30/09/12

Epitaffio


Mai più voglio vedere la morte da vicino. Non voglio proprio sentirne parlare. Eppure, avere una potenziale data di scadenza è stata la cosa migliore che mi potesse capitare. Ci si rende conto - in maniera non mediata da convenzioni, aspettative sociali, filtri castranti - che di vita ne hai una sola e che "o la va o la spacca".

Mai più voglio vedere la morte da vicino, ed è per questo che tanto mi prendo il mio tempo quanto il mio spazio - ogni istante goduto appieno, ogni limite alla mia libertà infranto.
Invadendo, nel caso, il territorio altrui e poi ritraendomi in silenzio quando mi viene fatto notare d'essere andata 'oltre'.

Mai più voglio vedere la morte da vicino, per questo nutro un'estrema passione per la vita, e forzo gli altri a fare lo stesso - tentando al contempo di proteggerli pur quanto li sfrutti per i miei bisogni.
E li sostengo - nel proprio unico, specifico, particolare, talento (che è la *loro* verità) affinché trovino il coraggio di esprimerlo e viverlo, e con questo forzare i limiti della società intorno e cambiarla.
Questo è amare, senza voler possedere.
E questo modo di sentire ha una forza e una potenza inaudita, non trovate? 

Ché poi di vita - semplicissima verità, eh? - ne abbiamo una sola. E vivere quella così come siamo significa stare meglio noi e cambiare il mondo là fuori per i futuri 'unici' che un domani verranno.

Steasera pensavo che come mio epitaffio vorrei la frase "a lovely woman to drink with" - "una donna deliziosa con cui bere": perché io non ti accompagno alla sbronza, ma ti parlo appassionatamente e amabilmente del piacere di quanto valga la pena vivere con un'acuta, profonda, eppur ebbra leggerezza.

Poi fà quello che vuoi ;-)

28/09/12

Vite da criceti...

Premesso che al momento sia lo "stare bene" che "l'essere felici" sembrano darsi come più mai irraggiungibili chimere, mi spiegate la differenza tra l'una e l'altra condizione (ok, fingiamo che sia una questione di gradi: la prima, potenzialmente strutturale, viene prima della seconda, percepita per lo più come estemporanea) e soprattutto la ragione per cui molti prediligono la prima?
Ché secondo me c'è un errore di fondo nell'impostazione del discorso, ovvero la premessa che la felicità proprio non esista – o esista come condizione estemporanea, fortuita e tutto sommato infantile – e che quindi, al limite, possiamo giusto sperare di stare vagamente bene, come esseri umani, senza nulla chiedere di più della salute e della sopravvivenza in vite che sembrano quelle di criceti sulla ruota.

Ovvero, quelli che la vedono così (e sono tanti: già solo nella mia cerchia di amici, invero non proprio coattoni dal QI inferiore alla frequenza minima d'una radio privata, se ne riscontrano un tot) – quando interrogati sulle loro esistenze in cui diverse variabili ivi presenti sembrano apportare contemporaneamente elementi positivi così come elementi negativi per il loro benessere – rispondono che preferiscono “stare bene” piuttosto che “cercare d'essere felici”.
Cioè, barcamenarsi nella lagna della perenne insoddisfazione è quello che chiamate lo “stare bene”? Cielo, aiuto!

Senza contare che poi, a tal groviglio di insoddisfazione, ambiguità, confusione, impotenza, lagna, pasticcio, vengono magari introdotti altri elementi ancora a tentare di spostare l'asticella verso un po' di felicità, onde almeno trovare di tanto in tanto una qualche ragione per tirare avanti senza spararsi – e di qui cellulari che fan pure la pastasciutta, amanti estemporanee per qualche corteggiamento extra-coniugale, interessi/lotte/rivendicazioni da ggggiovani (poi mi spiegate che senso ha cantare concetti quali “live fast, die young” schitarrando come grattuge a 50 anni, eh?).

Ma dico: e affrontarla in termini un po' più ayurvedici, ovvero prima fare pulizia delle cose non completamente soddisfacenti arrivando a un grado zero, e poi di lì – piano piano, passo dopo passo – 'ricostruirsi' introducendo nelle proprie esistenze il positivo?
Magari così si potrebbe raggiungere in primis una condizione in cui si sta bene (cosa che magari si può fare autonomamente, con tanta riflessività in merito a ciò che realmente ci fa stare bene e con un po' di determinazione) e poi – se possibile (ché questa è invece spesso data da quel quid in più non sempre dovuto interamente a noi) – un'ulteriore condizione in cui si è pure un po' felici.

