20/12/14

Sulla parola inglese "fuck" :-D

Osho Rajneesh, nella sua curiosissima vita, è riuscito a dire tutto e il contrario di tutto. Non entro nel merito, ma vi regalo una chicca che vi farà - io spero - ridere tanto, a partire da una parola che si sente pronunciata ogni due secondi nella lingua inglese, e spesso non con significato (o augurio) positivo :-D


17/12/14

A compartimenti stagni



Dev'essere potente
avere le energie e la voglia
distribuite nel corpo,
un po' meno nella mente,
ancora meno nel cuore,
e vedere che il primo s'attiva
con poca sollecitazione degli altri
o anche senza, nei casi migliori.

Dev'essere piacevole
di qui farsi scopate-di-passaggio
e godere d'orgasmi
che accedi all'assoluto
ti unisci all'universo
annullando lo scorrere del tempo.
No, questo no - troppo, senza mente e cuore.

“ti unisci all'universo
annullando lo scorrere del tempo”
lo cancelliamo e andiamo avanti.
Non amare, ma voler bene,
un po', e attaccare e staccare
pensieri e sentimenti a comando
per scopare, e poi tornare a casa.

Vorrei una droga potente,
vorrei una droga innocua
negli effetti collaterali
che mi attivasse la pelle e la figa
senza bisogno della mente
anzi sedasse questa,
e atrofizzasse il cuore
- lasciandolo giusto lì a pompare.

Mi manterrebbe in vita
mentre mi lecchi il clitoride,
e non sarebbero invidioso
della felicità del mio corpo
tanto da annullarla
o dandogliene una tal miseria
da celebrare il trionfo il giorno dopo
con scrosci di lacrime come uno sciacquone.



Grazie a Slavina, attraverso la quale m'hanno raggiunto le parole "infilami le dita fin dentro al cuore e scoprirai che non batte" di Diana Pornoterrorista.
 

16/12/14

Come conquistare un uomo, farsi adorare da lui, e tenerlo legato a sé per sempre /2










Qui era la prima parte.






Qui invece la seconda.

Volete davvero così poco dalla vita malgrado tutte le possibilità appassionanti - se solo fossimo dei coraggiosi! - di assaporarla profondamente in tutte le sue ispirazioni, i suoi colori, le sue sfaccettature, e le risorse e i tentativi messi in atto dai nostri simili per condurla, consapevoli che abbiamo in sorte di stare al mondo giusto una manciata di anni?
...

Perché vorrei scritti di donne e uomini liberi dalla visione patriarcale, anche e soprattutto su quella cosa che insistono a chiamare/definire/stereotipare come il 'femminile'













"Non è cosa tanto comune voler conoscere con precisione ciò che accade nelle storie d'amore romantiche tra uomini e donne. Chi vorrebbe far vacillare uno dei miti più solidi del patriarcato: la coppia amorosa? Peraltro la maggior parte degli esseri umani è convinta di aver vissuto in prima persona l'esperienza dell'innamoramento quale mistero insondabile: quella sensazione di rapimento che si manifesta improvvisa togliendo, alla donna, sonno e respiro. Anche le donne sono create da un cervello maschile integrato nell'ordine patriarcale. Gli uomini non amano donne reali ma sono sempre compulsivamente ricondotti allo stereotipo della “femminilità” e dunque alla propria immagine speculare.

D'altro canto le donne hanno sempre aderito a questa immagine fatta di bellezza, arrendevolezza, bisogno di protezione, premura, calore materno, riserbo e quanto corrisponda ai desideri maschili. Gli uomini non desiderano lasciarsi sorprendere dall'altra mentre la vera autentica passione consiste nell'amare volgendosi a qualcuno o a qualcosa, anziché ridurre l'altro o la cosa amata a specchio dei propri desideri; consiste nel cercare il contatto e il camminare insieme anziché l'unità e l'univocità. [...]

Se la viva attenzione costante per l'incancellabile alterità dell'altro non viene rapidamente trasposta all'interno del matrimonio, della famiglia, di un buon affare, di un incarico pubblico, di un sistema dogmatico, di un sacerdozio, allora quell'alterità deve morire in altro modo [...]. Non sembra infatti possibile conservare la tensione della passione nel tempo e nella fedeltà: lo stato di innamoramento è breve, eccitante e dispendioso; il matrimonio è lungo, noioso, vantaggioso. Questa è la logica sottesa all'appropriazione dell'altro, che va ben oltre il rapporto reale tra un uomo e una donna. Ma è inevitabile che così sia e sempre rimanga?

L'amore che produce sorpresa e meraviglia deve necessariamente trasformarsi in morte, nella morte reale o in quella sociale, diluita nel tempo? Perché abbia luogo l'opera della differenza sessuale occorre una rivoluzione di pensiero e di etica. Quello che è l'altro, chi è l'altro, io non lo so mai... Ciò che potrebbe aver luogo al momento di un primo incontro, prima ancora del fidanzamento, resterebbe sempre come prova della differenza. Non ci sarebbe mai tra i sessi oltrepassamento dell'intervallo. Né consumazione completa. C'è sempre un resto. Passione e durata non si escludono più a vicenda."

Ina Praetorius, Penelope a Davos. Idee femministe per un'economia globale.



Certo, sarebbe necessario fare un bel salto, quindi è molto più confortevole continuare ad alimentare i suddetti stereotipi sul 'maschile' e sul 'femminile' - così uomini e donne non devono fare lo sforzo di ripensarsi ed eventualmente cambiare per essere realmente compagni mutualmente rispettosi, solidali, e starsi accanto per scelta piuttosto che per 'convenienza' - in ultima analisi addirittura alimentando e sostenendo un qualche potenziale futuro 'matriarcato', ipotesi sciagurata come il patriarcato che la precede e apparentemente vi si contrappone!
Ah, la pigrizia dell'essere umano, quanti danni ha fatto e continuerà a fare!

11/12/14

Buone ispirazioni /4: George Mallory

Se non potete capire che c'è qualcosa nell'uomo che risponde alla sfida di questa montagna e va a incontrarlo, che la lotta è la lotta della vita stessa verso l'alto e per sempre verso l'alto, allora non capirete perché andare. Ciò che otteniamo da questa avventura è solo pura gioia. E la gioia, dopo tutto, è il fine della vita.
- George Mallory, Climbing Everest.

25/11/14

Ho annullato l'intelligenza di tutti e tre...

Se il mio corpo stesse dietro alla mia mente, sarebbe già morto di infarto.
Se il mio corpo stesse dietro al mio cuore, sarebbe - com'è - moribondo.
Se la mia mente stesse dietro al mio corpo, sarebbe - com'è - piena di dubbi.
Se la mia mente stesse dietro al mio cuore, sarebbe - com'è - in pieno delirio.
Se il mio cuore stesse dietro al mio corpo, forse sarei salva.
Se il mio cuore stesse dietro alla mia mente, sarei certamente salva.

21/11/14

La vita non è equilibrio (Jorge Wagensberg)






"La vita non è equilibrio. E' assoluta insabilità - tensione per la ricerca dell'equilibrio ma con la consapevolezza che, qualora venisse raggiunto, esso coinciderebbe con la stasi, ovvero la morte. D'altra parte allontanarsi dall'equilibrio comporta il rischio della perdita di sé.
Qual è la soluzione, allora? Cercare di realizzare equilibri continuamente mutevoli, che abbiano in sé la dimensione caotica che permette il loro superamento repentino o lo scarto da quell'obiettivo qualora vi sia il rischio di raggiungerlo".

Dagli appunti d'una lezione di Jorge Wagensberg su Ordine e Caos.

