24/09/14

Le luci di Madrid [racconto]

Su accorata insistenza di quegli amici cari che l'hanno letto e che insistono con parole intense, profonde e meravigliose che lo faccia, rendo pubblico un racconto che è ancora una ferita aperta per me e per chi me l'ha ispirato. Con la consapevolezza che comunque nella vita tutto scorre, e che anche rapporti come questi un giorno diventeranno immagini evanescenti di quella 'nostalgia della bellezza' che chiamiamo malinconia.
Buona lettura.


Le luci di Madrid

 

“mi ritrovo sempre confuso e impegolato a correre
da una stella cadente all’altra finché non precipito.”
– Jack Kerouac



Mi prendesti per mano all'istante, al primo scossone, sapendo che sono inquieta quando non guido io (ma un aereo no, non lo so proprio pilotare: devo per forza fare un atto di fiducia nei confronti del pilota e della compagnia). E di lì sentii subito che non me ne importava più nulla di ciò che sarebbe capitato – a me, a te, a noi, a quell'aereo e a quel volo.
In un'ora ti vidi cambiare i lineamenti, l'espressione, il colore del viso, e il modo impacciato in cui abitualmente ti muovevi divenne fluido e sicuro. Non lasciasti più la mia mano, anche se in futuro mi avresti sfinito chiedendomi il permesso di stringermela, ogni volta, cui io puntualmente rispondevo: “Se vuoi una cosa, falla, poi al limite io la rifiuto, tu capirai che non mi va e non la farai più”.

“Usciamo, ti faccio conoscere la mia Madrid!” proponesti entusiasta. E io sorrisi, ché se la persona che amo, reincontrata casualmente dopo vent'anni, mi rivolge un invito del genere, indosso la gonna e la maglia più leggere, scarponcini comodi, e combatto qualsiasi problema di salute pur di resistere il più a lungo possibile nel movimento.
Mi abbracciasti alla vita e, contrariamente a quanto mi sarei aspettata dall'uomo controllato e impacciato che conoscevo e che pur c'era in te, cominciasti a cantare di pura gioia un'opera a me sconosciuta. Riempivi la strada con la tua voce – quella voce potente che non avevi più usato per esprimere in musica ciò che provava il tuo cuore, castrato dalle regole imposte dalla controparte che t'aveva salvato la vita con la sua presenza – e io quasi temevo tutta quella spontaneità mentre stavo vedendo la bellezza luminosa della tua anima esplodere.

Madrid è una serie continua di salite e discese, e più volte mi sarei ritrovata a provare profonda compassione per i ciclisti che osservavo con desiderio e invidia salire sino a Puerta del Sol passando sotto il cavalcavia di Calle Segovia. Anche noi ci passammo sotto, e camminavo tenendo il tuo passo lungo e veloce da montagna, non sentendo fatica né dolore alcuno – io che da mesi zoppicavo ogni volta che mangiavo qualcosa a causa dell'infiammazione cronica al colon.
I quartieri di La Latina e di Manasaña, nella notte, erano luminosissimi. Bar chiassosi e scintillanti, gente ubriaca distesa per strada, prostitute a perdita d'occhio, studenti, musicisti, risate ed echi di risate. Gente, tanta gente appassionata impegnata in conversazioni animate a voce altissima intercalate dai “tio”, “hombre”, “mujer”, “nena” assolutamente inutili quanto continui.
Sorpassammo tutti in velocità – senza mai fermarci, senza mai cambiare passo, le gambe parallele, le braccia a disegnarci un incrocio simmetrico sulle reciproche schiene – evitando gli ostacoli come danzando. “Accidenti, certo che pure tu cammini!” – mi dicesti al ritorno dopo ore di felicità a questo ritmo.

Avremmo dovuto camminare insieme così vent'anni fa, quando invece ti rifiutai.
“Se t'avessi stimato in base a quanto t'amavo, non mi sarei sentita abbastanza per te. Eri troppo, e io mi sentivo troppo poco per te. Ma avevo anche una brutta sensazione, quella che tu cercassi una donna qualunque, pur d'avere qualcuna a fianco che ti salvasse, e io non sopportavo d'essere una qualunque”.
“Non saresti stata una qualunque. E comunque avresti potuto almeno provarci” – mi rispondesti pieno di rancore.
“Eh, ma io all'epoca ero molto più dura e stronza”.
“Infatti mi gettasti tra le braccia di quella tua amica, con cui comunque non durò”.
“Amica... conoscente più che altro. Adesso te lo posso dire: pensai alla persona più opposta a me che conoscessi. Alla più scaltra, opportunista, calcolatrice e materialista... Era un esperimento. Se fossi andato con lei, era perché volevi una donna in generale, non necessariamente me. E infatti tu ci andasti”.
“... Non ho mai tradito mia moglie in questi sedici anni. Poi sei arrivata tu... Non saresti stata una qualunque...” – ribadisti confuso con quella malinconia che ci è così cara.