Possibile che piuttosto che fare un sano, ma impegnativo, atto di riflessione e di coraggio si preferisca continuare a girare la ruota e inseguire – frustrati – ambizioni di rara tristezza rendendo le cose sempre più complicate e di difficile soluzione?
KISS, miei cari! Che state/stiamo (ché a volte ci casco anch'io!) aspettando? ;-)


25/09/12

Perché l'idea di rubare mi è inaccettabile

"If you want something, go there and grab it" - "Se vuoi qualcosa, và a prendertelo". Quante volte ho sentiro questo refrain in bocca a cosiddetti 'anarchici'. Eppure, malgrado tutte le belle affermazioni e teorie dietro il concetto che la proprietà sia un furto, rubare è qualcosa al di là della mia immaginazione e che mai potrei ipotizzare per me.

Quest'estate ho abbandonato un centro occupato che mi ha definito 'capitalista' per tale mio rifiuto, ma io - pur avendo le mie idee sul vivere cercando di limitare i propri bisogni e quindi la necessità di denaro per raggiungerli o anche solo per raggiungere la possibilità di sopravvivenza - proprio non riuscivo ad accettare una cosa del genere. Perché in fondo il rispetto passa anche attraverso il persuadere altri della bontà delle tue idee verso strategie di autogestione, o verso il downshifting (un concetto che preferisco a quello di decrescita), ma non attraverso il depredarli pro domo tua del compenso del loro lavoro (spesso sudato, viste le persone delle quali mi circondo o che frequento per le mie necessità).

E oggi mi rubano il portafogli al mercato. Per cui mi sento chiaramente derubata di pochi miseri averi che già fatico a mettere insieme, ma in più violata nel mio spazio personale e infine arrabbiata perché chi agisce così non ha scusanti: un giorno rubi, un altro picchi, un altro violenti, un altro ammazzi. Se pensi che gli altri siano lì al tuo servizio, cominci dalle piccole cose come questa e non hai più limite. 
E questo non ha a che fare con la necessità di sopravvivere: ha a che fare con la tua etica personale. Perché io piuttosto distruggerei me stessa ma male agli altri non ne farei.

In realtà, pensandoci, ne faccio, a volte: invado spazi, cerco aiuto, urlo il mio malessere. Ma poi chiedo scusa, e risarcisco cercando di restituire mille volte il maltolto.
Così come quando lo faccio ciò è dovuto a qualche speranza più alta: è la sprengata sui denti pegagogica che ogni tanto tiro e che spesso mi porta gratitudine e amore da persone intelligenti e sensibili, che pur sono scombussolate da me ma mi riconoscono l'affetto con cui lo faccio.
Ecco, non c'è volontà di violenza. C'è amore.

Ma se mi menti, mi derubi, mi picchi, mi violenti, mi uccidi - che amore c'è? C'è solo sopraffazione, e il pensiero che la tua vita valga più della mia. E no, questo non potrei accettarlo.
Perché piuttosto ho sempre pensato che la mia vita valesse meno di quella altrui, e solo ora mi penso al pari degli altri. Ma vorrei tanto che tutti lo fossimo sul serio.

Al poliziotto che m'ha detto che alla fine la colpa era mia perché non tenevo i soldi nascosti e la borsa stretta al corpo come fosse parte di questo, ho risposto che io non sono così e lui ancora mi ha detto "male, bisogna sempre sospettare di tutti".
No, io non voglio vivere così, e ringrazio chi oggi vedendomi piangere m'ha abbracciato, sostenuto, incoraggiato e sorriso, incluso il barista africano del locale in cui ora sto bevendo una birra, che s'è preso uno stacco dal lavoro per parlare con me e tenermi per mano in questo momento...
L'umanità può essere orrenda, ma anche meravigliosa.


