08/11/14

Rapporti liberi e potenti (e ancora umani, profondamente umani)

Io ho visto che nel tempo, e soprattutto in questi ultimi anni, gli uomini che ho frequentato - persone dotate di un'intelligenza almeno pari alla loro 'inquietudine' - temono tutti la medesima cosa e la risolvono tutti allo stesso modo pagandone tutti le stesse conseguenze.

In pratica, funziona così: costoro sono intelligenti, appassionati di vita, e alla ricerca di tempi e modi per esprimere, realizzare, rendere visibile, e anche condividere con altre persone, ciò che la loro mente elabora (una teoria filosofica, una produzione manuale concreta, un qualche evento che sentono come molto importante). Ciò dà loro molto piacere - ovviamente - sia per narcisismo ("guarda come sono in gamba in ciò che faccio!") sia per la sensazione di una (temporanea) pacificazione calda, potente, momentaneamente risolutiva di quell'assenza di senso della vita che inquieta loro come inquieta tutti gli esseri umani. Insomma, il piacere di vedere risposte parziali che però nel momento in cui le stai vivendo le senti potenti e ti fanno stare bene.
Di qui la tendenza a ripetere, perché è chiaro che se una cosa ti fa stare bene una volta, tendi a replicarla e anche bulimicamente - così da scacciare sempre più quell'inquietudine. In tal modo potrai guardare al tuo passato e sentire d'aver vissuto intensamente, d'aver fatto tante cose, e che il tempo non è passato invano. Un po' come dover avere un curriculum pieno di roba per dimostrarti che non sei esistito invano, o anche solo che sei esistito.

L'amore rischia di far saltare tutto questo. Distoglie da questo piano, richiede energie e tempo, porta all'inazione della contemplazione reciproca e del benessere, finché c'è, dato solo dalla reciproca presenza: come una condizione prolungata del calore post-orgasmico.
Di qui, in tutti gli uomini che ho frequentato, il tenere a distanza quelle donne che facessero loro provare questo, e la scelta/accettazione (pensando che in fin dei conti la dimensione affettiva/sentimentale nella vita non conti molto, e sia piuttosto una risorsa cui attingere in casi di emergenza mantenendo nel tempo la situazione controllata dandole l'impressione di nutrire un qualche sentimento di 'cura'/'attenzione'/amore vero e proprio) di altre che di fatto li "lasciano in pace" (questa la definizione più frequente del legame, onesta per quanto brutale), ma sono poi anche completamente assenti e anaffettive. Completamente.

E non potrebbe essere diverso, se ciò che ricevono da parte degli uomini cui s'accompagnano è la concezione da parte di questi ultimi di sé come persone che hanno altre priorità esistenziali che rischierebbero d'essere trascurate a causa d'un rapporto d'amore (che loro non vedono in altro modo se non come passione che porta all'inazione). Di qui, da parte di queste donne, il calcolo degli svantaggi (una vita vissuta nella mortificazione della dimensione affettiva, in una situazione che è chiaramente fasulla, la riduzione delle proprie possibilità di 'espansione' per stare accanto alla luce emanata dall'uomo-guida) e dei benefici (economici/utilitaristici, di riconoscimento/accettazione sociale e ai loro stessi occhi in quanto "compagne/mogli di", di potere perché un uomo che ragiona così non si staccherà mai da loro: la frase "lui torna sempre da me" sai da quanti secoli viene ripetuta dalle donne?), e l'elaborazione di strategie, se decidono di starci dentro, per ottenere ciò che desiderano e mediare con tale comportamento maschile. Facendo credere di amare, che saranno presenti al bisogno, di sostenere/incoraggiare/stimare.

Se costoro agiscono così in risposta a un maschile che si comporta in tal modo, e quindi sono coscienti che la dimensione affettiva l'hanno mortificata come reazione alla funzione d'uso che in primis è stata data loro, gli uomini che hanno dato loro tale funzione cascano invece sempre dal pero quando si accorgono che non sono amati, che non hanno una persona realmente al loro fianco, che non c'è condivisione di nulla, e che nel presente c'è solo vera e propria, assoluta assenza con questa proiezione nel futuro in cui si compirà quello che in tutta la vita è stato rimandato (al momento del bisogno): ovvero la presenza dell'altra persona. Di qui chiaramente il vuoto affettivo nel presente e la ricerca di modalità parziali e controllabili - in modo tale che non mettano a rischio quell'ipotesi per il futuro, così come non tolgano tempo ed energie alle attività prioritarie della propria vita nel presente - per colmarlo.

Ecco: a me sembra che questo schema sia riflesso di un atteggiamento patriarcale - su due livelli - di potenza devastante.

Livello 1: quello dell'espressività e della produttività come modalità di pacificazione e istanze esclusivamente maschili. Vogliamo abbattere questo pregiudizio?
Anche le donne hanno questo bisogno, e non è che ciò che realizzano sia di minor valore della controparte maschile, vada messo in secondo piano rispetto a quella, sia da considerarsi un diletto/vezzo/capriccio rispetto ad altre presunte priorità o obiettivi (l'amore, il costruirsi una sicurezza economica che permetta loro l'esistenza, il figliare)!

