14/09/14

Avishai Cohen, Israele, la musica e il cambiamento (magari non violento: grazie)






L'altra sera sono stata al concerto d'un jazzista che mi piace molto, Avishai Cohen, di fatto cittadino di quel paese sciagurato che è Israele. Fuori dal teatro che l'ospitava, un presidio di sostenitori della Palestina invitava civilmente il pubblico a prendere coscienza del massacro (perché quello è) dei palestinesi in atto. Ora: che costoro fossero specifici sostenitori di quel paese o meno, personalmente ritengo che quando c'è un massacro in atto poco importa chi ne sia la vittima. E' il massacro di vite umane - di qualsiasi età, luogo, origine, cultura, religione - che ritengo inaccettabile in sé.

Ciò detto, le reazioni del pubblico sono state diverse, e - accanto a coloro che avevano piacere di ascoltare il concerto, ma erano anche ben coscienti della situazione - vi è stato chi, ottusamente, ha giustificato e avallato ciò che sta accadendo (e questo è così tragico che davvero ti pone interrogativi sui limiti della non violenza). Ma vi era anche chi sosteneva che lo stesso Avishai Cohen, in quanto simbolo di Israele sia come artista in sé, sia in quanto direttore d'uno dei più importanti festival jazz che ivi si celebra ogni anno, dovesse prendere una posizione pubblica, e dichiararla davanti al pubblico o comunque renderla esplicita (cosa che in realtà fa qui, che ci basti o meno la sua riflessione).

Sinceramente ho provato un profondo disagio. Sono persuasa infatti che se a un certo livello le persone diventino, infatti, personaggi, e in quanto personaggi simboli viventi, per cui in loro è il potere di suggestionare e orientare il pensiero delle persone che li stimano, ciò non si traduca automaticamente nell'obbligo di agire secondo le aspettative altrui. Questa imposizione su di loro, per me, è un atto di violenza.
Spiegabile, comprensibile, umano, indignato, urgente, ma sempre violenza è: quindi, per me, non giustificabile.

Non solo. Siamo davvero persuasi che un artista di un paese le cui posizioni sono indifendibili - perché naziste a livelli analoghi se non peggiori di quelli dei quali sono stati vittime in passato i suoi cittadini - debba prendere una posizione pubblica non solo perché forzato dal suo pubblico (o da chiunque gli gridi appunto ciò che deve fare), ma anche perché questa strategia sarebbe la più efficace nella lotta al massacro in atto da parte di Israele?
Se costui - mettiamo il caso sia contrario a ciò che è in corso (cosa che di fatto è: vedete sempre i due paragrafi di quell'intervista sopra segnalata) - lasciasse l'incarico di direttore di quel festival o rinunciasse alla cittadinanza israeliana, e così desse un segno forte di dissenso, sarebbe tale azione più o meno utile alla causa palestinese?

Io mi chiedo cosa ne sappiamo noi di quello che sta nella testa degli israeliani in generale - perché nella mia esperienza della conoscenza diretta di alcuni ho visto veramente di tutto, da quelli che si vergognavano e sentivo in colpa d'essere cittadini di quel paese e rappresentanti di quella cultura all'antropologo che per 10 mesi l'anno lavorava per il dialogo interculturale e per 2 sparava ai palestinesi (e quando hai la mente così dissociata, ormai, c'è qualcosa che è davvero troppo 'oltre' la mia possibile comprensione) - così come mi chiedo come e perché ci permettiamo di imporre una nostra strategia d'azione a un altro individuo con la presunzione che la nostra sia migliore dell'eventuale sua quando soprattutto noi là non ci viviamo, non ci siamo cresciuti, e non sappiamo cosa questa persona stia facendo e come si stia muovendo.

Nella parte finale del concerto Avishai Cohen ha rilasciato una dichiarazione che cominciava con un'affermazione della quale sono persuasa pure io: ovvero della capacità della musica d'andare oltre le frontiere (e inviterei chi lo desidera a leggere quella racconta meravigliosa di scritti dal titolo Universi sonori curata da Tullia Magrini in cui questo viene spiegato e motivato nei dettagli, da quelli più culturali a quelli organici, legati proprio alla fisicità del nostro essere umani per comprendere come sia possibile che questa comunichi, faccia sentire simili, e dia la sensazione di famiglia transculturalmente).

