14/01/11

Soglie [racconto - prima parte]


La soglia è il confine visto nella prospettiva dinamica del suo superamento
(Johann Drumbl)

Quando c’è un terremoto bisognerebbe ripararsi sotto gli architravi, i tavoli o forse anche – come vidi in un film molti anni orsono – gli infissi delle porte. Sono i luoghi più sicuri per rimanere in vita, quelli sui quali c’è meno rischio di crollo. Non so se funzioni davvero così, so che attraversare la porta che conduce alla tua camera da letto non mi ha protetto. Ci prendiamo e ri-perdiamo continuamente da vent’anni. Per l’amore e le relazioni portiamo entrambi il massimo rispetto, pertanto è implicita la distanza reciproca finché durano. Ma ogni volta che siamo soli inevitabilmente finiamo a frequentarci di nuovo.
Attraverso quella porta siamo passati insieme, per curiosare nella tua nuova casa e nella tua nuova camera da letto – fingendo indifferenza mentre tu mi tentavi spinto dalla mera pulsione organica, e io ti rifiutavo mortificata dal non provare più alcun desiderio per niente e nessuno. “Eppure mi ricordo che non è che il sesso non ti piacesse, anzi: ti piaceva parecchio” – hai commentato al mio esprimerti la mia apatia quando ci siamo rivisti stavolta.

Sì, quanto mi piaceva. Quanto tu me lo facesti piacere – curandomi omeopaticamente con un po’ di quella violenza che avevo sperimentato qualche anno prima in dosi ben più massicce e menefreghiste da un individuo alla fin fine mediocre, mentre io, ora, diversamente da lui, risplendo di amore e di capacità di incantarmi ancora. Mi prendesti dosando quella violenza con attenzione, quel tanto che bastava per ridarmi una situazione crudele, ma conosciuta, e piano piano mi liberasti dall’associazione mentale ed emotiva sesso = violenza. Il sesso – con te che amavi Tanizaki e i gatti, che eri vegetariano e indeciso su che farne della tua vita, che ridevi di cuore delle mie stupidaggini e godevi con me di concerti e mostre d’arte – divenne per me bellezza e piacere. Puoi capire, ora, perché ti amai tanto?

Se ti avessi spiegato tutto questo allora, mi avresti risposto con un’altra delle tue lapidarie sentenze, che odiavo per la loro laconicità e che oggi, invece, io stessa sottoscrivo. Avresti detto che per me tu non facevi nulla, che pensavi solo a procurare piacere a te stesso, ma “d’altronde non si procura il massimo del piacere all’altra persona nel momento in cui si ricerca il proprio?”. “No!” – ti avrei urlato – “Non funziona così”. Invece ora so che funziona così. Senza alcuna crudeltà, né alcun egoismo. Si condivide, ma si cerca prima di tutto il proprio piacere. E così facendo, il respiro della nostra voglia di muscoli tesi e liquidi caldi da sorgenti interiori procura involontariamente il piacere dell’altro/a.

Adesso, in qualche modo, è arrivato il momento in cui renderti quel favore. Perché gli uomini – e qui le donne si sbagliano proprio tanto – non vogliono da noi (solo) sesso, ma soprattutto la condivisione di sensazioni, pensieri, sorrisi, momenti e racconti. “Che dici, la prendiamo?” – mi chiedi inginocchiato ad accarezzare una gattina nera di pochi mesi nel canile in cui la stanno custodendo. Ti guardo, e dentro sorrido. Non sei più il mio ‘maestro’ che mi faceva soffrire e mi dava piacere al tempo stesso: ora siamo complici e amici in un rapporto alla pari. Sono interdetta, non mi aspettavo una domanda che implicasse un verbo coniugato al plurale come risposta. Il mio assenso è un veloce “sì” confuso e smarrito. Una gattina nera ti aspetterà a casa ogni giorno d’ora in poi – benvenuto nella tua nuova vita!
Sento che ora sono io a guidarti, a insegnarti tutta una serie di piccole astuzie per la sopravvivenza domestica quotidiana (“la tua attitudine da casalinga mi impressiona veramente” – mi sbeffeggi sarcastico), a suggerirti titoli di libri sui quali ho studiato io ora che tu, adulto, hai deciso di re-iscriverti all’università e magari stavolta completarla. Ma torniamo anche sempre immancabilmente lì – a parlare di quanto i nostri corpi stessero così bene insieme.

Il primo ricordo di te è l’odore della tua camicia bianca, fresca di bucato, una sera d’estate, in cui nel cortile del rettorato proiettavano un film di Almodovar. La portavi con i jeans neri e risaltava sulla tua carnagione, i tuoi capelli e i tuoi occhi scuri. Ma riesco a ricordare anche il tuo profumo che mi faceva sentire così al sicuro, così a casa – e che nel tempo, quando mi capitava di sentirlo per caso tra la gente per strada o in un qualche locale durante un concerto, mi portava a cercarti tra la folla sperando di incontrarti casualmente, come se tu fossi l’unico che lo indossasse.
Avevi una personalità spiccata, e ai miei occhi ‘sapevi tutto’: un anno di differenza, a quell’età, sembra un oceano di esperienza. Sono stata in ogni tua casa, e in ogni tua casa abbiamo fatto sesso. In una di queste tenevi pure un gatto, e quando disteso sul letto fumavi e gli mostravi la lingua lui prendeva la rincorsa e ti saltava addosso cercando di afferrarla.

