26/05/11

Il buongiorno si vede dal mattino!

Buongiorno a tutti/e!

Quando Minerva apre con questa formula di cortesia i suoi post, davvero pensa ad augurare una buona giornata ai propri interlocutori - una giornata che si distingua dalle altre, e sia piena, bella, unica affinché valga la pena di venire vissuta.

Sin da piccola educata in una rigida formalità sabauda, ha imparato che i saluti in apertura e chiusura di un incontro o una conversazione servono per dare una 'cornice' all'interno della quale si inserisce la relazione con l'altro/a. Pertanto, quanto meglio predisponi positivamente i limiti di questa relazione - quanto migliore è la cornice - tanto più la relazione sarà potenzialmente (perché dipende poi dai contenuti e della modalità con cui si sviluppa) piacevole per gli interlocutori.

Allo stesso modo, il rifiuto di stringere la mano o di salutare una persona a fine conversazione è indicativo del fatto che questa persona sia andata per noi 'oltre' l'accettabile. Togliere il saluto a qualcuno - anche se sembra una piccola cosa - è in effetti l'atto più estremo non di maleducazione, ma di rifiuto di un interlocutore che non consideriamo più degno del nostro rispetto, dello stare in una relazione con noi, di essere nostro pari.

Quindi, quando pensiamo a noi - all'importanza di promuovere un senso di comunità/società nonostante ciò che avviene nelle alte sfere - pensiamo anche a dare un saluto, un sorriso, una battuta in più piuttosto che una in meno proprio come gesto di attenzione/cura verso altre persone che come noi stanno sopravvivendo e cercando di barcamenarsi in una situazione confusa. Potrebbe essere un piccolo contributo quotidiano per stare tutti meglio, che ne dite?

Non è un caso che tanti saluti siano anche auguri di pace e di buona salute verso l'interlocutore.
Minerva ama in particolare augurare 'buona giornata' (proprio per il significato e il calore suddetto di cui ammanta l'espressione) e salutare con l'indiano Namasté. Però pure Aloha l'affascina - ora che ha scoperto che significa affetto, amore, pace, compassione e misericordia.

In quanto ad Augh - già perentoriamente lapidario come conclusione di discorso e che quindi non trova il mio apprezzamento - vorrei ricordarvi che tale saluto non esiste in nessuna delle oltre 300 lingue native americane, bensì è un'invenzione dei film western messa in bocca agli indiani dai 'bianchi' dell'epoca e divenuta poi un diffusissimo stereotipo. Augh invero in inglese esiste, ma come esclamazione di frustrazione e impotenza: pensateci, quando chiudete così i vostri post, che l'effetto potrebbe essere il contrario di ciò che desiderate ;-)

Se volete curiosare oltre, qui ci sono i saluti più comuni in 1600 lingue: cliccate su quella che vi interessa e stupitevi! E se volete variazioni sul tema dell'interpretazione di quelli in lingua inglese, godetevi questa interpretazione di J1J8 :-D
E che la vostra giornata sia felice, miei cari! Namasté :-)



25/05/11

Cibo ed eros: cosa vi eccita la lingua e i sensi?

Inutile sottolineare l'influenza del cibo sull'umore e quindi anche sull'eros: quando mangiamo qualcosa che ci piace, in buona compagnia, nel tempo giusto e intrattenendo una piacevole conversazione, non v'è dubbio che sia uno dei più grandi piaceri della vita (e una delle ragioni per cui forse, addirittura, valga la pena vivere).

Parimenti, l'analogia tra il mangiare (ciò che si mangia, il modo in cui si mangia ecc.) e il fare l'amore non è da sottovalutare: a tal proposito Minerva è sempre un'attenta osservatrice a tavola del proprio commensale quando ancora non lo conosce bene - convinta che da ciò che lui ordinerà, dai suoi gusti e dal modo in cui consumerà una pietanza, lei potrà ricavare preziose informazioni anche su quell'altro aspetto dell'identità altrui.

