31/03/11

L'intuizione incrociata casualmente

Cercando altro, stamane mi sono imbattuta nella frase che segue:

Sesso e bellezza sono inseparabili, come vita e coscienza. E l'intelligenza che accompagna sesso e bellezza, e da essi deriva, è intuizione.
(David Herbert Lawrence)

©Nobuyoshi Araki, “Kaori and Flowers”, 2006-2007, slides from slideshow
Io non so se vita e coscienza siano inseparabili - per me lo sono, ma vedo una fortissima inconsapevolezza nonché una mancanza di attenzione, cautela e riflessività in coloro che mi circondano che mi fa quanto meno dubitare dell'esistenza di tale legame.
Ma sull'intelligenza che accompagna sesso e bellezza descritta in termini di intuizione, non potrei essere più d'accordo...


29/03/11

Sensibilità nipponica

Per diverse ragioni, nutro un amore profondo per la cultura e il popolo giapponese. Come tutti sono rimasta colpita per ciò che è accaduto e - pur se a livello mediatico l'interesse è scemato (e il mio disgusto e diprezzo per il concetto di notiziabilità degli eventi non sarà mai abbastanza) - per me non lo sarà ancora per un bel pezzo. La cultura giapponese, infatti, rappresenta nella mia vita e nel mio lavoro un punto di riferimento essenziale nell'indagine del rapporto società-individuo in relazione ai grandi temi dell'esistenza, e vedere come stanno reagendo alla tragedia che li ha colpiti è reale fonte di autoriflessione.
Tra le varie cose che ho trovato in rete, questa mi ha dato per l'ennesima volta la misura dell'attenzione che tributano alla dimensione anche visiva della loro presenza nel paesaggio che abitano: in Giappone i serbatoi del gas vengono decorati proprio per renderne più gradevole la vista e ridurne l'estraneità rispetto all'ambiente.
Ecco, oggi voglio rendere omaggio al popolo nipponico diffondendo ulteriormente la conoscenza della loro sensibilità attraverso queste immagini che mi hanno fatto sorridere. Auguri di cuore affinché - a differenza di quanto detto in questi giorni tra le lacrime da un'amica giapponese residente in Italia - il loro Paese, questa volta, non stia davvero scomparendo.

Flowers and butterflies -- Niigata prefecture
Nicotan (mascot of Shibata Gas) -- Shibata, Niigata prefecture
Morioka Gas character dancing the Sansa Odori -- Morioka, Iwate prefecture
Japanese irises -- Niigata
Watermelon -- Takizawa, Iwate prefecture
Godai-chan (tourism mascot for the city of Kashihara) -- Nara prefecture

28/03/11

Letteratura su eros (in senso lato) e dintorni: consigli?

Girovagando nelle librerie del centro città, mi capita frequentemente di imbattermi nella cosiddetta 'letteratura erotica'. Parimenti, in rete, fioccano i blog di 'racconti erotici' - con risultati di qualità a mio avviso differente - che vanno dalla nuda (e spesso asettica) cronaca degli avvenimenti a chi indugia nell'approfondimento psicologico ed emotivo dell'evento in sé perdendo la descrizione quest'ultimo.
Poche narrazioni sono alla fine quelle che veramente mi piacciono/convincono, e sono quelli che più risuonano col mio modo di percepire e descrivero il desiderio e il piacere. Talvolta tali narrazioni non sono neanche riferibili al sesso o all'atto sessuale in sé, quanto grondano eros per le parole che vengono utilizzate e i contesti/contenuti che vengono narrati.

E' primavera, sono bulimica di eros/energia/desiderio/piacere che voglio farne scorta per il futuro: mi date consigli su letture che avete amato e che secondo voi vanno in questa direzione? La costruiamo insieme una biblioteca dell'eros e del desiderio?
Comincio col segnalare proprio pochissime predilezioni mie - per non rovinarvi il piacere della segnalazione delle vostre - e ve ne spiego il perché:
- Storia di O, di Pauline Réage, è stato il mio primo libro erotico (... aehm, guardate che vi sto sentendo che commentate "cominciamo bene", eh?) preso in prestito ancora 12enne dalla biblioteca di mio padre; niente male quella lettura, niente male davvero anche se veramente 'estrema' e distante dalla modalità di relazione (soprattutto psicologica) che mi attrae nella vita reale;
- Poesie erotiche di Georges Bataille e Fiorita come la lussuria di Joyce Mansour per quanto riguarda la poesia erotica sanno farmi vibrare i sensi di eccitazione e desiderio come nessun altro;
- Il delta di Venere, di Anaïs Nin (passaggio obbligato sia per le situazioni descritte, dove l'erotismo viene esplorato nei suoi diversi aspetti emotivi, psicologici, fisici e relazionali, sia per la qualità della scrittura, sia ancora per l'ironia e la delicatezza della narrazione).

Ma il mio libro erotico per eccellenza è qualcosa che apparentemente non è un libro erotico, ovvero Il tamburo di latta, di Günter Grass. E' qui, infatti, che - poco più che adolescente - mi emozionai a leggere dell'eccitazione e della scoperta del piacere nel gioco di Oskar e Maria con le polverine effervescenti in bustina. Vi ricordate che quando eravamo piccoli le si comperava in qualsiasi drogheria? Bene, a me facevano letteralmente impazzire, e ricordo che me ne versavo un po' sul palmo della mano, le inumidivo con la saliva e quindi le leccavo lasciandomi invadere da quel piacere - anticipatore del piacere sessuale che avrei provato di lì a pochi anni dopo.
Vi riporto quel brano dal libro di Günter Grass - che ne possiate godere anche voi (e intanto pensate ai libri erotici cui voi siete affezionati, e segnalatemeli nei commenti). Buona giornata! ;-)

Maria godeva la polverina effervescente coricata sul dorso. Siccome  non appena la polvere cominciava a spumeggiare le sue gambe si scuotevano e scalciavano, spesso la camicia da notte le scivolava, già al primo colpo, su fino alle cosce. Alla seconda esplosione, la camicia, scoprendole il ventre,  andava ad arrotolarsi sotto i seni. Spontaneamente, dopo aver per settimane vuotato tutto il contenuto della bustina nel palmo della mano di Maria, un giorno, senza aver prima meditato su Rasputin e Goethe, le versai il residuo di una polverina all'aroma di lampone nella cavità dell'ombelico, e vi feci colare, prima che lei potesse impedirmelo, anche la mia saliva, e quando il miscuglio cominciò a ribollire nel piccolo cratere, Maria non ebbe più  argomenti per protestare: poiché l'effervescenza ombelicale aveva dei vantaggi rispetto a quella del cavo della mano. Era sempre la stessa polverina, la stessa saliva, e anche la sensazione non era diversa; ma era  più forte, molto più forte. Tanto forte che Maria non seppe più resistere. Si curvò in avanti, tentò di leccar su i lamponi che fermentavano nel suo pentolino, com'era solita fare con le polverine spumeggianti nel palmo della mano quando aveva adempiuto il loro compito. Ma la sua lingua non era abbastanza lunga, l'ombelico era lontano quanto l'Africa o la Terra del Fuoco. Io invece ero vicinissimo all'ombelico di Maria e vi frugai con la lingua in cerca di lamponi e ne trovai sempre di più, smarrii la strada durante la ricerca e mi trovai per luoghi in cui nessuna guardia forestale chiede di esibire un particolare premesso, ero deciso a coglierli uno per uno, null'altro avevo per la testa, nel cuore, negli occhi, negli orecchi, fiutavo solo odore di lamponi, ero talmente preso che soltanto di sfuggita a Oskar venne fatto di pensare: Maria è soddisfatta del tuo zelo. Perciò ha  spento la luce. Perciò si abbandona fidente al sonno e ti permette di cercare ancora; poiché Maria era ricca di lamponi.


