29/10/12

Oro cash, televisione, e le popolazioni nomadi

Ospite l'altro giorno d'una amica, sono stata esposta involontariamente a questo spot nel momento in cui ella ha acceso la televisione (che io non possiedo più, cone somma gioia, da una decina d'anni) e l'ho trovato agghiacciante!
Renato Pozzetto pubblicizza qui una società che acquista oro pagandolo in contanti, contanti con i quali egli compra all'istante un maxischemo televisivo.
Ora: sono solo io che mi sento a disagio davanti a questo spot?

Perché per me rappresenta la negazione di diversi livelli di senso.

1) Intanto identifica la felicità con l'acquisto d'un bene che può rappresentarne una componente solo per una mente ottenebrata dall'ignoranza, dalla stupidità o dalla frustrazione: va da sé che se sto bene e sono felice di mio, di un televisore non me ne faccio nulla.

2) La televisione può essere uno strumento di informazione e intrattenimento e/o informazione solo se usata in modo critico e consapevole, altrimenti è al pari di qualsiasi altra droga - ma ditemi voi, onestamente, quanti ne fanno un uso non sedativo di pensiero, azione e piacere! Ché non è mica un caso se nelle Sturmtruppen la televisione era "l'arma finale del doktor Goebbels"!


3) L'oro, viene venduto, l'oro, dico! L'unica cosa che non si svaluta mai e che dovremmo tenere sino all'ultimo - quando non avremo più soldi per comprare il pane! Quella cosa che P. E. Baracus portava al collo perché non si fidava delle banche - e c'è una ragione per cui pirati, zingari, e le popolazioni nomadi (come i berberi) hanno denti, collane e gioielli d'oro...

4) Infine farei notare che pirati, zingari e nomadi in generale non girano con televisioni sulle spalle, ma carichi leggeri, e al limite strumenti musicali ed enciclopedica memoria cui attingere per intrattenersi in compagniaintorno al fuoco con usiche, canti, danze e soprattutto storie - orali (e non visive), in continuità (e non frammentate a mò di zapping) e di persona (e non a distanza né virtuali).

Ecco, io Pozzetto lo stimavo ben di più quando in teatro interpretava questo in una Milano d'antan che non era neanche ancora quella 'da bere'!


28/10/12

Lavoro, identità e tesori nazionali viventi



"Sono dipendente di..." o "Ho un'impresa di..." stanno bene.
"Sono disoccupata" no.
Lo dice pure la Costituzione Italiana all'art. 1 "L'Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro": capito? E' fondata sul lavoro e quindi sull'individuo se, e solo se, è nella posizione dell'homo faber.
Altrimenti nisba - non conta, non è cittadino, non è nulla, non ha neanche un'identità.

Non si può né sa neanche definire - tanto che abbozza al massimo un "vedo gente, faccio cose, ho dei progetti". Quanti di noi affermano questo pur di non dichiararsi 'disoccupati'?
Ecco, questo ci hanno fatto: portarci alla vergogna per qualcosa che magari non è dipeso da noi. E toglierci la possibilità di definirci come esseri dotati di identità e dignità d'esistenza.

Ora: vogliamo ribaltare un po' le cose? Siamo costretti a lavorare per guadagnarci da vivere ma preferiremmo fare cose che desideriamo fare indipendentemente dall'essere pagati o meno.
Ecco: cominciamo allora a ridurre i bisogni, così da dover guadagnare meno, così da dover lavorare meno in cose che non ci interessano, così da avere più tempo per quelle che ci rendono felici. 

E usciamo da questo circolo vizioso di permettere che siano gli altri - una società o soprattutto uno stato maledetto - a definirci: da anarchica non ho alcun interesse ad aderire al modello attuale, né come homo (ahem... donna) faber - produttiva per questo modello di società e tassello utile per la soddisfazione dei suoi mediocri, patetici, consumistici bisogni - né per definire me stessa.
So chi sono (un'arrogante che se ne infischia del riconoscimento altrui per essere consapevole del proprio valore), ho studiato antropologia (e quindi se mi gira parlo con gli Dei) e infine con Oscar Wilde ritengo che il lavoro sia giusto "il rifugio per chi non ha nulla di meglio da fare".

Lavorino questi, al limite, anche per quelli come me: ché quelli come me dovrebbero essere tutelati come tesori nazionali viventi* ;-)


* Vi ho avvertito che sono un'arrogante! Ecco: sono pure una cialtrona!


27/10/12

Contro il matrimonio, essere amore: per nuove soluzioni alla solitudine e alla paura dell'assenza di senso della vita

La mia insofferenza verso l'istituzione del matrimonio – vedendo coloro che intorno a me l'hanno contratto – ha ormai raggiunto l'apice! 

Rispetto a come ne parlano le leggi, sulla base dell'osservazione concreta di tale realtà sento piuttosto di poterlo definire come “scelta intenzionale masochistica di sottoporsi a condizione di dominio privato (coniuge) e di qui collettivo (religione/stato per il tramite della legge su quel contratto) e di barattare amputazioni di sé in cambio dell'illusione d'essere amati e curati in caso di bisogno”.