Minerva s'è poi resa conto nel tempo di amare molto cibi non pasticciati e quanto più possibile freschi o appena scottati, così come s'è scoperta tendenzialmente crudista, ma non per ragioni salutiste, quanto proprio per il piacere di percepire sulla propria lingua e nel proprio palato sapori per così dire 'vergini' - meglio se portati alla bocca con le mani (ah, la sensualità del finger food!).
Un amico giornalista enogastronomico le ha rivelato che i cibi afrodisiaci non esistono, ma lei non se n'è ancora persuasa: di fatto, lei prova proprio desiderio e piacere fisico quando mangia per esempio cibi crudi di derivazione animale, come il pesce (in qualsiasi variante di condimento occidentale o orientale) e la carne (l'albese o al limite una tagliata al sangue accompagnata da sale marino grezzo).

Che dire, infine, di quando assapori la consistenza delle ostriche sulla lingua? Che abbiano un potere afrodisiaco in sé o meno, non ti portano altre immagini e sensazioni davanti agli occhi?
E se sì, state ancora seduti a tavola quando, commensali, tale visione vi attraversa la mente? ;-)

24/05/11

Il gioco della sbirciatina letteraria ;-)

Ispirata dall'appartenenza ad Anobii e seguendo quanto già scritto per Metilparaben, oggi vi propongo un gioco che di nuovo ha a che fare con la lettura.

Quante volte - quando prendiamo i mezzi pubblici, o facciamo una pausa in un caffè, o siamo in coda a qualche sportello - ci capita di vedere persone leggere libri? E quante volte incliniamo la testa per vedere meglio la copertina e individuare il titolo o leggiamo dietro le spalle stralci di frasi e cerchiamo di intuire di quale autore si tratti?

Il gioco consiste nel curiosare e cercare di capire cosa leggano le persone che vediamo immerse nella lettura, ma senza chiedere loro esplicitamente di che si tratti. E poi nel riportare qui nei commenti la descrizione della situazione e il titolo/autore che stavano leggendo.
Che dite, avete voglia di giocare? :-)

19/05/11

Salone del libro, piccoli editori e discorsi/reti controculturali

E così anche quest'anno ho detto fino all'ultimo che non ci sarei andata, e poi ci sono cascata egualmente e quindi sono andata a visitare il Salone del Libro. Ogni anno lo patisco più dell'anno precedente, ogni anno trovo sempre meno ciò che mi interessa, ogni anno mi arrabbio per una manifestazione in cui la città investe e che nonostante ciò strozza ancora gli editori con il costo dello stand così come impone ai visitatori biglietti di ingresso dai costi inauditi.
Eppure ci sono cascata anche stavolta - sebbene stavolta, rispetto alle precedenti, mi sia fatta un po' più furba.

Intanto Minerva si veste comoda, perché sa che lì si cammina parecchio: povere le donne che vede lì sofferenti su tacchi. Inoltre rifugge la folla, quindi al Salone ci va - potendo - nei giorni feriali: lei ama girare, guardare con calma, scambiare parole con editori - se un volume o una collana la interessa - o anche solo una battuta con i ragazzi agli stand - pur di editori che non la interessano - perché pensa che ciò possa essere di conforto per chi passa ore in piedi in 8 mq.
E stavolta ho adottato un'ulteriore strategia: niente soldi se non quelli del biglietto di ingresso - così da difendermi da me stessa e dal sicuro acquisto compulsivo di volumi che rischierei di non leggere mai.

Lunedì pomeriggio. Si stanno concludendo le votazioni amministrative, e passeggio per un salone che man mano diviene sempre più godibile. E' l'ultimo giorno della fiera, così come arriva da lontano l'eco degli exit poll e poi, successivamente, cominciano le prime proiezioni. Gli stand sono come un mercato, dal quale rifuggo i grandi editori - li salto proprio a piè pari - così come non mi spiego presentazioni che nulla c'entrano con la carta stampata o anche il multimediale: che ci fanno scuole che insegnano tecniche di memorizzazione e lettura veloce ("no, grazie, io sono per la lentezza") o esposizioni di casse e amplificatori ("no, grazie, preferisco il silenzio")?