19/11/14

L'invasione delle nanas: Niki de Saint Phalle











Ah - cielo! - parlerei anche io di joie de vivre se, tanto per cominciare, avessi quel bonazzo geniale di Jean Tinguely come marito! ;-)

Ciò detto, Niki de Saint Phalle nasce nel periodo perfetto per giocare con l'arte tra gli anni '40 e '90 del secolo appena conclusosi da autodidatta - ma un'autodidatta piena di immaginazione, entusiasmo, passione, determinazione, dolcezza e voglia di cambiare la società.
E, come spesso accade per chi cerca la propria strada fuori dall'ortodossia dell'accademia, comincia a sperimentare libera da condizionamenti e 'ansie da prestazione' che magari l'avrebbero intimidita. Di fatto le sue prime opere ricordano Pollock, le avanguardie americane, i collage, i lavori di Arman e tutto ciò cui si può ispirare e che può imitare per rielaborare ciò che le fa male sia questo in relazione con la sua memoria e la sua immaginazione, o sia in termini di elementi della società che lei rifiuta (l'ipocrisia delle relazioni e la subalternità delle donne in primis), o siano ancora gli stessi oggetti materiali inventati dall'uomo per arrecare sofferenza/morte quali coltelli, pistole, fucili.

Con questi ultimi si misurerà tra l'altro a partire dagli anni '60, nella volontà di investire di nuovo significato quelle armi costruite per offendere che ora, con lei, diventano strumenti per la creazione di bellezza. Date un'occhiata alle opere che seguono, realizzate sparando appunto a tele bianche che celano sacche o uova piene di colore le quali - esplodendo al contatto con la pallottola - colano la pittura sul quadro con effetti ovviamente imprevedibili.

Ma si diceva della joie de vivre: Niki combatte la sua rivoluzione attraverso la realizzazione delle nanas, le donne appassionate, colorate, giocose, buffe, dolci, libere, serene che la renderanno famosa. Le nanas incarnano l'energia creatrice femminile che non si pone in competizione con l'uomo al quale parimenti non è sottomessa.

E' l'attivismo della de Saint Phalle, che si concretizza nell'urlare attraverso la loro monumentale (affinché siano visibili: "d'altronde" - ella diceva - "se Pollock realizza opere monumentali, chi impedisce a me di fare lo stesso?") creazione e diffusione in quantità nel mondo per promuovere nuovi rapporti tra i generi, e una nuova società matriarcale che - se si realizzasse - consisterebbe nella massima liberazione di istinti, espressività e felicità per tutti gli esseri umani.

Vi sia allora di ispirazione nelle vostre pensate: osate, non trattenetevi mai - portate bellezza, passione, e straniamento intorno a voi! Anche questo è un modo per far ripartire menti e cuori nostri e dei nostri simili quando sono bloccati ;-)

Ah, e se non sapete come passare un'oretta, godetevi questo documentario che ha per protagonisti lei e Jean, ed è una vera delizia:


11/11/14

Bulimica di vita /5

















Nei prossimi giorni vi racconterò delle cose meravigliose che ho visto, ben sapendo quanto i nostri cuori si incantino e i nostri occhi brillino davanti alla potenziale bellezza dell'agire umano quando libero e sincero, sebbene spesso inquieto. Ora mi limito invece a scrivere la solita giostra di passione che ho avuto la fortuna di godere e che condivido con voi augurandovi presto analogo turbinìo.
Ah, e stavolta non ero sola, ma con lei, mia sorella e amica.

Café Hugo, mostra di Niki de Saint Phalle, cimetière du Père-Lachaise, Jardin Flottant, Musée du Quai Branly, cimetière du Montparnasse, charcuterie, Comptoir General, Musée d'Art Moderne, Bastille, Tatoueurs Tatoués, Bistrot Aux Ous, Maison Européenne de la Photographie, Pinacoteque, mostra Kâma-Sûtra, Musée d'Orsay, The Art of love in the time of Geishas, Place des Vosges, Côtes du Rhône, fromage de chèvre, pain au chocolat, zuppe patate|carote|zucca, Gaillac, fontaine Stravinsky, Kiosque des noctambules, canale Saint Martin, tombe di Tristan Tzara / Charles Baudelaire / Pierre-Joseph Proudhon / Man Ray, baguette, guacamole|hummus|taramosaláta, Marais, Jean Tinguely, Gare de Lyon, Gavi (scorta dall'Italia...), Tomba di Ricardo (col gatto di Niki!), Parc de Belleville, Senna, Archives nationales, Jardin des plantes, quiche, escargot chocolat pistache, soupe à l'oignon, tombe su cui fare rituali...

Stiliamo la suddetta lista nel dehor d'un bistrot mentre beviamo del vino Côtes du Rhône. Scriviamo l'ultima voce e decidiamo che abbiamo abbastanza concluso l'elenco delle cose divertenti o appassionanti. Le contiamo. Sono - guarda caso - coincidenti con quel numero che è la risposta al senso della vita, dell'universo e di tutto quanto, metà delle posizioni del Kâma-Sûtra e metà delle cosa cui ha sparato Niki de Saint Phalle (ma di questo vi racconterò, appunto, prossimamente).

08/11/14

Rapporti liberi e potenti (e ancora umani, profondamente umani)

Io ho visto che nel tempo, e soprattutto in questi ultimi anni, gli uomini che ho frequentato - persone dotate di un'intelligenza almeno pari alla loro 'inquietudine' - temono tutti la medesima cosa e la risolvono tutti allo stesso modo pagandone tutti le stesse conseguenze.

In pratica, funziona così: costoro sono intelligenti, appassionati di vita, e alla ricerca di tempi e modi per esprimere, realizzare, rendere visibile, e anche condividere con altre persone, ciò che la loro mente elabora (una teoria filosofica, una produzione manuale concreta, un qualche evento che sentono come molto importante). Ciò dà loro molto piacere - ovviamente - sia per narcisismo ("guarda come sono in gamba in ciò che faccio!") sia per la sensazione di una (temporanea) pacificazione calda, potente, momentaneamente risolutiva di quell'assenza di senso della vita che inquieta loro come inquieta tutti gli esseri umani. Insomma, il piacere di vedere risposte parziali che però nel momento in cui le stai vivendo le senti potenti e ti fanno stare bene.
Di qui la tendenza a ripetere, perché è chiaro che se una cosa ti fa stare bene una volta, tendi a replicarla e anche bulimicamente - così da scacciare sempre più quell'inquietudine. In tal modo potrai guardare al tuo passato e sentire d'aver vissuto intensamente, d'aver fatto tante cose, e che il tempo non è passato invano. Un po' come dover avere un curriculum pieno di roba per dimostrarti che non sei esistito invano, o anche solo che sei esistito.

L'amore rischia di far saltare tutto questo. Distoglie da questo piano, richiede energie e tempo, porta all'inazione della contemplazione reciproca e del benessere, finché c'è, dato solo dalla reciproca presenza: come una condizione prolungata del calore post-orgasmico.
Di qui, in tutti gli uomini che ho frequentato, il tenere a distanza quelle donne che facessero loro provare questo, e la scelta/accettazione (pensando che in fin dei conti la dimensione affettiva/sentimentale nella vita non conti molto, e sia piuttosto una risorsa cui attingere in casi di emergenza mantenendo nel tempo la situazione controllata dandole l'impressione di nutrire un qualche sentimento di 'cura'/'attenzione'/amore vero e proprio) di altre che di fatto li "lasciano in pace" (questa la definizione più frequente del legame, onesta per quanto brutale), ma sono poi anche completamente assenti e anaffettive. Completamente.

E non potrebbe essere diverso, se ciò che ricevono da parte degli uomini cui s'accompagnano è la concezione da parte di questi ultimi di sé come persone che hanno altre priorità esistenziali che rischierebbero d'essere trascurate a causa d'un rapporto d'amore (che loro non vedono in altro modo se non come passione che porta all'inazione). Di qui, da parte di queste donne, il calcolo degli svantaggi (una vita vissuta nella mortificazione della dimensione affettiva, in una situazione che è chiaramente fasulla, la riduzione delle proprie possibilità di 'espansione' per stare accanto alla luce emanata dall'uomo-guida) e dei benefici (economici/utilitaristici, di riconoscimento/accettazione sociale e ai loro stessi occhi in quanto "compagne/mogli di", di potere perché un uomo che ragiona così non si staccherà mai da loro: la frase "lui torna sempre da me" sai da quanti secoli viene ripetuta dalle donne?), e l'elaborazione di strategie, se decidono di starci dentro, per ottenere ciò che desiderano e mediare con tale comportamento maschile. Facendo credere di amare, che saranno presenti al bisogno, di sostenere/incoraggiare/stimare.