Le tue unghie curate – insolitamente un po’ lunghe per un uomo – mi hanno sempre spaventato. Temevo potessi ferirmi, ma non lo facesti mai. Ricordo però chiaramente quando mi infilavi le dita affusolate tra le labbra quel tanto che bastava per eccitarmi, perché a te come a me piace sentire bene i corpi. Uno nell’altra. E il forzarsi reciprocamente preludeva a dolori e piaceri successivi – come il riverbero di una nota che non si è ancora conclusa mentre ne sta subentrando un’altra.
Mi facevi sdraiare lateralmente dandoti la schiena, mi abbracciavi quasi a togliermi il respiro stringendo tra le dita i miei capezzoli così forte da farmi piangere, e in quell’istante mi penetravi. Mi sembrava di venire lacerata, ma mi piegavo ancora più in avanti per sentirti meglio, e i miei capelli lunghi accarezzavano i seni che mi avevi appena torturato. Non mi baciavi mai, e anche questo, un po’, lo pativo.

(continua)

7 commenti:

Venerdi Sushi ha detto...

Solo due appunti, permettimili amica mia. Quanto stupore, per un Maestro che ha condiviso tutto quello che sapeva con la sua allieva fino al punto di essere raggiunto e superato. Ma non è forse proprio questo lo scopo dell'insegnamento? Inolte no, non funziona così... almeno non per me, perché è è cercando il piacere dell'altra che io provo piacere... mi spiace, oggi ti critico.

Minerva Jones ha detto...

Buongiorno mio caro! :-)
Ti rispondo in modo puntuale, permetti? Sì che mi permetti, lo so...
1) Rileggi bene (se ne hai voglia): non ho detto da nessuna parte che ho superato il mio 'maestro' (di fatto, no, non l'ho mai superato) - ho detto che avevo la sensazione di potergli rendere il favore di avermi 'fatto del bene' attraverso quelle cose diverse tra noi che in quel momento della mia vita magari gli servivano (ovvero, parlo di uno scambio di 'aiuto' in tempi diversi), e che adesso c'è un rapporto alla pari in cui io non sono più allieva/vittima e lui non è più maestro/carnefice. Però sì, miglior risultato dell'insegnamento sarebbe arrivare a 'uccidere' il maestro ;-)
2) Su come funziona la ricerca del piacere e del suo conseguimento, ciascuno di noi è diverso. Per me in generale funziona così. Il fatto che poi la metta in modo così laconico è perché questo rimane un 'racconto' - pur se ispirato a un'esperienza reale - non un'autoconfessione. E parlo di amicizia e sesso - quando c'è anche innamoramento/amore funziona ancora diversamente in me.
Insomma, le sfumature del desiderio, della ricerca del piacere, e delle modalità di condivisione sono infinite, questa imprevedibilità è parte della loro bellezza, secondo me ;-)

Cavalier Amaranto ha detto...

Perché gli uomini – e qui le donne si sbagliano proprio tanto – non vogliono da noi (solo) sesso, ma soprattutto la condivisione di sensazioni, pensieri, sorrisi, momenti e racconti

Questo sarà l'incipit per il mio prossimo post, con il tuo permmesso, con tanto di link ovviamente.

Letto tutto più volte, molto gradevole a leggersi.

Minerva Jones ha detto...

Grazie, Cavalier Amaranto, ci ho messo un po' ad arrivare a questa conclusione - ma sono certa di non sbagliarmi. Quante cose credo migliorerebbero nel rapporto tra i sessi se avessimo l'intelligenza e il coraggio di andare oltre vecchi stereotipi e ci 'ascoltassimo' semplicemente come esseri umani senza distinzione di genere! Ne sono convinta, perché io lo faccio, e i mondi di bellezza, profondità, stupore e conoscenza che si 'aprono' davanti a me con questo atteggiamento sono di infinita ricchezza :-)

Inneres Auge ha detto...

Concordo con il cavaliere. Mi fa piacere rileggerti e non vedo l'ora di vedere il resto.

Only Me ha detto...

molto molto bello, vero stà storia.
cmq un bel rapporto.. anche se... senza baci no.

il bacio è l'espressione della carnalità, dell'attrazione. dal bacio si capisce ( a prescindere dalla natura del rapporto) se ci sarà un seguito.

e cmq... l'ho divorato sto post.

Minerva Jones ha detto...

@ Inneres Auge: grazie :-)

@ Only Me: il fatto che i baci fossero così rari e malvissuti è indicativo anche della natura del rapporto, secondo me ;-)
Ne parlavo anche nel post "Baci che provocano sussulti", dove i commenti sono stati ulteriormente illuminanti sull'argomento :-)