A te che l'hai fatto, o che stai per farlo, vorrei dire alcune cose.

Il matrimonio non ti renderà meno sola/o (ti fa solo credere di non esserlo, costringendo una persona a vivere con te, a sentire le tue parole dopo giornate faticose, a fare sesso come dovere istituzionale), non ti dà la certezza d'essere amato e curato, non ti salva dalla morte dotando la tua vita di un qualche senso: il matrimonio è un'istituzione come altre che un sistema perverso (religione o stato) s'è inventato per evitare che i membri più fragili, paurosi e deboli di mente della società diano di matto di fronte all'insensatezza della vita.
Quando ci si sposa viene legittimata di fatto la possibilità di nutrire aspettative e proprietà sull'altro/a (e ciò riproduce la relazione di dominio stato/religione->società in piccolo, così come forma il primo nucleo di base di quel sistema di dominio da parte di stato/religione sulla società).

Nel matrimonio c'è l'inamovibilità relazionale da un certo punto della propria vita in poi, pur se cambiano le premesse di questa, se le persone cambiano interiormente così come le loro aspirazioni; ci sono sacrifici, doveri, possesso, aspettative; ci sono perversioni, dominio, vittimismi, opportunismi, sensi di colpa, ripicche, amputazioni e castrazioni di sé; c'è mancanza di responsabilità di sé e dell'altra/o; ci sono soluzioni 'comode' perché già compiute e che quindi si autoriproducono per inerzia; c'è la delega della propria libertà di scelta quotidiana, così come dell'intenzionalità delle proprie azioni verso l'altra/o; c'è la sospensione del pensiero e della volontà perché tutto è già stato deciso e stabilito; c'è il riprodursi della paura sedata e controllata con la grande illusione dell'appartenenza a qualcosa di ulteriore divino (v. religione) o umano (v. stato).
Abbastanza da farmi inorridire di panico e terrore!

Non è infinitamente più vero, disincantato, realistico, coraggioso, puro, intenso, vivo, serio, scelto, voluto cominciare a pensare alla sintesi di libertà-responsabilità-solidarietà come nuova premessa delle nostre relazioni?

1) Libertà. Scelgo ogni giorno (e giorno per giorno) di amare una o più persone e di permettere che loro facciano lo stesso, nella totale libertà, ovvero nell'assenza di qualsiasi pensiero di dominio, aspettativa e possesso; imparo a gestirmi con l'intelligenza (perché sono un essere umano, non un animale) gli istinti di gelosia, esclusiva e possesso (che provo in quanto – come essere umano – sono anche, ma non solo eh?, un animale) e a liberarmi anche da questi che sono – a ben vedere – ulteriori schiavitù; combatto la paura senza andare fuori di testa per la disperazione dell'assenza di senso, ma vivendo concretamente con passione e coraggio la vita mia e altrui.
2) Responsabilità. Così come mi prendo la responsabilità delle mie scelte, e delle conseguenze di rifiuto di presenza altrui (= della mia solitudine) se gli altri con cui sono in relazione non riescono a 'starci dentro', così non devo avere una legge a ricordarmi che devo amare qualcuna/o e starle/gli vicino (ma seriamente, non a parole!) per farla/o crescere nella realizzazione delle sue aspirazioni e della sua vita! Cerco l'equilibrio nella soddisfazione del mio desiderio (amor proprio) e impongo limiti a tutela della mia persona, così che l'altro/a che sta in una qualche relazione con me sia forzato a fare lo stesso, e impari a prendersi la responsabilità di sé e delle proprie scelte. Amor proprio, responsabilità di sé e insegnamento indiretto di prendersi la responsabilità di sé agli altri sono tutte cose che vanno a braccetto.
3) Solidarietà. Ché di famiglia (o di qualsiasi 'formazione sociale' che soddisfi le nostre necessità di cura e di protezione) abbiamo bisogno come esseri umani, ma questa sta nel mettere in relazione la suddetta responsabilità con il prenderci reciprocamente cura gli uni degli altri ma non a mò di autosacrificale carità cristiana: io parlo proprio di schietto e onesto guadagno che deriva su lungo tempo dall'altruismo rispetto all'egoismo in un sistema esteso di solidarietà. Per questo la mia solidarietà non si rivolge mai a un'unica persona, ma è amore e cura verso l'umanità: percorrere insieme agli altri un pezzo della propria esistenza, consapevoli che poi nel tempo si cambiano compagni di viaggio o direzioni, non significa lasciar crepare per strada chi va altrove o ha nuovi compagni più fragili, incapaci o immaturi di noi che non sanno starle/gli dietro quando necessario!

Un mio conoscente ha scritto online l'esortazione non a 'provare amore', bensì a 'essere amore'. Ecco, credo che questa sia la differenza.
Se si è amore, la libertà, la responsabilità e la solidarietà verso gli altri sono riflesso condizionato di tal premessa. Non c'è bisogno di contratti, atti formali, istituzioni dello stato o della religione, leggi umane e divine. Non c'è bisogno di niente. Sì è, e di qui si fa.
Non è chiudersi in quattro mura al sicuro, in una volontaria prigione con caldo, cibo, vestiti e l'illusione che il secondino ci tenga a noi. Si va verso l'esterno, ci si espone alle intemperie, si sta in ripari di fortuna e condivisi senza serrature, si caccia e condivide il cibo volontariamente, si curano i compagni feriti e si fa l'amore per amore.

