24/02/11

Alain Badiou: Tunisia, Egitto: quando un vento dell’est spazza via l’arroganza dell’Occidente

Riporto integralmente, perché dà corpo all'insieme di riflessioni, dubbi, e sensazioni contraddittorie che sto provando, un articolo segnalato nel blog incidenze consistente nella riflessione del filosofo francese Alain Badiou sui fatti in corso in queste settimane. Buona lettura, e buona rifessione.

Articolo tratto da Le Monde e tradotto dalla redazione di ZIC.
 
Il vento dell’est vince sul vento dell’ovest. Fino a quando l’Occidente inattivo e crepuscolare, la “comunità internazionale” di coloro i quali si credono ancora i padroni del mondo, continueranno a dare lezioni di buona gestione e di buona condotta alla terra intera? Non è risibile vedere quegli intellettuali di servizio, soldati allo sbando del capitalo-parlamentarismo che ci mantiene in questo paradiso tarlato, fare dono delle loro persone ai magnifici popoli tunisino e egiziano, al fine di insegnare a questi popoli selvaggi l’a,b,c della democrazia? Che desolante persistenza dell’arroganza coloniale! Nella situazione di miseria politica che è la nostra da almeno tre decenni, non è ancora evidente che siamo noi ad aver tutto da imparare dai sollevamenti popolari del momento? Non dobbiamo forse studiare, in tutta urgenza e da vicino, tutto ciò che, laggiù, ha reso possibile il rovesciamento attraverso l’azione collettiva di governi oligarchici, corrotti e inoltre – e forse soprattutto – in situazione di vassallaggio umiliante nei confronti degli Stati Occidentali?

Si, noi dobbiamo essere gli scolari di questi movimenti, e non i loro stupidi professori. Poiché essi danno vita, nel genio delle loro invenzioni, ad alcuni principi della politica dei quali si cerca da tempo di convincerci che sono morti e desueti. E in particolare a questo principio che Marat non smetteva di ricordare: quando si tratta di libertà, di eguaglianza, di emancipazione, noi dobbiamo tutto alle rivolte popolari.

Si ha ragione a rivoltarsi. Così come la politica, i nostri Stati e quelli che li ostentano (partiti, sindacati e intellettuali servili) preferiscono la gestione, così alla rivolta preferiscono la rivendicazione, e a ogni rottura la “transizione ordinata”. Quello che i popoli egiziani e tunisini ci ricordano, è che la solo azione che sia all’altezza di un sentimento condiviso di occupazione scandalosa del potere di Stato è la levata in massa. E che in questo caso, la sola parola d’ordine che possa federare le diverse componenti della folla è: “Tu che sei là, vattene!” (Que se vayan todos!). L’importanza eccezionale della rivolta, in questo caso, la sua potenza critica è che la parola d’ordine ripetuta da milioni di persone da la misura di quella che sarà, senza dubbio e irreversibilmente, la prima vittoria: la fuga dell’uomo così designato. E qualunque cosa accada in seguito, questo trionfo, illegale per natura, dell’azione popolare sarà per sempre vittorioso. Ora, che una rivolta contro il potere dello Stato potesse essere assolutamente vittoriosa è un insegnamento dalla portata universale. Questa vittoria indica sempre l’orizzonte sul quale si distacca qualsiasi azione collettiva sottratta all’autorità della legge, quello che Marx ha chiamato “l’estinzione dello Stato”.

Ci fa sapere che un giorno, liberamente associati nello sviluppo della potenza creatrice che è la loro, i popoli potranno fare a meno della funebre coercizione statale. E’ proprio per questo, per quest’idea ultima, che una rivolta che abbatte l’autorità costituita scatena un entusiasmo senza limiti nel mondo intero.

Una scintilla può dare fuoco alla pianura. Tutto comincia dal suicidio di fuoco di un uomo ridotto in disoccupazione, al quale si vuole interdire il miserabile commercio che gli permette di sopravvivere, e che una donna-poliziotto schiaffeggia per fargli comprendere quello che, a questo mondo, è reale. Il gesto si allarga in qualche giorno, settimane, fino a milioni di persone che gridano la loro gioia in una piazza lontana e alla partenza di potenti potentati. Da dove viene questa espansione fantastica? La propagazione di un’epidemia di libertà? No. Come dice poeticamente Jean-Marie Gleize, “un movimento rivoluzionario non si diffonde per contaminazione. Ma per risonanza. Qualcosa che si produce qui risuona attraverso l’onda di shock emessa da qualche cosa che si è prodotta laggiù”. Questa risonanza, chiamiamola “evento”. L’evento è la brusca creazione, non di una nuova realtà, ma di una miriade di nuove possibilità.

