08/02/14

OLTREZETA


La parola è proiezione del pensiero che la sollecita, in tutto o in parte; si dirama elaborando costrutti, creando simboli, indizi, icone, identità, culture, idiomi da branco, uniformità e piattezza, slogan e vessilli, mostrine.

Spesso, di questi tempi, cammina al centro della strada narcisisticamente, ridondante e furiosa, procede con protervia, si inoltra per contrapposizioni violente che non ammettono altri percorsi. Non conosce umiltà, ascolto, riflessione e silenzio.

Si fa rabbia, paura e difesa incontrollata della perdita del poco che ha e non è; scheggia che trafigge d'insulti il soma, il genere, l'altrui défaillance rispetto ai modelli normalizzati e normalizzanti. Facile e orroroso, così.

È il "nonluogo"-pensiero che parla, non più forte o debole ma inconsistente, un grappolo di idee i cui acini si polverizzano nella banalità e nella regressione del ragionamento, in un intermezzo che vacilla quando non è vittorioso, che sfonda con l'ariete i confini dell'etica, non conosce limen e senso della vergogna.

È la parola-consumo, obsolescenza programmata, cannibalismo, mangia e rimangia se stessa in un secondo, volatilizza i suoi significati e significanti.

È l'uomo-consumo, prodotto etereo ed immateriale come certo web, è un sms-tweet-post, sunto disumano cash and carry, display di carne vuota e scintillante, fugacità permeabile al brutto, negotium e mai otium, identità fuori dal sé.

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