03/10/10

La boccetta di veleno [racconto]

“Ciao! Hai lavorato stamattina?” – mi chiede Ji Mei, per nulla sorpresa di incontrarmi.
La giornata è stupenda: pur essendo solo l’inizio di giugno, il sole caldo del mezzogiorno e l’afa che l’accompagna danno la sensazione che sia agosto. “Sì, per oggi ho finito. E tu?”.
Nel dehor di un bar nella piazza principale di Lucca, la mia amica sta bevendo un the. “Per oggi ho finito anch’io. Hai voglia di accompagnarmi a comprare dei CD?”.
“C’è un negozio qui vicino che ha cose strane, cosa vuoi prendere?” – le chiedo.
“Non so… tipo rock?” – risponde.
Ormai ci sono abituata: per lei ogni cosa che descrive è sempre ‘tipo’ qualcosa. Così l’accompagno, familiare alla sua abitudine di comprare tutto a manciate – libri, DVD, CD acquistati in blocco, senza conoscerne il contenuto.

I negozi stanno chiudendo e la città sta velocemente diventando deserta. “Si dovrebbe andare al mare” – dice Ji Mei.
“Perché no?”. Tanto sto vagando senza programmi né meta.
Cominciamo a cambiarci sul treno che da Lucca ci porta a Viareggio, mentre ascoltiamo con un auricolare a testa i Bad Religion. Nei nostri sguardi complici la consapevolezza d’essere due adulte dal corpo ancora giovane e un’indole esibizionista adolescenziale.
All’arrivo in stazione Ji Mei compra lattine di birra gelida – proprio quello che ci vuole per rovinarci sotto il sole. Mi viene in mente il nostro primo incontro e la birra che è sempre stata una costante della nostra amicizia.

Quel giorno ero nella cucina comune del residence che l’istituto per cui lavoravo aveva messo a disposizione dei dipendenti in trasferta in città. “Di chi saranno tutte queste verdure e queste lattine di birra in frigo?” – mi stavo chiedendo. Presi il ripiano di sotto e ci misi a mia volta le mie lattine, comprate troppo tardi perché diventassero fredde in tempo utile. Stavo cominciando a prepararmi la cena, quando il rumore di passi veloci sulla scala mi fece voltare di scatto.
Un’ombra si insinuò in cucina e aprì il frigorifero: “Vuoi una birra fresca? Non c’è niente di meglio alla fine della giornata intanto che si prepara da mangiare!”.
Avevamo scelto la stessa marca di birra. Una lattina a testa, ci mettemmo a cucinare insieme, contente di non dover cenare da sole.

Da quel giorno in poi, il nostro ritmo nel periodo di lavoro sarebbe stato quello: ci si trovava in serata, si mangiava per metà cena italiana e per metà cena cinese, e si andava avanti a chiacchierare bevendo birra e rum fino a tardi.
Venni a sapere che aveva un blog, nel quale scriveva di politica criticando il governo cinese. Ogni volta che mandava un articolo verificava con quante “x” avessero censurato le sue parole e le sue frasi prima di pubblicarlo, e decideva se preoccuparsi per la propria incolumità in proiezione della volta successiva che avesse messo piede su suolo cinese.

Dal marciapiede antistante alla spiaggia guardiamo il mare: pochissima gente, acqua calma. Finiamo di svestirci, affondiamo i piedi nella sabbia e poi ci sdraiamo sulla schiena – una birra in mano, la musica a tutto volume nelle orecchie. La nostra allegria suscita la curiosità dei pochi bagnanti presenti. Chi se ne frega: siamo io e Ji Mei, i nostri racconti, i nostri ricordi, il dolore che abbiamo attraversato nelle nostre vite. Parliamo di ciò che non si può dire ad altri: infanzie in cui siamo cresciute sole e in fretta; i tentativi mai pienamente riusciti di fuga dalle relazioni troppo strette; la scelta intenzionale di un destino di solitudine.