Nessuna di esse è la semplice ripetizione di ciò che già si conosce. Ed ecco perché è oscurantista dire “questo movimento reclama la democrazia” (sottointeso, quella di cui noi godiamo in Occidente), oppure “questo movimento reclama un miglioramento sociale” (sottinteso, la prosperità media del nostro piccolo-borghese). Partita da quasi niente, risuonata ovunque, la sollevazione popolare crea per il mondo intero delle possibilità sconosciute. La parola “democrazia” non viene praticamente pronunciata in Egitto. Si parla di “nuovo Egitto”, di “vero popolo egiziano”, di assemblea costituente, di cambiamento assoluto dell’esistenza, di possibilità inaudite e prima sconosciute. Si tratta della nuova pianura che verrà al posto di quella che ha preso fuoco grazie alla scintilla della sollevazione. E si mantiene, questa pianura a venire, tra la dichiarazione di un rovesciamento delle forze e quella di una presa in mano di compiti nuovi. Tra quello che ha detto un giovane tunisino: “Noi, figli di operai e di contadini, siamo più forti che i criminali”; e quello che ha detto un giovane egiziano: “A partire da oggi, 25 Gennaio, io prendo in mano gli affari del mio Paese”.

Il popolo, il popolo è il solo creatore della storia universale. Colpisce molto che nel nostro Occidente i governi e i media considerano che le rivolte di una piazza del Cairo siano “il popolo egiziano”. Cosa? Il popola, il solo popolo ragionevole e legale, per queste persone, non era di solito ridotto o alla maggioranza di un sondaggio oppure a quella di un’elezione? Com’è che così, d’improvviso, centinaia di migliaia di ribelli siano rappresentativi di un popolo di 80 milioni di persone? Questa è una lezione da non dimenticare, che noi non dimenticheremo.

Passata una certa soglia di determinazione, di ostinazione e di coraggio, il popolo può in effetti concentrare la propria esistenza su una piazza, una strada, qualche fabbrica, un’università… Il mondo intero sarà testimone di quel coraggio e soprattutto delle stupefacenti creazioni che l’accompagnano. Queste creazioni avranno valore di prova del fatto che il popolo si mantiene là. Come ha detto fortemente manifestante egiziano: “prima io guardavo la televisione, ora è la televisione che guarda me”.

RISOLVERE DEI PROBLEMI SENZA L’AIUTO DELLO STATO

Nella calca di un evento, il popolo si compone di coloro i quali sanno risolvere i problemi che l’evento stesso pone loro. Come l’occupazione di una piazza: mangiare, dormire, guardia, bandiere e striscioni, preghiere, combattimento difensivo, tali che il luogo in cui tutto accade, il luogo divenuto simbolo, sia conservato dal suo popolo, ad ogni prezzo. Problemi che, su scala di centinaia di migliaia di persone venute da ogni parte, parrebbero irrisolvibili, a cui è da aggiungere il fatto che su quella piazza lo Stato è sparito. Risolvere senza l’aiuto dello Stato dei problemi irrisolvibili, è questo il destino di un evento. Ed è ciò che fa si che un popolo, all’improvviso, e per un tempo indeterminato, esista, là dove esso stesso ha deciso di riunirsi.

Senza movimento comunista, niente comunismo. La sollevazione popolare di cui parliamo è manifestamente senza partito, senza organizzazione egemonica, senza dirigenti riconosciuti. Verrà sempre il tempo di misurare se questa caratteristica sia stata una forza o una debolezza. E in ogni caso è proprio questo che ha fatto sì che ci siano stato, in forma veramente pura, senza dubbio la più pura dopo la Comune di Parigi, tutti i tratti di quello che bisogna chiamare un “comunismo di movimento”. “Comunismo” vuol dire qui: creazione in comune del destino collettivo. Questo “comune” ha due assi particolari. Prima di tutto, è generico, rappresentante, in un luogo, l’umanità nella sua interezza. In questo luogo, ci sono tutti i tipi di gente di cui un popolo si compone, ogni parola è ascoltata, ogni proposta esaminata, ogni difficoltà trattata per quella che è. E poi, il comune sormonta tutte le grandi contraddizioni di cui lo Stato pretende di essere il solo a poter gestire, senza mai oltrepassarle: tra intellettuale e manuale, tra uomo e donna, tra povero e ricco, tra musulmano e copto, tra genti di provincia e genti della capitale…