Siete capaci d'amare così tanto?
Siete in grado d'essere così 'amore'?...


24/10/12

Vergognamoci per loro: lo facciamo?


Anni orsono io e il mio migliore amico avevamo avuto la pensata, mai realizzata, di aprire un'associazione di volontari che in forma altruistica e gratuita si vergognavano pubblicamente - come prefiche dell'antica Roma - "per coloro privi del buon gusto di vergognarsi da soli per l'inaudita inaccettabilità sociale e umana delle loro affermazioni o azioni".

Che dite, non sarebbe il caso di ripensarci e di realizzarlo, oggi?
Chi aderisce lo scriva nei commenti, e indichi per chi vorrebbe vergognarsi e di cosa ;-)

Entr'Acte, di René Clair

"La gente si comporta come se nulla fosse accaduto.
La carneficina continua e loro si giustificano con la ‘gloria europea’.
Tentano di rendere possibile l’impossibile,
di far passare il disprezzo dell’umanità, lo sfruttamento dell’anima
come un trionfo dell’intelligenza europea.
Non ci convinceranno a mangiare il pasticcio putrefatto di carne umana che ci offrono"
(Hugo Ball)


Dada esercizi

"Il dadaista inventava gli scherzi per togliere il sonno alla borghesia,
il dadaista comunicava alla borghesia un senso di confusione e un brontolio distante e potente
tanto che i suoi campanelli cominciavano a ronzare,
le sue casseforti ad asciugarsi
e i suoi amori scoppiavano in bollicine" (Jean Arp)



Attuo spesso questo genere di provocazioni io stessa. Credo che queste piccole, assurde sollecitazioni provochino dei micro-corticircuiti nella realtà altrui che magari può indurli a riflettere sulla ripetitività a volte maniacale e insensata della propria vita quotidiana, e forse invogliarli a cambiare qualcosa per rinconquistare un po' di leggerezza, creatività e possibilità di benessere o addirittura felicità.

In realtà sono proprio sempre anche alla ricerca di giochi che facciano saltare l'abituale percezione e ritmo delle nostre giornate.
Voi ne avete fatti o ne fate? Come movimentate con trovate assurde le vite altrui?



20/10/12

Usare le mani per...

A febbraio 2012, negli scontri tra manifestanti NoTav e polizia, accadeva anche questo:


Ecco, se le mani le usassimo per lavorare, suonare, cucinare, scrivere, produrre beni da condividere, per rimuovere calcinacci di case crollate e per stringerle con affetto a chi ha perso tutto ed è disperato, per 'costruire' in generale (per) la società civile cui apparteniamo, credo che sarebbe meglio che usarle per pregare, per firmare ordinanze di sgomberi o di azioni repressive, per picchiare, per uccidere.



14/10/12

Una volta erano guerrieri

Reduce dalla rinnovata visione di questo film - che non poteva non trovarmi interessata, trattando di minoranze nella contemporaneità, rapporti di genere, valore della famiglia e delle proprie radici culturali, e presentare momenti intensi e drammatici più la fascinazione che la violenza esercita sul nostro lato animale (quindi anche sul mio, per quanto poi la mia parte razionale e umana la condanni e cerchi di tenerla a bada quanto più possibile).

Buona visione a voi, con l'augurio che vi sia d'ispirazione per le vostre vite il monologo conclusivo!




13/10/12

Emma Goldman, l'amore libero, e il problema del dominio

Mentre leggevo di Bertha Thompson e verificavo che il libro citato in questo post era stato scritto da lei e Ben Reitman, mi informavo su quest'ultimo e sul suo rapporto con la Goldman - attivista che amo molto per diverse ragioni tra le quali la posizione sul sesso e sull'amore che promosse come femminista ante-litteram.

Su Anarchopedia, infatti, troviamo scritto che "oltre alla specifica propaganda dell'ideale anarchico, Emma Goldman tenne diverse conferenze sull'emancipazione della donna, sull'amore libero, sull'uso dei contraccettivi ed il controllo delle nascite [...]. Emma Goldman tentò di tradurre in pratica tutto il suo ideale teorico e le sue aspirazioni libertarie, spesso scontrandosi con gli stessi anarchici e con il loro «istinto maschile di possesso, che non vede altro dio all’infuori di se stesso»".

Accidenti! Quanto aveva ragione: io stessa, ancora oggi, in uomini pur meravigliosamente attivi sul fronte della parità dei diritti uomo-donna, talvolta vedo - in battutine, leggerezze, scelte terminologiche o prese di posizione rispetto ad attività o atteggiamenti pratici del quotidiano - palesarsi questa concezione di sé come se fosse inscritta nel loro DNA!
E quanta rabbia mi provocano! Ma perché? Perché?