Mi butto sui piccoli editori - quelli che neanche sai esistano, quelli i cui cataloghi non raggiungeranno mai le librerie, quelli presso i quali pubblicano a volte amici ricercatori che hanno amici che vi lavorano dentro, quelli che su internet trovi casualmente se fai incaute ricerche su google con parole-chiave involontariamente astruse. Queste le strategie per trovare i piccoli che ci credono, perché non certo i piccoli vi guadagnano chissà quanto e pertanto possono pensare di farlo per profitto.
Ecco, questi sono coloro che io amo. Quelli che portano avanti certi discorsi marginali, controculturali, riflessivi sperando ancora di farli arrivare a un pubblico di massa. Quelli che prediligono la qualità dei contenuti e della narrazione al 'mercato'.

Sono sempre meno presenti, quelli che io amo. Di anno in anno ce la fanno sempre meno. Dov'è finita la Meltemi? E la mia adorata Eleuthera, che anni fa - quando ne raggiunsi lo stand dopo una giornata di camminata in lungo e in largo per l'area espositiva - esclamai esausta "casa!" e mi venne offerto di sedere e riposare tra loro, pur se non ci si conosceva?

Nonostante ciò, piccole perle si colgono nel luoghi più reconditi, e anche stavolta qualcosa di interessante l'ho trovato. Ed essendo il blog mio mi permetto un piccolo spot per ciò che ho apprezzato, e condivido con voi il mio sostegno ad alcune iniziative:
- le Edizioni Clandestine, che saranno pure piccole come fatturato ma sono ben conosciute da tutto un giro controculturale che per fortuna in questo paese alla deriva ancora esiste - se non conoscete ancora le loro pubblicazioni, vi consiglio di dare un'occhiata al catalogo sul sito
- La vita felice è un editore che ho appena scoperto, cui va il merito, a mio avviso, non solo di un nome che mi vede in assoluta sintonia, ma anche dell'impegno di ripubblicare progressivamente tutto Thoreau; io mi sono già segnata e scelta come prossimo acquisto online Vita senza principi ;-)
- Beccogiallo si presenta come un insieme di non professionisti, ma appassionati della "narrazione, unita al piacere (un po’ perverso e ostinato, di questi tempi) di raccontare la realtà che ci circonda": impegnatissimi nell'anasi della realtà contemporanea, il loro catalogo è per chi, soprattutto tra i giovani, vuole informarsi sulle figure e i passaggi-chiave della società non solo italiana degli ultimi decenni, anche con un punto di vista estremamente critico, sempre sulla soglia dei grandi interrogativi dell'esistenza (per es. in merito alla violenza, alla religione, alle relazioni ecc.)
-  sulla falsariga dell'attenzione alle questioni politiche dal punto di vista meno di grandi eventi/nomi e più di esseri umani comuni e comunità, è infine la mia scoperta più felice in questo Salone le edizioni partenopee di Ad est dell'equatore (sottotitolo: Gli editori del retrobottega). Un gruppo di persone che si presenta con le parole che seguono che mi hanno incantato, così come il loro futuro progetto, "Le Bestie", per il sostegno dal basso - quasi in autoproduzione - alla produzione narrativa (progetto che nascerà intorno all'autunno e del quale quindi vi racconterò quando sarà il momento):