Tutte le nostre vite sono come onde di mare che s'infrangono contro la battigia, poi si ritraggono confuse nella risacca, si mescolano con altra acqua venuta da chissà dove, si riempiono di nuovo, e di nuovo si rifrangono sulla battigia per tornare un'altra volta indietro.
All'epoca avevi coraggio, e le tremende delusioni che avresti poi dovuto fronteggiare non t'avevano ancora portato a decidere di silenziarti pur di sopportare la crudeltà di questo mondo, che non dava spazio a quelli come te e me. Amavi e conoscevi profondamente Artaud, mentre io, da parte mia, ho sempre amato le donne che facevano impazzire uomini geniali e sensibilissimi come te: danzatrici, prostitute, alcoliste, artiste – parimenti devastate ed estreme nel loro sentire. Era il nostro ideale romantico di ventenni delle relazioni uomo-donna, che ci è rimasto dentro – sebbene tu abbia percepito il passare del tempo e te ne sia immerso, mentre io sia rimasta immutata, in un eterno presente confermato dalla ricorsività degli eventi e dei personaggi di cui è costellata la mia esistenza.
Nulla cambia realmente, per me, da un certo punto in poi della vita. “Un po' come siamo ancora adesso” – mi leggesti nel pensiero.

“Bene, uno in meno della cui sofferenza preoccuparmi, qualora mi accadesse qualcosa” – commentai amareggiata, ma sollevata, alla notizia del ri-fidanzamento del mio ex. Un lasciapassare in più perché mi accadesse qualcosa e un lasciapassare per andare a letto con a te, perché a questo punto, nella mia testa, ero libera.
“Non ti togliere i braccialetti, ché il rumore che fanno è ipnotico”. Ti guardai incuriosita. Quali altri desideri mi avresti aperto di lì in poi? Facemmo l'amore e riconobbi il tuo corpo risvegliarsi dal torpore di anni. Sono sveglia in queste cosa, sai? Avevi poco da mascherare con falsi racconti l'atrofia in cui eri caduto. Atrofia di cuore, atrofia di pensiero, atrofia ovunque. Così come la tua pelle parlava per te. Non fu un caso che ebbi io stessa quattro attacchi devastanti di orticaria – assumendo sul mio corpo le malattie dell'uomo che amavo, come per 'simpatia', durante la nostra storia.

“Hai unghie lunghe, e affilate...”. Ti vidi scintillare gli occhi. In questi giochi innocui ci sto – non mi chiedono alcun impegno e non mi danno alcuna inquietudine. Girovagai per la città mentre eri al lavoro, e trovai un negozietto misero con belle donne orientali che – mentre mi insegnavano parole in spagnolo nel tentativo di fare conversazione – mi trasformarono le dita in coltelli con cui darti ciò che desideravi.
Il dolore è un piacere, inutile rivangare l'infinita retorica filosofica ed estetica in merito che ben conosciamo: farsi incidere profondamente la pelle, vedere uscire il sangue, riguardarsi allo specchio i segni nei giorni successivi, ripensare alle sensazioni provate è un gioco facile per sentirsi ancora vivi – per sentire che la vita non ti è passata addosso malgrado la tua incapacità di goderla pienamente giorno per giorno, quando uno si convince al contrario che la sola possibilità, per noi esseri umani, è quella di orientarla giusto secondo linee molto generali.
Tu avresti fatto impazzire Artaud, ti avrebbe amato tantissimo” – mi dicesti traboccante d'incanto.
“Probabile, ma poi impazzì comunque... in ogni caso, con me, alla fine si sarebbe salvato” – pensai.

“Recupera Bajarse al moro, con Banderas, è uno dei primi film che ha fatto, negli anni '80. C'è Madrid come l'ho conosciuta io... Magari ce lo vediamo stasera”. Diligentemente andai in biblioteca e lo presi. Poi comprai del Ribera del Duero, formaggi, pane integrale, e tutto ciò con cui mi preoccupavo di nutrirti facendoti godere nuovamente di ciò che mangiavi – tu che avevi annullato la sensorialità perché altrimenti avresti 'sentito troppo' e non saresti stato in grado di sopravviverla.
Quella sera prendesti la mia macchina fotografica e mi scattasti la sola immagine che ho di un anno di vita insieme. Stavo appoggiata di schiena alla ringhiera del balcone di casa tua, e dietro di me che ti sorridevo era il profilo dei tetti al tramonto, quando infinite luci cominciavano ad accendersi in quella che tu ripetevi così di frequente essere la città più immensa e bella che avessi mai visto.
“Baciare te è come baciare una donna” – ti dissi.
“Ah sì? Perché, hai baciato delle donne?”.
“Sì, e mi piace molto di più che baciare gli uomini. Le donne hanno labbra morbide, e i loro baci sono dolci. Baciare te mi dà la stessa sensazione del baciare una donna”.