"La Goldman sosteneva «l’impossibilità per l’amore di esistere quando è imposto e non è libero» [...]. «La storia - scriveva la Goldman - ci ha insegnato che ogni classe oppressa ha ottenuto la sua liberazione dagli sfruttatori solo grazie alle sue stesse forze. È dunque necessario che la donna apprenda questa lezione, comprendendo che la sua libertà si realizzerà nella misura in cui avrà la forza di realizzarla. Perciò sarà molto più importante per lei cominciare con la sua rigenerazione interna, facendola finita con il fardello di pregiudizi, tradizioni ed abitudini. La richiesta di uguali diritti in tutti i campi è indubbiamente giusta, ma, tutto sommato, il diritto più importante è quello di amare e di essere amata. Se dalla parziale emancipazione si passerà alla totale emancipazione della donna, bisognerà farla finita con la ridicola concezione secondo cui la donna per essere amata, moglie e madre, debba comunque essere schiava o subordinata. Bisognerà farla finita con l'assurda concezione del dualismo dei sessi [...]»".

Parole sante! Possibile che il genere maschile ancora non riconosca i pregiudizi insiti in certi atteggiamenti e comportamenti che gli vengono naturali (sarà questo il problema? la mancanza di autoriflessività rispetto al proprio genere?) e non abbia capito che la solidarietà, l'altruismo e la complicità possono portare benefici ben maggiori di quelli della rivalità e del dominio?

Rispetto al rapporto tra Reitman e la Goldman, nella biografia sempre su Anarchopedia di quest'ultimo troviamo ancora scritto che "entrambi si fanno portatori dell'amore libero, ma il rapporto tra i due si incrina perché lui ha molte amanti. La Goldman no. Lei è molto gelosa, si sente addirittura schiava di quest'amore: «Non ho il diritto di portare un messaggio agli altri quando non c’è messaggio nella mia anima. Non ho il diritto di parlare di libertà poiché sono diventata una schiava abbietta in amore» (Lettera di Emma Goldman a Ben Reitman, 1909)" e che "alla fine Reitman decide di risposarsi quando una delle sue tante amanti rimane incinta. I due anarchici pongono definitivamente fine alla loro relazione nel 1917, dopo l'uscita di Reitman dal carcere".

Bene, abbiamo l'autoriflessività, dalla parte della Goldman, rispetto ai propri limiti. Sente un innamoramento che è diventato dipendenza, e quindi subordinazione e schiavismo. Sarebbe interessante leggere entrambe le bibliografie per capire bene la realtà di questo rapporto, sebbene non sempre ai protagonisti (e parlo degli esseri umani in generale quando impostano un rapporto sulle medesime premesse dei nostri due) - quando ci sono dentro - sia così chiaro. E sarebbe anche da capire se Reitman si sia sposato prima o dopo la rottura definitiva con la Goldman. Dove però questa avviene dopo l'uscita dal carcere di lui (1917) e anche qui vorrei sapere chi dei due l'abbia conclusa, a meno che non fosse consensuale. Ma perché lui si sposa con un'altra persona quando era un paladino dell'amore libero e dei diritti dell'individuo al di là delle convenzioni sociali qual è anche e in somma misura il matrimonio? Non sarebbe stato più utile usare la propria condizione per portare avanti un altro modello e quelle medesime battaglie?

Mah, mi mancano troppe informazioni per esprimermi. Mi rincuora vedere però che quelle medesime problematiche della nostra condizione umana concreta e quotidiana attanagliavano pure costoro - al di là delle conquiste e delle lotte ancora oggi per noi di così potenziale intensa ispirazione.
Proviamo allora a cogliere l'occasione per rifletterci sopra a lungo, rispetto al modo di porci verso l'altro genere e prima di fare qualsiasi scelta relazionale o dopo che l'abbiamo fatta - ché "errare è umano, perseverare è diabolico", e non fa bene a nessuno/a stare in rapporti di dominio.
Ovvero in  prigione ;-)


12/10/12

Alimentazione DIY – tre produzioni facilissime

Avendo ogni genere di intolleranza e dovendo fronteggiare – cosa che faccio con la delicatezza d'un carro armato – una salute parecchio fragile, mi sono risolta nel tempo a dare molto valore a ciò che mangio, di prestare attenzione al modo in cui (me) lo cucino e di selezionare con cura chi decido di volta in volta di rendere partecipe del piacere di consumarlo con me.
Ah, che snobismo, direte voi! E fate bene.
Ché la questione è sempre quella: di vita una ne abbiamo, quindi meglio assaporarsela con gusto.
E poi scegliere cosa introdurre nel mio corpo, come prepararlo e con chi mangiarlo per me è un atto d'amore verso me stessa – una piccola cura quotidiana di sé.