27/03/11

Carità, compassione, rivoluzione

Un testo di antropologia che lessi molti anni orsono si intitolava La società contro lo stato. L'autore, Pierre Clastres, ivi argomentava che fosse possibile vivere senza un'organizzazione statale, riportando l'esempio di alcune popolazioni amerindiane prive di potere coercitivo e delle loro modalità di auto-organizzazione.

Bene, da un po' di tempo non solo sto pensando sempre più che si possa vivere senza lo Stato - cosa che ho sempre creduto - ma che ci stiamo già organizzando per vivere nonostante lo Stato (dove questo è ormai contraddistinto nelle sue istituzioni e nei suoi rappresentanti da tale ipocrisia e perversione che ne auspico la definitiva implosione). Pensate agli orti urbani, al ritorno del baratto negli scambi senza moneta, ai gruppi d'acquisto solidale, alle banche del tempo - giusto per fare qualche esempio a caso. Non sono già modalità di autogestione che non passano attraverso meccanismi abituali di 'mercato', di lavoro 'salariato',  e che fanno riferimento ad appartenenze spontanee piuttosto che a coesioni imposte dall'esterno? Non dicono già "non mi interessano i vostri modelli e le vostre soluzioni, io mi creo la mia vita nonostante voi, i vostri soldi, la vostra violenza, e i vostri fasulli modelli di successo e felicità"?

Da dove stiamo ripartendo? Da noi, dalla società contro/nonostante questo stato. E dalla ricostruzione e valorizzazione di questo 'noi' - un sentimento d'appartenenza collettiva in cui come singoli, in modo fluido e dialogico, in qualche modo ci riconosciamo. Così come dalla discussione a oltranza con gli altri per trovare modalità di convivenza che passino attraverso 'regole'/'norme' concordate di volta in volta da noi stessi, per vivere insieme, giorno per giorno.

Oggi è domenica: se avete tempo e voglia di leggere, per coloro che se li fossero persi, vi segnalo questi due post in merito - uno mio e uno di Sassicaia Molotov - che casualmente sono molto vicini/simili e vi parlano di queste cose. 
Buona giornata a tutti! :-)

- CARITA' E RIVOLUZIONE, di Sassicaia Molotov

23/03/11

Un'esplosione di corpi e di fiori!

Un colpo al cerchio dell'erotismo e di una visione felice e libera del corpo umano e uno alla botte della necessità di provare bellezza, primavera, vita.

Cecelia Webber è una giovane artista americana che realizza fotografie digitali in cui ricrea petali, steli e corolle a partire da immagini di giovani persone nude ritratte in varie pose - dove il corpo non è qualcosa da nascondere, di cui provare vergogna, ma espressione pura della vita e della bellezza.
Nata in un paesino di campagna e sempre vissuta a stretto contatto con la natura, la Webber ha studiato neuroscienze sviluppando un'attenzione estrema al minimo dettaglio delle forme viventi, così come nei suoi lavori è stata influenzata dal gusto della composizione ereditato dal padre, architetto di giardini.
Buona visione, lasciatevi riempire gli occhi di bellezza :-)

22/03/11

Bisogno di primavera, di speranza, di vita

Lo sappiamo che ieri è arrivata, ce lo dice il calendario, e lo dice pure il sole che comincia a scaldarci, di tanto in tanto, in queste giornate che ormai si allungano sempre più. Eppure gli eventi che ci circondano non ci fanno sentire l'energia che abitualmente viene portata da questa stagione, né ci fanno provare desiderio o piacere - bensì tutt'altro genere di sensazioni.
Sarà per questo che vedo tutti noi frenati - come paralizzati dalle notizie che subiamo quotidianamente e che si sommano alle nostre vite invero già spesso pesanti. Mentre raschiamo il fondo del barile delle nostre forze per garantirci ancora la sopravvivenza, facciamo appello all'inerzia nella flebile speranza che ancora qualcosa cambi senza più chiamarci in causa e chiedere impegno ulteriore.

Lo capisco bene, lo vivo io stessa! E se la primavera quest'anno è la mera consapevolezza di qualcosa che accade, ma anche una nozione che non si sta concretizzando in nulla di reale o di percepibile in tutto il suo immaginario, io voglio comunque averla davanti agli occhi con l'insieme dei suoi simboli, e pur di alimentare quella speranza di rinascita mi autosuggestiono, e condivido questa autosuggestione con voi - attraverso la segnalazione di cose che me la richiamino agli occhi. Perché ne ho bisogno.
Ho bisogno di bellezza, e di diluirla nel tempo come fosse un farmaco che mi curi giorno per giorno. Per questo una prima cosa trovata in rete ve la mostro oggi, mentre altre già individuate le tengo da parte e ve le darò nei prossimi giorni - piano piano, come una cura.

Koshi Kawachi, creativo giapponese, coltiva piantine che affondano le radici in vecchi manga. Dopo avervi messo i semi, le ha annaffiate pazientemente, e ora ne potete ammirare i germogli.
Il nome del progetto è MANGA Farming, e qui ne trovate tre incantevoli risultati. E non temete, il ragazzo sta bene: ancora ieri ha scritto nel suo blog o, meglio, vi ha caricato un'immagine il cui titolo è "HAPPY ∞" - "Felice + il segno dell'infinito".



21/03/11

Prima di morire voglio...

Il pensiero della morte, in sé drammatico e sconcertante, ci forza a definire per contrapposizione la nostra visione della vita. Paradossalmente chi si avvicina a perdere questa - a causa di una malattia, o di un incidente, o ancora di eventi drammatici in corso nel luogo in cui vive - nell'età in cui potrebbe godersela pienamente, dopo tale esperienza spesso cambia visione della propria esistenza, e il più delle volte (certo, non è che accada sempre!) ridefinisce le proprie priorità e quali siano gli elementi che vi vuole includere e cui vuole tendere.

Candy Chang è un'artista americana di origine taiwanese che lavora come social designer per lo sviluppo di comunità. Un suo progetto, realizzato a New Orleans, consiste in una lavagna che ricopre un intero lato di una piccola casa abbondanata, sulla quale i passanti sono invitati a completare la frase prestampata "Prima di morire voglio..." utilizzando i gessetti colorati a loro disposizione.

Lo so che cominciare la settimana con una domanda del genere può inquietarvi - ma sarebbe ancora più inquietante se così non fosse, ché indicherebbe una tragica assenza di riflessività in noi (ma non non siamo non riflessivi, vero?).
Eppure, per i motivi summenzionati, riflettere in questi termini sulla cosa potrebbe non farci male e spingerci piuttosto a pensare alle motivazioni alla base di ciò che facciamo ogni giorno, a ciò che desideriamo ottenere per noi stessi, a ciò che giudichiamo prioritario raggiungere.

