il loro rispetto e il loro amore. E no, non può essere così: perché costoro, che il più delle volte negheranno - perché non in linea con i principi per cui si battono pubblicamente - quel loro istinto, quella loro bramosia di potere e controllo sugli altri, in particolare sulle donne che stanno loro a fianco, nella realtà invece ce l'hanno profondamente radicata dentro di sé, e li governa e controlla, tirando a estendere quel controllo a chi li circonda facendolo sentire bisognoso, e di qui dipendente da loro".


Caspita, questa donna ha dipinto esattamente l'ultimo anno della mia vita, la mia impotenza e le relative profonde sofferenze e frustrazioni che ne sono seguite. Tendo l'orecchio e apro gli occhi, chiedendomi dove mi porteranno le sue parole.
"Allora quando io vedo che sono così dico loro che è vero, che mi stanno proteggendo e che ho bisogno di loro e dei loro soldi. Dò loro il mio tempo, la mia cura in tanti piccoli dettagli per renderli felici, il mio ascolto delle loro parole e il mio corpo. In cambio di soldi. In un rapporto chiaro e onesto, dove l'amore è una chiara finzione che entrambi sappiamo essere tale. Questo è essere oneste!".
Ecco dove è stato il mio errore. Anche io ero onesta, però amavo sul serio, non era una finzione. Io facevo tutto per amore - con un uomo come quello che lei ha dipinto e pur non avendone io bisogno. Aspettandomi che lui se ne rendesse conto, che abiurasse quell'istinto nefando, nocivo e negato a parole (ma non nei fatti) di potere, che mettesse pubblico e privato in rapporto di continuità, che mi amasse in questo modo - col riconoscimento d'essere sua pari. E così tante volte invece mi è stato negato! Così tante volte mi è stato detto "tu fai psicologia, io filosofia" (perché la psicologia è inferiore alla filosofia, ergo io dovevo esercitare quella nel momento in cui ragionavo in modo diverso dal suo), "tu spieghi con la razionalità, io con le immagini mentali sotto l'uso di sostanze" (a casa mia ciò si chiama dogmatismo, e non fa onore all'integralista che lo promuove, i cui pregiudizi non sono consapevolezza di come stia la realtà, ma potenziali errori dai quali cautelarsi con l'assoluto rifiuto e mancanza d'ascolto di qualsiasi parola potenzialmente foriera di dubbio), per poi però aggiungere "io sono un razionalista, uno logico" e sottintendere in tal modo che io, interpretando la medesima realtà diversamente, sarei irrazionale e illogica (eh, le donne, contraddistinte dall'afferenza all'emotività, alla natura, all'animalità/ferinità, al corpo e al sangue, sud rispetto al nord, luna rispetto al sole, e tutte le varie dicotomie dell'immaginario patriarcale!).
Ecco perché per mesi ho sentito che - al di là di quanta stima apparente mi venisse tributata - sempre c'era il tarlo di cercare di provocare in me una sensazione di inferiorità. E di dipendenza - ah, tutte le volte che mi ha rinfacciato il mio non aver bisogno di lui!


Ma mentre mi girano questi pensieri nella testa e vedo finalmente un po' di chiarezza, questa donna dalle fattezze da matrona continua: "Vedi, abbiamo tutti bisogno di cure. Solo che con gli uomini così si danno a pagamento, perché questi, quando stanno ancora dentro quest'ossessione per il potere e non pensano neanche di uscirne perché così è più facile, si sentono e sono privilegiati e riconosciuti dalla società che li sostiene e cui loro stessi contribuiscono a far sì che rimanga ciò che è - e sono la stragrande maggioranza degli uomini - sono perduti. E sciagurati, perché finché incontrano prostitute almeno hanno un rapporto sincero, con un gioco delle parti onesto, ma se incontrano donne cattive che alimentano loro questo modo di percepirsi, che si fanno mantenere senza dare nulla in cambio se non la finzione o la promessa della propria futura presenza, se stanno per conto proprio ma convincendoli che così facendo stanno rispettando la loro libertà e indipendenza, se praticamente si dichiarano al loro fianco, ma poi non ci sono e non ci saranno, sono perduti per sempre: per sempre staranno in quella presunzione di propria divinità e leadership rispetto alle quali devono ruotare tutti, pur se ciò non ha alcun riscontro reale, sempre vivranno senza neanche rendersene conto rapporti interessati e opportunisti, e saranno per sempre tormentati, fuori sincrono rispetto alle altre persone che hanno intorno".
Già. Questo l'avevo visto anche io. Per questo ci ho provato tanto. Ma no, non si può salvare dal proprio medesimo tormento chi se la vive così. Anche se lo vedi soffrire. Perché per venirne fuori bisogna superare con energia e coraggio le proprie paure più profonde, accettando che il salto nel buio si rischi di rivelare un salto nel vuoto. E quanti di noi sono in grado di fare una cosa del genere?