Ad est dell’equatore non è un luogo, e nemmeno un’utopia. È un puntino, che rosseggia lontano all’orizzonte, verso il quale abbiamo deciso di dirigerci. È un viaggio che abbiamo iniziato nel 2008, carichi di  passione, entusiasmo, curiosità, progetti. È questo il nostro modo di muoverci ed è così che intendiamo fare libri: non rinunciando a nessuna di queste componenti. I libri sono la nostra scommessa: farli, oggi, è difficile, ma  noi  crediamo  ancora che possano  inventare  il migliore  dei mondi possibili. Che possano raccontare il bello, ma soprattutto possano insinuare il dubbio, insidiare il lato oscuro delle cose, svelare inganni, informare e controinformare. Il nostro viaggio è cominciato nel retro di una sartoria, a Ponticelli, un’area periferica di Napoli circondata da strade senza curve e palazzi tutti uguali. Da qui abbiamo mosso i primi passi e, continuando a viaggiare, abbiamo dato vita ad un catalogo che oggi comprende una collana di narrativa, “I virus”, una collana di scrittura altra, “Liquid” , una collana che raccoglie la letteratura che ferisce, “Ni Mu”, e una nuova collana, quella di saggistica, “I Barbari”.
Non ci fermiamo. Continuiamo a pensare libri, intrecciare persone e storie, immaginare mondi. In pochi mesi siamo riusciti a coinvolgere nel viaggio i nuovi autori della scena campana: Angelo Petrella, Riccardo Brun, Maurizio De Giovanni, Luigi Pingitore, Andrea Santojanni, Luca Maiolino, Valerio Lucarelli, Carmen Pellegrino, Mario Gelardi. Ma anche attori (Giuseppe Miale di Mauro, Adriano Pantaleo). Fotografi (Mario Spada). Musicisti (A67). È con tutti loro che ci muoviamo.
 Ed è con loro che mi muovo io, sognando un giorno un grande salone dei piccoli editori e della autoproduzioni in qualche vecchio hangar o in qualche area dismessa. Perché se ho già riserve rispetto a questi grandi Saloni e a chi li organizza, parimenti trovo tremendo un concetto di occupazione di suolo pubblico a pagamento che uccide l'espressione dei piccoli. Di quelli che ci mettono il cuore in ciò che fanno. Ovvero tutti noi.
E' possibile pensare a una rete per il sostegno di questi discorsi, queste pratiche, questi soggetti (nelle parole dei quali li sentiamo già 'amici' dei quali essere complici)? Voi che dite?

18/05/11

Love will tear us apart

Ian Kevin Curtis è stato il cantante e paroliere della band britannica dei Joy Division. Nato a Manchester, in Inghilterra, il 15 luglio 1956, partecipò alla fondazione della band nel 1977.

Curtis era affascinato dalle opere decadenti dei poeti romantici ottocenteschi e da personaggi della musica dell'epoca come Jim Morrison, David Bowie, i Sex Pistols, e in generale dalla musica punk e reggae. Alle scuole superiori era un ottimo studente, appassionato soprattutto di storia.
Era sofferente di epilessia fotosensibile. La sua malattia, negli ultimi anni di vita, era diventata per lui un peso insostenibile, e fu per questo che, intorno ai vent'anni, iniziò a soffrire anche di depressione cronica, che lo portò al suicidio il 18 maggio 1980.

Di seguito vi lascio il video del loro brano più famoso, il cui titolo e verso ricorrente è anche l'epitaffio sulla tomba di Ian: Love will tear us apart. RIP, Ian, non ti dimentichiamo.

15/05/11

Della seduzione

Nel bailame in cui versa la mia città da alcuni giorni causa orda di lettori per il Salone del Libro, mi sono recata stamane con una cara amica alla presentazione dell'ultimo lavoro di Dacia Maraini presso un delizioso locale situato in un quartiere multiculturale e bohemienne di recente rivitalizzazione. La Maraini, in questa occasione, accennava - tra molti argomenti - alla seduzione, e tale tema è divenuto, durante il brunch successivo con la mia amica, l'oggetto della nostra conversazione.

In più occasioni qui e altrove ho espresso in mio pensiero in merito all'eros come energia che vorrei esistesse in tutti noi e della quale potessimo godere a piene mani - un'energia che si può dispiegare in tutte quelle forme in cui la creatività, la passione, l'inventiva umana si esprimono: dall'amore, all'amicizia al sesso, così come nelle arti, nella musica, nella letteratura, nell'impegno politico, culturale, sociale e via dicendo. Ma tale energia - per come la vedo io - non è una cosa che esista nel corpo come fortuita componente chimica inesauribile che indipendentemente da noi si rinnova; al contrario essa mi sembra possa esistere solo se alimentata da quelle medesime forme in cui essa si esprime, così come a sua volta alimenta in noi il piacere e la nostra stessa voglia di vivere.