Se costoro agiscono così in risposta a un maschile che si comporta in tal modo, e quindi sono coscienti che la dimensione affettiva l'hanno mortificata come reazione alla funzione d'uso che in primis è stata data loro, gli uomini che hanno dato loro tale funzione cascano invece sempre dal pero quando si accorgono che non sono amati, che non hanno una persona realmente al loro fianco, che non c'è condivisione di nulla, e che nel presente c'è solo vera e propria, assoluta assenza con questa proiezione nel futuro in cui si compirà quello che in tutta la vita è stato rimandato (al momento del bisogno): ovvero la presenza dell'altra persona. Di qui chiaramente il vuoto affettivo nel presente e la ricerca di modalità parziali e controllabili - in modo tale che non mettano a rischio quell'ipotesi per il futuro, così come non tolgano tempo ed energie alle attività prioritarie della propria vita nel presente - per colmarlo.

Ecco: a me sembra che questo schema sia riflesso di un atteggiamento patriarcale - su due livelli - di potenza devastante.

Livello 1: quello dell'espressività e della produttività come modalità di pacificazione e istanze esclusivamente maschili. Vogliamo abbattere questo pregiudizio?
Anche le donne hanno questo bisogno, e non è che ciò che realizzano sia di minor valore della controparte maschile, vada messo in secondo piano rispetto a quella, sia da considerarsi un diletto/vezzo/capriccio rispetto ad altre presunte priorità o obiettivi (l'amore, il costruirsi una sicurezza economica che permetta loro l'esistenza, il figliare)!

Questo è un comodo stereotipo costruito dall'uomo per sentirsi migliore e più efficente/produttivo delle donne, e che molte dementi insignificanti hanno appunto avallato col comportamento di cui sopra. Ma non è affatto naturale! Anche a molte donne farebbe piacere "essere lasciate in pace" e magari produrre opere d'arte o riflessioni filosofiche potenti anziché magari mettere al mondo un figlio e passare le giornate in cucina!

Livello 2: la totale svalutazione delle dimensioni di attenzione, cura, calore tra i viventi - dimensione in cui tradizionalmente è stato confinato il genere femminile, ma che non è detto che stia bene a tutte, né che sia 'naturale' anzi, per me non lo è in alcun modo!).
Quando io penso all'amore libero, all'energia, alla cura, alla solidarietà che dovrebbe circolare dal mio punto di vista tra tutti gli esseri umani io penso alla rivalutazione di questo e alla sua estensione al di là sia del genere, sia del rapporto di coppia. Ed è per questo che non ho più *bisogno* di una relazione: perché io quell'amore l'ho esteso a tutta l'umanità, in primis agli amici che ho accanto rendendoli 'famiglia', di qui aprendo all'amore nella relazione di coppia la possibilità che sia altro, ovvero qualcosa da inventarsi slegato dal bisogno di protezione, dalla carenza da soddisfare, e quindi da qualsivoglia rischio di dominio.

L'amore concepito come tale flusso di energia che abbraccia tutti gli esseri umani abbraccerà anche la coppia come parte di questi, ma avrà le caratteristiche del precedente: la cura, il rispetto, la solidarietà, il sostegno, la spontaneità, la libertà e la gratuità - perché la protezione è data dall'appartenenza a una comunità che ci fa provare questa sensazione di sicurezza, e quindi l'amare poi qualcuno in particolare diventa scelta e non sarà un dramma se ci venisse mai un giorno a mancare o se gli mancheremo noi (anche se sono persuasa che, in una condizione di amore vissuto in tal modo, nessuno abbandonerebbe mai nessuno perché si sarebbe al di là sia della sensazione di 'proprietà' sull'altro, quanto della noia perché avremmo persone vive e appassionate come noi intorno).

Ciò che voglio dire, in pratica, è che a me sembra che costoro siano vittime e promotori di uno schema castrante di voi stessi e dei rapporti uomo-donna basati su un pregiudizio patriarcale tremendo, ma le cose non le vedo stare così "di natura" - anche perché cosa sia "natura" noi non lo sappiamo, in quanto esseri umani e pertanto "culturali" che elaborano la propria concezione di ciò che è naturale e ciò che non lo è in base a un filtro culturale.
Quindi, data questa premessa, non avrebbe piuttosto un senso per gli uomini abbandonare questa concezione di sé come i soli eccellenti, mirabili, produttivi, 'geniali' (capisco sia cosa difficile, perché è dire loro in sintesi di scendere giù dal piedistallo) rispetto alla controparte femminile così da avere relazioni con le loro compagne veramente a pari livello e basate sul reale riconoscimento degli stessi bisogni e diritti?


E inoltre, da questo, non avrebbe piuttosto un senso rielaborare il pensiero delle modalità con cui soddisfare i propri bisogni "di amare ed essere amati" (citando la buona Emma Goldman) e instaurare rapporti intensi, forti, solidali, che non tolgano a fondo perduto quell'energia e quel tempo necessari a instaurarli, che non si risolvano nell'inazione, ma nel fare cose ognuno per conto proprio o insieme godendo l'approvazione e del sostegno dell'altro/a, così che non vi sia bisogno di energie o tempo per rinnovarli ma si costruiscano e rinnovino nel loro stesso compiersi in modo così appassionante, potente e felice?

Mah, io voglio credere che sia possibile. Si può chiamare utopia, ma per me invece è il mio attuale di sentire e di conseguenza di vivere - perché io già vivo come se la realtà fosse cosi ora, e penso a questo modo di intendere i rapporti umani come progetto a lungo termine (quei 700/800 anni), che non vedrò compiersi, ma cui mi piace aver contribuito, ed essere stata profondamente bene e felice mentre lo sentivo e vivevo così.

Questa, tra l'altro, è la mia idea di anarchia.

30/10/14

L'amicizia al femminile



“Dovresti scrivere qualcosa contro questa storia della competizione tra donne: non se ne può più!”.
Ci metto solo tre anni per accogliere la richiesta della mia amica, ma finalmente è giunto il momento. Perché, per l'ennesima volta, le amiche mi salvano il portacoda.

Le donne si dividono in due categorie – spannometricamente, ché ovviamente vi sono eccezioni – ma di norma è così: da una parte le appassionate, tormentate, brillanti volitive, dall'altra le opportuniste, anaffettive, asfittiche, dementi gattemorte.
Queste ultime sono perverse, tirano a usare le altre donne a loro beneficio, intortano gli uomini con un mix di promesse/ansie/silenzi/accondiscendenze/vittimismi/assenze (non per nulla sono pure definibili come 'fighe di legno' che la fanno vedere e non la danno) e riescono – tra omuncoli dementi, insicuri, o sedicenti 'furbi' – a ottenere ciò che vogliono.
Che tristezza! Che miseria d'esistenza!

Le prime invece soffrono, gioiscono, ridono, s'appassionano, amano, si martoriano di pensieri e martoriano insostenibilmente di pensieri il prossimo. Insostenibilmente, non v'è nessun dubbio! E la danno.
Sono intense. Sono combattive. Sono critiche. Sono intelligenti, ma non cattive, né egoiste. Impulsive, forse, ma anche determinate e con un altro senso della morale e della giustizia. E ancora, nonostante ciò, si lasciano pervadere dal dubbio – più di quanto dovrebbero, visto il loro valore.
Chiaramente le amiche che ti salvano il portacoda sono queste, e la sottoscritta ha la fortuna d'esserne circondata. Anche perché – loro pari – se le è scelte con giudizio nel tempo.

Costoro sono in grado d'essere presenti con le parole giuste in ogni momento difficile della vita. Con l'aggiunta non da poco che in momenti estremi – i più duri, pesanti, ingestibili che si possano immaginare – sono la misura perfetta della presenza e della parola per darti coraggio e farti combattere e andare avanti nonostante tutto il terrore e la sofferenza che stai vivendo.
Allo stesso modo, la condivisione dei momenti positivi con loro è così intensa, diventente, leggera e accompagnata da risate complici e di cuore – anche sui nostri difetti, sull'impulsività, sull'assurdità, sulla pesantezza di cui siamo parimenti portatrici – che ne fanno le alleate migliori per non avere la sensazione di venire derubata dell'allegria: tutt'altro! Con loro l'allegria tocca vertici inusitati!