PANE. Dopo anni di ricerche non hanno ancora deciso se io sia celiaca, intollerante al glutine, allergica a lieviti, ecc. La medicina non è una scienza esatta, quindi l'imperativo per chi soffre è armarsi di buona volontà e verificarti da solo ciò che ti fa bene e ciò che ti fa male: certo, a me sembra che se non fossero stati autorizzati dalla UE 2500 additivi per la produzione, trasformazione e lo stoccaggio degli alimenti (a fronte del non avere dati sulle loro interazioni reciproche e sull'effetto di queste sugli esseri umani), così come se non avessero incentivato gli OGM (il dibattito sui quali vede da una parte biologi che ne indicano la nocività e dall'altra altri biologi che sospendono il giudizio nell'attesa di dati certi), ciò sarebbe stato un semplice atto di minima intelligenza cui arrivavano pure dei criceti, trovando il modo di dar loro la parola, ma evidentemente sono un'illusa.

Allora intanto io mi rivolgo al cereale resistente della situazione – e se voi avete dati che smentiscono quanto scrivo, lo rettificano o sanno darmi informazioni ulteriori su altre forme di intelligenza autogestita nella catena alimentare, non esitate a farmelo sapere.
Come prima cosa che mi faccio da sola da tempo c'è il pane, rigorosamente di farro. Raccogliendo notizie online, sembrerebbe che – nel caso di questo simpatico cereale – se lo provano a modificare geneticamente, lui muore, se gli danno fertilizzanti chimici lui muore, se gli danno antiparassitari chimici, lui muore: resistenza a oltranza allo snaturamento dettato dal profitto, con tanto di esemplare votazione al martirio!
E che strano: ha il glutine eppure lo digerisco meglio del pane di mais senza glutine che propinano a prezzi inauditi nei negozi per celiaci... per non dire del fatto che – come qualsiasi carboidrato – a mangiarne un tot non mi infiamma nulla, né mi fa dimagrire repentinamente (sempre brutto segno), né ancora tendo a rigettarlo... Strano, strano...

Pane autoprodotto – signori – non è difficile: anzi, con la macchina del pane è un attimo prenderci la mano. Acqua, lievito di birra (meglio se bio, almeno ci si prova a difendere un po'), farina (appunto nel mio caso di farro), sale, un po' di zucchero/miele, semini vari se li si gradisce, o noci, o olive o quel che vi va. Grande risparmio, e la sensazione che vi fate del bene perché quel pasticcio l'avete fatto voi e sapete – almeno in parte – che ci avete messo dentro.
E vuoi mettere quant'è sexy durante la preparazione impiastricciarsi con l'uomo del momento che condivide la stessa passione per la cucina? (Accidentaccio, il meme della scena davanti al frigo di quella scemenza inaudita che altrimenti era Nove settimane e mezza!)



YOGURT. Poi da sola mi faccio da tempo anche lo yogurt: basta un vasetto piccolo bianco di marca decente e pieno di fermenti lattici (io per es. uso quello bio di capra) + un litro di latte a vostra scelta (io quello di capra o quello senza lattosio: vedi intolleranze di cui sopra), mescolare il tutto e versare in barattoli di vetro a chiusura ermetica, quindi metterli sul termosifone avvolti in un straccio da cucina così che stiano al caldo, e lasciarli lì almeno 10-12 ore.
Il termosifone a un certo punto s'accende (se siamo nella stagione d'accensione dei termosifoni, ovvio, quindi ciò si potrà fare tra 15gg), sale di temperatura, arriva a quella necessaria perché i fermenti lattici che nuotano tranquilli nel mare di latte si diano una svegliata e inizino a riprodursi – ma non va mai a una temperatura così alta da farli fuori. Vedrete allora che il latte comincerà a 'solidificarsi'. Bene, ora lo lasciate lì e quello, pur se la temperatura diminuisce, continuerà da solo – bastava svegliarli, i fermenti, poi si autogestiscono e non è che smettono di riprodursi perché la temperatura scende.
Quando lo yogurt sarà d'una certa consistenza (appunto almeno dopo 10-12 ore) tiratelo via dai termosifoni, aprite il barattolo, fate scolare via il siero, richiudete e mettete in frigorifero per 3-4 ore. Quindi lo potrete mangiare aggiungendovi ciò che volete. Io ci metto un cucchiaino di marmellata, ché sono una viziosa.

MARMELLATA. Sinceramente la lotta governativa al Km0 in favore delle multinazionali alimentari con la scusa della libera concorrenza mi vede feroce oppositrice: ci vuole anche qui poca intelligenza per comprendere che – a parità di quantità/prezzo – è potenzialmente di migliore qualità il prodotto locale in cui tutti i soldi vanno al contadino che lo produce, trasporta su breve distanza e vende direttamente al consumatore piuttosto che quello della grande azienda, magari lontana 1000km, che deve pagare non solo la produzione del bene, ma anche spese di trasporto più alte e una catena di intermediari prima di rendercelo disponibile. Non ci vuole appunto una scienza a fare questo ragionamento, ma tant'è.
Quindi io compro la frutta dai contadini della provincia o di quella poco più lontana. Di norma so chi sono, abbiamo conoscenti comuni e posso sempre andare a ispezionare la loro azienda o informarmi su come la gestiscano e quindi sapere quante porcate aggiungano – nel caso – alle loro coltivazioni.