Data questa premessa, allora, il concetto di seduzione che ne è collegato assume un significato ben più profondo di quello comune, perché profondo, ricco, intenso, vitale è il concetto di 'desiderio' ( = tensione erotica, eros) e di 'piacere': può allora sedurmi una voce femminile anche se sono eterosessuale, così come un gesto di qualcuno, una musica che mi fa vibrare l'anima, un odore di un cibo mangiato in un altro luogo.
Nella conversazione con la mia amica la prima conclusione cui personalmente sono giunta è stata quindi che tutto ciò che i miei sensi percepiscono e fanno vibrare qualcosa in me riconnettendolo con il piacere nel passato e proiettandomi contemporaneamente nella tensione del desiderio di qualcuno/qualcosa nel presente e nel futuro, è seduzione.

A questo punto cosa è il desiderio per me? Che cosa me lo provoca esattamente? Queste due domande sono scaturite naturalmente dalla considerazione precedente, e mi sono sorpresa nel vedere quanto facilmente sia emersa la risposta: mi seducono (provo attrazione per, tendo a, desidero vivere) intersezioni, incroci, variazioni da modelli assurti a 'canone'.
Che non vuol dire che ambisco a perversioni o inversioni rispetto a specifici modelli culturali (ovvero modelli condivisi per esempio di bellezza, bontà, purezza, intelligenza ecc.), ma che sono attratta da quelle specifiche variabili che - dato un modello riconosciuto come il canone di riferimento positivo in un determinato ambiente o contesto - segnano l'unicità che distingue da tale modello ciascuno di noi.

Variabili di differenziazione che poi mi provocano quella curiosità che la mia mente anela a conoscere/indagare discutendo in conversazioni appassionate: una donna coperta da capo a piedi con un chador che, camminando, rivela di calzare scarpe da ginnastica (se ha assunto questa variazione personale magari significa pure che già dà spazio all'introiezione di elementi diversi dal proprio modello culturale tradizionale in sé e nella propria vita - è già un'intersezione), un brano musicale in cui il piacere so essermi dato dalla competenza di un musicista o un cantante sommata alla propria variazione/interpretazione/declinazione individuale ecc. Continuamente i miei sensi sono colpiti e addirittura cercano tali elementi stranianti, apparentemente fuori norma.

E dato che per me appunto eros è energia vitale - quindi una prospettiva con la quale intendere e condurre la propria vita - il termine 'curiosità' diventa nuovamente interscambiabile con 'desiderio' - da soddisfarsi vivendolo direttamente attraverso il mio corpo, i miei sensi, la mia anima. Mi è desiderabile ciò che ritengo 'bello', e ciò che ritengo bello è di nuovo quello 'scarto dalla norma' - la variabile che segna la differenza, la distinzione - che entra in risonanza con la memoria di qualcosa di piacevole nel passato e mi proietta nel pregustare il piacere in futuro.
Ragion per cui, per esempio, mi capita di provare un'attrazione irresistibile per i denti irregolari/scheggiati che ormai ho imparato a riconoscere come la variabile per eccellenza che mi rende un uomo attraente, affascinante, intrigante. Oppure per il modo di muoversi nello spazio, parimenti unico in ciascuno di noi rispetto a modelli che M. Mauss aveva individuato come culturali ancorché inconsci.

Dave Gahan non ha i denti più regolari del mondo, così come il suo modo di muoversi è decisamente unico. Per questo è la quintessenza dell'eros, per me ;-)

Siamo ben lontani dalle tristissime strategie standardizzate cui hanno piegato il nostro immaginario per renderci docili e asserviti a un certo modello di consumo e desiderio, nevvero?
E voi: state sotto quello, oppure ne avete uno vostro?
Cosa vi seduce? Cosa vi provoca desiderio (nel senso più ampio del termine)?

11/05/11

Non solo una comunità di viaggiatori

Oggi vi parlo di CouchSurfing (ma potreste anche considerare le realtà analoghe di HospitalityClub, BeWelcome ecc.), una comunità estesa in tutto il mondo - anche nei luoghi più inaspettati, vedi le basi in Antartide - con lo scopo di ospitare gratuitamente altri viaggiatori della comunità.
L'affermazione ricorrente tra i membri è che "un estraneo è solo un amico che non hai ancora incontrato" e - nella condivisione anche di pochi giorni di convivenza sulla base della gratuità - lo diventerà, contribuendo a quel cambiamento verso un mondo migliore, un divano alla volta che è il motto alla base della stessa organizzazione.