E queste stesse, infine, nella quotidianità intervengono ridimensionando alla perfezione l'uomo che innesca le competizioni tra te e la gattamorta di turno: perché la competizione c'è là dove c'è un tapino, forse intelligente, forse stupido, ma sempre vigliacco e pigro, che innesca la competizione gattemorte-gattemorte o gattemorte-volitive.
Ché nel primo caso noi volitive si guarda e si ride, lasciandole vivere/morire alla deriva dove loro stesse si collocano e dove è giusto che stiano – fuori dall'esistenza vera, in un mesto, autoreferenziale, patetico, insulso, insipido, insapido, inutile sopravvivere – ma nel secondo noi ci si mette sempre un po' a elaborare soluzioni (troppo amore, troppa considerazione dell'altro piuttosto che di sé!).

Di fatto - si sa - la maggior parte degli uomini (per fortuna non tutti) non appartiene alla specie homo, manco alla vir, bensì alla pigrus ignavus, per cui quando tal esponente della specie vede la potenzialità di due donne in competizione per le sue cure e le sue attenzioni, egli ne gode (povero demente!) e si schiera sempre dalla parte di quella che comporta la minor fatica: la gattamorta. Salvo poi farsi un mazzo così per rientrare nelle grazie della volitiva (sempre, beninteso, tirando comunque a tenerla sotto controllo). La quale, essendo di buon cuore (perché chi vive in maniera appassionata e sincera, ovvero 'umana' è quasi sempre pure di buon cuore) lo perdona, lo cura e piuttosto di veder soffrire lui ne soffre lei.

E qui, per fortuna, giungono in aiuto le amiche, che per prima cosa non lesinano critiche a costui - dal momento che, essendo esterne al coinvolgimento sentimentale, lo vedono in tutta l'assenza di quell'aura di perfezione con cui lo concepisce la volitiva vittima - e a te che sei partita per la tangente per un poveretto, quindi ti accompagneranno affettuosamente per tutto il tempo della sofferenza in cui tu lo frequenterai, infine ti recupereranno alla grande mettendo in risalto tutta la tapinaggine del lui in questione, per cui alla fine questi ne risulterà oggettivamente un tal miserabile che quasi c'è da vergognarsi ad averlo considerato (e non mi si dica che vi possono essere diversi sistemi di pensiero e tutti hanno pari valore: se hai scelto un'esistenza da vigliacco in compagnia d'una povera demente è giusto che tu viva e finisca la tua esistenza da fallito, e non che tu t'appelli al buon cuore e alla pietà della volitiva appassionata e impegnativa che hai rifiutato).

Ma ciò alle povere, dementi, furbe, gattemorte non capita? No, non capita. A queste l'amore, il rispetto, la cura reciproca, il vivere felici insieme semplicemente non interessa: dal loro punto di vista tutte queste cose non sono elementi importanti in una relazione (!). L'obiettivo, nel loro caso, è un altro: circuire l'omino di turno per poi venire mantenute, con case intestate, con aiuti di ogni tipo per la loro 'carriera' (anche perché da sole non sanno manco disegnare una O con un imbuto), con il riconoscimento sociale d'essere 'accoppiate' e non single (che nei loro discorsi/pensieri equivale a essere 'puttane' prive di quasivoglia valore) e via dicendo: quindi giammai protesterebbero per il fatto di ritrovarsi un paio di corna sulla testolina perché i loro uomo è andato a cercare altrove quell'affettività e quel calore che loro non gli danno. A meno che non possano guadagnare ancora di più da un divorzio, nel caso il tapino abbia pure fatto l'errore di sposarle.

Per cui non hanno neanche amiche, e - quando per poco tempo ed errore altrui ne hanno - la loro tendenza alla competizione per ottenere questi benefit dal primo bipede di sesso maschile che passi nella zona apre guerre atroci, con violenze d'ogni genere contro le concorrenti e comportamenti che vanno dalla diffamazione dietro le spalle ai peggiori epiteti sessisti anche in persona (d'altronde le volitive fanno l'amore, ergo si può sfruttare la pochezza del pensiero comune di basso livello per farle passare certamente per meretrici).
Che tristezza! Che miseria!


Anni orsono un'altra mia amica mi segnalò una ricerca di una qualche università americana (sempre loro...) in cui era stato verificato che la quantità di serotonina che si produce nel corpo d'una donna in compagnia di vere amiche è pari a quella che si vive nell'orgasmo durante l'amplesso.
Posso testimoniare in prima persona la veridicità di tal ipotesi, ma con una aggiunta: la prima dura – nelle ore, nei giorni, nel tempo – la seconda, invece, quasi sempre finisce in quello stesso istante in cui sei venuta.

Per cui, il giorno dopo, chiami le amiche, e ridi con loro di te stessa davanti a un buon bicchiere di vino ;-)
Perché le donne volitive RIDONO! E di cuore!


24/10/14

Mai innamorarsi di donne intense!









Come non ci si deve mai innamorare d'una donna che viaggia, così neanche di una che legge. 
In sintesi, se non riuscite a sostenere un rapporto con donne intense, meglio sarebbe non provarci neanche ;-)




Martha Rivera-Garrido (Santo Domingo, 1960), poetessa dominicana, ha scritto le parole che seguono.


Non innamorarti di una donna che legge, di una donna che sente troppo, di una donna che scrive.
Non innamorarti di una donna colta, maga, delirante, pazza.
Non innamorarti di una donna che pensa, che sa di sapere e che, inoltre, è capace di volare, di una donna che ha fede in se stessa.
Non innamorarti di una donna che ride o piange mentre fa l’amore, che sa trasformare il suo spirito in carne e, ancor di più, di una donna che ama la poesia (sono loro le più pericolose), o di una donna capace di restare mezz’ora davanti a un quadro o che non sa vivere senza la musica.
Non innamorarti di una donna intensa, ludica, lucida, ribelle, irriverente.
Che non ti capiti mai di innamorarti di una donna così. Perché quando ti innamori di una donna del genere, che rimanga con te oppure no, che ti ami o no, da una donna così, non si torna indietro. Mai.

da “Fragmento de Los Amantes de Inbox de Papel” (2014).

*****

No te enamores de una mujer que lee, de una mujer que siente demasiado, de una mujer que escribe.
No te enamores de una mujer culta, maga, delirante, loca.
No te enamores de una mujer que piensa, que sabe lo que sabe y además sabe volar; una mujer segura de sí misma.
No te enamores de una mujer que se ríe o llora haciendo el amor, que sabe convertir en espíritu su carne; y mucho menos de una que ame la poesía (esas son las más peligrosas), o que se quede media hora contemplando una pintura y no sepa vivir sin la música.
No te enamores de una mujer a la que le interese la política y que sea rebelde y vertigue un inmenso horror por las injusticias.
Una a la que le gusten los juegos de fútbol y de pelota y no le guste para nada ver televisión.
Ni de una mujer que es bella sin importar las características de su cara y de su cuerpo.
No te enamores de una mujer intensa, lúdica y lúcida e irreverente.
No quieras enamorarte de una mujer así. Porque cuando te enamoras de una mujer como esa, se quede ella contigo o no, te ame ella o no, de ella, de una mujer así, jamas se regresa.

Quando sarò vecchia :-)






Indosserò vestito viola e cappello rosso,



















andrò avanti e indietro col girello urlando "Iggy!!", "Iggy Pooooop!!!",




















mi farò un disordinatissimo rifugio con coperte e tovaglia sotto i mobili dove prenderò tè e pasticcini con le amiche.



E avrò un grande sorriso in viso, sempre, e malgrado tutto! :-))) 

Amare non è aver bisogno di qualcuno








Le persone non esistono in questo mondo per soddisfare le nostre aspettative così come noi non siamo qui per soddisfare le loro.

Dobbiamo bastare a noi stessi sempre, e quando vogliamo stare con qualcuno dobbiamo essere consapevoli che stiamo insieme perché ci piace, lo vogliamo e stiamo bene, giammai perché abbiamo bisogno di qualcuno.

Nel corso del tempo, ti rendi conto che per essere felice con un’altra persona è necessario, in primo luogo, che tu non abbia bisogno di questa persona.
Comprendi anche che la persona che ami (o pensi di amare) e che non vuole condividere niente con te sicuramente non è l’uomo o la donna della tua vita.