21/09/12

L'unica cosa che mi interessava con te

Era cercare di rieducarti alla sensorialità (perché tu in gran parte l'hai persa), e di lì spingerti alla verità del tuo sentire, del tuo conoscere e infine del tuo essere.
Perché se perdi il rapporto col tuo corpo e con la sua possibilità di percezione di ciò che ti circonda, rimani sulla superficie dell'esperienza della vita e del sapere - privandoti di quella profondità che anche solo per il processo di conoscenza può essere così preziosa.

Tu sembri non provare più alcun piacere particolare nel mangiare. Quest'azione così curiosa sembra essere diventata per te un 'doversi nutrire' - pur se serbi il ricordo del sapore degli alimenti, del piacere che ti procuravano sulla lingua, della loro consistenza nella bocca, e della condivisione di quel momento con altre persone con le quali stavi bene.

E non senti più gli odori o te ne distanzi - a meno che il contesto in cui puoi percepirli e viverli non sia per te sicuro e protetto. Quasi ti vergognassi d'essere così potenzialmente sensibile a quelli, o temessi di perdere il controllo di te per il disequilibrio emotivo che ti provocano.

Tu sembri non cogliere più impercettibili sfumature del visibile, eppure sei sempre stato così attento ai dettagli. E mi sembra di doverti invitare continuamente a soffermarti, a dare tempo, a lasciare che il tuo occhio indugi. Vai troppo veloce, ormai, per guardare sul serio. Vai troppo veloce.

E hai un corpo bellissimo, e ancora vivo, che pur sembri 'portare in giro' come qualcosa di non tuo - piuttosto che incarnarlo e permearlo di te. E di qui il tuo imbarazzo a muoverti nello spazio, a lasciarti andare a gesti spontanei - anche solo ad allungare un braccio per richiamare l'attenzione di qualcuno o a tenere una mano altrui in modo saldo.

Ti è rimasto - intenso e puro - il piacere dell'udire musiche e suoni.
Ma il resto della tua sensorialità l'hai perso, e non sei pacificato né rassegnato in tale perdita: tu ne senti una struggente nostalgia.
E ancora hai momenti in cui per un attimo quell'allineamento tra percezione sensoriale profonda e conoscenza intellettuale riaccade.

Pensaci un momento: quante informazioni ne guadagni? E a quale livello di qualità?
Questo - io ti volevo far rivivere e ricordare.
O forse mi sono sbagliata e tu potevi ancora sentire per conto tuo tutto questo senza bisogno che te lo ricordassi io. Ma avevi e hai paura di farlo.


17/09/12

Il corpo come proprietà o come interfaccia?

Rosi Braidotti diceva che il corpo - o forse la pelle, non ricordo bene, cito a memoria - è un'interfaccia tra l'interno (il sé) e l'esterno (il mondo, la società). Tutto il dibattito intorno al corpo e a chi ne sia il proprietario (e a chi ne possa quindi operare scelte fondamentali, dai diritti di riproduzione o di interruzione di questa, così come di gestione dei momenti che non sono né vita né morte) ruotano intorno al concepirlo proprietà individuale, proprietà sociale o appunto interfaccia - quindi ascrivendolo a un indefinibile spazio liminale.

Io non ho più una posizione definitiva in merito: penso al mio tra proprietà individuale e interfaccia - sebbene giammai proprietà altrui. Lo cerco di tenere in salute perché senza di lui non hanno dimora la mia mente e il mio cuore - quindi la mia anima, dotata di soffio vitale.
Ma per il resto posso renderlo disponibile e farlo anche attraversare/usare da altri - se reputo che ciò abbia un senso ulteriore, per qualche ideale più alto in cui credo. Insomma, sempre più 'strumento' d'uso gratuito personale e sociale - per "buone cause", in senso positivo estremo. Ché così come non darei gratuitamente né a pagamento la mia mente e il mio cuore per la sopravvivenza o per qualche vantaggio personale, neanche darei il mio corpo.


15/09/12

Avishai Cohen - Seven Seas

E godetevi anche questo, anzi perdetevi a baciarvi e ad agitare il portacoda abbracciati a chi amate al suo ritmo ;-)



Jordi Savall - Folías de España

Il corpo è tornato, ma mente e cuore sono ancora via - persi in questa musica, che per la sua profonda bellezza condivido con voi.
Buon ascolto.