Perciò Minerva, quasi quasi, risponde così:
Prima di morire voglio...
1) Innamorarmi (riamata) ancora e fare l'amore per amore - tanto, e senza vergogna, né paura, né riserve! (e questo non dipende solo da me, quindi io ci metto il mio e qualcun altro vorrà dire che dovrà metterci il suo affinché questo mio desiderio si realizzi)
2) Scrivere cose che facciano stare bene chi le leggerà e magari portarle pure in scena :-P
3) Imparare a usare bene strumenti per la produzione video e fotografica una volta per tutte
4) Dire di sì a tutte le proposte, iniziative, progetti che in qualche modo mi potrebbero appassionare
5) 'Mangiare' la vita con tutti e 5 i sensi (e se ce ne fossero altri, anche con quelli...).

Uhm... non molto diverso da ciò che faccio già ogni giorno, mi rendo conto ora vedendoli scritti davanti ai miei occhi. E voi? Come siete messi e quali sono le cose che volete assolutamente fare ancora nella vita?

Su Metilparaben: Minerva, gli sguardi reciproci e le strategie di nascondimento delle donne


Nuovo post per Metilparaben (lungo, quindi prendetevi il vostro tempo se avete piacere di leggerlo e di capire ciò che sta dietro le nostre scelte, a volte, come donne, in una società ancora per parecchi versi molto inquietante):


Minerva, gli sguardi reciproci e le strategie di nascondimento delle donne

Bacio, abbraccio e l'augurio di una buona giornata a voi! :-)

18/03/11

1, 2, 3... tana!

Virginia Woolf avrebbe desiderato una stanza tutta per sé. Invece io, che ho addirittura una casa, a volte mi ritaglio uno spazio all’interno di questa, e mi costruisco come un rifugio – con le mie quattro cose sicure – dal male che mi giunge dal mondo là fuori, nell’attesa che passi, o per riposarmi quanto basta e ridiventare nuovamente forte abbastanza da affrontarlo.

Appronto 2mt x 2 con coperte per terra – tra divano e libreria – una parete alle spalle come punto d’appoggio, cuscini, altre coperte, viveri per la sopravvivenza (cibo, bevande), risorse per passare il tempo (libri, block-notes e penna, pc portatile, dvd e cd), e mi ci rintano.

E poi aspetto, mentre guardo e ascolto. I segnali del mondo là fuori, i suoi eventi, i suoi protagonisti, continuano a giungere – ma da lontano, più rarefatti, mediati, sospesi nello spazio e nel tempo. Seleziono con cura chi mi può parlare e per il resto silenzio – o la voce dei miei ricordi e dei miei sogni.

Tutto questo solo il tempo necessario a tornare in forze, e poi si esce di nuovo fuori a combattere – con il sorriso sulle labbra e gli occhi che brillano – al ritmo di una musichetta nella testa che ti martella lieve “come out of the cupboard, all you boys and girls”.

14/03/11

Autobiografia in musica

Ispirato a Lucien e indie rocker.
E ringraziando Baule.

Qualche giorno fa, Lucien, in un bel post, scriveva che "i ricordi suscitati da una musica o da un odore per me sono sempre i più forti e struggenti". E proseguiva proponendo di raccontarci attraverso la musica.
Riprendo quel post ampliando il commento che ho scritto lì, e proponendo anche a voi questo 'gioco' - curiosa di ascoltare le vostre storie.

I miei genitori non erano particolarmente appassionati di musica, sebbene anche loro legassero certi brani a elementi significativi delle loro vite. Ieri sera ho casualmente incrociato una musica che avevo temporaneamente rimosso, ma che è stata molto presente nella mia infanzia sino alle scuole elementari. Quella musica erano gli Inti Illimani, all'epoca molto famosi in Italia: io e mia madre si ballava insieme, in cucina, Papel de plata e Tinku. Lei aveva una bellissima energia. Gli Inti Illimani si ascoltavano continuamente, insieme a Fabrizio De Andrè - da La guerra di Piero a Fiume Sand Creek (colpa di mio padre) - e a varia robaccia italiana della quale non ho piacere di serbare memoria.
I primi dischi 45 giri me li regalò una giovane (all'epoca) amica di mio padre: avevo l'influenza ed ero barricata in casa. Lei mi comprò My Sharona (The Knack), I was made for loving you (tamarrissimi Kiss) e Video killed the radio star (dei Buggles, un vero capolavoro per quanto i contenuti si rivelarono poi errati) che ascoltai ossessivamente per settimane.

Alle medie cambiai loop e mi dedicai ad Aftermath dei Rolling Stones (Mother's Little Helper mi faceva impazzire - pur se mica ne avevo compreso bene il senso...), registratomi da un vicino di casa che viveva rintanato in una stanza con migliaia di dischi (morto una decina d'anni orsono, ancora mi chiedo la sua collezione che fine abbia fatto - ci teneva così tanto!). E, come ho scritto in altra occasione, i Rolling Stones sono ancora la mia colonna sonora del risveglio, dopo una notte di sesso e amore che meriti ;-)

A casa si ascoltavano, mio malgrado, pure Simon e Garfunkel, che mio padre amava molto perché assomiglia vagamente a Garfunkel e pur non essendo laureato s'è sempre immedesimato nell'omonimo film. La prima musica che comprai nella vita fu così la cassetta doppia della registrazione del loro concerto a Central Park (qui The Sound of Silence) il giorno del suo compleanno [eh sì, Lucien, mi ero dimenticata di questo!]. Quella sera arrivai trafelata al negozio che stava chiudendo, ci misi tutti i soldi che avevo, e poi tranquilla tornai a casa - felice. Mio padre, per tutta accoglienza, mi fece una girata tremenda perché s'era spaventato a morte per il mio ritardo, e la smise (mortificato) solo quando gli diedi tra le lacrime il suo regalo. Sempre una piccola fiammiferaia che cerca di farle giuste e mai che gliene vada dritta una al primo colpo! :-D

Poco tempo dopo quell'episodio comprai il primo disco per me, un altro doppio, ma di genere ben diverso: London Calling ("London calling to the faraway towns/Now war is declared, and battle come down", i miei adorati Clash) nel negozio Rock&Folk che era un mito, perché importava le riviste musicali dagli UK. Il resto delle superiori lo passai tra i Pink Floyd di Wish You Were Here, ancora i Clash, poi i Cure, i Depeche Mode (dove ovviamente morivo come qualsiasi ragazzina per Dave Gahan - guardatelo qui dal min.3:32, signore!, e mi darete atto che non parlo a vanvera!) e Siouxie.
Amai parecchio anche i Jethro Tull (Aqualung, "Feeling alone/the army's up the rode/salvation à la mode and/a cup of tea") cui ero legata da un amore particolare per Ian Anderson, in braccio al quale saltai a fine concerto quando li vidi live a Inverness durante il mio primo Inter-Rail. Lui fu molto sorpreso da quella mia manifestazione di apprezzamento, ma ne scoppiò a ridere e mi tenne in braccio qualche secondo...

All'università scopro Sakamoto (Thousand Knives) che sarà la colonna sonora dei miei studi legati alla videoarte, altro punk (stavolta quello californiano dei Bad Religion), l'hardcore - Nomeansno, Dead Kennedys (altro giro, altro sgnacchero: stavolta è Jello Biafra), Sick Of It All di Die Alone - e Diamanda Galas, della quale ascoltavo Double Barrel Prayer al massimo volume in ogni stato di alterazione :-P

E qui mi fermo, ché ho voglia di sentire voi ora (è un bell'anello di memorie e sonorità, che si potrebbe creare, e gli 'anelli' ci fanno sempre sentire meno soli).
Raccontatemi, ve ne prego! :-)

12/03/11

Minerva fa collage dadaisti (cannibalizzando "D" di Repubblica...)! :D



John Heartfield, Dada Photomontage, 1917
Ho sempre amato molto il Dadaismo – invero vi sono cresciuta dentro sia a livello istituzionale, dai primi studi accademici, sia nei contesti controculturali che frequentavo, dove azioni e immaginario dada erano prassi estetica e politica di riferimento (per la realizzazione di flyer, per provocazioni contro le istituzioni).
Dada nega tutti i canoni estetici dell’arte, accusati giustamente d’essere funzionali ai valori del sistema borghese. Ciò si traduce nel rifiuto del concetto di bellezza, degli ideali, della ragione positivistica, del progresso – cui vengono contrapposti la libertà senza freni, l’irrazionalità, l’ironia, il gusto per il gesto ribelle e irridente, lo spirito anarchico.