Mário de Miranda Quintana


Come dice una mia amica, "Tu entri nella vita di una persona che sta bene ed è già felice per conto suo. Che non ha bisogno d'essere salvata, né pacificata. Che non ha bisogno di te. Tu puoi rendermi ancora più felice e condividere questa energia con me. Ma non togliermela. Quindi se vuoi starmi a fianco sei benvenuto, ma se provi a rendermi carente di qualsiasi cosa per offrirti come soluzione, come sei entrato nella mia vita, così te ne faccio uscire".

23/10/14

Acqua, vibrazioni e amore

Ho un grande amore per l'acqua. Sì, lo so, sembra un'affermazione stupida, ma in realtà è probabilmente solo un riflesso dell'amore che - malgrado tutto - provo per la vita. Ogni volta che sto male fare un bagno o andare a nuotare mi rimette in pace, e se ciò non è possibile mi basta andare in riva a un fiume e vederlo scorrere, o ancora meglio recarmi in spiaggia e guardare le onde del mare. Ogni volta che faccio questo, ho la sensazione che le tensioni dentro mi vengano compensate, bilanciate e poi dissolte. A volte vorrei io stessa riuscire a prendere questo agire: 'essere acqua' - che compensa, riporta armonia, quindi elimina, dissolvendolo, il male.

Qualche giorno fa è morto uno scienziato sul quale possiamo esprimere mille dubbi - le sue 'scoperte' sono ben poco scientifiche, in primis per il semplice fatto che i risultati sono alterabili con estrema facilità anche dagli stessi che compiono le ricerca (principio di Heisenberg docet), poi perché qualsiasi emittente può essere giudicato positivo/negativo in base all'interpretazione soggettiva di chi lo valuta, infine perché, rispetto alla lingua, il nostro ricercatore fa riferimento al giapponese, ma in altre lingue i medesimi sentimenti potrebbero venire espressi con parole di sonorità opposta e quindi percepiti come violenti/sgradevoli da parte di chi non parla quella lingua.

Ciò non toglie che, in effetti, qualcosa di magico intercorra nel rapporto tra la vita e l'acqua (d'altronde, ça va sans dire, senza quest'ultima non vi sarebbe la vita). E così io la prendo, e guardo le sue immagini...

Masaru Emoto, questo il suo nome, documentava da più di 15 anni attraverso fotografie microscopiche il fatto che i cristalli dell’acqua assumono una forma armoniosa e simmetrica, oppure completamente disordinata, in base all’informazione che ricevono. Di qui ipotizzò che le vibrazioni prodotte dall'energia in movimento - sia sotto forma di suono (musica, voce o preghiere) o sotto forma di parole scritte o pensieri - possono mutare la forma dell'acqua che riceve tali vibrazioni.
Le fotografie più incantevoli sono quelle che ritraggono le molecole dell’acqua sottoposte a vibrazioni di felicità, gioia, amore e gratitudine: i cristalli che si formano sono simmetrici, luminosi, equilibrati. Al contrario, se sottoposte a vibrazioni negative, le molecole rimarranno disordinate, tondeggianti, agglomerate senza alcuna simmetria, quasi sofferenti - come quando vediamo la nostra pelle lacerata da una ferita.

Mah, a me questa fiaba piace.
Di certo conosciamo bene la differenza nel ricevere parole cattive, rancorose, violente dette con astio o parole amorevoli, calde, dolci. Tutto il nostro corpo rimane scosso dalle une o dalle altre. Che c'entri l'essere composti di quella molecola per il 70%?


18/10/14

"Essere amore"














Niente, non ce la faccio: a me quando sento che qualcuno dice di "volermi bene" viene un attacco d'orticaria. Anche quando mi dice che mi vuole "molto bene".

Perché in ogni caso rimane un sentimento tiepidino, con l'aggravante che - se pur si riferisce al concetto del 'mio' bene (e non di chi lo prova nei miei confronti) quindi anche a qualcosa che può essere diverso da come lo concepisce il parlante - ha quel verbo 'voglio' che non è auto-, bensì eteroriflessivo: e io - animaletto isterico sempre terrorizzato e infastidito che qualcuno entri nel suo spazio personale - subito mi giro e reagisco con urla quali "ma chi credi di essere? come ti permetti? chi ti ha chiesto qualcosa?" per concludere con "fatti i fatti tuoi e stà fuori dalla mia vita".
Ovvero d'istinto interpreto tal sentire come tentativo d'esercizio di volontà altrui su di me, provo la sensazione di soffocamento.
Troppo, dite? Forse. In ogni caso io la sento e la vedo così da molti anni. E quindi detesto quell'espressione.

A me piace invece il verbo "amare". Mi piace tanto!

"Amare" definisce uno stato dell'essere del soggetto: vivo di desiderio, appassionato, vibrante, luminoso in sé, indipendentemente dalle risposte dell'oggetto del nostro amore.
Non diventiamo bellissimi di luce che risplende dall'interno dei nostri corpi quando siamo innamorati?
Non emaniamo calore, dolcezza, solidarietà, gentilezza verso i nostri simili quando proviamo quel sentimento?

Per tal ragione - per questo suo essere (in) movimento all'interno del nostro corpo, dei nostri cuori, della nostra mente - l'amore è quindi pure caldo. Ed emana calore.
Pura energia, si irradia verso l'esterno e l'alterità, ma non ha bisogno d'esercitare (nel mio pensiero, ché so bene che oggigiorno la sua concezione è opposta a questa che descrivo, e l'amore viene scelleratamente utilizzato come alibi/scusa per gravissimi crimini) alcuna pressione su questa.
Rileggete il significato della parola amante, e immergetevi in questa bellezza così assoluta!

"Amare" non ha misura - esiste o non esiste, ma non ve ne sono 'gradi' di intensità. Si ama o non si ama.
E investe tutto - irradiando calore, luce ed energia, come il sole.
Di qui
- fa vivere chi lo prova e coloro che gli stanno intorno,
- cura se stesso come contemporaneamente il mondo esterno,
- dona vita perché è vita in sé.

E davvero voglio sottolineare non l'idea del "provare amore" ma dell'essere amore.
Se si è amore, non c'è bisogno di niente. Sì è, e di qui si fa.
Si va verso l'esterno, ci si espone alle intemperie, si sta in ripari di fortuna e condivisi senza serrature, si caccia e condivide il cibo senza obblighi, si curano i compagni feriti e si fa l'amore per amore.

Quindi io ti amo - che tu sia mio/a amico/a, padre/madre, compagno/a, amante. Non c'è differenza nel mio "essere per te" in base a chi tu, che mi stai vicino/a, sia: da quando sei entrato/a nel raggio d'azione di questo sole, a te sono garantiti calore, luce ed energia (sebbene tu non possa obbligarmi a declinare tale sentimento secondo le tue necessità - ma possa usarlo una volta che ti raggiunge per farti del bene come tu desideri - e ti ci possa sempre sottrarre, in qualsiasi istante).
 
 

Una virgola cambia la vita!

Nutro un grande amore per le lingue - no, non in quel senso, maliziosi! - e appena ne ho l'occasione cerco di praticare quelle conosciute o impararne di nuove. Allo stesso modo apprezzo chi si esprime bene nella nostra lingua, ovvero quella italiana. Qui, a parte non prendere neanche in considerazione chi la storpia con abbreviazioni simil codice fiscale, trovo vi sia di recente una totale mancanza d'attenzione all'uso della punteggiatura - quasi il testo venisse scritto tutto d'un fiato alla Joyce per poi tirarvi sopra una manciata di virgole, punti e due punti che si vanno a posizionare a casaccio lì dove il tiro esaurisce la sua forza.

Come me l'hanno pensata evidentemente anche quelli di Radio3, che in questi giorni hanno promosso la campagna della "giornata programmatica" pubblicando le seguenti immagini online: buona lettura (e ispirazione).


09/10/14

Cresta i(dil)liaca



Come forse saprete, sto scrivendo una cosuccia appassionante con quella geniaccia del male (e della favella italiana) che è Dama Daino, e tra le varie cose che abbiamo buttato giù vi è la definizione del punto che entrambe troviamo più eccitante nel corpo maschile, ovvero la cresta iliaca (che non a caso la mia amica Cinciarella ha ribattezzato 'idilliaca').