13/09/12

Il Secondo Feminist Blog Camp sta arrivando

 

Con colpevolissimo ritardo, vi segnalo che a fine mese - il 28/29/30 settembre - avrà luogo il Secondo Feminist Blog Camp, stavolta ospitato a Livorno. Copio dal sito dedicato l'info, invitando chiunque di voi sia interessato a questi temi, così necessari, urgenti e importati per tutti noi oggi, a partecipare.


Il Secondo Feminist Blog Camp sta arrivando!
Questa edizione ci accoglierà a Livorno, presso l’Ex-Caserma Del Fante, il 28/29/30 settembre 2012.

Sbarcheremo in un porto franco come pirati e corsare per una tre giorni di condivisione, seminari, workshop, proiezioni, dibattiti, musica, arte, spettacoli, reading, cultura, hacking, confronti sul desiderio e la sessualità, precarietà, migranti e molto altro. L’iniziativa è totalmente autofinanziata e sarà realizzata dalle e dai partecipanti all’insegna dell’autogestione.

Il Feminist Blog Camp è un evento che nasce dall’idea di blogger femministe e blogger disertori del patriarcato che costituiscono già una rete di attivismo antisessista nel web. Dalla assemblea plenaria che ha concluso la prima edizione è emerso il desiderio di rendere il FBC un incontro periodico, con l’apertura a nuove tematiche e nuove soggettività ma mantenendo le modalità di partecipazione e gli strumenti organizzativi che ci siamo dat*.

Come è stato per il primo Feminist Blog Camp, che si è svolto a Torino presso il Centro sociale Askatasuna, anche questo appuntamento avrà luogo in uno spazio dove l’antifascismo significa partecipazione attiva nella creazione di lotte, desideri e relazioni antiautoritarie. E’ aperto a tutti e tutte, anche a chi non ha un blog.

Il Feminist Blog Camp è immaginato, costruito, programmato in un confronto aperto e partecipativo attraverso l’uso di una mailing list di coordinamento delle e dei blogger.

Se volete collaborare all’organizzazione potete iscrivervi alla mailing list di coordinamento.

Per qualsiasi contributo, proposta, richiesta di info o necessità di ospitalità potete scrivere a: feministblogcamp[chiocciola]grrlz[punto]net

Se siete su facebook potete trovarci qui.

Su Twitter.

Il Wiki, ovvero lo strumento di elaborazione collettiva e di scrittura partecipata di costruzione del Feminist Blog Camp.

L’archivio wiki del primo Feminist Blog Camp a Torino, presso l’Askatasuna il 28/29/30 ottobre 2011.

12/09/12

Baci che provocano sussulti /2 (e felicità infinita)

Ho già scritto dei baci – di quelli che provocano sussulti e di quelli che no – così come ho già scritto del fatto ch'essi sono spesso, per me, un'anticipazione di informazioni rispetto a come il mio interlocutore sarà tra le lenzuola. In questo post, però, contraddico parzialmente questa seconda affermazione (sono una donna, sono dei gemelli, sono bipolare – ho almeno tre ragioni validissime per potermi permettere d'essere continuamente in contrasto con me stessa).

Adoro i baci. Mi mandano letteralmente in brodo di giuggiole. Io ancora non mi sono emancipata dalla poesia Dammi mille baci di Catullo che studiavamo alle superiori, proprio mentre in noi si scatenavano le tempeste ormonali tipiche dell'adolescenza. 

Viviamo, mia Lesbia, e amiamo
e ogni mormorio perfido dei vecchi
valga per noi la più vile moneta.
Il giorno può morire e poi risorgere,
ma quando muore il nostro breve giorno,
una notte infinita dormiremo.
Tu dammi mille baci, e quindi cento,
poi dammene altri mille, e quindi cento,
quindi mille continui, e quindi cento.
E quando poi saranno mille e mille
nasconderemo il loro vero numero,
che non getti il malocchio l'invidioso
per un numero di baci così alto.

Ecco – io che sono una allegra che continua a pensare all'eros come forza che sconfigge la morte - negli ultimi mesi ho vissuto questo con ben due uomini diversi, e mi sono persa in entrambi i casi!
Ma mi sono anche resa conto che ciò non sarebbe stato possibile se i loro baci non fossero stati d'infinita dolcezza e delicatezza (così simili ai baci che ho invece scambiato con le donne, l'unica cosa che, nella mia eterosessualità conclamata, mi dia piacere vivere con queste ultime), cercati e vissuti con la volontà di perdersi in quelli e di scoprirci reciprocamente con quelli, e di parlare e sorridere nei momenti in cui le nostre labbra e le nostre lingue non erano a contatto, ma distanti quel paio di centimetri che subito ripercorrevamo pieni di desiderio dopo fugaci sorrisi e parole.