Una delle modalità espressive più frequenti nei dadaisti – che addirittura inventarono tale tecnica – fu il fotomontaggio e il collage.
Raoul Hausmann, ABCD, 1923-1924
Il fotomontaggio nasce e si sviluppa nel dada berlinese (1918-1923) sullo sfondo delle forti tensioni sociali esistenti in loco nel periodo. L’esigenza, in tale contesto, è quella di shockare lo sguardo convenzionale del pubblico rovesciando il linguaggio della cultura ufficiale e veicolando significati nuovi.
Scrive Hans Richter: "Bisognava escogitare qualcosa di nuovo: le foto venivano ritagliate, incollate insieme in modo provocante, collegate tra loro con disegni i quali pure venivano tagliati e intramezzati con pezzi di giornale o di vecchie lettere o quel che capitava, pur di cacciare nelle fauci di un mondo impazzito la sua stessa immagine." (H. Richter, Dada. Arte e anti-arte)


Raoul Hausmann, Tatin at Home, 1920
Raoul Hausmann è colui che più di altri opera in una direzione visivamente sovversiva: le composizioni del quadro sono una catena di associazioni di ‘segni’ appartenenti ai più diversi contesti, che vengono liberati dai loro significati convenzionali per arrivare a costituire una nuova sintesi nonsense di liberazione – il tutto utilizzando materiale di scarto (foto, giornali) e una certa violenza del gesto per realizzare una miscela che dimostra operativamente che i segni del potere possono essere recuperati, riciclati e sovvertiti.






Guardo fuori dalla finestra. Sta piovendo. Si prospettano due giorni chiusa in casa. Bene, stavolta non devo accampare scuse per la mia attitudine alla solitudine.
Da oggi il sabato non compro più Repubblica, piccolo lusso che mi concedevo settimanalmente, per una questione di definitiva lotta all’ipocrisia – non voglio promuovere certi discorsi e poi rimanere fagocitata in un immaginario di modelle anoressiche e borsette di lusso il cui costo sfamerebbe il Biafra. Senza estremismi fondamentalisti evito semplicemente il sostegno a chi politicamente agisce in direzione contraria alla mia. Ma ho almeno un paio di annate di D in casa che ormai detesto, più articoli e immagini già ritagliati su cose che forse mi sarebbero potute servire, se non avessi accantonato il mondo della ricerca etnografica (sigh!) – e sinceramente comincio a volermi disfare di tutto.

E allora mi sono tornate in mente le parole di Richter. In rete ho poi trovato il sito PaperStreet Supplies - che in più sezioni e lavori riprodotti mi ha fatto brillare gli occhi per la poesia e la bellezza.
Bene, oggi e domani Minerva se ne sta lontana dal computer e – come già anni orsono – torna a fare collage cannibalizzando, ritagliando e incollando liberamente parole e immagini preconfezionate per esprimere invece quello che pensa lei. E per riconnettersi ai suoi amati anni ‘20 e alla dimensione del gioco libero – che diventa pure rivoluzione di un immaginario.
Minerva oggi e domani gioca. Con la stessa libertà della lallazione: dada!!!

11/03/11

Prendersi cura di sé (per godere maggiormente del proprio corpo dopo...)

Da un paio d’anni, in primavera, Minerva si prende cura di sé mettendosi per così dire a ‘dieta’ per un po’ di tempo, complice in questo sforzo (che poi sforzo non è) la sua amica Brigida Marovelli – antropologa del cibo, insegnante di Shiatsu, nonché psicologa con formazione in antropologia medica. Come Brigida stessa avverte, lei non è una nutrizionista, bensì una godereccia che approfondisce temi legati all’alimentazione e alla salute sempre nell’ottica del massimo piacere che qualsiasi cosa possa offrire alla mente e al corpo.

Minerva, appunto, segue le indicazioni della sua amica, e ha notato che in effetti, dopo la cura, qualsiasi cosa riprenda a mangiare e bere ha sapore più profondo e intenso. Ragion per cui stavolta, con chiaramente tutti i disclaimer del caso (se uno ha problemi di salute già di suo non la deve fare e deve piuttosto rivolgersi al proprio medico), socializza tali informazioni con voi.

Quanto segue è la mia riscrittura delle note di Brigida, da lei stessa poi riveduta e corretta. Per amor di attribuzione autorale (siamo ricercatrici, noi ci facciamo sempre questi piccoli doverosi problemi!), tutto il testo che segue è suo tranne l’ultimo paragrafo, nuovamente mio.


DIETA DISINTOSSICANTE DI PRIMAVERA!

Innanzitutto questa dieta non è destinata a perdere peso. I discorsi mediatici contro l’obesità e a favore della magrezza sono talvolta fuorvianti, perché spesso privilegiano la dimensione dell’immagine rispetto a quella della salute. Un corpo sano, pure un po’ rotondetto, che se la gode insieme alla mente, non è una tragedia, tutt’altro! Ciò che è importante, in sintesi, è il felice rapporto tra corpo e mente, il curare se stessi e la propria salute, e lo stabilire un buon rapporto con ciò che introduciamo nel nostro stomaco e nelle nostre vite ;-)

Disintossicarsi/depurarsi è un modo per diventare consapevoli di come si mangia, di cosa abbiamo bisogno, e di come funziona il nostro corpo. Non è una punizione, perché l'energia che verrà dopo vi ripagherà. Ed è una buona occasione per riscoprire la nostra capacità gustativa e per godere del cibo – ché a volte abbiamo bisogno di ‘reimpostare’ il nostro corpo, per iniziare a goderne di nuovo. Per reimpostare il proprio corpo non è però necessario morire di fame o digiunare! Piuttosto si tratta di mangiare tutto quello che può aiutarci a ‘ripulire il sistema’. E avendo il corpo bisogno di carboidrati, proteine e grassi, questa dieta li contiene tutti.

Infine, se non avete mai provato una dieta disintossicate/depurativa, dovete stare attenti (anche se siete di ‘sana e robusta costituzione’): le tossine non sono proprio entusiaste di uscire dal corpo. La prima volta conviene farlo in modo graduale e più a lungo cominciando con l’escludere – degli alimenti indicati come ‘vietati’ – quelli che già normalmente non mangiamo spesso.
Ci potrebbero anche essere spiacevoli effetti del processo di disintossicazione/depurazione, come mal di testa, diarrea, problemi di pelle ecc. Questo è normale, ma se diventano eccessivi è meglio rallentare un po’, e per esempio ridurre la tisana prevista assumendola solo una volta al giorno.