"Tutti abbiamo bisogno di cure. Di essere protetti. Di essere amati..." - e io ripenso alle parole di Emma Goldman, a quando diceva che il primo diritto per cui una donna doveva combattere era quello di amare ed essere amata - "Ma quando vuoi un uomo al tuo fianco, prendine uno che non sia al centro dell'attenzione. Uno cui il potere non interessi proprio. Uno che non ti dia neanche per un istante, neanche per una parola, il sospetto che in lui ci sia il tarlo del potere come desiderio, necessità o istinto. Uno che abbia riflettuto e superato tutto questo perché disgustato quando lo vedeva in altri uomini, o uno che non l'abbia neanche mai preso in considerazione. Uno che quindi è coraggioso, e felice di starti a fianco per quanto possa essere impegnativo, o prevedere che faccia altri ruoli che nella nostra società non sono da maschi, o sono visto come propri dei 'deboli'. Quello è l'uomo da amare. Anche se sono rarissimi, sono quelli gli uomini che - tra gli uomini - libereranno anche gli altri dando l'esempio, e staranno in relazioni felici con noi donne che li apprezziamo, rispettiamo e amiamo proprio perché sono così lontani da quell'ossessione nefanda per il potere che caratterizza la maggioranza di loro. Mio marito è così e io lo amo, lo amo profondamente come non amerei e non vorrei nessun altro!".


Et voilà: mesi di malesseri e somatizzazioni mi cominciano a venire curati dalle parole accorate e affettuose di una prostituta in una notte afosa di Barcellona, tra vino, ventagli costantemente agitati, urla e sonore risate, labbra tumide di rossetti carnosi, seni abbondanti fasciati in vestiti aderenti.
E mentre io sto lì a rimettere insieme i pezzi della mia anima con il collante della complicità delle donne buone - dichiarate, oneste prostitute - lei si prende qualche secondo, ordina un altro bicchiere di vino bianco, e con gli occhi lucidi e un'espressione tra l'amarezza e la rabbia conclude: "El poder... ¡Que se joda!".



05/07/15

Descanso (riposo)