Ore! Sono passate ore in questo piacere che coinvolgeva tutto – il corpo, il cuore, la mente. E che, per me, non aveva bisogno d'andare oltre, ma di venire goduto come qualcosa di compiuto e perfetto in sé, qualcosa che sarebbe stato addirittura mortificato dal viverlo come preludio ad altro – tanto il mio cuore già danzava di toda joia toda beleza.
Quei baci intensi, felici, dolci, delicati, ridenti, profondi, strazianti, incantati, sospesi, malinconici, complici, assoluti – quei baci così perfetti mi rimangono negli occhi e nel cuore. 

Datevi il tempo di viverli così con chi vi corrisponde, e di assaporarli mentre li state vivendo – senza fretta, ma soprattutto senza bruciarli o deprezzarli in vista di qualcos'altro.
Ché buttereste via qualcosa di infinitamente prezioso – qualcosa che per le ore in cui lo vivete sconfigge davvero la morte.


11/09/12

Sexual Intelligence (2005) - documentario

Alcuni anni orsono ho visto per caso questo documentario in televisione su eros, sesso (per lo più etero), desiderio, piacere - che formalmente ho trovato girato e montato in modo assai gradevole (non dico nulla sui contenuti, che vi invito a verificare per conto vostro).
Nel caso abbiate un'oretta libera, quindi, nonché voglia di sorridere (è assai ironico), dategli un'occhiata.
Poi, se vi va, parliamone.
Buona visione! :-)



07/09/12

Tradimenti: che cosa patetica!

Meditavo da un po' di tempo di scrivere un post su ciò che penso del tradimento. Oggi mi sono decisa. Ovviamente mi riferisco alla mia esperienza, e qualsiasi eventuale coincidenza in cui chiunque di voi si possa riconoscere è puramente casuale.
Buona lettura, e buona riflessione.


Sto sentendo la tua telefonata a lei nell'altra stanza, in cui ti rifugi per la privacy necessaria a quel contatto per mantenere un qualche legame anche dopo che io non ci sarò più - perché almeno di questo hai già la certezza.
Il tono della tua voce è così accondiscendente, gentile, falso verso quella presenza distante fisicamente quanto emotivamente da ciò che tu sei qui, ora, insieme a me e nel calore delle mie braccia, nello scambio di sorrisi, in una casa impregnata del nostro sudore.

E anche io già penso al futuro, a quando la perfezione di questo istante s'incrinerà ed emergerà la mediocrità del tentativo di salvare un qualche rapporto tra noi, di tentare di ricreare ciò che è stato o di lanciarci insulti reciproci, in cui tu mi dirai che la mia delusione è dovuta al mio non aver avuto da te un rapporto continuativo e in esclusiva provocandomi così una rabbia feroce verso me stessa per essere stata a letto di nuovo con un ometto limitato, incapace di un pensiero un po' più complesso e profondo della pochezza di questo.

Allora, con estrema pazienza, ti ri-spiego una volta per tutte. Il problema non è quello. Non era che volessi un rapporto continuativo con te - ho abbastanza ragioni di rifiuto di un'ipotesi del genere a partire dalla tua tendenza a tradire (la fiducia altrui) e a voler poi salvare capra e cavoli (compensando ciò che in un rapporto ufficiale ti manca con una persona che ti saturi quella carenza e fregandotene serenamente che le persone non sono spezzettabili come quarti di manzo in funzione dei tuoi bisogni), per poi continuare appunto con la mancanza di sincerità (in primis verso te stesso) e infine concludere con il palese scarto tra il tuo io pubblico e il tuo io privato.
Per favore, cerca di capire con chi hai a che fare e di renderti conto che io nella miseria e nella pochezza di situazioni del genere non penso neanche a starci.