NO! NO! NO!
  • Recatevi in un’erboristeria e chiedete una tisana depurativa. Si può iniziare con l’ortica da sola in infuso, per poi passare ad una tisana più complessa. Vanno bene carciofo, tarassaco, cardo mariano, bardana (se ci sono problemi di pelle), betulla e equiseto (se si soffre di ritenzione idrica), trifoglio, rabarbaro. O chiedete consiglio all’erborista. Bevete tale tè come prima cosa la mattina e dopo pranzo.
  • Si potrebbero anche prendere compresse disintossicanti, ma bevendo ci si toglie meglio le tossine di torno!
  • Niente zucchero (se si è dipendenti iniziate a diminuire tutti i prodotti che contengono zucchero – controllate gli ingredienti di biscotti, pane, ecc.) o usate al limite zucchero di canna grezzo
  • Il caffè…. noooo!!! Ok, riusciamo a vedere le vostre facce! Il caffè del mattino, caffè e sigaretta, un caffè corretto in un bar… Non è che dovete rinunciarvi per tutta la vita – e poi, se davvero siete caffè dipendenti, diminuitene la dose giornaliera! ;-)
  • Niente tè nero, né cioccolato
  • Nessun prodotto lattiero-caseario (e qui Brigida sogna oceani di formaggio in cui nuotare)
  • Nessuna scatola, surgelati, imballati, prodotti alimentari industriali
  • Niente alcool!
  • Nessun cibo fritto in olio
  • Niente salumi o insaccati vari
  • Niente carne rossa – se proprio non se ne può fare a meno, provare a comprarla bio.
Può sembrare molto rigorosa, soprattutto visto che deve durare 4 settimane! Si può iniziare col fare una settimana se si pensa che 4 siano troppo difficili. Altrimenti si può iniziare gradualmente, per esempio rinunciando a zucchero e prodotti alimentari industriali per la prima settimana, poi i prodotti lattiero-caseari e alcool la seconda settimana, aggiungendo qualcosa ogni settimana per 4 settimane. Il vostro obiettivo può essere raggiunto la quarta settimana.

Se si scopre che non si può vivere senza zucchero, caffè o cioccolata, significa che siete dipendenti da queste sostanze. Ognuno ha le proprie dipendenze, per Minerva (piemontese) e Brigida (toscana) queste sono il vino rosso e il formaggio. Ma dopo un paio di settimane senza assumerli, li si assapora con mooooolto più piacere!


Sì! Sì! Sì!
  • Mangiate verde! Il verde è il colore della primavera, è il colore che aiuta il fegato per essere purificati! Tutte le verdure sono utili durante la disintossicazione! Abbondate di cicoria, misticanza, erbe selvatiche, spinaci freschi, rucola
  • Mangiate colorato! Frutta e verdura, ricchi di minerali, vitamine, fibra! Mangiate frutta e verdura di stagione (meglio se locali, a chilometro zero e bio) Bevete molta acqua e tisane! Aiuterà le tossine a nuotare via ;-)
  • Godetevi tutto il pane di grano, cereali o pasta meglio se integrali (kamut, farro) per aiutare l’intestino a liberarsi delle tossine
  • Includete i grassi “buoni”: l’olio extra-vergine di oliva, olio di semi di lino, semi di lino, mandorle, noci, semi di girasole, semi di zucca, e avocado. Contengono grassi essenziali, buoni per la vostra pelle, unghie, capelli! 
  • Mangiate pesce (se ve lo potete permettere o se vivete sul mare dove è conveniente!)
  • Mangiate legumi! Sono economici e versatili! Fagioli, lenticchie, ceci! Cucinateli con rosmarino, semi di finocchio, foglie di alloro, cumino in base alle ricette (cumino e rosmarino, in particolare, hanno potere carminativo - ovvero non vi fanno gonfiare la pancia come un palloncino)!!
  • Introducete alternative alla carne o di altre proteine nella vostra dieta, come il seitan o la soia
  • Infine, usate le erbe officinali, dalla menta al rosmarino, dal timo alla maggiorana: danno più sapore alle ricette e aiutano stomaco e intestino.
Ovviamente chi ha problemi di allergie e intolleranze modificherà la dieta escludendo ciò che gli fa male.

Ecco: se farete questa dieta per 4 settimane niente miracoli, ma sicuramente eliminerete gran parte delle tossine, recupererete energie e vi sentirete più ‘carichi’ perché il corpo dovrà faticare meno per metabolizzare le schifezze da junk food, così come a livello psicologico trarrete il beneficio – assolutamente da non sottovalutare – della consapevolezza che state prendendovi cura di voi stessi e della vostra salute ;-)

Quando poi berrete il primo bicchiere di vino rosso e mangerete il primo pezzo di formaggio dopo un mese di astinenza da entrambi – beh… il gusto che assaporerete in bocca, nel palato e sulla lingua sarà così rotondo e pieno da produrvi almeno un orgasmo gastroenterico.
Anzi, a dire la verità, l’anno scorso Minerva è tornata ai propri vizi con un bicchiere della sua amatissima Lacrima di Morro mentre si gustava una fetta di Castelmagno – e… ahem… il piacere non è solo stato gastroenterico, eheh! :-D


08/03/11

Sono masochista



Sono masochista. Da ieri sera questo pensiero continua a martellarmi la mente.

Sono masochista perché - se devo scegliere tra due strade - percorro sempre quella più lunga, tortuosa, selvatica, piena di rovi, in salita e sconnessa.
Voglio sentire la fatica fisica, e provare piacere quando arrivo.


Sono masochista perché - quando ho avuto la proposta di soluzioni facili per la mia esistenza - mi sono rifiutata di vendere il mio corpo a un cliente, la mia mente a un editore, il mio cuore a un’ideologia. E tutte queste cose insieme a chi avrebbe potuto darmi un lavoro nel campo in cui ero competente.

Sono masochista perché credo ancora in tante stupidaggini infantili – l’onestà, la correttezza, la solidarietà, l’amicizia, l’amore – e, quando le vivo (talvolta solo illusoriamente) con qualcuno, sogno ancora che dureranno in eterno. Pur sapendo che non sarà così.

Sono masochista perché vorrei che tutti fossero più coraggiosi, felici e incoscienti di ciò che sono, perché sogno un’umanità liberata che non abbia paura di rendersi conto che la vita è solo un tragico gioco, un tragico scherzo della natura.

Sono masochista perché sono una combattente nata, e combattere mi piace: mi piace l’aggressività, e non mi sottraggo né allo scontro fisico, né a quello intellettuale e verbale. E mi piace prenderle quanto darle. Fino all’ultimo.
Quindi, forse, sono anche sadica.

Sono masochista perché non mi accontento di nulla – soprattutto non voglio una quieta esistenza. Voglio vivere, o morire.
E sono masochista perché un rapporto sessuale che includa la penetrazione è sempre e comunque un atto di violenza: è una parte del corpo altrui che entra dentro di me, per quanto affettuosamente e delicatamente.
Sempre si fa strada nella mia carne, sfrega le pareti delle mie membrane interne, dilata il mio corpo.
E non si ferma una volta che l’ha fatto, ma lo ripete, e ripete, e ripete, e ripete, e ripete...
Se non fossi almeno un po’ masochista non proverei piacere, e se non provassi piacere mi rimarrebbe solo il dolore.
Quindi meglio essere masochista....

Sono masochista perché questa visione delle cose mi rende propensa alla ricerca del massimo piacere – un piacere che è assenza di paura quanto presenza di sofferenza, ed è vita, sebbene non si curi della possibilità della morte.

