03/09/12

Minerva che vuol far sorridere (e una vecchia signora che è più brava di lei nel riuscirci)

 

Un mio ex mi definisce una 'graziosa provocatrice', che entra in scena, tira il sasso, fa una piroetta su se stessa e velocemente s'allontana. Un altro mi chiama 'piccolo tornado', sostenendo che quando passo gli sconvolgo l'esistenza, lasciandogli l'abituale sentire per la vita nel più totale disordine.

Già sapete, poi, che mi definisco da sempre una 'cialtrona' - non a caso sono custode di questo termine nel progetto Adotta una parola.
Da sempre gioco, a ogni occasione, mirando a far ridere o almeno sorridere chiunque - sconosciuti inclusi. Ogni occasione è buona perché io interagisca col prossimo col solo fine di rendergli la vita più leggera.


Ed è così che mi invento scene e siparietti, che fingo di cadere come quasi inciampando in un filo invisibile nel momento in cui interrompo il mio passo sicuro per un semaforo divenuto rosso di colpo - provocando le risa degli automobilisti imbottigliati nel traffico in attesa di partire.
Oppure che mi metto a fare battute ad alta voce quando in coda all'ufficio postale, così da alleviare il peso dell'attesa per i cittadini e parimenti la noiosa ripetitività del lavoro negli impiegati.
E, quando mangio in trattoria o mi trovo al bancone d'un locale, cerco sempre di dire qualcosa di gentile al personale - qualcosa che ha a che fare con la comprensione della stanchezza del loro lavoro, o della tendenza dei clienti a chiedere spesso cose assurde forti del detto che "hanno sempre ragione".
Funziona! Magari non sempre, ma spesso. E la gente sembra sollevata, per un istante!

Il qui presente folletto - che ha passato due mesi camminando allegramente per città bruciate dal sole indossando canottierina nera, gonnellina impalpabila nera e scarponcini di tela rosso-neri con le cuffie nelle orecchie che le sparavano a palla Manu Chao - s'è pure messa a ballare in metropolitana, rapita com'era dall'allegria e dalla musica, e si è fatta coccolare da tutti i vecchietti iberici ai quali chiedeva indicazioni in itagnolo, e che ringraziava con mega sorrisi da bimba scema (che poi quella è). Di quanti sorrisi ha goduto!!

E qui, la buona Minerva, tra i propri compagni d'avventura ne ha incontrato uno di pari sensibilità, che le ha raccontato la storia di una signora che la batte, e che per lei è diventata un modello cui ispirarsi per quegli 'atti radicali di gentilezza' che davvero potrebbero essere sovversivi.
Il racconto è stato raccolto da un giovane paleontologo italiano in viaggio in autostop per la Spagna e che io ho incontrato a Cordoba. Costui, nel nord, ha conosciuto due autostoppisti che intrattengono come clow in ospedale i bambini (una pratica che sto verificando, con piacere, essere sempre più frequente) e costoro gli hanno raccontato la storia della nonnetta che ha deciso di dedicare il suo tempo ad alleviare la sofferenza dell'attesa e della preoccupazione di coloro che in ospedale attendono l'esito di qualche operazione grave a un loro famigliare.

La vecchietta - invero vedova da non molto - ha elaborato una tecnica che pare funzioni bene: si presenta nell'area di chirurgia dell'ospedale (dove ormai è conosciuta e apprezzata dal personale sanitario) e si guarda intorno, come a voler cercare un qualche altro reparto.
Arriva sempre carica di borse della spesa consunte straripanti frutta e altri alimenti con tendenza a rotolare, e qui mette in atto la sua piccola performance d'avvicinamento ai congiunti dell'operato.

In qualche modo finge che la borsa della spesa le cada, o le si strappi, facendo rotolare rovinosamente a terra gli alimenti. I parenti del malato, vedendo la sua età e la sua difficoltà deambulatoria, le vanno in aiuto, di qui lei ringrazia e - raccogliendo insieme le cose rotolate in giro e riponendole nella borsa - lentamente si presenta come moglie d'un degente in un altro reparto, arrivata in anticipo e quindi senza particolare fretta. Da cosa nasce cosa e da parola nasce parola.
Piano piano la vecchietta riesce a conquistarsi la simpatia e la disponibilità a parlare di sé e delle proprie preoccupazioni da parte altrui, e qui ascolta, rincuora, esorta, racconta (quest'ultima cosa poco) a sua volta. Poi, per lo più a operazione conclusa, se ne va come è venuta.