Come puoi pensare che una che si sbatte a 360° per esortare chiunque a vivere senza doversi per forza svegliare a farlo per il tramite del confronto diretto con una data di scadenza potenziale e verosimile (com'è stato per me), per resistere senza suicidarsi alle violenze e ai soprusi quotidiani, malgrado fatiche inaudite, assenza di compromessi, disperata lucidità, periodica solitudine, miseria economica e insoddisfazione lavorativa possa diventare una tua amante continuativa, stare dentro limiti, costrizioni, prigioni, paletti, e replicare - complementare a ciò che hai già - la parzialità appunto del rapporto ufficiale che già intrattieni? 
Avresti potuto propormelo a 20 anni, quanto avevo abbastanza ormoni in corpo da infischiarmene di altre modalità di ricerca del piacere, ma a 40 anni non puoi pensare di scopare con me credendo che mi si accenda e spenga il corpo con due slinguate e un paio di fantasie per quanto intriganti, eh? In virtù di che dovrei quindi piegarmi a tanta tristezza, se appunto godo di più nel masturbarmi da sola, piuttosto?

Perché se a te sta bene appunto vivacchiare salvando il salvabile, per me quella roba è squallida. Tutto qui. Ergo non ti sono complice. E guarda, mi dispiace dirtelo perché so quanto sei narcisista, ma non sei così originale nella tua esistenza e non mi puoi proprio dire che le storie di tradimento non s'assomigliano: sono tutte fatte con lo stampino.
C'è un lui o una lei che non dà - non ha mai dato o non dà più - ciò di cui l'altro/a ha bisogno, e questo è il fattore di crisi che apre alla potenziale presenza di una terza persona. Questa arriva, fa breccia, rende felici, rappresenta un'alternativa, e poi viene ridimensionata e forzata ai confini d'un ruolo 'utile' alla persona della coppia in questione che ha compiuto il tradimento. Diventando appunto giusto un sex toy.

Perché c'è sempre un legame tra i due della coppia - o in virtù del ricordo del passato che in qualche modo dispiace abbandonare (che tristezza essere a metà della propria esistenza e già pensarsi morti) o perché dà l'illusione di presenza (da qualche parte in qualche modo) in virtù d'un contratto e quindi d'un apparente impegno preso (che poi nella concretezza non c'è mai: le persone sono sempre distanti o tengono reciprocamente le distanze, vivono vite a parte l'una dall'altra, sono reciprocamente anaffettivi e spenti ma pieni d'arroganza e cattiveria nei confronti dei single o dei loro amanti come se anaffettivi o al contrario meritevoli di compassione perché troppo innamorati fossero questi ultimi; scendete giù dal pulpito, và!), senza scomodare i vari alibi tipo figli, parenti anziani, problemi economici, casa in comproprietà ecc.

Orbene: menate. La parola giusta è "vigliaccheria". Paura di seguire ciò che rende veramente felici e di rischiare di perdere tutto. Paura d'essere se stessi e di non venire socialmente accettati nel momento in cui ci si palesasse nella propria verità. Paura anche di fare del male a chi non funziona con noi ma che pur abbiamo accanto. E quindi si convive piuttosto con menzogne e sensi di colpa - come se questi avessero una qualche utilità e non fossero invece forieri d'ulteriori danni rispetto alla sincerità d'essere ciò che si è realmente. Santo cielo, che squallore!

Minerva non ha mai tradito quando stava con qualcuno - perché non infrange la fiducia che un'altra persona ha in lei. Piuttosto chiude con tutta la delicatezza possibile un rapporto prima (per quanto ciò rappresenti una fatica spaventosa a fronte d'un esito normalmente comunque devastante e dolorosissimo), e poi si dedica alla persona nuova. 1) In primis perché se ti viene accordata fiducia all'interno di un patto - anche non scritto - cui tu aderisci, è ignobile, secondo lei, infrangerlo. Poi perché 2) col tradimento la persona tradita si chiederà mille volte la ragione per cui ciò è capitato e che cosa lei non avesse che aveva invece l'altro/a, provando in tal modo senso d'inferiorità e d'inadeguatezza.

E la sottoscritta non ha alcuna intenzione di far provare qualcosa del genere a un'altra persona: ciò di cui piuttosto ci dovremmo rendere tutti conto, e dovremmo riuscire a trasmetterlo agli altri quando concludiamo un rapporto, è che le persone possono essere meravigliose ma i rapporti tra loro comunque non funzionare. Così nessuno patirebbe il pensiero di non valere abbastanza.