Vi racconterò di una donna matura che non ha più ambizioni, ma ancora desideri - di vivere e trovare modi e occasioni per essere felice, e che non si arrenderà mai all'ipotesi contraria.
Vi racconterò di questi, malgrado tutto contro, e del rifiuto della serenità che sta nell'accontentarsi - concetto per lei tragico - con ogni mezzo necessario.
Vi racconterò del suo rifiuto di sopravvivere in alternativa al vivere.
Vi racconterò dei suoi micro - proprio micro, infinitesimali, inesisteni, inutili, piccolissimi - successi, sui quali lei fa ruotare tutta la propria esistenza, come fosse quella di qualche persona/personaggio significativo nell'economia dell'umanità.
Vi racconterò di una notte a Barcellona, in cui cinque prostitute l'ebbero a cuore, l'ascoltarono, e le risolsero mesi di patriarcato, dolori, inadeguatezze, disallineamenti con gli uomini che aveva amato - meglio di qualsiasi psicologo o qualsiasi femminista (le prostitute solo 'oltre' chiunque altro!).
Vi racconterò dell'essere tornata a Madrid, e aver visto gli amici di sempre - reduci dalla sbronza della sera prima, come sempre, per l'insensatezza della vita - cercare un bar dopo l'altro di ripristinare quel minimo di tasso alcolico nel sangue per stare in piedi il giorno dopo.
Vi racconterò dell'essere stata dentro questo con loro, e aver ballato in club invisibili all'esterno, pieni di gay, sotto luci stroboscopiche che rendevano la realtà ancor più onirica e allucinata, cercando la propria sbronza consapevole.
Vi racconterò dell'aver comprato le tagliatelle con i gamberi nel ristorante cinese vicino alla casa in cui due anni fa abitavo, e averle tenute nella borsa lungo la strada verso l'ostello.
Vi racconterò della telefonata troncata da mancanza di soldi con un uomo che tutto questo capiva e in cui non riusciva a stare, mentre gli raccontavo la sua storia con me - identica a tante altre di tanti altri uomini - felicità intense, corrispondenze inaudite, armonia e perfezione in cui non hanno creduto - e il mio sentire.
Vi racconterò del piccolo salone di bellezza in cui mi sono concessa, sulla strada dello stesso ritorno in ostello, il lusso pur a basso prezzo di una manicure per assumere un aspetto decente, mentre masticavo chewing-gum per stroncare il sapore dell'alcool in bocca.
Vi racconterò del tornare in ostello, mangiare in un angolo della cucina in disparte, e dell'ascoltare ragazzi americani parlare di femminismo con una ragazza che rifiuta le venga offerto da bere.
Vi racconterò, sì, un giorno, forse, tutto questo.
Ma intanto, mi lascio andare al descanso, al riposo - io ai vostri occhi 'estrema', ma in realtà forse solo ipersensibile e profondamente emotiva, incapace di arginare questo proprio essere, e timorosa di perdere troppo se lo facessi, timorosa di farvi perdere troppo: di perdere quel proprio essere che mi rende ciò che serve a voi, una persona da amare e dalla quale sapere, dal momento in cui entrate in contatto con lei, che sarete amati e che in qualche modo cercherà per sempre di prendersi cura di voi.

Annullare la soggettività - disse Carmelo Bene - è il modo in cui essere capolavori: a me questa ultima speranza. Un altro giorno vi racconterò. Ora ho solo bisogno di dormire. Buona notte a voi, miei amati.

27/06/15

Bagagli abbandonati

Incontro il mio amico italiano attualmente in vacanza a Barcellona, dove sono appena arrivata io stessa per lavoro. Con le lacrime agli occhi, gli racconto.

"Ieri sono atterrata a El Prat, e a questo giro ho dovuto imbarcare un bagaglio, quello a mano stavolta non bastava. Così sono andata nella zona dove li si recupera, e ho visto diversi nastri trasportatori fermi, mentre andavo verso quello in cui c'era il mio, ma ho notato che in tutti quelli fermi c'era sempre almeno un bagaglio che non era stato ritirato...".



"E allora?" - mi chiede lui.
"Allora li ho fotografati, e ho cominciato a immaginare perché non fossero stati ritirati: chissà, magari una famiglia numerosa ha dovuto prendersi cura di 4-5 figli e nella confusione, tra non dimenticare un figlio o un bagaglio, s'è dimenticata il bagaglio...".
"Già, tra perdere un bagaglio o un figlio..." - mi commenta.





"Oppure una vecchietta s'è sentita male in volo e nella concitazione di prestarle soccorso e farla ricoverare in ospedale appena atterrati non si sono preoccupati della sua valigia...".
Il mio amico mi guarda con un misto di perplessità e curiosità, conoscendo bene i voli della mia fantasia.


"Oppure ancora, ed è l'ipotesi più triste, qualcuno aveva preparato quel bagaglio insieme ad altri, ma poi, vedendo che altri avevano un contenuto per lui di maggior valore, ha deciso di non accollarselo rinunciando ad altri per lui più preziosi, e l'ha semplicemente abbandonato... Ecco, io in questo momento mi sento così: un bagaglio con cose dentro prive di valore, cui si può rinunciare abbandonandolo su un nastro traportatore fermo, in un luogo senza vita e senza storia come un aereoporto...".