Migliaia di possibilità nuove, riguardanti queste contraddizioni, sorgono ad ogni momento, alle quali lo Stato – ogni Stato – è interamente cieco. Si vedono delle giovani dottoresse venute dalla provincia per curare i feriti dormire in mezzo ad un cerchio di giovani selvaggi, e sono più tranquille che mai, sanno che nessun toccherà loro neanche la punta di un capello. Si vede pure un’organizzazione di ingegneri rivolgersi ai giovani banlieusards per supplicarli di tenere la piazza, di proteggere il movimento con la loro energia nel combattimento. Si vede, ancora, una fila di cristiani appostata, in piedi, per vegliare sui musulmani piegati in preghiera. Si vedono i commercianti dare da mangiare ai disoccupati ed ai poveri. Si vede ciascuno parlare ai propri vicini sconosciuti. Si leggono mille cartelli in cui la vita di ognuno si mischia senza distacco alla grande Storia di tutti. L’insieme di queste situazioni, di queste invenzioni, costituiscono il comunismo del movimento. Ed ecco che da due secoli il problema politico unico è questo: come stabilizzare in durata le invenzioni del comunismo del movimento? E l’unico enunciato reazionario sta in : “questo è impossibile, o nocivo. Affidiamoci allo Stato”. Gloria ai popoli tunisini ed egiziani che ci riportano al vero e unico dovere politico: di fronte allo Stato, la fedeltà organizzata al comunismo del movimento.

Noi non vogliamo la guerra, ma non ne abbiamo paura. Si è parlato ovunque della calma pacifica delle manifestazioni gigantesche, e si è legata questa calma all’ideale di democrazia elettiva che si prestava al movimento. Nonostante ciò, constatiamo che ci sono state centinaia di morti, e che ce ne sono ancora ogni giorno. In molti casi, questi morti sono dei combattenti e dei martiri dell’iniziativa, poi della protezione del movimento stesso. I luoghi politici e simbolici della sollevazione hanno dovuto essere mantenuti al prezzo di combattimenti feroci contro i miliziani e le polizie dei regimi minacciati. E là, chi ha pagato con la vita se non i giovani provenienti dalle popolazioni più povere? Le classi medie, delle quali la nostra Michèle Alliot-Marie (ministro degli Esteri francese, ndTr), ha detto che lo sbocco democratico della sequenza in corso dipende da loro e solo da loro, si ricordino che, nel momento cruciale, la durata della sollevazione è stata garantita esclusivamente dall’impegno senza riserve dei distaccamenti popolari. La violenza difensiva è inevitabile. Essa prosegue, del resto, nelle condizioni difficili in Tunisia, dopo che si sono rinviati alle loro miserie i giovani attivisti delle province.

E possiamo seriamente pensare che queste innumerevoli iniziative e questi sacrifici crudeli abbiamo come solo scopo fondamentale di condurre le persone a scegliere tra Souleimane e El Baradei, come da noi ci rassegniamo pietosamente a scegliere tra Sarkozy e Strauss-Kahn (o tra un Bersani-Vendola-Fini e Berlusconin, ndTr) ? Questa è l’unica lezione di questo intero splendido episodio?

No, mille volte no! I popoli tunisini ed egiziani ci dicono: sollevarsi, costruire il luogo pubblico del comunismo del movimento, difenderlo con tutti i mezzi, inventando là tutte le tappe successive dell’azione, questo è la realtà della politica popolare di emancipazione. E non è in dubbio il fatto che gli Stati dei Paesi arabi siano anti-popolari e, in fondo, elezioni o no, illegittimi. Quale che sia il loro divenire, le sollevazioni tunisine ed egiziane hanno un significato universale. Essi prescrivono delle possibilità nuove il cui valore è internazionale.

Alain Badiou, filosofo
Traduzione italiana di Dario Gaglione

23/02/11

Parkour Flip Book, e la filosofia del parkour

Arrivano tutti da Singapore? Ho casualmente incontrato un'altra artista, una designer il cui nickname è Saggyarmpit, disegnatrice e animatrice del video Parkour Flip Book - in cui il protagonista corre, si arrampica, salta, attraversa ostacoli nell'ambiente urbano, ovvero pratica il parkour.

Nello spiegare in cosa consista questa disciplina, su wikipedia ho trovato un passaggio che mi piace molto. "L'allenamento si divide in due fasi: il potenziamento fisico e la pratica sui percorsi (o tracciati). La prima non è strettamente connessa al parkour, e può far uso di qualsiasi movimento che aiuti a migliorare il controllo del corpo e aumentare i propri parametri di forza, velocità, equilibrio ecc. La seconda invece prevede la scelta di un punto di partenza e uno di arrivo, e l'analisi critica di tutti gli ostacoli tra i due. Il traceur esperto è in grado di trovare le combinazioni giuste di tecniche e movimenti per percorrere il tracciato nel modo più fluido possibile. Molti traceur hanno dei tracciati prediletti che continuano a perfezionare negli anni.