Per questa ragione la buona Minerva - che è sempre un'amante (nel senso nobile del termine, se pur talvolta pure in quello ignobile) - un po' ci prova, poi perde l'interesse e, nel malaugurato caso in cui l'ometto inetto continui, infine s'arrabbia.
Perché lei ingenuamente si lascia anche andare alla follia senza calcolo alcuno delle conseguenze di questa (tanto non certo la sua vita finisce senza l'ometto di turno) e sempre col pensiero di dare una svegliata all'interlocutore (ehi, pensi che la tua moglie/compagna ti salverà dalla sofferenza e dalla morte un domani? Guarda che ha già cominciato a farti provare entrambe le cose non dandotela manco nell'oggi in cui siete a metà della vostra vita - te ne rendi conto o no?).
Ma tutto ha un limite, e questo è visibile a occhio nudo alla velocità della luce :-)

Queste situazioni - ahimè - sono davvero fatte con lo stampino. Ed è per tale ragione che - se sono un'amante per qualcuno già accoppiato - poco dopo il piacere travolgente di qualcosa di perfetto io me ne vado sputando sopra qualsiasi soluzione che tiri a trattenermi ancora in seguito.
Io sono una persona pulita, sincera, onesta e infine libera, e nella libertà - nell'assenza di 'paletti', 'ruoli', aspettative', 'confini' - c'è la possibilità d'andare in luoghi inesplorati, potenti, assoluti.
E c'è la possibilità - se ci si deve proprio legare a qualcuno/a - di farlo con il pensiero che non solo quella persona sia perfetta (e già se m'hai preso come amante pur avendo qualcuno/a, hai dimostrato che tu non lo sei), ma che potenzialmente potrebbe esserlo anche la relazione.

Se i tradimenti non mi stanno bene è in virtù di tutto questo. E se tu hai pensato che dietro il mio fastidio per la tua proposta d'essere amanti e il mio rifiuto di scoprire chissà quali vertici di piacere vi fosse qualcosa di meno o di diverso da ciò che ti ho scritto, beh... hai dimostrato che in te non solo vi sono vigliacchieria e mediocrità, ma che difetti pure d'acume.
Io ho sentito le cose in questo modo, così come in questo e in quest'altro, con te (sì, lo capisco: paura, eh?), e quindi - fossi in te - accenderei un cero per ringraziare di ciò che hai potuto godere anche se solo per un istante e cercherei di dimenticare al più presto la felicità che hai provato così da tornare presto alla tua (in)felice sopravvivenza...

Ah, come ti dicevo all'inizio, non sono nuova a certe situazioni: sei almeno la terza persona che sento parlare a voce bassa, rassicurante, suadente, amorevole nella stanza a fianco. E la terza nella cui bocca, quando torni, ficco la lingua ridendo - amaramente e consapevolmente.
Bene, ora ne sai la ragione ;-)


06/09/12

Ladri di bellezza al Macchia Nera Italian Award: votateli!!!

LADRI DI BELLEZZA, il blog in cui da due anni un gruppo di delinquenti segnala ciò che ritiene 'bello' di contro allo squallore culturale, mediatico e politico che ci circonda, è stato nomitato nei Macchia Nera Italian Awards 2012, il premio italiano dei blog migliori, per la sezione "Miglior Promessa".

Volete rendere felice Minerva? Andate a votarli!
E condividete questa richiesta tra i vostri contatti, se volete sostenerli!
Sù, sù, non costa nulla, e porterete un po' di bellezza nel mondo.
Baci, e grazie :-)

03/09/12

Minerva che vuol far sorridere (e una vecchia signora che è più brava di lei nel riuscirci)

 

Un mio ex mi definisce una 'graziosa provocatrice', che entra in scena, tira il sasso, fa una piroetta su se stessa e velocemente s'allontana. Un altro mi chiama 'piccolo tornado', sostenendo che quando passo gli sconvolgo l'esistenza, lasciandogli l'abituale sentire per la vita nel più totale disordine.

Già sapete, poi, che mi definisco da sempre una 'cialtrona' - non a caso sono custode di questo termine nel progetto Adotta una parola.
Da sempre gioco, a ogni occasione, mirando a far ridere o almeno sorridere chiunque - sconosciuti inclusi. Ogni occasione è buona perché io interagisca col prossimo col solo fine di rendergli la vita più leggera.


