12/12/11

Amici + amanti: chiamiamoli 'complici di vita' ;-)

E non quelle schifezze che ci dicono abitualmente essere tali rapporti, usando termini di raro squallore (cfr. qui a fianco).

Alcuni giorni orsono, un amico ha pubblicato questa immagine nel proprio profilo Facebook. Superato l'iniziale momento di rigetto dovuto appunto a una parola così orrenda nel titolo, devo dire che mi sono ritrovata in molte delle argomentazioni a sostegno di tale modalità di relazione piuttosto che di quella di coppia in senso 'tradizionale' (poi ovviamente le cose semplicemente accadono e - quando ci si innamora - si va fuori di testa, si vuole l'esclusiva e si vede solo il positivo, tanto che il negativo emergerà a relazione in via di conclusione o conclusa).

La sottoscritta, però, nel leggere queste considerazioni e risentendo anche d'una discussione in merito che ha seguito alcuni giorni orsono su alcuni siti femministi, s'è posta alcune domande. Cose da poco, come sempre ;-)
Tipo:
- quanto è 'naturale' la nostra ricerca di partner eterosessuali, e quanto invece lo facciamo giusto perché così ci siamo abituati a causa della società in cui siamo cresciuti (parlo proprio di 'abitudine', quindi senza connotazione positiva o negativa dell'aver ricevuto tale educazione che preferisce l'eterosessualità)?
- quanto è 'naturale' il desiderio di essere una coppia piuttosto che quello di vivere relazioni aperte (o 'polifoniche', come le chiamano alcuni ricorrendo a una metafora musicale invero deliziosa!)? Ché io, sin da quando ero piccola, ho sempre pensato che si potessero amare persone diverse contemporaneamente perché ciascuna era speciale per qualcosa e per tale ragione provavamo verso di lei quell'afflato...
- perché all'amore associamo così tanto il desiderio di possesso ed esclusiva?
- perché ci ostiniamo affinché relazioni che ci fanno stare bene durino per sempre, pur sapendo che tutto nella vita ha una fine (ma anche un inizio, e quindi dovremmo essere consapevoli che *sempre* troveremo, nel tempo, persone che vivranno con noi un pezzo della nostra vita)?

Lui: "Ecco, non c'è tanta gente che è arrivata a questo tuo livello di consapevolezza".
Io: "Beh, a me sembra logica... mi sembrerebbe piuttosto stupido non avere questo atteggiamento".
Lui: "E poi ti cautela dall'innamorarti. Cioè, tanto sai che finisce, così puoi scamparla prima".
Io: "Non ci penso neanche a scamparla! Quando ricapiterà - tanto ricapita sempre - stà certo che intendo vivermela tutta con tutti i casini annessi!".

Ridiamo. Siamo entrambi così, neanche per sogno ci perderemmo l'occasione del delirio dovuto ai sentimenti quando la ragione non riesce più a controllarli, pur essendo persone - come da suddette argomentazioni - chiaramente disincantate/razionali/lucide.

Io: "Comunque, per il momento, se non ci fossi tu non avrei bisogno di nessuno. Ho una vita strapiena e riesco a fatica a ritagliarmi qualche momento per godermi la solitudine".
Lui: "E' perché noi da soli ci stiamo benissimo. Per questo andiamo d'accordo, perché non ci stressiamo. Comunque pure io non ne avrei bisogno di stare con qualcuna in questo momento".
Io: "E poi un giorno o l'altro o io o tu ci innamoreremo di qualcuno/a e ce ne andremo, e già so che l'altro/a non farà storie".
Lui: "Appunto. Ma sai in quante poche tipe siete a essere *veramente* così? Che davvero avete la lucidità di accettare che prima o poi finisca?
Sorrido. Eh, immagino che non siamo tante!
Lui continua: "Comunque tu sei una delle relazioni più lunghe che io abbia avuto nella vita...".
E io penso: "Ah, perché, la nostra è una 'relazione'?".