Il parkour oltre ad una 'disciplina' è uno stile di vita, come un modo di pensare; infatti dopo l'inizio della pratica di questo sport, si inizia a analizzare tutto in un altro modo. Qualsiasi appiglio o ostacolo viene osservato come un punto di appoggio da superare in maniera fluida ed efficiente. Questo insegna nella vita di tutti i giorni a non arrendersi mai davanti ad un problema ma al contrario sfruttarlo per proseguire in modo ancora migliore la marcia verso il proprio obiettivo finale."

Non male, nevvero? Intanto che ci pensate, godetevi queste immagini. Buona visione! ;-)



19/02/11

Taichi Saotome in duello con la propria ombra

Questo video è di una tale bellezza che non potevo non segnalarvelo subito, temendo che lo perdeste! E sono felice che vi siano ancora tante isole di bellezza con le quali rincuorarci dalla mediocrità cui in altri momenti e in contesti delle nostre vite siamo esposti.
Il giovane attore Taichi Saotome impugna la katana per  fronteggiare la propria ombra nella performance "Il drago e la peonia", e gli spettatori hanno l'impressione di assistere a un duello reale. Buona visione!

18/02/11

Appreciate everything around you before it is gone

Ho da poco scoperto questo artista, Anton Tang, e me ne sono innamorata. Tang fotografa adulti e bambini realizzati con piccole scatole di cartone (che dichiara non essere sue creazioni, ma in rete non ho trovato informazioni su chi le realizzi) in situazioni incantate - simboliche di momenti 'sospesi' e riflessivi nelle nostre vite. Avevo scelto per voi numerose immagini da siti differenti, sono l'una più bella dell'altra. Quando infine sono andata sul suo blog - che vi consiglio davvero di cuore di visitare - e ho guardato con calma tutto il suo lavoro, ho deciso per una sola immagine e le sue stesse parole, che riprendono ciò che abitualmente io stessa scrivo sempre qui. Buona giornata, e buon fine settimana a tutti voi.

Life is Beautiful

"Appreciate everything around you before it is gone."


16/02/11

Lo sguardo che interpreta

"Visivamente ogni percezione è una morale o, in altri termini, una visione del mondo. Il paesaggio è nell'uomo prima che l'uomo sia in lui, perché il paesaggio ha senso solo attraverso ciò che l'uomo ne vede. Gli occhi non sono semplici recettori rispetto alla luce e alle cose del mondo, ne sono i creatori, nella misura in cui vedere non è il calco di qualcosa di esterno ma la proiezione fuori di sé di una visione del mondo.
La vista è la messa alla prova del reale attraverso un prisma sociale e culturale, un sistama di interpretazione che reca il marchio della storia personale di un individuo all'interno di una trama sociale e culturale. [...]".

"Lo sguardo è interpretazione. Non vediamo forme, strutture geometriche o volumi, ma già significazioni, schemi visivi; in altre parole, volti, uomini, donne, bambini, nuvole, alberi, animali ecc. Negli occhi, la moltitudine infinita delle informazioni si fa mondo".

DAVID LE BRETON, Il sapore del mondo.

14/02/11

'Se non ora, quando?': una rete di 1,2,3,4,5,10,100 fili...

Ieri Minerva ha partecipato alla manifestazione Se non ora, quando?, pur se rispetto a questa aveva moltissime riserve - come d'altronde tutte le persone che erano con lei e un nutrito numero ancora di amici e conoscenti.
I discorsi veterofemministi, le affermazioni sulla presunta superiorità del genere femminile più flessibile e multi-tutto, e le rivendicazioni alla società e al mondo delle istituzioni come 'donne' (e gli uomini che negli stereotipi del maschile non si ritrovano? e i gay? e i trans? e le infinite altre possibili declinazioni del 'genere'?) che ha sentito in questi giorni le hanno fatto venire la pelle d'oca, e l'hanno riportata al contesto culturale di 40 anni orsono. Nel peggiore contesto culturale di 40 anni orsono. Il che - Minerva s'è resa conto - è ulteriormente indicativo di quanto in basso siamo decaduti culturalmente, di quanto siamo diventati ignoranti, di quanto stereotipi, pregiudizi, e 'sentito dire' stiano governando le nostre vite.

Nonostante ciò, la sensazione che ha Minerva è che una parte della cittadinanza si stia - per quasivoglia ragione - 'rianimando', e lei vuole stare in questo processo, un po' per documentarlo, un po' per desiderio di partecipare ai momenti simbolici in cui una società riflette su se stessa. Senza dire che Minerva, come sempre, è ben felice di dare il proprio contributo - se possibile - a un cambiamento culturale che migliori le condizioni della comunità/società. Forse non tutto è perduto...