Questo è un comodo stereotipo costruito dall'uomo per sentirsi migliore e più efficente/produttivo delle donne, e che molte dementi insignificanti hanno appunto avallato col comportamento di cui sopra. Ma non è affatto naturale! Anche a molte donne farebbe piacere "essere lasciate in pace" e magari produrre opere d'arte o riflessioni filosofiche potenti anziché magari mettere al mondo un figlio e passare le giornate in cucina!

Livello 2: la totale svalutazione delle dimensioni di attenzione, cura, calore tra i viventi - dimensione in cui tradizionalmente è stato confinato il genere femminile, ma che non è detto che stia bene a tutte, né che sia 'naturale' anzi, per me non lo è in alcun modo!).
Quando io penso all'amore libero, all'energia, alla cura, alla solidarietà che dovrebbe circolare dal mio punto di vista tra tutti gli esseri umani io penso alla rivalutazione di questo e alla sua estensione al di là sia del genere, sia del rapporto di coppia. Ed è per questo che non ho più *bisogno* di una relazione: perché io quell'amore l'ho esteso a tutta l'umanità, in primis agli amici che ho accanto rendendoli 'famiglia', di qui aprendo all'amore nella relazione di coppia la possibilità che sia altro, ovvero qualcosa da inventarsi slegato dal bisogno di protezione, dalla carenza da soddisfare, e quindi da qualsivoglia rischio di dominio.

L'amore concepito come tale flusso di energia che abbraccia tutti gli esseri umani abbraccerà anche la coppia come parte di questi, ma avrà le caratteristiche del precedente: la cura, il rispetto, la solidarietà, il sostegno, la spontaneità, la libertà e la gratuità - perché la protezione è data dall'appartenenza a una comunità che ci fa provare questa sensazione di sicurezza, e quindi l'amare poi qualcuno in particolare diventa scelta e non sarà un dramma se ci venisse mai un giorno a mancare o se gli mancheremo noi (anche se sono persuasa che, in una condizione di amore vissuto in tal modo, nessuno abbandonerebbe mai nessuno perché si sarebbe al di là sia della sensazione di 'proprietà' sull'altro, quanto della noia perché avremmo persone vive e appassionate come noi intorno).

Ciò che voglio dire, in pratica, è che a me sembra che costoro siano vittime e promotori di uno schema castrante di voi stessi e dei rapporti uomo-donna basati su un pregiudizio patriarcale tremendo, ma le cose non le vedo stare così "di natura" - anche perché cosa sia "natura" noi non lo sappiamo, in quanto esseri umani e pertanto "culturali" che elaborano la propria concezione di ciò che è naturale e ciò che non lo è in base a un filtro culturale.
Quindi, data questa premessa, non avrebbe piuttosto un senso per gli uomini abbandonare questa concezione di sé come i soli eccellenti, mirabili, produttivi, 'geniali' (capisco sia cosa difficile, perché è dire loro in sintesi di scendere giù dal piedistallo) rispetto alla controparte femminile così da avere relazioni con le loro compagne veramente a pari livello e basate sul reale riconoscimento degli stessi bisogni e diritti?


E inoltre, da questo, non avrebbe piuttosto un senso rielaborare il pensiero delle modalità con cui soddisfare i propri bisogni "di amare ed essere amati" (citando la buona Emma Goldman) e instaurare rapporti intensi, forti, solidali, che non tolgano a fondo perduto quell'energia e quel tempo necessari a instaurarli, che non si risolvano nell'inazione, ma nel fare cose ognuno per conto proprio o insieme godendo l'approvazione e del sostegno dell'altro/a, così che non vi sia bisogno di energie o tempo per rinnovarli ma si costruiscano e rinnovino nel loro stesso compiersi in modo così appassionante, potente e felice?

Mah, io voglio credere che sia possibile. Si può chiamare utopia, ma per me invece è il mio attuale di sentire e di conseguenza di vivere - perché io già vivo come se la realtà fosse cosi ora, e penso a questo modo di intendere i rapporti umani come progetto a lungo termine (quei 700/800 anni), che non vedrò compiersi, ma cui mi piace aver contribuito, ed essere stata profondamente bene e felice mentre lo sentivo e vivevo così.

Questa, tra l'altro, è la mia idea di anarchia.

2 commenti:

mark ha detto...

Ci sono due tortorelle stanziali sul pino difronte casa che in questi giorni hanno una attività amorosa circoscritta forse per sfuggire ai cacciatori che imperversano nella zona. Cosa c'entra? Nulla, se non il fatto che insieme a mia figlia ci affacciamo per sentire il loro tubare.
Forse dobbiamo seguire il flusso dell'energia senza pensare di domarlo, con le parole o le azioni e godere di questa vita. Poi per il resto non perdere la fiducia magari il processo evolutivo è più avanzato di quanto tu possa utopisticamente credere.

Minerva ha detto...

Caro Mark, speriamo sia così come tu dici. Io non ne ho assolutamente idea di quanto l'evoluzione cerebrale degli esseri umani sia avanzata o meno. La mia esperienza di ciò che mi vedo intorno non mi fa ben sperare, purtroppo...