In effetti lui c'è da qualche anno e ha attraversato la presenza di altre mie relazioni di coppia stando lontano, per poi esserci di nuovo ad altri rapporti conclusi. Io con lui idem, credo (non lo so perché non mi interessa, e non faccio domande quando non m'importano le risposte). Il tutto senza stress di sentimenti di possesso, gelosie, invidie - non che uno/a dei due stesse male perché voleva altro e questo tipo di rapporto fosse percepito come un ripiego rispetto a qualcosa che non si poteva avere (ché invece il più delle volte il problema di queste relazioni è quello).

Ecco. Un rapporto 'puro', libero/liberato da stereotipi e aspettative, eppure ancora denso/intenso/profondissimo. Un rapporto fatto di silenzi e dialoghi, amicizia profonda, serate di concerti e cene e risate, più tutto il sesso della situazione - vissuto e dato con affetto, dolcezza, sorrisi e cura reciproca (e quindi non 'trombate' - parola che associo a violenza, freddezza, menefreghismo verso l'altra persona giusto per avere un qualunque orgasmo in più, e allora meglio - con molto amore verso me stessa - che me lo procuri piuttosto felicemente da sola).
Non potremmo prima o poi cominciare a parlare di 'complicità' - perché quella è! - e dare quindi a queste relazioni una connotazione positiva e tutto il valore che essere hanno realmente?
Perché ne hanno tantissimo. Sono vere. Gratuite. Volute.
Sono 'amicizia', nel senso più nobile e profondo della parola.

22 commenti:

Cri ha detto...

Amare più persone contemporaneamente per me non è possibile. Sono un'ossessiva in amore - nell'accezione più ampia del termine, comprendendo quello per una canzone, per un luogo, per un'opera d'arte, per un amico, per un desiderio - e quando ho un'ossessione non ne ho più per nessuno.
Però mi ci ritrovo appieno nella descrizione di "relazione" che tu fai, fatta di tutto quello di cui tu parli, di mancanza di sentimento di possesso e di gelosie e di invidie, e invece sempre più ricco di affetto e complicità. E' un po' che ci penso, in effetti, che io da vent'anni ho un trombamico. Mio marito.

Minerva Jones ha detto...

Infatti ciò su cui vorrei spalancare un portone - in questa società mortificante, castrante e bigotta - è la verità, l'intensità e l'affettuosità di certe 'relazioni'. Anche senza bisogno di vincoli, promesse, ecc. e pur nella consapevolezza che magari finiranno (o magari anche no, ma questa questione non ha importanza, per la prospettiva e il sentimento con cui le vivo io).

Sleeper ha detto...

Io credo che alla fine ogni rapporto deve essere vissuto con onestà e rispetto, con delle regole precise ma non imposte da chissà chi, un accordo tra le due parti, su eventuali limiti o libertà, poi il resto sono solo inutili etichette. C'è chi è poco possessivo chi di più, l'importante è essere chiari di volta in volta e finché si va d'accordo e si sta bene insieme non importa se si è insieme, non insieme etc...

ganfione ha detto...

sulle parole e sul loro uso, credo che a volte siano molto meno pericolose di quel che a prima vista appaiano. per fare un esempio inverso, a me "coito" fa rabbrividire, eppure ha un etimo nobilissimo. vattelapesca.
su tutto il resto, hai scritto almeno duecento cose che meriterebbero risposta e approfondimento. mò ci penzo ;-)

Minerva Jones ha detto...

@ Sleeper: concordo, solo la dimensione del possesso può rivelarsi pericolosissima - guarda che accade in questi casi quando uno non è più d'accordo con l'altro e vorrebbe allontanarsi! Per me che sono cresciuta nel "padroni di nulla, servi di nessuno", rimane una sorta di 'dominio', che sta bene se è concordata, ma da cui è difficilissimo uscire quando non la si vuole più.

@ ganfione: ecco, il mio solito limite, formulare pensieri complessi, arzigogolati e talvolta pure involuti. Accidenti! :-D

Humani Instrumenta Victus ha detto...

Senza contare il "Chiavanemici". Garantisce vantaggi anche superiori.

Minerva Jones ha detto...

@ HIV: Santo cielo, che parola squallida!!! e quale significato/funzione designerebbe, questa parolaccia?

Humani Instrumenta Victus ha detto...

Veicola sarcasmo

Minerva Jones ha detto...