La premessa è quella del 'dono' gratuito verso persone che ancora non si conoscono, dando loro appoggio logistico o ospitalità in casa propria affinché non si sentano - come stranieri - estranei a un posto (con il relativo smarrimento e senso di inquietudine). Dono che può esprimersi nell'agire come guide informali e nella condivisione di un caffè e quattro chiacchiere col nostro 'ospite' così come nell'aprire le nostre case - ma anche le nostre tende, roulotte, centri occupati, giardini, cascine, casette sugli alberi o trenini del luna park se ne siamo i custodi (sì, ci sono anche soluzioni abitative di questo tipo tra i membri) - per offrire una doccia, la possibilità di cucinare e/o un letto (o un divano) a chi appunto, membro della comunità, è in viaggio.

In tale modo, gli ospiti non saranno più solo turisti - che potrebbero fraintendere completamente l'identità del luogo attraverso la mediazione di tour operator che mirano spesso alla standardizzazione dell'offerta per la sicurezza emotiva della clientela ("i nostri villaggi sono uguali dappertutto!", li canzonava uno spettacolo teatrale alcuni anni orsono) - ma potranno godere dello sguardo su un luogo accompagnati da chi lo abita, e quindi con una visione 'dall'interno' - locale - forse meno ricca di puntuali informazioni storiche del tour guidato, ma certo più impregnata del vissuto, delle sensazioni e dei ricordi del nostro accompagnatore.

Per come funziona CouchSurfing vi rimando al loro sito: tutto è gratuito e libero, sulla base della propria disponibilità e delle proprie regole, con un sistema di sicurezza per la verifica dei membri che - se non la può garantire al 100% - è definito comunque in termini di referenze/garanzie/fiducia reciproche tra i membri che si sono già conosciuti/ospitati di persona e tra i quali, frequentemente, nascono poi amicizie durature. Vi sono inoltre gruppi di discussioni e un motore di ricerca interno che vi permette vi mettervi in contatto con persone con vostri stessi interessi nel vari posti sulla base di parole chiave, età ecc.

Ovviamente, come nella vita reale, vi sono anche alcune pecche, tra cui il fatto stesso che tale modalità di viaggio sia divenuta estremamente popolare, cosa che dà grossi problemi di gestione anche informatica del sistema - quasi tutti, tranne i fondatori, lavorano gratuitamente all'ottimizzazione dello stesso - così come il fatto che ora sono presenti moltissimi membri con profili inesistenti o fake (attenzione!) per non parlare dei più frequenti viaggiatori a scrocco che pensano alla communità come a una soluzione gratuita a un ostello - e che quindi vengono gentilmente mandati a rileggersi le premesse della comunità ogni volta che esordiscono con un "ehi, vengo da te stasera!" - e si comportano con conseguente grave arroganza che nulla ha a che fare con la filosofia di base (in cui per esempio, di norma, si offre qualcosa - una cena o anche solo una birra - a chi ti ospita per ringraziarlo).

Minerva ospita così come viaggia con una certa frequenza attraverso questo sistema, e sinora ha avuto solo ottime esperienze. Molte sono diventate forti amicizie. Quand'anche non lo sono diventate, ha potuto apprezzare conversazioni meravigliose sulle vite altrui e su altri paesi che raramente vengono veicolate dai media ufficiali, ha guardato con gli occhi di chi la ospitava posti intrisi di memorie personali, ha mangiato cibi inediti in locali che altrimenti non avrebbe mai scoperto.
Ce ne sarebbe già abbastanza per essere felici di far parte del progetto, ma ci sono momenti in cui Minerva, grazie allo stesso, si rifà pure gli occhi - come quando giovini ospiti 30enni abbronzati e a torso nudo preparando d'estate nella tua cucina deliziose colazioni dal profumo suadente. Accade anche questo e naturalmente basta per stamparti in viso un enorme sorriso :-D