Così ieri Minerva ha passato un pomeriggio tra la gente con cui si sente a proprio agio, tranquilla e felice. Persone che in piazza scendono esauste, ma ancora sorridenti. Che ballano samba al ritmo dei Rhythms of Resistance o alla musica (e non meno alle parole) de I Cento Passi dei Modena City Ramblers.



Che scrivono messaggi pieni di di creatività e ironia. Che si fanno gentilezze per cui se sali su una transenna per fare una foto, in 4 sconosciuti ti tengono bloccate le caviglie (e giusto le caviglie - ché non hanno altri intenti!) affinché tu non cada. O il fotografo ufficiale di un quotidiano che in posizione privilegiata abbandona la propria macchina fotografica e comincia a scattare con le macchinette automatiche che le persone gli passano.

O che si legano con colorati gomitoli di lana in una rete che vuole significare il rapporto tra generazioni, ma per me è stata piuttosto metafora del fatto che in questo mondo, che ci piaccia o meno, dipendiamo tutti gli uni dagli altri. E dobbiamo trovare il modo per far sì che questo tessuto - la società cui apparteniamo - non abbia buchi, sfilacciature, fili che si perdono nel vuoto, perché poi sapete bene cosa accade a un tessuto quando tiriamo un punto o un filo si rompe...


One day someone will walk into your life...

Usiamo i blog per parlare a lettori che neanche conosciamo - talvolta presentandoci sulla scena come anonimi, talvolta (forse i più coraggiosi? forse i più esibizionisti/narcisisti?) con i nostri nomi reali. C'è chi scrive per proporre un confronto su specifiche idee, chi riporta pensieri quotidiani come in un diario intimo. Oscilliamo tra l'affettività, la parola, la paura - e talvolta lanciamo grida disperate per cercare affetto, solidarietà, interlocutori, nella speranza che a qualcuno interessi ascoltare ciò che pensiamo e proviamo.
Beh... io sto leggendo molto di tutto ciò che trovo online. E sto scrivendo ciò che penso. Sto 'giocando' con chi ho incontrato - ancorché virtualmente - sulla mia strada. Riflettendo, imparando, cambiando. E' un'esperienza - e sinora molto bella. Alcuni amici incontrati qui stanno diventando amici reali, e le conversazioni - pubbliche o private - che ho avuto con voi mi hanno talvolta incasinato i sensi o i pensieri, ma sempre fatto sorridere, e soprattutto sempre riempito il cuore.

Io oggi vi voglio ringraziare, a modo mio, perché lo meritate, e perché i momenti simbolici sono sempre un po' pesanti per chi prende atto per esempio di rapporti che non funzionano, o di assenza di corrispondenze quali vorrebbe. Le relazioni umane e quelle sentimentali sono così difficili e così fragili, così spesso basate su fraintendimenti e su paure che davvero - se si ha la speranza di un rapporto perfetto - si rischia di venire sconquassati fin nelle viscere ogni volta che si prende atto che non abbiamo ciò che desidereremmo. Che fare, accontentarci?

Minerva non si accontenta, tutt'altro! C'è una frase che la incanta, e in cui lei fermamente crede: "One day someone will walk into your life and you'll suddenly realise why it never worked with anyone else" ("Un giorno qualcuno entrerà nella tua vita, e tu ti renderai conto improvvisamente del perché non abbia mai funzionato con nessun altro").
Nell'attesa di quel giorno, la lieve danza con ciascuno dei suoi amici, tra i quali voi, a Minerva basta per avere gli occhi che brillano, sorridere con complicità di ogni cosa di cui la metterete a conoscenza, e continuare a scrivere e riflettere insieme a voi, affinché le nostre vite siano sempre più intense, piene e - possibilmente - felici.

Un bacio a tutti voi, e auguri di cuore! "One day someone will walk into your life..." ;-)


11/02/11

Mousse antistress

Stiamo arrivando al weekend di una settimana rivelatasi impegnativa e intensa in cui sono stata un po' stressata.

Bene, a voi due dolci, uno in variante cioccolato, l'altro in variante frutta, per cominciare ad amare noi stessi - che ci sia o meno qualcun altro. E se non c'è, condividetene il piacere con gli amici, o immersi al calduccio nella lettura di un buon libro o la visione di un buon film.

O ancora, concedetevi delle sane coccole, prendetevi cura di voi stessi, e magari dedicatevi anche un po' - se non siete cattolici praticanti che vi porterebbe a vederla come 'pratica immonda' - all'autoerotismo (ma solo un po', che altrimenti poi vi viene a noia, come tutte le cose).

Buon weekend, e riposatevi - amici miei - ne avete tutto il diritto!