Proprio ciò che in un rapporto - in qualsiasi rapporto - non potrei tollerare... Desumo che ciò che ho scritto in questo post non ti abbia trovato concorde, o mi sbaglio? :-)

Humani Instrumenta Victus ha detto...

Approvo l’intenzionalità satirica del tuo amico. Mi deprimono le farciture a contorno, del tipo “guardate come siamo complici, consapevoli, belle/i, emancipate/i, libere/i, enoisiamodiverse/i, etc.” Autocompiacimenti privati da chiacchieroni. Rapporti con amiche ne ho avuti, si cerca il piacere, a volte si trova, a volte no. E allora? Che cosa c’è d’interessante a divulgarlo? Boh. Un privato che dilaga e travolge tutto quanto non è femminismo, non è politica. Per me.

Minerva Jones ha detto...

Ok, credo d'aver capito il tuo punto. Ma mi sa che non ho spiegato bene il mio perché hai proprio frainteso, oppure che siamo distanti anni-luce rispetto all'argomento: non è autocompiacimento, quanto rivendicazione (nella società mediocre, bigotta e ipocrita in cui viviamo e in cui si inneggia a matrimoni e rapporti di coppia con contorno frequentissimo di corna reciproche, pratiche di subire-e-sopportare in silenzio, nonché accadimento di stupri/violenze/omicidi tra le mura domestiche) della dignità dei rapporti buoni, intensi e 'sani' - che non devono per forza essere quelli 'ordinari' - basati sulla scelta di amicizia e complicità di vita *vere*, non obbligate, non fatte perché ci si sente soli o perché una società e una famiglia intorno ti dico che quelli tradizionali sono giusti e tu sei sbagliato/a se non ti adegui. In questo, secondo me, "il privato è politico" - ed è così che io propongo riflessioni a partire da esperienze personali. Se ci hai visto il mio diletto di illustrare una qualche ricerca di piacere o scopata|di|passaggio, hai perso completamente il senso di ciò che ho scritto. Parlo di tutt'altro.

Minerva Jones ha detto...

Rispetto ai contenuti da divulgare dal privato al pubblico, poi, per come la vedo io trovo completamente privo di interesse - se non addirittura fonte di vero e proprio fastidio fisico per me - chi genera e parla di figli e delle necessità di questi! Questa - appunto per farti un esempio che mi pesa parecchio - è una cosa privata che diventa pubblica e che io - in questo passaggio - personalmente percepisco come violenza (per non parlare di dover pagare tasse per il sostegno dell'esistenza di marmocchi quando sarei invero a favore dell'estinzione dell'umanità). Pensa che piacere! :-DDD

ganfione ha detto...

ti ho anche "risposto", in maniera più ampia e articolata, qui

Minerva Jones ha detto...

@ ganfione: visto, riflessioni/argomentazioni sempre delicate e interessanti. Grazie! :-)

Humani Instrumenta Victus ha detto...

La società italiana è bigotta come dici, non ho dubbi. Ma opporle un contro-mood, uno stile di vita diverso che non chiama in causa le contraddizioni reali e profonde (di cui il bigottismo è solo manifestazione fenotipica), secondo me significa semplicemente sviluppare nuovi e diversi stereotipi. Lo spettacolo è il capitale stesso oggettivatosi oggi in immagine, e il capitalismo non è per niente bigotto, è completamente indifferente a questa e ad altre simili questioni. Apparire, mostrarsi, personalizzarsi il sesso coi tatuaggi etc. non sono contestazioni, sono solo alcune delle molteplici forme di mercificazione di sé.
A proposito dell’espressione “il privato è politico”, resta da capire come sia possibile che delle riflessioni procedenti da esperienze personali costituiscano immediatamente qualcosa di politico. Ogni giorno riflettiamo su noi stessi, significa forse che ogni volta ci riproduciamo in atti politici? Chiaramente non è così.

P.S. Evidentemente è la seconda che hai detto: sull'argomento pensiamo in modi molto diversi. Niente di drammatico, comunque :-) Baci.

Minerva Jones ha detto...

Accidenti, HIV, anche tu promuovi riflessioni ben articolate, eh? :-) Ok! provo a risponderti, ché questa discussione funziona, malgrado la distanza tra i nostri punti di vista.

