08/07/13

Riprenderci la bellezza che ci appartiene (e senza discussioni, ché era 'dignità')

Scendo giù a comprare un litro di latte, e - vista la bella giornata - mi risolvo a fare due passi anziché prendere la bici. La doccia l'ho fatta, i denti li ho lavati, i capelli se ne stanno tranquilli raccolti con le mollette. Senza trucco - ma senza per questo essere sciatta - indosso un vestito semplice e comincio a camminare. Per strada, come qualsiasi donna, mi specchio nelle vetrate degli androni dei palazzi per controllare d'avere un aspetto 'presentabile' e tutto sommato me lo riconosco - pur senza troppe pretese. Che sceme siamo noi donne a volte, eh? Facciamo tutto da sole...

Mi vengono incontro in due momenti diversi due uomini che non avranno molti più anni di me, eppure sono già 'rovinati'. E subitaneamente provo disgusto per me stessa e per questo mio giudizio impietoso, severo, squallido. Me lo dico da sola: "Vergognati! Proprio tu che non hai mai guardato più di tanto all'estetica, in un uomo, così come poco interesse hai per la cosa riguardo te stessa e una volta che sei pulita ti ritieni a posto. Perché sei così infastidita dalla visione di questi uomini? Cosa ti dà tanto in testa, razza di patetica superficiale?".

Eppure è ciò che provo, e a pensarci bene mi capita sempre più spesso, perché sempre più spesso vedo caratteristiche somatiche e posturali simili che sono la rappresentazione vivente dell'essere all'ultima spiaggia esistenziale: facce solcate da rughe di fatica e depressione e non di vecchiaia, bruciate dal sole o al contrario butterate da incuria e giallognole da assenza di luce, posture ricurve, quasi gobbe, come se queste persone camminassero un po' di profilo e con un passo trascinato. Un aspetto 'alla deriva' - sporco e privo di qualsiasi minima attenzione a sé - che s'accompagna a parlate biascicate.
 
Nell'ultimo paio d'anni, poi, dall'alto del mio quarto piano guardo la strada sotto, e non c'è giorno o notte in cui non passi qualcuno con una bici, e un carretto attaccato a quella, ed entri con metà del corpo dentro il cassonetto dell'immondizia alla ricerca di qualcosa che si possa trasformare in una monetina. Tutto il giorno va avanti così, e io ripenso a quando ne vedevo uno al mese e già mi si stringeva il cuore, mentre ora sono più d'uno al giorno - così tanti che lo strazio è continuo.

Negli ultimi tempi, infine, sono andata una sola volta al mercatino dell'usato - quello che in passato era gestito da un'associazione di quartiere che, per quanto in malafede e protettiva verso gli 'amici degli 'amici', supervisionava ancora all'assegnazione degli spazi imponendo una certa cura per le cose vendute e la loro modalità d'esposizione. Ora che la miseria è così dilagante, orde di nuovi disperati hanno completamente travolto e rovesciato tutto questo, e la fame e la disperazione non distinguono più oggetto vecchio, ma riutilizzabile dignitosamente, e marcia immondizia che abbrutisce chi la raccatta o poi addirittura l'acquista.

Cosa voglio dire con questi tre esempi?
Ebbene - premesso che sono abituata a esercitare un certo relativismo critico, e pertanto a ritenere che non tutti abbiamo le stesse percezioni e le stesse ragioni di felicità, così come che ciò che associamo alla 'bellezza' e al 'piacere' possono essere cose molto diverse - quando vedo ormai così tante persone
  • chiedere l'elemosina o rovistare con metà del corpo dentro un cassonetto dei rifiuti,
  • camminare ricurve, vuoi per la stanchezza o per una ormai cronica sensazione psicologica di sconfitta,
  • non lavarsi magari neanche più perché si ritiene che non valga più la pena prendersi cura di sé,
  • o infine gettare cose già rotte, consunte, inutilizzabili malamente per terra, come se non avessero un'anima o una storia e quindi senza cura di rispettare un minimo la dignità di chi le ha possedute in precedenza e di chi le acquisterà,
io penso che non ci sia relativismo che tenga: queste sono cose brutte, povere, misere, perverse, disumane.

Per quanto siano diverse le modalità in cui la decliniano, infatti, ciò che penso è che gli esseri umani abbiano comunque un'attitudine alla 'bellezza' che in qualche modo coincide con la cura di sé, degli altri, e di tutto ciò che sta nelle relazioni tra tali interlocutori (cose, ambienti, contesti ecc.).
Una delle cose più violente che abbiamo subìto in questi anni è quindi, per me, essere stati soggetti al furto di questa attitudine alla bellezza - quasi non meritassimo viverla, non ne fossimo degni, o questa (perversione ancora più incredibile!) coincidesse addirittura in altro che non la nostra dignità, la nostra educazione, il nostro rispetto di noi stessi e della preziosità delle nostre vite, il nostro orgoglio, la cura verso noi stessi e verso gli altri.

Tra le varie colpe che quell'1% dovrebbe pagare, io ci metterei anche questa: quella d'averci derubato di tutto questo, di averci imposto modelli che spacciavano per 'bellezza' quello che era puro orrore proprio per ridurci a schiavi e bestie che per sopravvivere si nutrono di immondizia e cadaveri, e infine d'averci condannato all'inaudita fatica di doverci addirittura fare un contro-lavaggio del cervello quotidiano da soli per ricordare a noi stessi e agli altri che vale la pena lavarci e indossare un sorriso (anche di vendetta e strafottenza, a questo punto), camminare a testa alta e busto eretto, e trattare ancora bene cose e persone in quanto vittime come noi della medesima violenza - quella d'averci fatto credere, in sintesi, che non meritassimo di stare al mondo e che al limite fossimo qui con la funzione di 'carne da macello'.

4 commenti:

Gio ha detto...

Oggi pensavo a quanto sono capillare della crudelta'altrui.l - mi penetra quanto sufficiente per poterla conoscere ed odiare.
Ed ecco qui, piu' tenera e combattiva, la tua empatia.

Io ti ascolto ed aspetto.

Gio

Minerva ha detto...

Sai, ultimamente ho dei dubbi sulla mia capacità d'empatia: forse talvolta mi porta a credere di capire tutto quando magari, più che ascoltare e mettermi nei panni altrui, sto invece proiettando me stessa su un'altra persona :-(
Uhm... no, è solo che mi hanno fatto il lavaggio del cervello e mi hanno resa insicura - ma no: ha senso come la vedo io :-D

Cri ha detto...

Io direi che è la colpa principale, aver tolto le rose, più ancora che aver tolto il pane. Perché quando ero piccola io non è che di pane ce ne fosse più di adesso, anzi. Vivevamo una vita creativa, spartana, fatta di poco o niente, ma ricca di fantasia, di interazioni con gli altri esseri umani. Le rose ce le hanno tolte allora, sottraendoci la capacità di percepire la vera bellezza per inocularci incontenibili consumistici bisogni di ciarpame e spazzatura d'ogni genere, e isolandoci nella massa per agevolare il processo. Se tanta gente non avesse perso ormai da tanto tempo il senso dell'autentica bellezza, che incrocia e supporta il senso profondo e armonioso del sé, non si sarebbe forse ridotta così, dopo aver forse dilapidato, sacrificandoli al Leviatano dell'Economia per mille beni e servizi superflui, i suoi pochi averi insieme alla sua anima, finendo come un relitto alla deriva.

Minerva ha detto...

Il tuo commento m'ha commosso, Cri. Grazie.