Ed è così che mi invento scene e siparietti, che fingo di cadere come quasi inciampando in un filo invisibile nel momento in cui interrompo il mio passo sicuro per un semaforo divenuto rosso di colpo - provocando le risa degli automobilisti imbottigliati nel traffico in attesa di partire.
Oppure che mi metto a fare battute ad alta voce quando in coda all'ufficio postale, così da alleviare il peso dell'attesa per i cittadini e parimenti la noiosa ripetitività del lavoro negli impiegati.
E, quando mangio in trattoria o mi trovo al bancone d'un locale, cerco sempre di dire qualcosa di gentile al personale - qualcosa che ha a che fare con la comprensione della stanchezza del loro lavoro, o della tendenza dei clienti a chiedere spesso cose assurde forti del detto che "hanno sempre ragione".
Funziona! Magari non sempre, ma spesso. E la gente sembra sollevata, per un istante!

Il qui presente folletto - che ha passato due mesi camminando allegramente per città bruciate dal sole indossando canottierina nera, gonnellina impalpabila nera e scarponcini di tela rosso-neri con le cuffie nelle orecchie che le sparavano a palla Manu Chao - s'è pure messa a ballare in metropolitana, rapita com'era dall'allegria e dalla musica, e si è fatta coccolare da tutti i vecchietti iberici ai quali chiedeva indicazioni in itagnolo, e che ringraziava con mega sorrisi da bimba scema (che poi quella è). Di quanti sorrisi ha goduto!!

E qui, la buona Minerva, tra i propri compagni d'avventura ne ha incontrato uno di pari sensibilità, che le ha raccontato la storia di una signora che la batte, e che per lei è diventata un modello cui ispirarsi per quegli 'atti radicali di gentilezza' che davvero potrebbero essere sovversivi.
Il racconto è stato raccolto da un giovane paleontologo italiano in viaggio in autostop per la Spagna e che io ho incontrato a Cordoba. Costui, nel nord, ha conosciuto due autostoppisti che intrattengono come clow in ospedale i bambini (una pratica che sto verificando, con piacere, essere sempre più frequente) e costoro gli hanno raccontato la storia della nonnetta che ha deciso di dedicare il suo tempo ad alleviare la sofferenza dell'attesa e della preoccupazione di coloro che in ospedale attendono l'esito di qualche operazione grave a un loro famigliare.

La vecchietta - invero vedova da non molto - ha elaborato una tecnica che pare funzioni bene: si presenta nell'area di chirurgia dell'ospedale (dove ormai è conosciuta e apprezzata dal personale sanitario) e si guarda intorno, come a voler cercare un qualche altro reparto.
Arriva sempre carica di borse della spesa consunte straripanti frutta e altri alimenti con tendenza a rotolare, e qui mette in atto la sua piccola performance d'avvicinamento ai congiunti dell'operato.

In qualche modo finge che la borsa della spesa le cada, o le si strappi, facendo rotolare rovinosamente a terra gli alimenti. I parenti del malato, vedendo la sua età e la sua difficoltà deambulatoria, le vanno in aiuto, di qui lei ringrazia e - raccogliendo insieme le cose rotolate in giro e riponendole nella borsa - lentamente si presenta come moglie d'un degente in un altro reparto, arrivata in anticipo e quindi senza particolare fretta. Da cosa nasce cosa e da parola nasce parola.
Piano piano la vecchietta riesce a conquistarsi la simpatia e la disponibilità a parlare di sé e delle proprie preoccupazioni da parte altrui, e qui ascolta, rincuora, esorta, racconta (quest'ultima cosa poco) a sua volta. Poi, per lo più a operazione conclusa, se ne va come è venuta.

A me è sembrata una bella cosa, specie perché resa così teatrale e personale perde quella dimensione da volontariato sociale istituzionalizzato che spesso si ravvisa in questi contesti, e rende il tutto molto spontaneo e immediato.
E voi, siete a conoscenza di storie simili? Me le raccontate?
Buona giornata e buona settimana (magari godendo e promuovendo atti di gentilezza, ché questa può migliorare le cose, mentre la violenza richiederà sempre azioni compensatrici)!