Due chili di frutta (non agrumi, che quelli non so come farli; se siete masochisti e volete impiegarci ora per pulirla dilettatevi con l'uva, le albicocche o altre cose di piccole dimensioni...) danno luogo a seconda delle volte (dipende da quale sia la frutta, quanto grandi i noccioli, quanto spessa la buccia che butterete, ecc.) a quantità variabili di frutta pulita. Io vedo sempre di arrivare a circa un chilo, ma le proporzioni le faccio a occhio e vengono bene comunque. Frutta pulita e lavata quindi, cui aggiungo un po' d'acqua e porto a bollore.
Poi aggiungo poco zucchero di canna ché non mi piace troppo dolce, e agar agar o altro addensante bio nella misura indicata sulla confezione. Talvolta un po' di limone, se richiesto sulla confezione dall'addensante. Mescolo il tutto, faccio bollire 5 minuti, metto in vasetti precedentemente sterilizzanti facendoli bollire in acqua in un pentolone una ventina di minuti, quindi li chiudo e capovolgo 5 minuti – così che facciano da soli il sottovuoto.
Lasciar raffreddare e consumare dal giorno dopo.


Insomma: per tutto io opero una sintesi di convinzioni/sperimentazioni personali di ciò che mi fa bene e/o mi dà soddisfazione, di informazioni sulla qualità, di misure a occhio, di principi semplici e di tanta autogestione degli altri interlocutori della preparazione (vedi il caso dei fermenti lattici).
Il risultato non ha nulla a che fare con quello industriale che in breve tempo vi disgusterà senza ritorno, e mille volte più digeribile e buono come sapore. Sarà infine anche più economico – pure su questo fronte non c'è confronto.

A volte penso davvero che l'autoproduzione, insieme ad altre, sia una delle risposte fondamentali alla violenza e ai soprusi che stiamo vivendo in questi ultimi anni, e ancora più in questi ultimi mesi. Sarà per questo che il baratto è sempre più osteggiato.
Ma noi si resiste, nevvero? ;-)

Allora ditemi anche voi: cosa sapete preparare di buono?

11/10/12

"Cosa non ho fatto per un po' d'avventura, d'amore e di pace"



Questa frase veniva spesso ripetuta da tal Lizzie Davis, vagabonda, a Bertha Thompson, pure lei vagabonda e autrice* del bellissimo libro Box-Car Bertha in cui quest'ultima narra dei suoi giri in lungo e in largo per gli Stati Uniti prendendo a sbafo treni merci.
Queste parole mi risuonano così familiari che potrebbe essere il mio stesso intercalare!

In questi giorni ho ripreso in mano quel libro, scritto da una donna che a partire dai primi del Novecento abbandona adolescente la casa materna insieme alla sorella e comincia a gironzolare - appunto su treni passeggeri e treni merci, ma anche in autostop (malgrado le poche auto circolanti all'epoca) - facendo ogni genere di cosa per guadagnarsi da vivere in ciascun luogo che attraversava, dai lavori come impiegata (era dattilografa) a quelli di fatica (cuoca, lavandaia, lavori di pulizia) da attività illegali fino alla prostituzione, e di qui alla ricerca sociale (un percorso simile a quello di Nels Anderson, autore del primo testo sociologico sui vagabondi americani dal titolo The Hobo).

Rileggendolo, due elementi mi hanno colpito: il primo è che questa donna, pur senza un percorso d'educazione formale continuativo, aveva sviluppato un'ampia conoscenza in più discipline umanistiche e sociali grazie alla presenza man mano di personaggi, con i quali era entrata in contatto, che l'avevano istruita, così come con la lettura continuativa personale di opere di politica.
Ma un capitolo importante della sua formazione era dovuto anche alla frequentazione - seguendo il nonno che le ripeteva sempre "più si ascolta, più si impara e più si è in grado di pensare con la propria testa" - di dibattiti e conferenze presso sindacati e associazioni che a quanto pare erano abituali nell'America di quegli anni.
Che invidia, se penso alla miseria intellettuale di tanti incontri cui ho partecipato qui da noi in quest'ultimo decennio!

L'altra cosa che mi ha stupito era la relativa frequenza con cui si incontravano sorte di comuni anarchiche autogestite in cui i lavori venivano svolti insieme dai membri della comunità, tutta l'economia e la partecipazione al sistema era in termini di dono gratuito e i bambini venivano cresciuti e nutriti da tutti - tanto che Bertha lascia lì la figlia per un po' di anni senza neanche dover concordare con alcuno tale decisione e le conseguenze di questa.
Qualcuno se ne sarebbe preso cura, e quel qualcuno avrebbe agito nel modo 'giusto' - cioè con affetto, senza aspettative se non quella di trasmettere valori d'onestà e solidarietà, e senza censurarla nei suoi desideri anzi incoraggiandola.
Che meravigliosa solidarietà e libertà, non trovate?