Demagogia di basso livello o sincerità? Io non intendo vivere nel sospetto, altrimenti tutto il bene che credo degli esseri umani e la mia fiducia a oltranza (malgrado tutto) nei loro confronti va a quel paese, quindi gli credo e gli voglio credere. Anche perché altrimenti divento come quelli che combatto.
Quindi Cohen ha parlato di fratellanza, pace, appartenenza comune. E ha concluso, prima di interpretare brani musicali da diverse culture, com'è nel suo repertorio, affermando che si sta impegnando per la pace, ripetendo due volte, risoluto, "believe me".

Ebbene: io non conosco nella quotidianità Avishai Cohen, non gli sto a fianco, non condivido il suo lavoro e la direzione di quel festival. Non vivo lì, non sono ogni giorno presa tra i due fuochi di un posto dove vivo e sono cresciuto e amici al di là d'una linea netta che li mette in gabbia.
Io - lo ammetto - se vedo il massacro in atto e l'uccisione di essere umani che per me non è giustificabile *mai*, non so però quale sia 'la' strategia giusta per contribuire a farlo cessare.

A me imporre a un artista di prendere una posizione pubblica in merito al proprio paese quindi sembra un atto di violenza su due livelli: quello della convizione che la mia strategia sia l'unica giusta, efficace, corretta e da perseguire, e quello della violenza nei suoi confronti di limitare la sua libertà personale imponendogli di scegliere dove stare per il fatto in sé del suo essere un simbolo - e quindi, di fatto, limitare la sua libertà che può anche essere quella di non voler prendere posizione: ma se io urlo che egli lo debba fare, sto attuando un sopruso, un'invasione della sua libertà, e allora non posso professarmi anarchica né libertaria.
Non è per nulla facile, una volta che si analizza la questione da tutti questi punti di vista, vero?

Io coltivo il dubbio, ma anche la fiducia nei esseri umani. Malgrado tutto. "Believe me", dice Cohen? Sì, lo faccio. Perché ammetto la mia ignoranza della situazione che non esperisco dall'interno, perché non ho il ruolo/potere che può avere lui, perché non so cosa stia facendo e perché non ho la verità in tasca di quali siano le strategie giuste per fermare quel massacro.
E perché - se siamo testimoni, nel corso della storia, di rivoluzioni avvenute platealmente - non sappiamo quanto migliaia di rivoluzioni utili, valide e positive siano invece avvenute nel silenzio, lavorando in modi e strategie non visibili che passavano attraverso altre modalità, magari più suadenti, più sottili, più 'perverse' perché silenziose, ma anche meno repentine o comunque percepite come 'violente'.

E io di violenza, scusatemi, non ne posso più - né di quella dei carnefici, né di quella delle vittime (o di coloro che le sostengono/proteggono).
Forse vi sono altre strategie: proviamo a trovare dei modi intelligenti per reagire e opporci (e questo vale per tutto, dalla violenza politica che stiamo subendo ogni giorno, a quella mediatica, alle nostre stesse sempre più impossibili sopravvivenze, al silenziamento del dissenso ecc. ecc. ecc.).
Modi costruiti sulla fiducia reciproca, e magari su strategie non per forza plateali, ma - accanto o in alternativa a queste - non individuabili e non soffocabili nel sangue subito da coloro ai quali ci opponiamo...


PS. Mi chiedo tra l'altro se sono solo io a provare disagio sia nel sentire Beppe Segre, presidente della Comunità Ebraica di Torino, affermare a spada tratta e senz'ombra di dubbio di dissidio che l'intera "Comunità Ebraica di Torino appoggi completamente la posizione dello Stato di Israele, impegnato a difendere i suoi cittadini oggetto di una campagna violenta di odio e di assurda criminalizzazione" (qui), sia rispetto alle posizioni più radicali contro il concerto del Cohen Trio (e in generale di qualsiasi possibilità espressiva di artisti e intelettuali israeliani), che sarebbe da baicottare per smascherare "la falsa immagine positiva che questo stato cerca di fornire di sè" attraverso il ricorso a "scrittori e romanzieri, compagnie teatrali, mostre. In questo modo sarà mostrato il volto più grazioso di Israele, così che non siamo più pensati solo in un contesto di guerra" (secondo l'affermazione nel 2009 di Arye Mekel, Ministero degli affari esteri israeliano, qui), ovvero per il fatto d'essere di cittadinanza israeliana e quindi già per questo sospettabili di sostegno a tal regime.
No, dico, ma vedo solo io qualcosa che non mi torna da entrambe le parti?

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