27/11/12

Contro la condivisione



 
No, non sto parlando di Facebook che per ogni minima stupidaggine che ti segnala ti chiede se vuoi pure condividerla secondo un'ottica di viral marketing che mi dà un fastidio disumano.

Sto parlando - più concretamente - del piacere che proviamo nella contemplazione di un'opera d'arte, di un'alba o di un tramonto, nell'ascolto di un brano musicale o di un concerto, nella visione di un film.

Sarà che sin da piccola sono stata abituata alla solitudine, ma da sempre, quando mi trovo in una situazione che mi dà piacere, tendo a vivermela da sola. La presenza altrui mi distrae e 'media' tra me e l'oggetto/evento al quale mi sto esponendo impedendomi di viverlo senza filtri, di percepirlo addosso come assoluto, di farmene attraversare il corpo. La presenza altrui mi dà la sensazione che mi si stia smorzando il piacere e l'esperienza che potrei vivere, che me ne si stia distanziando e - così facendo - mi si stia 'rubando' un pezzo dell'emozione che potrei provare invece da sola.

Ciò mi capita in particolare per tutto quello che riguarda l'atto del vedere. Meno intenso lo sento per l'atto dell'ascoltare, dove anzi - almeno nei concerti punk-rock ai quali assisto di frequente - mi sta bene la condivisione con altri (che posso conoscere o meno, ma con i quali si scambiano sorrisi e sguardi complici al riconoscimento di un accordo ecc.). Eppure, quelle poche volte che ho assistito a concerti di musica classica, di nuovo volevo vivermeli da sola, e la mia mente vagava libera a mettere in scena le sue interpretazioni visive d'accompagnamento.

Il mangiare, forse, è ciò che meno riuscirei a vivere bene come piacere da sola. Quell'esperienza forse è l'unica per me davvero da condividere affinché io la viva nel modo più assoluto. Di un buon cibo o un buon vino sento di dover parlare, raccontare, ascoltare ed esprimere il desiderio di farlo entrare nel mio corpo e quindi assaporarlo e deglutirlo.

Eppure c'è chi, e sono moltissimi, sostiene che si sente privato di piacere e di felicità potenziale se non condivide l'esperienza mentre la compie. Il mio contrario. Si sente 'derubato' se non ha qualcuno/a da tenere per mano mentre la vive.
Dilthey, infine, si riferiva all'esperienza sostenendo che non fosse pienamente conclusa finché non fosse stata raccontata, e con il racconto condivisa. Ecco, con questo posso essere d'accordo. Ma appunto non è l'esperienza diretta, quanto appunto la comunicazione di come s'è svolta. E io adoro ascoltare i racconti e con quelli immaginare di vivere un po' le vite degli altri. Immaginare di viverle, non viverle, non condividerle.

Io non mi sento morire quando seduta sola sugli scogli, al mare, assisto a un tramonto. Io in quel momento sono felice, e non ho alcuna paura. E' qualcosa di assoluto.

I should be all alone in this world
Me, Steiner and no other living being.
No sun, no culture; I, naked on a high rock
No storm, no snow, no banks, no money
No time and no breath.
Then, finally, I would not be afraid any more.




2 commenti:

Rouge ha detto...

Penso che ogni cosa, qualsiasi cosa, sia vissuta da un punto di vista puramente soggettivo. Si può condividere appunto raccontando, ma il sentire condiviso resta una approssimazione.
E però si ha bisogno degli altri per arrivare a capire se stessi.
Alla fine è solo questione di specchi.
Un saluto

Minerva ha detto...

Concordo su tutto, specie sull'idea degli specchi. Però c'è chi appunto prova quel desiderio di condividere - per quanto la cosa poi sia magari di fatto impossibile nella realtà - e chi invece la fugge. Io sono un po' a metà, per me evidentemente dipende dall'oggetto della condivisione.