E voglio che ogni uomo con cui di volta in volta faccio l'amore veda nei miei occhi socchiusi nell’estasi sgorgare lacrime di dolore, piacere e felicità.
E magari me li faccia chiudere per sempre.
Perché quello è l’assoluto e vivere ancora, dopo, o morire, non ha più alcuna importanza.

Anzi, meglio morire, così non mi viene la tentazione di accontentarmi per quieto ‘sopravvivere’: ché io non sarei mai così masochista, e quindi di quella condizione percepirei solo la devastante, continua sofferenza – e nessun piacere.

Carnevale! Sul travestirsi (non solo in questa festa...)

Uno dei primi esami che sostenni all’università fu quello di Estetica, e per qualche ragione che non ricordo bene dovetti studiare un libro sul tema della ‘persona’. Venni così a conoscere l’etimologia di questa parola che curiosamente rivelò uno stretto rapporto tra ‘maschera’ (che noi abitualmente associamo piuttosto a un personaggio) e individuo (sulla cui sostanza, rispetto all’apparenza della personaggio, noi giammai dubiteremmo). Invece l’origine rivela un’inversione linguistica rispetto alle nostre aspettative: ‘persona’ sembrerebbe infatti poter derivare sia dal greco prósōpon, che indicava tanto il volto dell’individuo, quanto la maschera dell’attore, sia dal verbo latino personare (lett. ‘parlare attraverso’), azione compiuta per il tramite di maschere da parte degli attori teatrali per dare le sembianze a un personaggio e renderlo così riconoscibile al pubblico così come per amplificare la propria voce in modo tale da essere udita anche dagli spettatori lontani. Sorprendente, nevvero?

Quando pensiamo al Carnevale, l’immaginazione va subito al travestirsi, al mascherarsi, all’assumere temporaneamente l’abbigliamento, il trucco e le sembianze di qualcun altro. Come attori teatrali, ci spogliamo dei nostri abiti consueti e per un certo tempo, nello spazio della festa, indossiamo altri panni – normalmente quelli di un individuo di finzione, immaginario, inesistente nella realtà – e ne adottiamo i comportamenti.
Sin da bambini veniamo indotti inconsapevolmente a sperimentare ruoli, mutandoci per alcune ore in attori che interpretano personaggi. Nell’adesione priva di riflessività a una festa istituzionalizzata giocata sull’inversione (come ho scritto nel post precedente), i nostri genitori scelgono un certo abbigliamento per noi e sono disponibili a viziarci portandoci alle giostre, comprandoci cibi che altrimenti non mangeremmo e incoraggiandoci appunto a essere qualcun altro.

GYPSYMa crescendo, e avendo lavorato a lungo in teatro, Minerva ripensa a uno scritto di Richard Schechner dal titolo “Performer e spettatori trasportati e trasformati” (Richard Schechner, La teoria della performance 1970-1983, 1984). Schechner, in sintesi, afferma che – da quando un attore interpreta un personaggio – non esiste più una separazione netta tra i due.
Quando, infatti, l’attore indossa le vesti di un personaggio, egli dà la propria personale interpretazione, sfumatura, declinazione a questi, così come inversamente, l’indossare i panni di un personaggio - lo sperimentarne l’identità incarnandola in sé anche solo per un breve periodo - porta all’assunzione, da parte della persona dell’attore, nella propria vita quotidiana extra-teatrale, di elementi, tratti, sfumature propri del personaggio che l’attore appunto ha interpretato.

Così stando le cose, mi spiego parte della mia identità oggi come segnata dalle scelte dei miei genitori su quali costumi farmi indossare quando, tra l’asilo e il primo anno delle elementari, venni da loro abbigliata ‘per le feste’. Un costume lo indossai per almeno tre anni di fila – a mia madre era costato molto realizzarlo lei stessa a mano e oggi mi pento d’averlo buttato (pur se da grande lo usai addirittura come abbigliamento quotidiano, il che la dice lunga!). Era da ‘zingara’, ed è il primo che ricordo: una gonna patchwork lunga alle caviglie (che da grande userò come minigonna), con una camicia in pizzo bianca, uno scialle, un foulard in testa e grandi orecchini. Non molto diverso da come mi vesto e mi percepisco ancora oggi, in realtà - nomade nella mente, prima ancora che nel corpo. Senza menzionare quanto zingari, nomadi e viaggiatori siano diventati in seguito soggetto di letture, indagini e riflessioni nella mia vita adulta. E poi altri due costumi: Peter Pan e Robin Hood. Inutile spiegare cosa m’abbiano lasciato dentro rispetto a ciò che sono oggi, vero? Ormai mi conoscete ;-)

E voi? Che costumi indossavate? E come vi travestite oggi, anche in contesti non carnevaleschi? 
E che cosa, di quei personaggi, confluisce in voi come persone nella vita quotidiana?

Un bacio a tutti, buon martedì grasso!

06/03/11

Carnevale! Reazionario, ma potenzialmente rivoluzionario...

Sono d’accordo con coloro che nei commenti al mio post precedente sulle origini del Carnevale hanno obiettato che la festa in sé è discutibile/rigettabile perché determinata dalle istituzioni di una società come ‘valvola di sfogo collettiva’ che sostanzialmente mira a confermare uno status quo attraverso un’inversione controllata dei ruoli in un periodo ben delimitato. Ma come antropologa vi propongo un’altra possibile prospettiva – che per noi funziona in questo caso come in diversi contesti extra-quotidiani (siano questi rituali, festivi, artistici, ludici in cui ci dedichiamo ai nostri interessi al di fuori del momento del lavoro) – che potrebbe portare a interpretare una situazione apparentemente unicamente ‘reazionaria’ come invero contenente in sé stimoli (seppur vaghi, da far maturare, da rendere azione) per il cambiamento della società intera.

Nei contesti che ho menzionato, infatti, ciò che accade è innanzitutto che le situazioni abituali di tempo e spazio lavorativi subiscono un’interruzione rispetto al fluire abituale, e una comunità partecipa a un momento ‘altro’ della società in cui avvengono inversioni dei modelli, dei ruoli, delle situazioni presenti nella vita quotidiana. In tal modo, le persone si travestono e assumono la maschera di personaggi reali o fittizi, il povero diventa ricco e può esercitare un certo potere, la parodia delle situazioni reali viene messa in scena e fatta scorrere davanti agli occhi degli astanti.
Se ci pensate, per arrivare a questo punto i membri della società hanno già compiuto delle scelte: come mi vesto e per quale ragione? Cosa voglio dire con il ruolo che intendo assumere? Che parodia voglio mettere in atto e perché?
Converrete con me che, seppur formulate dagli individui unicamente per decidere un travestimento, queste non sono domande di così poco conto: esse implicano già un atto di rielaborazione (ancorché spesso inconscio) sulla vita quotidiana e/o su quella della società cui si appartiene!

In sintesi, gli individui hanno riflettuto su quelli che un antropologo come Victor Turner chiama i sistemi socioculturali dinamici’ – ovvero i simboli in cui una comunità si riconosce. Ma non solo: li hanno rielaborati nei loro pensieri personali, e ne hanno allestito una pubblica sorta di messa in scena all’interno della comunità di amici, conoscenti e di chiunque venga in contatto con loro.
Modelli, ruoli, situazioni – qualsiasi cosa abbia a che fare con l’essere umano è, infatti, simbolica. Il simbolo è l’associazione di un significante (una forma in cui qualcosa è espresso) e un significato (un contenuto, racchiuso appunto all’interno di una forma): in questo modo è un atto simbolico la scelta di mangiare un cibo piuttosto che un altro, è un simbolo la croce per coloro che credono in una certa religione, è un simbolo anche una qualsiasi parola che noi usiamo ogni giorno.
Indipendentemente poi dalla carica affettiva della quale sono investiti (pensate a una bandiera, a un testo sacro, o a un oggetto che vi ricorda il/la vostro/a amato/a ecc.) i simboli contemporaneamente rappresentano elementi della società e delle persone che ne fanno parte, quanto modalità espressive/visibili in cui una società si manifesta.