Mousse al cioccolato

Cioccolato fondente, 150g  
Rum, 1 cucchiaio 
Uova: 2 tuorli e 3 albumi 
Panna 
Cannella

Sciogliete a bagnomaria il cioccolato, togliete dal fuoco e aggiungetevi i tuorli e il rhum mescolando velocemente. Lasciate raffreddare. 
Incorporate delicatamente gli albumi montati a neve ben ferma, quindi versare in coppette. Riporre in frigorifero per almeno 4 ore.
Al momento di servire, guarnire con panna montata e cannella in polvere.

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Mousse alla frutta

Frutta mista, 300g 
Zucchero, 120g 
Liquore all'arancia o Maraschino, 2 cucchiai 
Panna da montare, 250ml 
2 albumi

Sbattete i bianchi d'uovo fino a farli diventare bianchi e spumosi e aggiungetevi lo zucchero a poco a poco fino a quando non sarà completamente disciolto.
Lavate la frutta e passatela al mixer. Aggiungete il liquore all'arancia o il Maraschino.
Montate la panna e incorporatela alla frutta, quindi mescolate le due creme insieme, versatele in coppette e mettete in frigorifero un paio d'ore.

10/02/11

Minerva scrive per Metilparaben!

Buongiorno a tutti voi, miei cari!
Sono felice di informarvi che da oggi scriverò, di tanto in tanto, per il blog di Metilparaben che alcuni di voi seguono già.

Il primo post, visti i tempi che corrono, riprende argomenti che in questo mio salottino virtuale ci siamo già detti, e trae ispirazione dalle conversazioni con voi e dai vostri commenti (sapete bene quanto vi apprezzi e sia sempre felice di leggere e imparare insieme):


Se avete tempo/piacere di leggerlo, buona lettura - altrimenti a voi un augurio di buona giornata, un abbraccio, e un bacio.

La vostra Minerva

08/02/11

Sul visitare musei e mostre d'arte

Non credo vi sarà sfuggito - ma nel caso ve lo segnalo io adesso - che nei giorni scorsi è stata lanciata una nuova applicazione gratuita, Google Art Project, che consente a noi utenti - sulla base della tecnologia per la navigazione già sviluppata da Google Street View, di percorrere i principali musei d'arte mondiali (al momento 17), con la possibilità di visualizzare alcune delle opere di maggior prestigio esistenti e di ottenere informazioni dettagliate sull'opera in sé e sull'artista che l'ha realizzata.
Al momento l'inventario include 1061 immagini, 385 sale, 486 artisti, 6000 panoramiche, che il navigatore può visionare distrattamente oppure approfondendone dettagli che non potrebbe cogliere di persona, essendo state utilizzate - come nel caso della "Nascita di Venere" - apparecchiature fotografiche alla risoluzione di 7 miliardi di pixel. Che ne dite? Un progetto interessante, nevvero? Soprattutto per chi come me una giornata davanti al computer se la prende anche per permettere ai propri occhi di fare una scorpacciata d'arte (per quanto virtuale), ma che quando esce di casa rifugge i grandi musei.

Ho sempre patito i 'grandi musei' - inflazionati da orde di turisti, non visitabili con la dovuta calma o le forme di fruizione a una persona più congeniali, e che infine accolgono opere che una certa tradizione del mercato e della politica ha decretato come capolavori ma che personalmente non ritengo magari tali, non mi fanno vibrare gli occhi, la mente, il cuore. Se visito un museo o una mostra d'arte, il piacere più grande per me sta nel visitare piccole situazioni a modo mio, che vuol dire prendendomi tempo, potendomi sedere per terra, fotografando le opere (cosa che in molti musei è vietata per ovvi problemi di copyright e vendita di cataloghi relativi) ed eventualmente - dove possibile - conoscere artisti e curatori dell'esposizione per comprendere le ragioni dei loro percorsi, della loro vita e della loro espressione/comunicazione attraverso l'opera che hanno prodotto o selezionato.

Una proposta per me davvero interessante, in questo senso, la fa una piccola associazione di amanti dell'arte londinesi, il cui nome non a caso è Artefeelers, che di settimana in settimana seleziona le proposte più curiose dalle gallerie d'arte e dai musei londinesi dell'East End per proporre piccoli tour a piedi pomeridiani in cui visitare 3/4 realtà (stiamo parlando davvero di piccole mostre che appunto in mezz'ora di visita ciascuna danno già un'idea, cui eventualmente accedere successivamente per un approfondimento ulteriore) e parlare con i curatori delle iniziative - facendosi spiegare dell'artista, dei temi e delle prospettive sviluppate, così come delle scelte espositive.
Io ne ho fatto uno, di questi tour, con loro, ed è stata una vera gioia. E' stato come passare dietro le quinte, intrattenere conversazioni con altre persone viventi, e un rapporto 'fisico' - di ordine estetico e talvolta estatico - con le opere esposte. Una cosa ben diversa dall'attraversare un Louvre sentendosi un capo di bestiame all'interno di una mandria!