A me è sembrata una bella cosa, specie perché resa così teatrale e personale perde quella dimensione da volontariato sociale istituzionalizzato che spesso si ravvisa in questi contesti, e rende il tutto molto spontaneo e immediato.
E voi, siete a conoscenza di storie simili? Me le raccontate?
Buona giornata e buona settimana (magari godendo e promuovendo atti di gentilezza, ché questa può migliorare le cose, mentre la violenza richiederà sempre azioni compensatrici)!

9 commenti:

Humani Instrumenta Victus ha detto...

Sempre più afasico, e a raccontare non son buono.

Però ci tenevo a salutarti :-)

Minerva ha detto...

@HIV: grazie. Ti seguo sempre anche io, pur se non commento. E pure io faccio sempre più fatica a scrivere e a parlare: sono tornata a casa e sto preoccupando tutti, perché non racconto se non insistono - non ci riesco. Una parte di me urla in silenzio la propria disperata reattività. L'altra, semplicemente, tristemente tace. Perché parlare ormai mi sembra sempre più inutile. Pazzesco.
Ricordo il tuo abbraccio, e la mia immaginazione me lo fa rivivere e ri-godere. Era sensazione di 'casa', o forse è solo che ho solo molta immaginazione (come sempre). Ciao.

Gio ha detto...

Pratico questa funzione da una vita.

Cosi' al bancone della mensa, in un bar affollato, con turisti italiani che consultano dubbiosi una mappa, ogni occasione e' buona per sorprendere :D

Ed e' un fulmine a ciel sereno.
Dura un istante solo, non e' annunciato da nessun segnale premonitore, e non ha seguito.

Sei in gamba Minerva :-)

Gio

Minerva ha detto...

@Gio: sì, hai ragione, un fulmine a ciel sereno. Qualcosa che sconvolge per un attimo la routine altrui. Qualcosa che magari fa breccia. E che dà una bella soddisfazione, di rimando, anche se solo consistente in sorrisi reciproci. Ma quanto bisogno abbiamo di sorridere, ormai, non trovi? :-)
Un bacio, mio caro.

OrsaBIpolare ha detto...

Penso ad un signore munito di chitarra e sorrisi che canta canzoni in un italiano strampalato e su misura a qualche passeggero del tram che prendo ogni giorno.
Lo trovo ammirevole, anche e soprattutto perchè lui è il primo a divertirsi. (almeno così sembra)

Io ho sempre avuto la tendenza a fare la pagliaccia, far sorridere le persone credo sia un atto nobilissimo.
Bacione bella Minerva :*

Cri ha detto...

Sarò talmente demoralizzata dal primo primo giorno di rientro nel deserto della zona morta che è il mio ufficio che leggendo la storia della signora mi è venuto da piangere di sconforto al pensiero che non sarei mai capace di gesti tanto netti ed eroici (in realtà non è manco vero. Ne sono capace e come, solo che non riesco a gestirli, so attuarli solo per impulso incomprimibile, quando ce l'ho)
Il tuo commento a HIV, Minerva, mi ha smosso internamente. Provo anch'io, a sprazzi, qualcosa di molto simile.
" Una parte di me urla in silenzio la propria disperata reattività. L'altra, semplicemente, tristemente tace"... In me avviene perché mi sento, semplicemente, afasica per l'impossibilità di esprimere la mia verità. Perché le parole non basterebbero e non servirebbero. Forse dovrei pigliare un grosso bastone e spaccare tutto :D

Tyler Durden ha detto...

appartengo alla razza di coloro a cui non piace condividere una cosa personale come il dolore.
Non posso esserne certo ma credo che se mi fosse capitato d'incontrarla l'avrei aiutata a tirar su la sua spesa e stop.

Ginevra ha detto...

Adoro gli "atti radicali di gentilezza", la vecchietta che ci hai raccontato e te, Minerva, mia "delinquenta" preferita. ;)

Minerva ha detto...

@Orsetta: lo sapevo che pure tu facevi di queste cose ;-)

@Cri: se prendi un grosso bastone e spacchi tutto, non farti vedere dai tutori del (dis)ordine, ok? ;-) E meglio sempre fare qualcosa, anche se rischi di sbagliare, piuttosto che stare lì e non fare nulla. Quindi compi pure i tuoi atti pasticciati serenamente, al limite poi kle cose vanno a posto da sé. Certo che se non fai niente, niente mai cambierà ;-)

@Tyler Durden: capisco anche te. Per me dipende dalle ragioni di sofferenza, ma pure io tendo a essere molto silenziosa, nel mentre in cui le vivo. Al limite ne parlo dopo.

@Ginevra: mia amata, non mi lasci proprio mai, eh? :-)