E in tutto questo si viaggiava con mezzi di fortuna, e si sopravviveva pure - in qualche modo. E s'era felici, anche. E non perché ci si accontentasse, bensì perché ci si appassionava a tutto, si respirava oppressione e si reagiva con la massima libertà, e si lottava per quelli che erano considerati i propri diritti come esseri umani.
Cosa non ho fatto per un po' d'avventura, d'amore e di pace.
Cosa non farei per un po' d'avventura, d'amore e di pace.


*Il libro è la trascrizione del racconto autobiografico di Bertha Thompson al dottor Ben Reitman - medico dei poveri, abortista, anarchico e agitatore, non a caso anche a lungo compagno di Emma Goldman.


08/10/12

Il mio modo d'amare

Avevo in mano una pesca – frutto che amo molto – la cui buccia era in parte butterata, in parte raggrinzita, in un punto già in corso di fermentazione e quindi marcescenza.
Però sentivo – al tatto – che la sua polpa era per il resto della giusta consistenza, e potevo percepire un tale profumo che mi dava la certezza della sua bontà.

Allora l'analizzavo per bene e con un coltello appuntito eliminavo le parti in più avanzato stato di fermentazione, così come quelle in cui era butterata, e infine la sbucciavo. Ed eccola lì, la polpa – bella soda, arancione, succosa e gustosa. Un invito per la mia bocca, i miei denti, la mia lingua.

Mangiavo – sì, me ne nutrivo – e giungevo al nocciolo.
Quello mi temeva: temeva che l'avrei buttato via una volta che avessi consumato tutto il resto. Invece no. Era mia precisa intenzione e volontà 'salvarlo' – d'altronde avevo preso ogni cautela verso il frutto apposta perché lui rimanesse sano e integro.
Così lo lavavo, lo mettevo a un calore tiepido ad asciugare, poi lo interravo bagnandolo quanto necessario – mantenendolo nel costante tepore affinché stesse bene e si sentisse al sicuro.
Tutti i giorni gli parlavo, lo rincuoravo, lo esortavo a crescere e bucare prima il suo guscio, poi la terra. E germogliare.

Quanto grande sarebbe stata la mia felicità quando ciò fosse accaduto, e quanto l'avrei aiutato a diventare una pianta forte e robusta – sempre dandogli parole calde, protezione e nutrimento. Affinché poi potesse generare frutti a beneficio di tutti – non solo mio.
Anzi, magari neppure mio, a quel punto, ché io avrei già guardato un altro frutto sofferente per una grandinata, o per la siccità, o per l'assenza di cure e – se avessi verificato che il profumo era buono e la consistenza sotto la buccia promettente – avrei di nuovo messo in atto il medesimo processo.

Così mi sembra che accada: che vedo sempre l'essenza – che per qualche ragione fortuita si mostra per un attimo in tutta la sua bellezza, la sua perfezione, la sua intensa, profonda, densa potenzialità – di coloro che di volta in volta amo. E questa vorrei liberare dagli attacchi esterni, così come dalle presenze apparentemente protettive, ma che in realtà stanno facendo atrofizzare la polpa sotto la buccia.

Sicuramente c'è arroganza, nel mio agire – ché magari tu mai vorrai essere quella pianta rigogliosa piena di frutti, perché ciò costa fatica, impegno e fiducia verso te stesso e nei miei confronti.
E può sconcertarti l'idea che non ci sarò per sempre, ma solo finché lo riterrò per te necessario e per me piacevole – o almeno sopportabile in vista di quel fine.
E puoi anche non credere a queste mie parole – ma questo è ciò che sarà, che tu mi creda o meno.
Se/quando amo, lo faccio in questo modo, e solo per un po'.

Ché a me della proprietà di qualcuno non importa nulla: io sono felice se ho contribuito alla nascita e alla crescita di una pianta rigogliosa e lussureggiante in più – che sta dando frutti polposi e succosi in giro a tutti.


06/10/12

Nomadismo, displacement e identità



Non è la prima volta che per studio o lavoro mi trasferisco – in particolare all'estero – per un certo tempo. Già in passato sono stata via mesi affittando casa e facendo nuove conoscenze, dovendo parlare in un'altra lingua e mangiare cibi che non erano quelli cui ero abituata.
In ogni luogo osservo persone e comportamenti – cerco di intuire l'anima del posto, l'atmosfera locale, il ritmo di vita della gente. Se non fossi così curiosa – e non amassi tanto espormi all'alterità – non avrei scelto come senso della mia vita quello che è il lavoro più bello del mondo.

Immancabilmente, però, capita che arrivi il momento in cui non so più chi io sia né dove mi trovi. Uno spaesamento in termini di sensazione d'essere 'fuori luogo' – una condizione in cui non sei più la persona che sta viaggiando, ma neanche colei che appartiene realmente e pienamente al posto nuovo.
Uno sgradevole limbo determinato dalla negazione d'una precisa collocazione fisica, emotiva ed esperienziale di sé.