"Non hai capito niente!" - sbotta l'amico con tutta l'energia che ha in corpo - "I bagagli che vengono imbarcati in voli sbagliati sono almeno il 10% di quelli in circolazione! Tu pensa invece a quel poveraccio cui l'hanno smarrito che è da qualche altra parte nel mondo che sta urlando disperato "il mio bagaglio, il mio preziossimo bagaglio, dove è finito? dove è finito?" e che lo sta cercando con ogni mezzo!".
Sorrido.

20/02/15

Fisica quantistica, biologia, sistemi aperti, e risonanza infinita e indefinita per garantirsi la sopravvivenza


Lei: "Fammi il favore, te ne prego. Chiudi ogni tanto delle porte, chiudi ogni tanto dei rapporti".
Io: "Non ci riesco. Non voglio credere che non ci sia un modo per trovare prima o poi un accordo, per 'tenere dentro tutti'. Sai, è un ragionamento a lunga distanza: non ci saranno per sempre altri posti in cui andare quando non si è d'accordo... E poi chiuderle sarebbe come dire a qualcuno che è morto, per me, e... Non ci riesco".
Lei: "Pensa a te, maledizione, impara a chiuderli. E' duro, ma necessario".
Io: "Lo so, ma io non riesco ad infliggere la morte a nessuno. [...] Io spero sempre nel dialogo e nel trovare un accordo - qualsiasi cosa sia accaduta - sino all'ultimo".
Lei: "Andrai avanti così tutta la vita?".
Io: "E' probabile".

Questo dialogo avviene periodicamente tra me e la mia migliore amica, in particolare ogni volta che incontro qualcuno che sta in modalità relazionali egoistico-utilitaristiche che possono anche concretizzarsi nel baratto, ma non nel dono (malgrado l'apparenza di offrirle come tali).
Per me le cose invece funzionano, tra esseri umani, quando si sta profondamente e senza alcun calcolo o aspettativa di ritorno in quest'ultimo - che a ben vedere è un sistema di baratto in cui io ci guadagno, ma talmente esteso, con un numero di partecipanti talmente infinito e indefinito, e privo in qualsiasi modo di una scadenza, che appunto si configura come sistema aperto in cui l'incertezza e il rischio della perdita di sé sono sempre annoverati, ma parimenti si decide di oltrepassarli.

Io sono arrivata a pensare e sentire che le cose possono funzionare bene - che significa per gli organismi viventi stare in salute e felici - se stanno in questo tipo di dinamica. Ma stamane ho scoperto che lo affermava anche un fisico - Emilio Del Giudice - parlando di fisica quantistica e biologia, e discutendo di movimento degli organismi viventi essenziale per la loro sopravvivenza, garantita solo dall'entrare in risonanza con quello altrui su un numero infinito e indefinito di altri soggetti viventi (e la sua brillante argomentazione è nel video in calce a questo post).  
E non è un caso che egli dica che la forza interna per far sì che ciò accada è l'amore, perché questa attitudine - quando concepita al di là della nostra abituale, ma limitata, sua visione - è la metafora, ma anche la realtà (pur se intangibile) più grande, potente, gratuita di cui gli esseri umani fanno esperienza nella vita.

Per questo poi io parlo di amor proprio (ovvero interesse per la propria sopravvivenza senza usare gli altri, in un sistema aperto di dono all'infinito) e non di egoismo (ovvero sopravvivenza tramite l'uso degli altri in un rapporto di scambio diretto).
Per questo io parlo di desiderio (movimento verso qualcosa di esterno) e non di bisogno (movimento verso di me).
Per questo io parlo di collaborazione (come tante radici di piante che si intersecano per scambiarsi nutrimento affinché ciascuna vada nella direzione della luce e della produzione del proprio unico bellissimo fiore) e non di solidarietà (ovvero di molecole che posso gettare alla pianta vicina sperando che lei a sua volta sia mossa da pietà o riconoscenza e magari ne getti a me quando vede che da sola non arrivo a fiorire). 