Infine – e qui torniamo al discorso sul Carnevale e in generale sui tempi e le attività rituali/festive/artistiche/ludiche – i simboli non sono immutabili: essi cambiano nel tempo tanto a livello di forma, quanto a livello di contenuto, di qui la loro concezione in termini dinamici. Pensate, ad esempio, a una parola che tanto ci è familiare, il termine ‘cultura’: sino alla fine dell’’800 essa si riferiva esclusivamente al risultato dell’educazione formale cui erano soggetti i figli delle classi abbienti, ma con l’inizio del suo uso per riferirsi alle competenze che un individuo (qualsiasi individuo) apprende sin da bambino nel contesto della propria comunità e che gli permettono di sopravvivere, il termine va ad ampliare il proprio significato, estendendosi al di là dell’educazione formale che designava originariamente, per giungere al modo in cui di volta in volta lo usiamo noi oggi a seconda del nostro discorso.

Se quindi è vero che situazioni come quelle del Carnevale sono sottoposte a controllo, istituzionalizzate, usate come periodiche ‘valvole di sfogo sociale’, ciò che avviene è anche che in esse i partecipanti riflettono, mettono in scena, e condividono con gli altri individui la ridiscussione del simbolico, rendendolo, nella migliore delle ipotesi, “una sala degli specchi in cui i problemi, le questioni e le crisi sociali vengono riflessi sotto forma di immagini molteplici, trasformati, valutati”.
Le persone che partecipano della società nella vita quotidiana, così come quelle che vivono questi momenti, sono però sempre le stesse e dentro di loro tutto questo processo avviene senza che lo si possa bloccare in ‘compartimenti stagni’ di cui perdere la memoria una volta che il momento festivo è trascorso.
Capite allora perché – nonostante le premesse reazionarie – una festa come il Carnevale, in cui massima è l’inversione e la ridiscussione (oltretutto partecipata) delle componenti di una società, è comunque in parte, anche solo per sfumature, anche solo nella sua piccola potenzialità di promuovere la riflessività nelle persone, foriera di ipotesi di cambiamento, di ridiscussione dei simboli e dei valori, e si configura pertanto come potenzialmente sovversiva?


Le citazioni di Victor Turner le ho prese dal suo testo Dal rito al teatro, 1986. Mi rendo conto che per me tutto questo discorso è chiaro, ma potrebbe non esserlo per voi. Vi prego, mi piacciono le conversazioni: se non mi sono spiegata bene fatemelo sapere, così come se volete commentare e anche confutare quanto scritto sentitevi liberi e benvenuti nel farlo :-)


04/03/11

Il presente assoluto e setting che ritornano

Gli stimoli delle conversazioni con voi, e la lettura dei vostri blog, sono spesso causa per me della riapertura di 'porte' del mio passato e di riflessione su situazioni che non solo mi appartengono, fanno parte e hanno determinato ciò che sono io oggi, ma non sono neanche mai realmente passate.

Che strana la concezione del tempo in ciascuno di noi!
Sappiamo tutti che questo è relativo, e quindi che - pur se scorre indipendentemente da noi - il solo modo in cui ci è dato viverlo, rielaborarlo nella mente e gestirlo è assolutamente soggettivo. In questo modo mi trovo a confrontarmi con persone che lo rincorrono senza mai arrivare a mettercisi in pari ("corro veloce ma mai abbastanza" - cantano i CGB), oppure pensano al passato come qualcosa di concluso che tale deve rimanere (e qui i CGB mi risuonano di nuovo nelle orecchie: "scatole che accolgono momenti che non torneranno, scatole per metterci dentro come'eri, com'erano i suoni e i colori").

Eppure io non ci riesco, e se penso a me stessa non vedo grandi cambiamenti da quando avevo 15 anni. Cioè, li vedo nel mio aspetto e conosco bene le esperienze che ho attraversato e mi hanno in qualche modo 'segnata', i cambiamenti, e via dicendo - ma in qualche modo la mia struttura d'interpretazione delle esperienze e la mia concezione generale della vita non sono variate moltissimo di base. Mi sento quindi come immersa in un eterno, assoluto presente, con l'unica attenzione a volerlo vivere bene, in pieno, godendomelo quanto più possibile.
Non riesco poi a fare programmi successivi a pochi giorni, nella migliore delle ipotesi, e sinceramente non penso mai al futuro - anche perché le cose brutte accadono e, avendole già sperimentate e gestite, sono consapevole di poterlo fare ancora, mentre quelle belle sono ovviamente felicemente benvenute.

Ma la cosa più assurda è che mi rendo conto che tendo a ricreare, pur se in modi e con persone diverse, situazioni già sperimentate e che mi hanno già fatto bene in passato. Non intendo in termini generali - ovvero promuovendo e partecipando per esempio alla convivialità di pranzi con amici, o andando a vedere un film al cinema in orari inusuali per i più e via dicendo - parlo proprio di sorte di 'setting' specifici caratterizzati da una musica, un ambiente, un certo tipo di interlocutori e determinate azioni particolari. Cose che ricreano una scena già vissuta nel passato con lievi differenze e una modalità diversa di percepirla, viverla e gustarla - perché avendola già vissuta non mi sorprende più, ma mi permette di esplorarla più in profondità attraverso il viverla, soprattutto, con persone diverse.

Una sorta di 'falso movimento' all'interno di un tempo circolare, ricorsivo, che come disegnasse una spirale non ricrea mai un cerchio perfetto, ma non muove né verso l'interno, né verso l'esterno, quanto - percepito nella tridimensionalità - si sposta su un piano differente.
Vi capita per caso la stessa cosa o sono solo io che non riesco a uscire da questa sorta di 'malinconia', e faccio di tutto alla fine per riviverla?




Carnevale! Le origini della festa

Minerva ama molto il Carnevale per diversi motivi che via via scoprirete – ragion per cui ha deciso di postare, a partire da oggi per terminare entro martedì prossimo, alcuni piccoli scritti in cui metterà in relazione il piano collettivo di celebrazione di questa festa con quello suo più personale e, se ne avrete piacere, converserà su entrambi con voi. Per prima cosa però vorrei introdurvi alle sue origini, così che abbiate una sorta di vaga “cornice”, uno sfondo di significati simbolici e rituali, in cui questa festa si inserisce.

Il Carnevale ha in realtà origini che si perdono nella notte dei tempi, ed è difficile individuare con certezza la situazione culturale dalla quale nasce. Ciononostante un paio di elementi sembrano ricorrere e confluire nell’evento che conosciamo.

L’ipotesi più probabile è che esso discenda nelle sue pratiche di temporaneo rovesciamento dell’ordine costituito dai Saturnali dell’antica Roma, feste in cui gli schiavi diventavano padroni e i padroni schiavi (per un breve periodo e per scherzo) invertendo le regole e i ruoli sociali.
In queste feste, inoltre, veniva eletto un monarca fittizio (un uomo in carne e ossa, o più frequentemente un fantoccio di paglia) che avrebbe guidato le celebrazioni fino al limite dell’orgiastico per poi essere sacrificato a conclusione della festa. Scrive in merito James Frazer “vengono abbandonate le normali remore della legge e della morale; tutti si abbandonano a stravaganti manifestazioni di gioia e di allegrezza; le passioni più oscure trovano uno sfogo che mai sarebbe loro consentito nel corso più regolare e sobrio della vita quotidiana” (Il ramo d’oro, 1992).