Chi esperisce questa condizione sa bene cosa significhi avere contemporanea consapevolezza di sé come 1) persona reale, concreta, in carne e ossa, che sta vivendo altrove rispetto al paese d'origine e come 2) altro sé (una sorta di ombra o di ologramma di sé), identico a noi, che nella nostra immaginazione vivrebbe ancora nel paese d'origine e farebbe ogni giorno quelle cose che facevamo quando eravamo lì.
Dissociati – tali ci si sente. Privi di – e staccati da – la propria ombra, come se una forbice fosse intervenuta dall'alto a tagliare in due la tua persona.
E questa sensazione è la cosa che più m'inquieta, ogni volta.

Il giovane che comincia la propria vita viaggiando all'estero non ancora ventenne e non radicandosi in alcun luogo forma nel nomadismo il proprio essere, la propria visione del mondo, le proprie categorie interpretative di questo. La sua identità è una sorta di 'patchwork', nella quale confluiscono suggestioni che originano da contesti culturali diversi e che spesso sorprende gli stanziali per la libertà, l'elasticità, la versatilità delle connessioni dalle quali è costituita.
Eppure non è tutto rose e fiori: spesso, le stesse persone, abituate come sono a 'guardare dall'alto', ovvero a volo d'uccello e di qui comparativamente, perdono elementi essenziali delle situazioni locali specifiche – anche solo perché non vi risiedono per periodi abbastanza lunghi da poterle comprendere profondamente.

Per chi invece è più avanti negli anni, il viaggio e il nomadismo presentano ancora quegli elementi d'attrattiva, passione e piacere che si provavano in passato, ma si innestano su una persona ormai 'strutturata' come tale. Le categorie interpretative sono già formate su una base più unitaria già in partenza (ovvero più radicata nel contesto culturale esperito per più anni e quindi con una minore sintesi di elementi distanti nello spazio) e – a meno che si non abbia un'illuminazione sulla via di Damasco, cosa che può sempre avvenire – queste cambieranno lentamente e per sfumature sulla base delle nuove esperienze.

Per quanto quindi ami il cambiare cibo e atmosfera ogni giorno, il viaggiare leggera, il non comprendere mai pienamente l'ambiente sonoro che mi circonda e l'espormi a persone e percezioni sensoriali stranianti, sono ben consapevole che tutto ciò è una scelta che sta nella volontà di vivere la dimensione della folle ebbrezza e del farmi investire dai fenomeni pur con la sicurezza che sarà una corsa di durata breve in ogni luogo, supportata parimenti da un limite temporale ben chiaro e già deciso.
Una sorta di furbesco 'nomadismo a termine' – il mio – lo ammetto.

Diverso è il caso, invece, del muoversi per un progetto specifico in un luogo straniero senza possibilità di fuga, con un lavoro specifico da realizzare, costretti a stare fermi in un singolo posto: diventare stanziali in un altrove. Qui quel 'displacement' di cui parlavo prende drammaticamente forma, e a me personalmente inquieta assai.
Dev'essere per questo che, quando lo vivo, porto con me elementi simbolici di me stessa, del mio passato, della mia memoria, e me li dispongo visivamente davanti in modo tale da non perdere queste sorte di 'punti di riferimento' (un po' come ai malati di Alzheimer si mettono orologi in ogni parte della casa).

Appendo alle pareti flyer di concerti cui ho partecipato, locandine cinematografiche di film che ho visto, manifesti di eventi e iniziative in cui ho lavorato – la mia memoria deve stare lì, sempre davanti ai miei occhi, in modo tale che lo sguardo, vagando, non mi restituisca mai la sensazione di vuoto esperienziale, la sensazione di non aver avuto un passato, la mancanza di una personale memoria (“conserva le prove che sei esistito”). Mi terrorizza l'idea che la mia ombra si stacchi da me – ed è come se sentissi la necessità di una tana che custodisca l'interezza della mia persona.

Ma se questo s'è espresso sinora esclusivamente a livello visivo, di recente mi sono resa conto che tutti i campi della memoria sensoriale vogliono trovare posto accanto a quelli nuovi dei quali faccio esperienza. E, visto che ormai so come il giochetto funziona, parimenti non temo più la loro condivisione con i miei nuovi conoscenti – impegnati anch'essi nella propria ricerca di equilibrio tra identità pregressa e accoglienza di nuove suggestioni.
Di qui il rendersi reciprocamente edotti sulla musica che ti dà la sensazione di 'casa', così come sulla propria lingua (entrambe afferenti all'ambiente sonoro in cui siamo cresciuti), o – capitolo altrettanto prezioso – sul cibo e sulle tecniche della sua preparazione, così come il disquisire, a un livello più alto, dei punti di riferimento in base ai quali si orientano la propria esistenza e le proprie scelte.

Io so che devo fare attenzione – nel mio amore per la vita e nella mia curiosità verso nuove esperienze – a non farmi risucchiare da spirali sconosciute in cui mi inoltro fiduciosa e ingenua facendomene assorbire e metabolizzare.
Per questo ci tengo tanto a mettere in scena per me gli elementi della mia persona.

E voi, amici miei, che in così tanti risiedete all'estero o l'avete fatto in passato – provate un sentire analogo al mio?
E se sì, come vi reagite? Costruite anche voi una sorta di tana/rifugio per la vostra identità come faccio io? Che cosa ci mettete dentro?