Lavapiés era un quartiere 'di frontiera' – nel film come nella realtà odierna – e continuamente, da una parte all'altra delle varie inquadrature, rotolavano ruote rubate alle auto lungo la discesa della strada principale. Sullo sfondo di ogni scena, i ladri cercavano di rivenderle e sbarcare così il lunario in mezzo a ricettatori, spacciatori, e tossici d'ogni sorta. “Io quella Madrid l'ho ancora vissuta, era proprio così” – dicevi.
La 'nostra' Madrid. La nostra decadente Madrid, che stava di nuovo morendo nel ricordo malinconico della movida – dei suoi suoi lustrini e delle sue luci, delle sue folli parate queer e di tutta l'esplosione di vita dopo decenni di regime franchista.
“Questa città mi riporta sempre in equilibrio. Arrivo malata, devastata, piangendo, meditando di suicidarmi, e la città e la sua gente mi dicono che è normale sentirsi così, non è essere estremi, che questa è la vita, ed è tutto ok, andrà tutto bene: “Aqui està tu caña, nena”, e un sorriso”.
“Sì, anche per me è così... Oppure guardo la vita degli altri, di quelli che la vivono in prima persona, e tanto mi basta”.

I giorni, le settimane, i mesi passarono lavorando entrambi, un po' vivendo separati, un po' insieme. Le mie ricerche mi portavano per musei e mostre di Madrid, che amavo sempre più ripercorrendone la storia e l'energia d'un tempo, mentre tu dal tuo ufficio mi chiamavi per controllare che andasse tutto bene e che me la stessi godendo. Oh sì che me la stavo godendo, me la stavo godendo un mondo!
Mi portasti nei ristoranti più genuini e semplici – sapendo che io odio i posti che sono tutta scena e niente sostanza (ma quelle poche volte che andammo in quelli lussuosi scelti da te fu uno spettacolo comunque, come il ristorante valenciano in cui il cameriere divenne nostro complice bevendo dal porron lui stesso per mostrarci come si faceva) – e mi facesti scoprire la musica barocca vedendomi commuovere in ascolto di Jordi Savall.
“Tornando in metropolitana c'era una ragazza che era esattamente come le donne che dici che piacciono a te” – mi raccontasti un giorno – “L'ho guardata tutto il tempo pensando che avrei voluto chiederle di venire da noi stasera, avrei voluto regalartela... Poi non ne ho avuto il coraggio...”.

“E adesso?” – ti chiesi abbracciati a letto, mentre passavi la mano sul profilo del mio corpo.
“Adesso ho qualcuno di cui occuparmi ogni giorno. Anche se, di tanto in tanto, al mattino mi sveglio e ho l'impulso a buttarmi giù dal balcone... Poi non lo faccio... E tu?”.
“Io ho solo più una persona per cui non lo faccio ancora...”.
Uscimmo sulla terrazza, e appoggiati alla ringhiera guardammo alternativamente la città e il marciapiede.
“Lo sai che, se fossi al tuo fianco, sarei la tua più forte alleata, vero?”.
“Sì, lo so. Ma se ci penso ne ho paura, e non ci voglio credere. Un giorno te ne potresti andare”.
“Non lo farei, e non prometto cose che non mantengo”.
“Tu sei una indipendente, che arriva, stravolge le vite altrui, e sicuramente con te non mi annoierei mai. Sarebbe una sfida continua tra noi, veramente appassionante. Ma... non ti lasceresti guidare. Non dipenderesti da me. Quindi prima o poi potresti andartene...”.

Per un po' di tempo accarezzammo il sogno di scrivere qualcosa insieme sul tema del corpo. Ti avevo dato un libro che amavo molto – Il sapore del mondo – un testo comparativo di antropologia sulla sensorialità umana attraverso racconti etnografici, così come attraverso l'arte e la letteratura occidentale. L'autore era lo stesso di quella Passione per il rischio di cui anche avevamo parlato, e che una settimana dopo avevo casualmente trovato usato in una bancarella di Porto. Già, in una delle mie tante fughe – a Barcellona, a Siviglia, a Murcia, a Lisbona – per tentare di allontanarmi da te e da Madrid.
Quel libro fu la perdita più dolorosa, per me, quando distruggemmo il rapporto tra noi, insieme alla stima e al rispetto reciproco. Lo cercai in ogni libreria e remainder, dallo stesso editore dove risultò fuori catalogo, sin quando alla fine m'arresi e pensai rabbiosa che non dovevi tenerlo tu – non lo meritavi, avendo rinunciato a 'sentire'.

Ti chiamai, concordammo che me l'avresti lasciato in una biblioteca dove potevo passare a recuperarlo, e ascoltai mezz'ora di tuoi accorati consigli ed esortazioni per il mio lavoro prima di chiudere con un asettico “ciao” cui fece seguito la tua timida richiesta.
“Posso telefonarti in futuro, ogni tanto, solo per sapere come stai?”.
D'istinto, tornata a me stessa nell'arco di mesi, risposi dura: “Fai quello che vuoi, con me sei libero”.
Poi ripensai al balcone e aggiunsi: “Però, prima di buttarti, chiamami...”.

1 commento:

gattonero ha detto...

Riletto, con lo stesso piacere della prima lettura.
Un abbraccio che fughi il tuo magone.
Cia♥