Allo stesso tempo, però, se guardiamo al suo nome, sul piano etimologico Carnevale sarebbe riconducibile al “carnem levare” (lett. “togliere la carne”), il che metterebbe questa festa in relazione a quelle in cui, in epoca medievale, si celebrava l’ultimo atto dell’esaltazione dei beni materiali prima del periodo della carestia – che si va a soprapporre alla Quaresima nel culto cristiano – precedente la rinascita primaverile che riporta, nel ciclo agrario, le risorse alimentari necessarie alla comunità.
Questa associazione con il calendario contadino è in realtà confermata anche dall’eco, nel Carnevale, dei culti legati alla fertilità propri dei paesi del nord Europa, dove a conclusione di un ciclo agrario e prima dell'inizio di quello successivo si devono consumare i beni e si deve celebrare la vita in una sorta di ‘crisi cosmica’ che investe l’ordine della natura nei momenti di passaggio tra i due cicli. In questo periodo tutto viene rimesso in discussione, come se si dovesse ri-fondare il cosmo, rinnovare il mondo e, infine, ripristinare – dopo averlo demolito, deriso e sconsacrato – quell’ordine culturale che è l’unico in grado di garantire il regolare fluire della vita.

(continua)

01/03/11

Gabbie dorate, paura e nuovi rapporti

L’essere umano è un animale sociale. Privo dei mezzi per garantirsi da sé la propria sopravvivenza – a differenza degli animali che sono dotati dell’istinto – egli ha bisogno dei suoi simili per imparare a come usare gli elementi della natura con i quali rispondere ai propri bisogni di primari. In merito a parte di questi (ripararsi dai nemici, riprodursi), l’animale-uomo ha inoltre bisogno di appartenere a un qualche ‘noi’ che lo protegga e costruisce dei sistemi concettuali per giustificare le proprie scelte che lo diversificano da altri ‘noi’. Ma la scelta dell’appartenenza non è mai libera – quanto è determinata dall’identità di ciascuno e dalla propria storia individuale, che a volte si incontra con quella altrui, a volte si incontra parzialmente, a volte non si incontra. Questo vale anche per i rapporti affettivi-sentimentali.

Giorgio ha scritto un post quanto mai azzeccato, una volta, sui diversi modi di amare e sulle ragioni per cui si sceglie qualcuno piuttosto che qualcun altro con cui vivere la propria vita. In queste ultime settimane – forse perché per diverse ragioni sono un po’ più fragile emotivamente, forse perché sto incontrando tante persone in cui sento risuonare il mio passato – sto riflettendo sulla paura di vivere che ti porta ad accettare gabbie dorate, in cui o 1) ti fai stare bene una persona, magari meravigliosa ma che sai che è sbagliata per te, o 2) ti fai stare bene una relazione, che parimenti non corrisponde a tutto ciò di cui avresti bisogno (diverso però è il caso in cui entrambe le persone sono consapevoli di non potersi dare tutto ciò di cui hanno bisogno e si approvano reciprocamente il cercare la soddisfazione di tale carenza altrove). Ché poi le due cose alla fine coincidono.

Ripenso a quando sono stata io stessa in una relazione del genere. Era con una persona meravigliosa – e la situazione rassicurante, protettiva. Mi sentivo al sicuro, amata, curata, rispettata, sostenuta – addirittura troppo, in alcuni casi, tanto da delegare parte della responsabilità di me stessa a qualcun altro, o d’avere un difensore a spada tratta delle mie posizioni. ‘Amata’ – finché fossi stata ciò che l’altra persona vedeva in me. E io accettavo, e mortificavo desideri di crescita, aspirazioni, scelte che pur avrei voluto fare per me stessa e avrei fatto – fossi stata da sola – perché la priorità era salvaguardare quel legame e le aspettative che un’altra persona aveva su di me. Una gabbia dorata, ma alla fine una gabbia.
Una sorta di sopravvivenza, che appunto ti cautela dall’assenza di protezione. Siamo animali, e quindi l’istinto alla sopravvivenza l’abbiamo, ma sopravvivere è così prioritario nel momento in cui abbiamo anche la facoltà di pensiero e desiderio di orientare le nostre vite nella soddisfazione delle nostre ambizioni d’essere felici, di stare bene?

Dal momento in cui ho deciso di uscire da quella ‘gabbia’ non è più stato sopravvivere, ma il prendersi la responsabilità di se stessi e ‘cercare di vivere’. Da quel momento è stato distinguere tra egoismo e amor proprio – nella ricerca di un difficile equilibrio tra fedeltà a sé, apertura verso gli altri e costruzione di nuove modalità di relazione.
I colori da tenui sono diventati accesi e contrastati. Le sensazioni e i sentimenti da tiepidi ad appassionati, intensi, a volte anche ‘animali’. Come cominciare a suonare tutte le ottave di un pianoforte e non solo quelle centrali, e vedere tutte le sfumature che l’occhio umano può percepire. Tutta l’intensità, nel bene e nel male. L’intensità nel bene è ciò cui tendo ogni istante. Quanto a quella del male… a tratti c’è pure quella, dannazione!

Il male. Quando è lieve, è solo l’assenza di un interlocutore cui raccontare ciò che ti accade, ciò che pensi e che senti. Quando è più grave è la paura, l’insicurezza, la fragilità, i momenti in cui non c’è nessuno a proteggerti oppure in cui crolli e pensi che non ce la farai. Perché una scelta di vita – e non di mera sopravvivenza – si porta anche dietro il rischio della perdita di sé e/o dell’autodistruzione.

Risuonano sempre in me le parole di Herzog, il quale dice che “non abbiamo più nessuna esperienza elementare nel nostro tipo di civiltà, come fame, paura, o essere imprigionati, o sofferenza”, così come quelle di Nietzsche secondo il quale “bisogna avere un caos dentro di sé, per generare una stella danzante”. Credo fortemente a entrambi.
Ma ciò che mi chiedo è se non sia possibile – nell’attesa di incontrare una situazione così perfetta da saturare tutte le carenze – rimediare all’assenza di qualcosa che mi protegga con la ricerca di altri che come me abbiano compiuto questa scelta di verità e coraggio, e con l’invenzione di nuove modalità di relazione che diano forma a nuovi ‘noi’.
Nuovi ‘noi’ – forse più fluidi, forse più temporanei, forse meno basati prioritariamente sulla paura – che diventino anche (ma non siano solo) sistemi di protezione in cui non solo sopravvivere, ma vivere.

E’ tutta questa riflessione mi sembra così strana, sconcertante, ma anche ‘calda’ perché in qualche modo ho come la sensazione che ciò, al di fuori della mia specifica esperienza, stia già accadendomi intorno – come quando un serpente fa la muta e si libera della vecchia pelle. E voglio credere che non sia solo la mia illusione dettata dal bisogno che in questo momento avrei di un ‘noi’ che mi protegga – mentre sto cercando con le unghie e con i denti di lottare per vivere, ogni giorno, malgrado il malessere personale, malgrado ciò che accade nel mondo là fuori, e malgrado la sensazione d’essere sempre disallineata da tutto.