Visto che però - come si dice qui in Piemonte - "non tutti i gusti sono alla menta", rigiro la domanda d'un amico su analogie e differenze rispetto alla percezione femminile e maschile del corpo dell'altro/a e vi chiedo: sono solo le femmine (limitatamente a quelle volitive e svergognate come noi!) ad avere gli occhi che brillano nel pensarla, oppure anche alcuni tra voi uomini provano tal passione per questa parte del corpo in una donna? :-)

Quella che segue è la mia definizione...

CRESTA ILIACA loc. nom.
Definizione. Margine superiore dell'ilio, a sua volta parte superiore delle tre che compongono l'osso iliaco.

“Qual è il primo dettaglio che guardi in un corpo maschile?” – chiede.
“La cresta iliaca” – rispondo convinta.
“Che cosa???”.
I più neanche sanno cosa sia. Gli altri rimangono perplessi.
Tsk tsk – datemi retta, scettici: quella è la parte più eccitante e appassionante d'un uomo!


La comincio a scrutare attraverso camicie, maglie e pantaloni – ché per il mio animo inquisitivo da ricercatrice è una sfida ipotizzare da pochi segni celati dai vestiti le forme, l'ampiezza, la resistenza delle ossa del bacino del mio soggetto, e quanta carne potenzialmente le avvolge.
Di lì cerco conferma – l'occhio ormai allenato a interpretare le pieghe del tessuto che ricopre il corpo in quel punto e verificare l'avvallamento libero da grasso di libagioni eccessive, gonfiore di alcool a dismisura o, al contrario, massa muscolare eccessivamente coltivata – tutti ostacoli che m'impedirebbero di godere l'incantevole visione della bramata sporgenza.

S'egli è così come mi attrae e diventerà il mio amato, certo lo svestirò sfiorandogliela con le dita, ma attenderò – mi prenderò tutto il tempo – e poi indugerò nell'apprezzare il colore della pelle nuda che la circonda e il suo avvallamento interno, tagliati entrambi a metà da pantaloni e cintura.
La mia testa reclinerà di lato.
S'insinuerà nel vuoto dove scorreranno le dita.
Slaccerò la cinghia, aprirò i calzoni, libererò il bacino.
E poi appoggerò il viso sulla sua pancia come fosse un cuscino, la mano salda sulla sporgenza ossea per non rischiare di perderla, e il respiro che s'allinea al suo trovando finalmente – gli occhi chiusi – pace
[solo per un po' ovviamente, che – ça va sans dire – in quella fossa protetta dalla cresta i(dil)liaca v'è una preziosa, dolce promessa ad attendermi].

06/10/14

I nazisti dell'Illinois stanno con le sentinelle

Il falso nazista dell'Illinois (il cui tumblr è madonnaliberaprofessionista.tumblr.com/ ) contro le sentinelle in piedi a quanto pare è stato denunciato per apologia del fascismo e quindi cerca avvocato in gamba disposto a difenderlo gratuitamente! Nel caso possiate aiutarlo, contattatelo lì.

*****

Un genio, un maledetto genio, il ragazzo che ieri a Bergamo s'è vestito da nazista dell'Illinois citando così i Blues Brothers - con simbolo sul braccio che riprende quello di Charlie Chaplin ne Il grande dittatore e cartello ai piedi recante la scritta "I nazisti dell'Illinois stanno con le sentinelle" - e s'è affiancato alle tragiche sentinelle in piedi fingendo di leggere il Mein Kampf!


Questa la citazione, per quei pochissimi (spero!) tra voi che non la conoscessero...



Il riferimento è chiaramente ironico e di rara intelligenza, eppure il giovane s'è assurdamente beccato una denuncia per apologia del fascismo, di contro alle sentinelle che stanno manifestando
- in evidente violazione dei diritti umani, così come della nostra stessa Costituzione,
- che non conoscono neanche le basi della loro stessa preghiera cristiana per le quali si prega pro-qualcosa e non contro-qualcosa,
che (come da più testimonianze fotografiche a dimostrare che tenevano il libro al contrario) fanno finta di leggere
e infine sono la perfetta dimostrazione dell'esatto contrario dei loro timori: ovvero che non è detto che da genitori gay nascano figli gay, tant'è che da genitori intelligenti potrebbero essere nate loro...

Tutto ciò - ne avessimo ancora avuto bisogno - a illustrare per l'ennesima volta l'agghiacciante deriva culturale e intellettiva in cui versa ormai il nostro paese. Dove le persone sensate sono destinate a venire sopraffatte (a dimostrazione della correttezza della teoria di Darwin quanto purtroppo del nostro fraintendimento in merito) così che - se non è detto che una risata seppellirà costoro (anzi, vista l'ignoranza dilangante non c'è da essere ottimisti) - l'ironia potrà almeno farci sopravvivere ancora un po' davanti a questa nostra devastante consapevolezza...

PS. Mi viene segnalato da ganfione che il ragazzo è l'autore del tumblr madonnaliberaprofessionista che merita decisamente di venire seguito ;-)

04/10/14

La formula della felicità





Quando ero piccola, in famiglia si giocava a Carriere. Questo gioco da tavolo consisteva nel completare un percorso riuscendo a realizzare la personale formula della felicità che ciascun giocatore segnava su un foglietto all'inizio della partita, e che era data da percentuali diverse di denaro (simboleggiato dal dollaro, se non ricordo male), realizzazione professionale (simboleggiata da una stellina e sentimenti (simboleggiati da un cuore) per raggiungere il totale di 100.
Ieri sera parlavo con una cara amica, che si preoccupava del fatto che in questo momento difficile della sua esistenza io le stessi accanto, e quindi sottraessi un po' di tempo ad altre cose per me magari prioritarie - visto che la dura vita del free-lance prevede che non si molli mai, e sempre sempre sempre si stia lavorando nella speranza che la propria situazione professionale ed economica migliori.

E a me è rivenuto in mente il gioco delle Carriere. Così le ho spiegato la ragione per cui, al contrario, ero ben felice di passare del tempo in sua compagnia, e - potessi - ne passere di più in compagnia dei miei amati amici. Il fatto è che sono una persona abbastanza serena e felice, malgrado la mia testa (ma di questa stavolta non parliamo). E ci sono arrivata perché - vedendo come va questo mondo - ho smesso di illudermi che con il mio impegno io possa decidere del mio destino, o che vi sia una corrispondenza tra la mia dedizione in ciò che faccio e la risposta che ne ottengo. Consapevole di questo, e che viviamo in mezzo a cialtroni dove invece la gente seria viene soffocata e annientata, mi sono detta che io volevo vivere - ovvero non farmi uccidere - e possibilmente senza frustrazioni. E che quindi avrei mollato un po' da una parte e ne avrei rafforzate altre.

In pratica, ho riscritto la mia formula della felicità che così è diventata:
- 40% di soddisfazione personale+professionale (data dalla scrittura, dalla fotografia, dal teatro, dalla produzione artistica)
- 20% di denaro (giusto per sopravvivere, nulla di più, attraverso lavori o di cui non mi importa nulla che neanche segnerò mai in CV, o di lavori fatti dignitosamente e che mi diano pure un po' di soddisfazione malgrado non siano in grandi istituzioni che alla fine sfruttano disumanamente una persona dietro la maschera del prestigio che le offrirebbero)
- 40% di affetti personali (gli amici che sono la mia famiglia vera e propria - quella che mi sono scelta io per la vita - con i quali condivido tempo, cibo, risate, parole e sentimenti in modo totale, superando in tal modo addirittura il bisogno di una relazione di coppia per trovare rimedio, qualora lo provassi, all'eventuale sofferenza data dalla solitudine).

Voi avete scritto la vostra formula? E state riuscendo a realizzarla? :-)


30/09/14

Desiderio e concatenamenti










DESIDERIO


desiderio s. m. [dal lat. desiderium, der. di desiderare, “desiderare”].
Definizione comune. Sentimento intenso che spinge a cercare il possesso, il conseguimento o l’attuazione di quanto possa appagare un proprio bisogno fisico o spirituale.