[PS. So già cosa pensate: "l'ospite è sacro". Siamo d'accordo - ma no: Minerva non gli/le si dà. Possono accadere sintonie come nella vita reale, ma non è quello lo scopo, né il modo in cui lei partecipa al progetto. Fate attenzione perché - se aderite a questa comunità - questa cosa vi deve essere ben chiara ;-) ]

10/05/11

Sollievo

Quando seduto in cucina ti passo davanti e tu allunghi il braccio e con la mano prendi la mia e mi tiri a te. Poi mi abbracci tenendomi stretta all'altezza delle reni, schiacci la testa sulla mia pancia, io ti accarezzo i capelli, e rimaniamo così - in silenzio - per un po'.

Quando stanotte avrei voluto che tu fossi con me, avrei appoggiato la mia testa sulla tua pancia, a occhi chiusi, e in silenzio la tua mano mi avrebbe accarezzato i capelli - il resto dei nostri corpi in composizione libera sul letto.

Ecco, in questi momenti io sento pace assoluta, e riposo dai mali della vita e del mondo. E mi chiedo: e tu? Tu cosa senti?

05/05/11

Sesso: hardware, sistemi operativi, applicativi


Minerva ieri ha avuto una conversazione surreale con due care amiche, che spera farà sorridere (se non proprio ridere) anche voi. E, come sempre, aspetta i vostri commenti in merito.
La conversazione era relativa - sai che novità! - a sesso ed eros, non perché questa sia una mia fissazione (quest'anno la primavera la sento unicamente nei fiori e nelle passeggiate), quanto perché ragionandoci un attimo su m'era venuta un'interpretazione della cosa in termini informatici. In realtà, ragionando su sesso e informatica, un'amica aveva già ripreso uno slogan e una convinzione a premessa dell'inversione di quello, ma stavolta il confronto è differente.

L'idea è che si possa procedere all'interpretazione del proprio partner sessuale in termini informatici ovvero suddividendo il medesimo - e l'atto - in hardware, sistema operativo, applicativi e declinazione soggettiva d'uso di questi ultimi [NdA: come donna etero io mi riferisco al sesso/genere maschile, ma il tutto credo si possa anche applicare nei confronti del femminile].

Spieghiamo meglio le variabili:
- 'hardware' è il corpo del soggetto in questione - e in particolare la sua, diciamo così, dotazione :-P
- 'sistema operativo' è tutto ciò di cui il medesimo è portatore/depositario in termini di immaginazione erotica
- 'applicativi' è il repertorio di saperi, informazioni, possibilità per l'uso armonico dei due precedenti
- 'declinazione soggettiva d'uso' si riferisce alle modalità individuali con le quali tendiamo a ottenere un determinato risultato pur non conoscendo nei dettagli un applicativo.

Ok, ora: va da sé che non sempre un hardware potente si associ a un sistema operativo strepitoso, così come una competenza teorica completa dell'applicativo non necessariamente corrisponde poi a una declinazione soggettiva d'uso (ovvero una competenza pratica, basata sull'esperienza) efficace. Parimenti, una certa significativa dimensione/potenza dell'hardware è sempre buona cosa, ma se si accompagna a una scheda grafica veloce o a un sistema operativo pieno di falle, beh... non dà tutta questa soddisfazione. Meglio a quel punto un partner dal sistema operativo perfetto, applicativi strepitosi e una certa competenza soggettiva d'uso significativa, pur se in un hardware sottodimensionato (e a quest'ultima osservazione sento il coro di "amen, sorella!").

Ciò che mi sembra importante, in ogni caso, è raggiungere noi stessi quel livello di competenza d'uso dell'applicativo (nostro e altrui) a prescindere da tutto il resto (altrui) per cui con qualsiasi applicativo su qualsiasi sistema operativo su qualsiasi hardware si riesca a ottenere il risultato desiderato, e nel fare ciò non si abusi della RAM, né si faccia qualsiasi operazione controproducente che porti il nostro amato calcolatore alla risposta "Computer says no" :-D

E voi, amici e amiche, come la vedete? Ha un senso oppure sto rotolando - sai che novità anche in questo - nel baratro della follia?