1) Sui tatuaggi. Personalmente non li considero per forza una mercificazione di sé quanto un atto che alcune persone possono decidere di compiere sul proprio corpo per distinguersi o al contrario affermare un'appartenenza, per esprimere la propria identità o qualcosa per loro simbolico o semplicemente perché piacciono loro visivamente.
Ho una quantità notevole di amici tatuati e curiosamente ho verificato le loro ragioni, così come spesso ho letto sull'argomento e interrogato amici tatuatori, e tali diverse ragioni sono tutte parimenti confermate. Concordo con te che, però, c'è anche chi li fa per rendersi 'prodotto' per un potenziale interessato (= 'acquirente' in senso lato, non necessariamente in discorsi di denaro), sebbene - e, aggiungo, per fortuna! - costoro siano nella mia esperienza un'esigua minoranza. Poi i tatuaggi del sesso suddetti sono addirittura respingenti, secondo me... ma questo è un altro discorso.

2) "Ogni giorno riflettiamo su noi stessi, significa forse che ogni volta ci riproduciamo in atti politici?".
Per me sì. Già solo il fatto che abbiamo blog con i quali mettiamo in scena pubblicamente i nostri pensieri - fossero anche solo 'diari intimi' - questo rappresenta secondo me un atto politico, perché erodiamo il monopolio statale/mediatico/istituzionale nel gettare contenuti in pubblico che vanno poi a ispirare e/o diventare parte di immaginari degli individui che li leggeranno :-)
Per me, quindi, in questo senso tutto ciò che faccio è 'politico', anche solo decidere di vivere nel modo in cui vivo, con le relazioni che ho, con i dialoghi cui partecipo. Sono certa che capisci ciò che intendo :-)

3) "uno stile di vita diverso che non chiama in causa le contraddizioni reali e profonde [...] secondo me significa semplicemente sviluppare nuovi e diversi stereotipi".
Ok, afferrato il tuo punto di vista, ma mi continua a rimanere il dubbio di quali sarebbero queste "contraddizioni reali e profonde" (l'ipocrisia del tradimento? i rapporti di coppia imposti da altri o fatti per 'avere un po' di compagnia contro la solitudine? ti riferivi a questo?) e del perché, nel momento in cui insisto nel promuovere la legittimità di relazioni d'amore/amicizia sincere ma volontarie, libere e gratuite - indipendentemente dal sesso e dal ruolo dell'interlocutore - questo sarebbe solo proporre nuovi stereotipi e non piuttosto affermare una forma di libertà pulita e senza compromessi affinché magari in futuro non debba continuare a contrastare chi (v. legioni di mogli/mamme cretine e uomini che "vanno a mignotte mentre i figli guardano/guidano la tv") offende, tira a silenziare e umiliare (e ce ne sono, stanne certo), pretende di decidere per gli altri e in particolare per quelli7e come me, che rivendicano libertà e autodeterminazione. Ché libertà e autodeterminazione non sono stereotipi - non per me almeno ;-)

A te, mio caro! :-)
[PS. Prospettive distanti, ma buona conversazione e bacio ricambiato ;-) ]
[PS2: leggi il pezzo di ganfione che mi ha indicato nel commento, è interessante anche quello, secondo me - e comunque ottimo spunto di riflessione]

Humani Instrumenta Victus ha detto...

Quelle che seguono considerale più puntualizzazioni che obiezioni (il mio discorso è infatti differente, fondamentalmente perché si dimensiona su un altro piano rispetto al tuo e a quello di Ganfione, ma permettimi, è l’unico che m’interessi. Disquisire sui vantaggi o meno di fare sesso con amiche/i non fa presa su di me).
Si possono coltivare tutte le ragioni di questo mondo in buona fede, ciò non toglie che lo spettacolo sia un rapporto sociale mediato da immagini (completamente autonome e separate), del tutto indifferente alle intenzionalità dei soggetti. La merce resta merce anche se noi non vogliamo che lo sia. Le contraddizioni profonde di cui mi chiedi sono dunque quelle inerenti al rapporto di capitale, a questo livello di sviluppo: non si sceglie liberamente nulla, perché la scelta è già stata fatta, ed è implicita nel modo di produzione dominante. Non possiamo tirarcene fuori, però possiamo almeno porre correttamente i termini del problema.
A proposito della moda dei tatuaggi, gli scritti di Pasolini su fenomeni come i capelloni, o altro, restano intatte nella loro validità.
Quanto ai blog, essi generalmente producono molta più informazione (o sarebbe meglio dire opinioni, in grandissima maggioranza scadente) di quanta si riesca effettivamente a consumare. Un atto politico consisterebbe al contrario nell’interromperla, nel renderla impossibile.