La parola “desiderio” ha un'etimologia che è un'esplosione di intensità, luce, e corrispondenza di materia e spirito come non ve ne sono di eguali! Essa significa “che discende [de] dal cielo stellato [sidus ,-eris]”, dove a sua volta quest'ultimo termine già sottintendeva l'idea di “relazionarsi al divino” che si esprimeva nella radice indoeuropea sid – ovvero “legarsi [si] alla luce [d]”. La ricerca di congiungimento con il cielo stellato – sede della divinità vedica più antica, Váruṇa – è espressa nella consonante indoeuropea s, che nella lingua inglese dà origine a wish (“desiderare”).
Riuscite a immaginare un flusso d'energia più sensuale?

Nella concezione del desiderio di Deleuze e Guattari (Anti-Edipo, 1972) ritroviamo qualcosa di simile. La loro critica si rivolgeva al fatto che nella psicanalisi s'è sempre parlato di questo argomento in modo astratto, isolando qualcosa che si supponeva essere l'oggetto del desiderio. Ma le cose non stanno così!
Il desiderio è sempre concreto, e al di qua della distinzione tra soggetto e oggetto. Ovvero si desidera sempre un insieme – qualcosa che si mette in relazione con un contesto (quello del soggetto che desidera, come quello dell'oggetto che è desiderato e che si intravede al di là dell'oggetto in sé), qualcosa che si mette in un contesto.

Desiderare è allora costruire un concatenamento, costruire (in) un insieme. Ovvero non vi è desiderio che non scorra in un concatenamento. “La filosofia del desiderio consisteva unicamente nel dire alla gente: non andate a farvi psicoanalizzare, non interpretate mai, sperimentate concatenamenti, cercate quelli che più vi si addicono” (Abecedario di Gilles Deleuze, 1988).

24/09/14

Le luci di Madrid [racconto]

Su accorata insistenza di quegli amici cari che l'hanno letto e che insistono con parole intense, profonde e meravigliose che lo faccia, rendo pubblico un racconto che è ancora una ferita aperta per me e per chi me l'ha ispirato. Con la consapevolezza che comunque nella vita tutto scorre, e che anche rapporti come questi un giorno diventeranno immagini evanescenti di quella 'nostalgia della bellezza' che chiamiamo malinconia.
Buona lettura.


Le luci di Madrid

 

“mi ritrovo sempre confuso e impegolato a correre
da una stella cadente all’altra finché non precipito.”
– Jack Kerouac



Mi prendesti per mano all'istante, al primo scossone, sapendo che sono inquieta quando non guido io (ma un aereo no, non lo so proprio pilotare: devo per forza fare un atto di fiducia nei confronti del pilota e della compagnia). E di lì sentii subito che non me ne importava più nulla di ciò che sarebbe capitato – a me, a te, a noi, a quell'aereo e a quel volo.
In un'ora ti vidi cambiare i lineamenti, l'espressione, il colore del viso, e il modo impacciato in cui abitualmente ti muovevi divenne fluido e sicuro. Non lasciasti più la mia mano, anche se in futuro mi avresti sfinito chiedendomi il permesso di stringermela, ogni volta, cui io puntualmente rispondevo: “Se vuoi una cosa, falla, poi al limite io la rifiuto, tu capirai che non mi va e non la farai più”.

“Usciamo, ti faccio conoscere la mia Madrid!” proponesti entusiasta. E io sorrisi, ché se la persona che amo, reincontrata casualmente dopo vent'anni, mi rivolge un invito del genere, indosso la gonna e la maglia più leggere, scarponcini comodi, e combatto qualsiasi problema di salute pur di resistere il più a lungo possibile nel movimento.
Mi abbracciasti alla vita e, contrariamente a quanto mi sarei aspettata dall'uomo controllato e impacciato che conoscevo e che pur c'era in te, cominciasti a cantare di pura gioia un'opera a me sconosciuta. Riempivi la strada con la tua voce – quella voce potente che non avevi più usato per esprimere in musica ciò che provava il tuo cuore, castrato dalle regole imposte dalla controparte che t'aveva salvato la vita con la sua presenza – e io quasi temevo tutta quella spontaneità mentre stavo vedendo la bellezza luminosa della tua anima esplodere.

Madrid è una serie continua di salite e discese, e più volte mi sarei ritrovata a provare profonda compassione per i ciclisti che osservavo con desiderio e invidia salire sino a Puerta del Sol passando sotto il cavalcavia di Calle Segovia. Anche noi ci passammo sotto, e camminavo tenendo il tuo passo lungo e veloce da montagna, non sentendo fatica né dolore alcuno – io che da mesi zoppicavo ogni volta che mangiavo qualcosa a causa dell'infiammazione cronica al colon.
I quartieri di La Latina e di Manasaña, nella notte, erano luminosissimi. Bar chiassosi e scintillanti, gente ubriaca distesa per strada, prostitute a perdita d'occhio, studenti, musicisti, risate ed echi di risate. Gente, tanta gente appassionata impegnata in conversazioni animate a voce altissima intercalate dai “tio”, “hombre”, “mujer”, “nena” assolutamente inutili quanto continui.
Sorpassammo tutti in velocità – senza mai fermarci, senza mai cambiare passo, le gambe parallele, le braccia a disegnarci un incrocio simmetrico sulle reciproche schiene – evitando gli ostacoli come danzando. “Accidenti, certo che pure tu cammini!” – mi dicesti al ritorno dopo ore di felicità a questo ritmo.

Avremmo dovuto camminare insieme così vent'anni fa, quando invece ti rifiutai.
“Se t'avessi stimato in base a quanto t'amavo, non mi sarei sentita abbastanza per te. Eri troppo, e io mi sentivo troppo poco per te. Ma avevo anche una brutta sensazione, quella che tu cercassi una donna qualunque, pur d'avere qualcuna a fianco che ti salvasse, e io non sopportavo d'essere una qualunque”.
“Non saresti stata una qualunque. E comunque avresti potuto almeno provarci” – mi rispondesti pieno di rancore.
“Eh, ma io all'epoca ero molto più dura e stronza”.
“Infatti mi gettasti tra le braccia di quella tua amica, con cui comunque non durò”.
“Amica... conoscente più che altro. Adesso te lo posso dire: pensai alla persona più opposta a me che conoscessi. Alla più scaltra, opportunista, calcolatrice e materialista... Era un esperimento. Se fossi andato con lei, era perché volevi una donna in generale, non necessariamente me. E infatti tu ci andasti”.
“... Non ho mai tradito mia moglie in questi sedici anni. Poi sei arrivata tu... Non saresti stata una qualunque...” – ribadisti confuso con quella malinconia che ci è così cara.

Tutte le nostre vite sono come onde di mare che s'infrangono contro la battigia, poi si ritraggono confuse nella risacca, si mescolano con altra acqua venuta da chissà dove, si riempiono di nuovo, e di nuovo si rifrangono sulla battigia per tornare un'altra volta indietro.
All'epoca avevi coraggio, e le tremende delusioni che avresti poi dovuto fronteggiare non t'avevano ancora portato a decidere di silenziarti pur di sopportare la crudeltà di questo mondo, che non dava spazio a quelli come te e me. Amavi e conoscevi profondamente Artaud, mentre io, da parte mia, ho sempre amato le donne che facevano impazzire uomini geniali e sensibilissimi come te: danzatrici, prostitute, alcoliste, artiste – parimenti devastate ed estreme nel loro sentire. Era il nostro ideale romantico di ventenni delle relazioni uomo-donna, che ci è rimasto dentro – sebbene tu abbia percepito il passare del tempo e te ne sia immerso, mentre io sia rimasta immutata, in un eterno presente confermato dalla ricorsività degli eventi e dei personaggi di cui è costellata la mia esistenza.
Nulla cambia realmente, per me, da un certo punto in poi della vita. “Un po' come siamo ancora adesso” – mi leggesti nel pensiero.