E se tu non riesci a fare altrettanto perché tu non stai in questo sistema aperto ti sei condannato a morte da solo, davanti ai miei occhi. E io non posso non piangere la tua perdita, come quella di chiunque abiti questo sistema complesso che è il pianeta. Una perdita drammatica, come quella di chiunque.



31/01/15

Le illusioni ottiche di Rob Gonsalves

L’artista canadese Rob Gonsalves lavora sulle illusioni ottiche, come il mio amato Escher. E guardando i suoi dipinti non riesco a non provare fiducia verso le potenzialità dell'immaginazione umana - sperando che investano tutti i campi della nostra esistenza.
Rifatevi gli occhi con la loro infinita bellezza. Buona notte, miei cari :-)

 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 

22/01/15

20 segni che dimostrano che sei nato per viaggiare

“Travel isn’t always pretty. It isn’t always comfortable. Sometimes it hurts, it even breaks your heart. But that’s okay. The journey changes you- it should change you. It leaves marks on your memory, on your consciousness, on your heart, and on your body. You take something with you… Hopefully, you leave something good behind.” - Anthony Bourdain





Poi mi imbatto in letture casuali del genere - sempre mentre faccio altro - e non posso non ridere di me stessa e condividere la mia autoironia con voi.
Vedete se vi riconoscete a vostra volta in questi punti che, secondo la combriccola di Zingarate, definirebbero l'essere nati per viaggiare.
Io quelli sui quali mi sono messa a ridere di me stessa ve li segno in italico, così che anche voi (se non trovate motivi di ridere di voi stessi) possiate ridere di/attraverso me - vi è concesso! Buona giornata! :-D


1. Riesci a farti nuovi amici ovunque, ma sai anche apprezzare i momenti in cui sei da solo in silenzio.
2. Sei sempre stato disposto a provare tutto almeno una volta (tranne forse eroina e Kopi Luwak).
3. Conosci bene strategie e trucchi di viaggio geniali.
4. Sei sempre stato bravo a Tetris, questo ti ha aiutato molto a capire come fare la valigia perfetta.[ahem... lo zaino...]
5. Sai dire "Cin cin" in diciassette lingue diverse [ahem, mi fermo a 8]
6. Utilizzi mappe per decorare praticamente ogni cosa [vero! chi riceve i miei regali lo sa! :-DDD ]
7. Ti emozioni sempre davanti a un "All Inclusive".
8. La prima cosa che pensi quando vedi una moto è libertà e non pericolo.
9. Hai ancora un vecchio paio di jeans perchè ogni strappo corrisponde a una storia, ad un viaggio fatto [ahem...]
10. Pensi alle malattie esotiche che ti sei preso in viaggio come a qualcosa di cui vantarti.
11. Non hai mai avuto problemi ad allungare i tuoi percorsi, se hai una compagnia o un buon libro sei al sicuro [peggio ancora: io ogni volta tiro a non tornare...]
12. A un certo punto della tua vita hai pensato che il camper fosse il miglior investimento possibile [ahem... ci sto pensando ora...]
13. Non hai mai finito la lista delle cose da fare, perché ogni giorno hai qualcosa di nuovo da aggiungere.
14. Misuri gli amici così: "come si comporterebbe dopo essere stato su un treno 17 ore di fila senza dormire?"
15. Nel corso della tua vita hai trascorso mesi in stazioni ferroviarie, terminal di autobus e aeroporti. [altro che mesi: anni!!!]
16. Sei meno interessato a lavori che concedono due settimane di vacanza rispetto a quelli che vi permettono di prendere l'anno sabbatico.
17. Hai almeno una copia di On The Road, Into the Wild, i Diari della motocicletta, Mangia prega e Ama a casa [ahem... i primi 3...].
18. Ti scandalizza il fatto che ci siano persone che non hanno ancora il passaporto.
19. Non hai problemi a fare cose imbarazzanti o stupidi, purché servano a insegnarti qualcosa. [tutto! tutte le faccio!]
20. Quando le persone ti chiedono: "Dove vuoi andare dopo?" Non riuscirai mai ad indicare solo una destinazione.

E voi? :-)))