Una sera Ji Mei era appena tornata dalla Cina e mi avrebbe ospitato a dormire nella sua stanza – in quel momento nel residence non ve n’erano di disponibili. “Ho comprato questo all’aeroporto. E’ una porcata pazzesca” – aggiunse. Sfogliai il libro che mi porgeva, un qualche romanzo di una giovane scrittrice italiana. Aveva sottolineato le parole e le espressioni a lei sconosciute per cercarle sul dizionario. “Ma non si trova molto, io penso che sia slang”.
“Già” – risposi con finto disgusto – “e non lo si può neanche tradurre senza vergognarsene!”.
“E’ una porcata pazzesca, vero?” – rilanciò ridendo.

Ci piacciono i libri che sono ‘porcate pazzesche’. Sfoghiamo così i nostri desideri – leggendo quelli altrui. Ma devono avere uno sfondo intellettuale, meglio se un po’ snob. Per questo abbiamo amato entrambe Servire il popolo di Yan Lianke. “Ora io sul blog scrivo di sesso. E’ sempre rivoluzionario, ma mi censurano meno e ho molti più lettori” – disse.
Quella notte ci sedemmo sul letto, le schiene appoggiate al muro, in pantaloni e maglietta, con l’immancabile bicchiere di qualcosa d’alcolico in mano. “Io sono sempre… relaxed con te. E’ la cosa di cui più ho bisogno” – mi disse con affetto. Non le risposi, ma in cuor mio provavo lo stesso.

“Soffro terribilmente questo senso di colpa per chi mi ama. Io continuo a vedermi e sentirmi sola” – le racconto, mentre tengo gli occhi fissi all’orizzonte sul mare – “L’amore che altri provano nei miei confronti, io lo ricambio con ‘cura’ nei loro. Mi sembra che questo sia il mio modo di amare, ma non è quello che normalmente provano gli altri…”.
Volgo lo sguardo verso di lei, e a conclusione del mio sproloquio le rivolgo la domanda che mi preme: “Tu non hai sensi di colpa?”.
“Verso chi?” – risponde lapidaria.
“Verso chi ti ama! Anche tu sei una solitaria!”.
“Io ho sensi di colpa solo verso me stessa. Non mi amo abbastanza” – commenta sbuffando.

In spiaggia sta salendo il freddo e il vento.
Alcuni mesi prima eravamo andate a un concerto in una città poco distante. Mentre guidavo, e quasi danzavo incantata nella dolcezza delle curve e dei tornanti, Ji Mei si fece seria, e ruppe il silenzio e la mia serenità del momento con un paio di frasi: “Bisognerebbe portare una boccetta di veleno al collo. Così, se ti capita un incidente in auto che sei molto grave, puoi bere e finisce lì”.
“Ma se sei lì che stai male e non capisci niente e non arrivi a prenderla?” – le risposi.
“Non posso pensare di rimanere cieca o paralizzata. Ci vorrebbe qualcuno che sa che tu la vuoi, te la dà e tutto finisce lì” – insistette.
Le guardai il collo nudo, e pensai che, in effetti, era una buona idea.

Nel treno che ci riporta a Lucca Ji Mei dorme appoggiata alla mia spalla. Il peso leggero del suo corpo sul braccio mi ammortizza gli scossoni della carrozza – in questo breve viaggio, monotono e rassicurante. Guardo fuori dal finestrino: l’ultima eco del sole combatte l’arrivo della notte per poi capitolare dietro le colline, e cedere definitivamente il cielo al buio. Non sembrano esserci imminenti pericoli in vista.
“Stiamo tornando sane e salve a casa” – dico a Ji Mei nella mia mente.
E penso che, ancora per stasera, non avremo bisogno di alcun veleno – nessun veleno per scampare ad altre sofferenze e altri pensieri che i nostri corpi e le nostre anime non sono più in grado di combattere.

3 commenti:

OrsaBIpolare ha detto...

Vado di corsa al Carrefour per vedere se lo vendono!;)

Minerva ha detto...

Eh, io per un po' di tempo mi sono chiesta se farlo o meno. Ho un ciondolo a boccetta d'argento, quello sì: ma evito di riempirla e portarla al collo, per il momento...

OrsaBIpolare ha detto...

Sì direi che è meglio, a volte certe tentazioni assumono repentinamente un tono suadente...
Meglio pensare che arrivi la bella stagione e le grandi occasioni! (?)
(dai, di qualcosa ci dobbiamo pure illudere no?)