“Bene, uno in meno della cui sofferenza preoccuparmi, qualora mi accadesse qualcosa” – commentai amareggiata, ma sollevata, alla notizia del ri-fidanzamento del mio ex. Un lasciapassare in più perché mi accadesse qualcosa e un lasciapassare per andare a letto con a te, perché a questo punto, nella mia testa, ero libera.
“Non ti togliere i braccialetti, ché il rumore che fanno è ipnotico”. Ti guardai incuriosita. Quali altri desideri mi avresti aperto di lì in poi? Facemmo l'amore e riconobbi il tuo corpo risvegliarsi dal torpore di anni. Sono sveglia in queste cosa, sai? Avevi poco da mascherare con falsi racconti l'atrofia in cui eri caduto. Atrofia di cuore, atrofia di pensiero, atrofia ovunque. Così come la tua pelle parlava per te. Non fu un caso che ebbi io stessa quattro attacchi devastanti di orticaria – assumendo sul mio corpo le malattie dell'uomo che amavo, come per 'simpatia', durante la nostra storia.

“Hai unghie lunghe, e affilate...”. Ti vidi scintillare gli occhi. In questi giochi innocui ci sto – non mi chiedono alcun impegno e non mi danno alcuna inquietudine. Girovagai per la città mentre eri al lavoro, e trovai un negozietto misero con belle donne orientali che – mentre mi insegnavano parole in spagnolo nel tentativo di fare conversazione – mi trasformarono le dita in coltelli con cui darti ciò che desideravi.
Il dolore è un piacere, inutile rivangare l'infinita retorica filosofica ed estetica in merito che ben conosciamo: farsi incidere profondamente la pelle, vedere uscire il sangue, riguardarsi allo specchio i segni nei giorni successivi, ripensare alle sensazioni provate è un gioco facile per sentirsi ancora vivi – per sentire che la vita non ti è passata addosso malgrado la tua incapacità di goderla pienamente giorno per giorno, quando uno si convince al contrario che la sola possibilità, per noi esseri umani, è quella di orientarla giusto secondo linee molto generali.
Tu avresti fatto impazzire Artaud, ti avrebbe amato tantissimo” – mi dicesti traboccante d'incanto.
“Probabile, ma poi impazzì comunque... in ogni caso, con me, alla fine si sarebbe salvato” – pensai.

“Recupera Bajarse al moro, con Banderas, è uno dei primi film che ha fatto, negli anni '80. C'è Madrid come l'ho conosciuta io... Magari ce lo vediamo stasera”. Diligentemente andai in biblioteca e lo presi. Poi comprai del Ribera del Duero, formaggi, pane integrale, e tutto ciò con cui mi preoccupavo di nutrirti facendoti godere nuovamente di ciò che mangiavi – tu che avevi annullato la sensorialità perché altrimenti avresti 'sentito troppo' e non saresti stato in grado di sopravviverla.
Quella sera prendesti la mia macchina fotografica e mi scattasti la sola immagine che ho di un anno di vita insieme. Stavo appoggiata di schiena alla ringhiera del balcone di casa tua, e dietro di me che ti sorridevo era il profilo dei tetti al tramonto, quando infinite luci cominciavano ad accendersi in quella che tu ripetevi così di frequente essere la città più immensa e bella che avessi mai visto.
“Baciare te è come baciare una donna” – ti dissi.
“Ah sì? Perché, hai baciato delle donne?”.
“Sì, e mi piace molto di più che baciare gli uomini. Le donne hanno labbra morbide, e i loro baci sono dolci. Baciare te mi dà la stessa sensazione del baciare una donna”.

Lavapiés era un quartiere 'di frontiera' – nel film come nella realtà odierna – e continuamente, da una parte all'altra delle varie inquadrature, rotolavano ruote rubate alle auto lungo la discesa della strada principale. Sullo sfondo di ogni scena, i ladri cercavano di rivenderle e sbarcare così il lunario in mezzo a ricettatori, spacciatori, e tossici d'ogni sorta. “Io quella Madrid l'ho ancora vissuta, era proprio così” – dicevi.
La 'nostra' Madrid. La nostra decadente Madrid, che stava di nuovo morendo nel ricordo malinconico della movida – dei suoi suoi lustrini e delle sue luci, delle sue folli parate queer e di tutta l'esplosione di vita dopo decenni di regime franchista.
“Questa città mi riporta sempre in equilibrio. Arrivo malata, devastata, piangendo, meditando di suicidarmi, e la città e la sua gente mi dicono che è normale sentirsi così, non è essere estremi, che questa è la vita, ed è tutto ok, andrà tutto bene: “Aqui està tu caña, nena”, e un sorriso”.
“Sì, anche per me è così... Oppure guardo la vita degli altri, di quelli che la vivono in prima persona, e tanto mi basta”.

I giorni, le settimane, i mesi passarono lavorando entrambi, un po' vivendo separati, un po' insieme. Le mie ricerche mi portavano per musei e mostre di Madrid, che amavo sempre più ripercorrendone la storia e l'energia d'un tempo, mentre tu dal tuo ufficio mi chiamavi per controllare che andasse tutto bene e che me la stessi godendo. Oh sì che me la stavo godendo, me la stavo godendo un mondo!
Mi portasti nei ristoranti più genuini e semplici – sapendo che io odio i posti che sono tutta scena e niente sostanza (ma quelle poche volte che andammo in quelli lussuosi scelti da te fu uno spettacolo comunque, come il ristorante valenciano in cui il cameriere divenne nostro complice bevendo dal porron lui stesso per mostrarci come si faceva) – e mi facesti scoprire la musica barocca vedendomi commuovere in ascolto di Jordi Savall.
“Tornando in metropolitana c'era una ragazza che era esattamente come le donne che dici che piacciono a te” – mi raccontasti un giorno – “L'ho guardata tutto il tempo pensando che avrei voluto chiederle di venire da noi stasera, avrei voluto regalartela... Poi non ne ho avuto il coraggio...”.

“E adesso?” – ti chiesi abbracciati a letto, mentre passavi la mano sul profilo del mio corpo.
“Adesso ho qualcuno di cui occuparmi ogni giorno. Anche se, di tanto in tanto, al mattino mi sveglio e ho l'impulso a buttarmi giù dal balcone... Poi non lo faccio... E tu?”.
“Io ho solo più una persona per cui non lo faccio ancora...”.
Uscimmo sulla terrazza, e appoggiati alla ringhiera guardammo alternativamente la città e il marciapiede.
“Lo sai che, se fossi al tuo fianco, sarei la tua più forte alleata, vero?”.
“Sì, lo so. Ma se ci penso ne ho paura, e non ci voglio credere. Un giorno te ne potresti andare”.
“Non lo farei, e non prometto cose che non mantengo”.
“Tu sei una indipendente, che arriva, stravolge le vite altrui, e sicuramente con te non mi annoierei mai. Sarebbe una sfida continua tra noi, veramente appassionante. Ma... non ti lasceresti guidare. Non dipenderesti da me. Quindi prima o poi potresti andartene...”.

Per un po' di tempo accarezzammo il sogno di scrivere qualcosa insieme sul tema del corpo. Ti avevo dato un libro che amavo molto – Il sapore del mondo – un testo comparativo di antropologia sulla sensorialità umana attraverso racconti etnografici, così come attraverso l'arte e la letteratura occidentale. L'autore era lo stesso di quella Passione per il rischio di cui anche avevamo parlato, e che una settimana dopo avevo casualmente trovato usato in una bancarella di Porto. Già, in una delle mie tante fughe – a Barcellona, a Siviglia, a Murcia, a Lisbona – per tentare di allontanarmi da te e da Madrid.
Quel libro fu la perdita più dolorosa, per me, quando distruggemmo il rapporto tra noi, insieme alla stima e al rispetto reciproco. Lo cercai in ogni libreria e remainder, dallo stesso editore dove risultò fuori catalogo, sin quando alla fine m'arresi e pensai rabbiosa che non dovevi tenerlo tu – non lo meritavi, avendo rinunciato a 'sentire'.

Ti chiamai, concordammo che me l'avresti lasciato in una biblioteca dove potevo passare a recuperarlo, e ascoltai mezz'ora di tuoi accorati consigli ed esortazioni per il mio lavoro prima di chiudere con un asettico “ciao” cui fece seguito la tua timida richiesta.
“Posso telefonarti in futuro, ogni tanto, solo per sapere come stai?”.
D'istinto, tornata a me stessa nell'arco di mesi, risposi dura: “Fai quello che vuoi, con me sei libero”.
Poi ripensai al balcone e aggiunsi: “Però, prima di buttarti, chiamami...”.