06/02/11

Moni Ovadia sul rapporto uomo-donna

Un video che mi ha fatto davvero piacere e che quindi desidero condividere con voi, perché afferma alcuni principi in cui io stessa credo sull'eros, il rispetto, la consensualità, le relazioni umane - e che penso sia un piacere vedere e ascoltare indipendentemente dal fatto che rappresenti un appello a partecipare ad una manifestazione e dal modo in cui ci poniamo rispetto a quella.
Il mio uomo non è un predatore, non è un utilizzatore, non è qualcosa di asettico e disumanizzato: al contrario, il mio uomo è il mio complice, amico, alleato, compagno, padre, figlio, fratello, amante. E io sono l'insieme di tutti questi ruoli, a mia volta, per lui: complice, amica, alleata, compagna, madre, figlia, sorella, amante.
Buona visione.


 


04/02/11

"Amante": una parola e un concetto da nobilitare

Amante [a-màn-te]: participio presente del verbo ‘amare’, aggettivo e sostantivo maschile/femminile singolare.
Definizione. Colui/colei che ama. Appassionato.

La parola amante mi piace moltissimo, è una di quelle che, nella lingua italiana, mi incantano maggiormente. La sua origine è nel verbo amare dall’omonimo termine latino - ma poi lì si perdono le tracce. C’è chi sostiene derivi dal greco ἱμείρω che sta per “desiderare”, chi invece ne individua la radice nel corrispondente termine e concetto egiziano antico mer ( = amare). Se ci spostiamo più a nord, il termine anglosassone per amante, lover dal verbo to love, ha origine invece - saltando il latino - dal sanscrito lubhyati ( = egli desidera, vuole, ama), termine dal quale deriverebbe invero a sua volta la parola latina lubere/libere che oltre al significato di “liberamente”, “senza impedimenti” ha quello di “far piacere”, “soddisfare” ecc. Un incantevole intreccio di significati e sfumature, nevvero?

E questa prospettiva mi risuona famigliare nella mente. Perché “amante” è un participio presente, un’azione che si svolge in un qui e ora - è nel presente assoluto. Non ha rimpianti nel passato, non ha aspettative per il futuro. E’ un’azione in corso di svolgimento nel presente - quella di amare, e basta. Nella sua forma come participio presente, e di lì sostantivo maschile/femminile, non definisce il proprio soggetto, così come non ha bisogno di indirizzarsi necessariamente a un oggetto. Può essere puro, assoluto - dono e apertura che non prevedere uno specifico destinatario, né ambisce a ricevere su di sé la ( = essere destinatario a sua volta della) stessa azione.

Non trovate anche voi meraviglioso tutto questo? :-)

03/02/11

Guardare e/è desiderare: sulle immagini che ci danno piacere


Il desiderio nasce da quello che vediamo ogni giorno 
(Anthony Hopkins alias Hannibal Lecter)

Negli ultimi tempi mi è capitato di frequente di riflettere con alcuni amici sulla potenza della visione, e sulla dimensione quasi tattile dello sguardo posato su qualcuno o qualcosa. Lo sguardo, in un certo senso, è un contatto, un tocco dell'altro, e tale tattilità viene ripreso nella lingua, diventando foriera di reciproci atteggiamenti e relazioni, così che ci 'accarezziamo', 'coviamo', 'fulminiamo', 'frughiamo' e addirittura  'mangiamo' con gli occhi; parliamo di sguardi penetranti, acuti, taglienti, inquietanti, cattivi; ci si guarda 'in cagnesco', 'di sbieco' o 'di buon occhio' e via dicendo. Un divieto frequente dice "guardare ma non toccare".

Di fatto, tra i sensi con i quali percepiamo l'altro, lo sguardo ha una posizione di rilievo, forse solo analoga al tatto, così che Freud si spinge addirittura ad affermare che "l'impressione ottica rimane la via attraverso la quale più spesso è risvegliato l'eccitamento libidico. [...] La zona forse più lontana dall'oggetto sessuale, l'occhio, di trova - nelle condizioni del corteggiamento dell'oggetto - più spesso di tutte le altre nella situazione di essere stimolata da quella particolare qualità dell'eccitamento proveniente da ciò che, nel caso dell'oggetto sessuale, noi chiamiamo bellezza". Lo sguardo rivolto all'altro, in sintesi, non è mai indifferente. Esso è "incontro, emozione condivisa, godimento inconfessato, oltre a racchiudere la minaccia dell'eccesso e dello straripamento. [...] Vedere è già darsi oltre misura, ed essere visto conferisce una presa su di sé di cui l'altro può approfittare" (D. Le Breton).

