19/11/12

Al di là della mia capacità di comprensione (e accettazione)


Anni orsono frequentai un corso all'estero ed ebbi, tra i miei compagni di studio, un antropologo israeliano mio coetano, il quale - già impiegato presso un'università australiana - ivi viveva con la moglie anch'ella israeliana. Tale ricercatore si occupava della diaspora ebraica contemporanea, cui egli stesso apparteneva, ma anche del conflitto israelo-palestinese, e cercava, con i propri scritti e le proprie lezioni, di promuovere un dialogo tra le due culture.
Pensai fosse un impegno mirabile, e grande fu la mia sorpresa quando, alla domanda di un altro compagno, egli rispose che aveva fatto il servizio militare (obbligatorio) ed era tutt'ora riservista (per sua scelta) - per cui periodicamente tornava in Israele e prestava (nel suo caso) due mesi di servizio attivo che frequentemente consistevano nel presidiare posti di blocco e nel custodire i confini.

Gli chiesi come potesse conciliare il suo essere un antropologo - che promuoveva per statuto della propria scelta professionale (ché non è un lavoro, quello dell'antropologo, è una scelta di vita) il rispetto degli esseri umani e della loro possibilità di vita ed espressione al di là della cultura d'appartenenza e il dialogo interculturale - con il suo essere un soldato, in divisa, armato, pronto e disponibile a uccidere persone - e anche qui per statuto professionale.
La risposta fu: "Io per dieci mesi l'anno sono un antropologo, e per due mesi l'anno sono un soldato", detta sorridendo come se tale scissione del sé fosse la cosa più normale e banale di questo mondo.

Ecco, io credo che quando uno Stato riesce a compiere un tale lavaggio del cervello sui suoi cittadini da portarli a un livello di scissione così netta della propria percezione di sé, e del proprio agire, tanto da far convivere due identità opposte tipo dott. Jekyll / Mr. Hyde - ovvero inducendo nei suoi cittadini (e normalizzandone al punto tante da convincerli dell'assoluta illogicità di qualsiasi critica e perplessità altrui) la schizofrenia - non ci sia più nulla da commentare, ma si debba forse cominciare a pensare in termini di 'limitazione del danno' affinché il malato faccia meno male a se stesso e soprattutto non ne causi a chi sta in relazione con lui.

Vi lascio un pezzo di spoken word già risalente all'anno scorso. Io davvero spero che ci possa essere un giorno un'inaudita sensibilità e intelligenza da parte palestinese a compensare il dolore per ciò che stanno subendo oggi, e a non reagire con la vendetta quando tutto quello che stanno vivendo da decenni sarà finalmente finito.



8 commenti:

Humani Instrumenta Victus ha detto...

A proposito di scissioni e di Israele (ma è tutto il mondo), scrive sempre Agamben:

"Nulla somiglia di più a questa condizione, di quella colpa che i cabalisti chiamano "isolamento della Schechina" e che attribuiscono a Aher, uno dei quattro rabbi che, secondo una celebre aggada del Talmud, entrarono nel Pardes (cioè, nella conoscenza suprema). "Quattro rabbi, - dice la storia, - entrarono nel Paradiso, e cioè: Ben Azzai, Ben Zoma, Aher e rabbi Akiba... Ben Azzai gettò uno sguardo e morì... Ben Zoma guardò e impazzì... Aher tagliò i ramoscelli. Rabbi Akiba uscì illeso".
La Schechina è l'ultima delle Sephiroth o attributi della divinità, quella che esprime, anzi, la stessa presenza divina, la sua manifestazione o abitazione sulla terra: la sua "parola". Il "taglio dei ramoscelli" di Aher è identificato dai cabalisti col peccato di Adamo, il quale, invece di contemplare la totalità delle Sephiroth, preferì contemplare l'ultima isolandola dalle altre e, in questo modo, separò l'albero della scienza da quello della vita. Come Adamo, Aher rappresenta l'umanità in quanto, facendo del sapere il proprio destino e la propria potenza specifica, isola la conoscenza e la parola, che non sono che la forma più compiuta delle manifestazioni di Dio (la Schechina) dalle altre Sephiroth in cui egli si rivela. Il rischio è qui che la parola -- cioè l'illatenza e la rivelazione di qualcosa -- si separi da ciò che rivela e acquisti una consistenza autonoma. L'essere rivelata e manifesta -- e, quindi, comune e partecipabile -- si separa dalla cosa rivelata, e si frappone tra essa e gli uomini. In questa condizione di esilio, la Schechina perde la sua potenza positiva e diventa malefica (i cabalisti dicono che essa "succhia il latte del male")".

Cawarfidae ha detto...

Su Israle il buon HIV ha già citato cose condivisibilissime!
Mi limito a qualche riflessione riguardo scissioni e lavaggi del pensiero. Il vivere una vita a compartimenti stagni è tipico delle società capitaliste: si deve essere a casa padri di famiglia, a lavoro buoni lavoratori, nel proprio piccolo investitori, a Natale filantropi e donatori (magari in puro contrasto col proprio lavoro! Lessi del proprietario di una grande ditta di armi, che faceva grandi donazioni all'Unicef), a scuola studiosi, nella vita ignoranti, consumatori, etc... Insomma, mi viene in mente un'enorme catena di montaggio Ford-Taylorista, in cui la vita si scompone in tanti piccoli apssaggi ognuno avulso dagli altri, poco importa se in contrasto fra loro.
La liberazione passa per una via olistica, umanistica, per un approccio in cui non si colgano come cose diverse l'"io" e il "se", il proprio mondo e quello degli altri, la propria vita quotidiana dal proprio lavoro, il corpo dalla mente, etc... Questa è libertà, il resto è dittatura del pensiero!

ivaneuscar ha detto...