Cannibal Kid ha detto...

friends with benefits, come dicono gli americani
o friends with penefits, come dico io :)

Minerva Jones ha detto...

@ HIV: legittimo che a te interessi solo il tuo modo d'intendere i rapporti (ci mancherebbe!) fermo restando che gradirei poter anche io potermi vivere i miei a modo mio senza dovermi continuamente difendere da sanzioni sociali che passano per la condanna, il disprezzo o l'insulto - nei migliori dei casi - che giustificano, e talvolta promuovono - nel peggiore dei casi - ulteriori peggiori derive.

Non concordo neanche sull'analisi dei modelli culturali dominanti, la questione può essere posta in termini più sottili - e ritengo che ci sia sempre la possibilità di guardare e lasciarsi ispirare da altri contesti culturali (su Pasolini invece non mi esprimo perché non conosco cos'abbia scritto sulla specifica questione cui tu ti riferisci).

Rispetto ai blog o a quasisi forma di controinformazione (ancorché, te ne dò atto, talvolta invero scadente) preferisco che ci sia una cacofonia che provoca la temuta 'disinformazione da sovrainformazione' piuttosto che un silenzio che apra sempre la strada a totalitarismi: perché se non ci prendiamo noi gli spazi, stà pur certo che questi non rimarrebbero vuoti/incontaminati, ma verrebbero riempiti da altri - e a questo punto allora preferisco vengano riempiti da persone ingenue, inconsapevoli e talvolta pure un po' sceme (ai miei occhi) piuttosto che da chi già detiene il potere politico+economico+mediatico e un domani rappresenti una dittatura peggiore di quella che già stiamo subendo.

[PS pazzesco che si cominci a parlare di sesso e si finisca sempre in politica ;-) ciao!]

Humani Instrumenta Victus ha detto...

Quando poi sarebbe meglio fare sia l'uno che l'altra :-)

Minerva Jones ha detto...

Vedi che il privato è anche pubblico e politico? :-DDD
Bacio, un'ottima giornata a te! :-)

Ginevra ha detto...

Cos’è “naturale”? Ciò che facciamo senza avvertire una sensazione di disagio, di distonia, di discordanza con il nostro profondo, credo. A volte, però, la naturalezza confluisce, identificandosi, nell’abitudine, normata socialmente e non solo. Sta a noi capirci e seguirci, con tutte le difficoltà che questa ricerca comporta; è senz’altro più facile e, soprattutto, rassicurante accettare e praticare un paradigma comune, che mette a tacere bisogni diversi, a meno che essi non siano talmente impellenti e necessitati da affiorare consapevolmente.
La complicità di cui parli è un sentimento bellissimo: è intimità, tocco di anime, sincerità, caduta dei veli con cui ci mascheriamo-difendiamo, apertura senza pregiudizio; racchiude affetto, rispetto, bene; non è anche questa una forma d'amore? Siamo abituati ad identificare e definire l'amore solo con quel sentimento furioso e travolgente che offusca la mente, unico ed esclusivo, con quei tratti (orribili per me) di possessività e gelosia; liberiamoci di etichette e definizioni e diamo sostanza alle nostre relazioni a prescindere da come esse si possano chiamare, diamo luce a ciò che, per ciascuno di noi, è naturalezza, stare bene, godimento, nel totale ed assoluto rispetto dei nostri ed altrui sentimenti, con l’assunzione di responsabilità verso noi stessi e l’altro; ci vuole maturità per farlo, capacità di introspezione e comprensione dei nostri bisogni reali, scevri da condizionamenti. Cosucce da poco, come le domande che hai posto. :-)