22/08/14

Divenire acqua...











Qualche settimana fa ho partecipato a un workshop sulla lettura dei tarocchi, ma tal laboratorio non era - come spesso quando si tratta di questo strumento - legato alla loro eventuale potenzialità divinatoria.
Piuttosto, usava le carte - nei loro significati tradizionali e in una disposizione da intendersi un po' come un abecedario (sulla base del quale poi ciascuno si sarebbe costruito le proprie specifiche disposizioni a modo suo) - come occasione per riflettere su di sé e fare il punto sulla propria vita, individuando punti di forza e carenze, elementi da ridurre e altri cui dare spazio.

Insomma, si trattava di partire dalla premessa che tutto sia connesso e che quindi le carte siano parte di questo nostro stare-in-relazione col mondo e ci aiutino a riflettere su noi stessi, e su quello che stiamo vivendo in un certo momento della nostra vita.
Di fatto, una sorta di test di Rorschach, ma nel quale ciò che vediamo è sintesi di un significato depositato nella tradizione e della nostra visualizzazione e sensazione del momento.

Questa disposizione iniziale è già interessante perché semplice, ma intensa - ragion per cui la sto insegnando, mentre viaggio, a chiunque ne sia interessato. Ma essa - mi sono resa conto sin da subito - a me ha richiamato subito l'attenzione ed esortato alla dolcezza, alla comprensione, al silenzio, e alla contemporanea azione creativa.
Due carte mi hanno in particolare dato da pensare: quella della Forza - da intendersi come consapevolezza di sé, della propria posizione, del proprio volere in relazione al mondo esterno, quindi come 'forza interiore' (risolutezza?) - e quella della Temperanza.

La Temperanza - nelle mie carte (uso quelle Art Nouveau) - è rappresentata come una giovane che da una brocca versa dall'alto acqua in una coppa. Il senso sta nel 'flusso dell'acqua' e in tutto ciò che questo evoca: il movimento e il cambiamento, il dare e darsi tempo consapevoli che le cose passano (panta rei), la temperanza (poiché gutta cavat lapidem), il lasciarsi scivolare addosso le cose (o l'evitarle spostandosi magari lateralmente con dolcezza analogia della pratica buddhista dell'evitare la violenza anticipandola?), il fatto che l'acqua comunque arrivi sempre nei luoghi più nascosti e irraggiungibili e che basti una minima pendenza affinché raggiunga il proprio obiettivo (pensate a come sfruttarono tal principio gli acquedotti romani!), il fatto che mai ci si bagna due volte nello stesso punto del medesimo fiume.

Sto viaggiando, e in questo momento anche in generale nelle relazioni con gli altri, vivendo tutto con questa immagine in mente. E' interessante, per me che ho spesso preso di punta tutto, e reagito con aggressività che a volte sfiora la violenza che io stessa aborro. Quasi mi sembra un sentire e un agire ancora più intenso, e potente...

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