Io credo che il "caso" di Israele metta in luce in maniera particolarmente drammatica un problema che ci riguarda tutti/e: il legame fra identità etnica e Stato inteso proprio hobbesianamente come "Leviatano" che sulla scena internazionale mette ancora in scena lo spettacolo dell'homo homini lupus.
Se fino a qualche decennio fa un tale Leviatano era accettato come un "fatale destino" più o meno da tutti/e (quando il sacrificio delle vite umane "in nome della patria" era considerato normale e inevitabile), la nostra coscienza attuale non può più "subirlo" senza reagire; però le condizioni materiali dei rapporti internazionali non sono mutate, nel profondo. I conflitti per il territorio e per le risorse sono ancora regolati dando voce agli Stati che sono apparentemente la "voce dei popoli"; e il rapporto fra gli Stati è ancora influenzato, come due o come tre secoli fa, dalla "forza" di cui i singoli Stati possono disporre, anche in virtù delle loro alleanze strategiche.
Da una situazione del genere si può venir fuori solo avendo il coraggio di cambiare "paradigma", punti di riferimento ideali, ecc. Credo che il conflitto israelo-palestinese non si possa risolvere (come altri, ma è un caso esemplare) rimanendo ancorati alla visione di due "Stati sovrani" (anche quando dovesse costituirsi un vero Stato palestinese) perché in quella logica ciascuno dei due continuerà a mostrare all'altro i muscoli per ottenere, sul piano dei rapporti di forza, la "parte del leone"; e quello dei due che parte avvantaggiato non mollerà mai spontaneamente il "vantaggio" strategico che già possiede...
[Continuo]

ivaneuscar ha detto...

Oggi forse - la questione palestinese ce lo suggerisce, ma dovremmo pensarci tutti, anche per rendere efficace il cambiamento - non è più tempo di "Stati-nazione" in senso etnico, egoistico e hobbesiano; si dovrebbe andare verso comunità politiche multietniche, multilinguistiche, ecc., per co-gestire territori e risorse secondo princìpi più razionali e ragionevoli, posto che i conflitti identitari sono... come le tessere del domino: se ne scatena uno, e di rimbalzo ne esplodono altri cento (per fare solo un esempio: si ribella il Kosovo, e immediatamente dopo si ribella la regione a maggioranza serba del Kosovo stesso, e a ragione: perché un'identità sì e l'altra no? chi lo decide?). Ma il mondo è piccolo, è "scarso", e siamo "condannati" a co-abitarlo, in una situazione nella quale gli Stati piccoli (come lo stesso Israele) non hanno un territorio sufficiente per crearsi uno spazio economico realmente autonomo.
E' anche vero che dovremmo rimettere in discussione molte cose, per arrivare a cambiamenti di questa portata; l'idea che ognuno si debba chiudere nella propria nicchia, a contemplare all'infinito come in un museo le proprie "tradizioni" e "religioni", mi sembra sempre più invecchiata e insostenibile, oltre che (vedasi Palestina, appunto, ma non solo...) fonte di enormi problemi. Non sarà facile il percorso, ma per prima cosa parliamone.
Ovviamente, si tratta di opinioni personali: premessa di tutto questo commento è un enorme "In my humble opinion".

Alligatore ha detto...

Per fortuna ci sono anche degli obiettori di coscienza israeliani ... ecco, invece di attendere a lungo cambiamenti, direi che è meglio agire con atti concreti come questi, in ogni luogo e in ogno tempo. Sono le rotture come queste, che portano a grandi cose.

OrsaBIpolare ha detto...

Quel video è molto toccante davvero.
E a proposito di donne palestinesi energiche e direi pure con le palle, ho visto da poco (coincidenza) un film che mi permetto di consigliarti "Il giardino di limoni" in cui questo maledetto e secolare conflitto viene rappresentato attraverso le vicende di una donna palestinese molto coraggiosa che non vuole rinunciare ai suoi diritti...

Un bacione al ciclone ;)

Minerva ha detto...

@HIV: grazie della citazione, mi mancava (come molte altre informazioni relative, non lo nego).

@Cawarfidae e Ivaneuscar: concordo con voi sull'unica soluzione possibile.

@Alligatore: vero! Andrebbero sostenuti ancora di più, perché appunto esistono e stanno agendo seriamente!

@Orsetta: lo vedrò, ormai sono presa bene con la visione di film a oltranza.

Ecate-Cassandra ha detto...

Bell'articolo, quella scissione del se che descrivi è la scissione (la stessa sotto certi aspetti) che l'essere umano da quando ha accettato il sistema capitalistico ha operato con la natura, (che io chiamo madre) noi veniamo da lì eppure sembra che non ce ne ricordiamo, siamo un po tutte e tutti dottor Jekill e Mr.Hide se ci si pensa, con ciò che scrivo non voglio affatto avvalorare le posizioni dell'uomo che descrivi e che è per giunta anche un antropologo e come sottolinei, dovrebbe essere più vicino a comprendere la sofferenza umana secondo me e aspetti dell'evoluzione che appunto sono completamente avulsi all'essere soldato, l'essere umano non è nato per fare guerre per il territorio o per il petrolio (tutte cose di stampo capitalistico) e già questa scelta (più o meno consapevole) è estraneo alla definizione di umanità per quanto mi riguarda.
Ho scritto troppo ciao.