La mia esperienza mi insegna - ma pur cercando di afferrarle non ne comprendo le ragioni - che lo sguardo ha inoltre una declinazione di genere, per cui se nell'uomo ho più volte notato un'eccitazione legata alla visione, per esempio, del corpo femminile nudo, in una donna la medesima cosa verso il corpo maschile è alquanto rara. Personalmente, poi, mi capita raramente di provare eccitazione alla visione di corpi o dettagli di corpi nudi  (maschili o femminili che siano), tant'è che in alcuni blog addirittura certe immagini mi disturbano*.
Privilegio l'odore, il tatto, lo scambio verbale con quel corpo che per me non è mai disgiunto da quella specifica persona - mentre i miei amici di sesso maschile si nutrirebbero talvolta bulimicamente di immagini di corpi femminili che non vengono mai loro a noia, pur se si tratta per decine di fotografie dello stesso corpo, talvolta anche di una donna della quale nulla sanno.

Mi raccontate del vostro rapporto tra immagine e desiderio? Ché anche qui, come sempre, ho voglia di ascoltarvi e imparare :-)

Vi lascio, inoltre, come piccola chicca, un video realizzato da Alessandro Amaducci, che sul rapporto tra sguardo, desiderio ed erotismo ha costruito gran parte del suo percorso artistico: Shedding (2010). Buona visione!

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  * Personalmente (ignoro se sia opinione condivisa da altre donne eterosessuali) opero una distinzione molto semplice tra 'pornografia' ed 'erotismo': 'pornografia', per me, è l'immagine del corpo in sé (un 'pezzo di carne' buttata come su un banco di una macelleria - senza cottura, senza aromi, senza il tempo speso seguendo ricette per la sua preparazione, senza alcuna preparazione per renderla 'gustabile', senza conoscerne nemmeno l'origine ecc.); 'erotismo', invece, è l'immagine precedente preparata/cucinata come ho indicato, oppure l'immagine non perfettamente visibile - allusiva, evocativa, che mi sposta l'attenzione su altro pur richiamandomi a quello. In questi ultimi due casi, ovvero quelli dell'immagine che per me è erotica, allora mi si può accendere il desiderio (talvolta), sebbene appunto in un'intensità decisamente minore, ho visto, rispetto alla mia controparte maschile.

01/02/11

D'una qualche sorta di incantato animismo

Sin da quando ero piccola ho sempre pensato che dovessi far attenzione agli esseri viventi che mi circondavano - persone, animali, piante - onde evitare di cagionare loro volontaria (e anche involontaria, se fosse stato possibile) sofferenza. Nella mia concezione dell'esistenza, tutti avevano un'anima, una capacità di sentire, e potevano provare dolore - per cui ho sempre pensato che avrei dovuto essere cauta e cercare di risparmiare loro danni almeno da parte mia.

Nella mia estrema curiosità e attitudine a vedere le cose da tanti diversi punti di vista avvenne però abbastanza presto che cominciai a pensare dotati di un'anima anche gli oggetti - le cose invero abitualmente considerate inanimate - e a immaginarmi 'nei loro panni'. Avevo rispetto nei loro confronti tenendoli puliti, cercando di non graffiarli, romperli, incrinarli. Li spostavo in luoghi diversi dal contesto abituale, affinché 'vedessero' altre parti della casa. Se accadeva qualcosa in cui potevo pensare a un effetto su di loro, nel bene o nel male, gliene parlavo (ovviamente non ricevendo risposta). Soffrivo infine terribilmente per gli zerbini - la cui funzione era quella di venire calpestati (gesto che leghiamo culturalmente al disprezzo), accogliendo la polvere delle scarpe di tutti coloro che vi fossero passati sopra come sorte di 'capri espiatori'.

Nel tempo ho poi continuato dando nomi agli oggetti d'uso quotidiano, parlando col computer (abitudine che vedo frequente anche tra i miei conoscenti/amici) e  talvolta me la prendo con ciò che non funziona quasi si tratti di una questione personale. Ma c'è una cosa che più di tutte è indicativa del mio rapporto con le cose ancora oggi - una piccola sfida quotidiana di cui non mi privo mai: la gara col caffè. Funziona così: a fine pranzo/cena carico la caffettiera e la metto sul fuoco. Poi mi dedico a lavare i piatti. E competo con la caffettiera per vedere chi finisce prima - se io a lavare i piatti o lei a fare il caffè. Mi batte quasi sempre, ma fa un caffè così buono che alla fine non posso non sorridere e non congratularmi con lei, ogni volta, per la vittoria. Un semplice gioco - e io non perdo mai alcuna occasione di giocare.

Anche voi date nomi agli oggetti, parlate con loro, li considerate dotati di un'anima?