28/02/14

Walter Benjamin: empatia, i nostri racconti e l'amore gratuito


Ricevo segnalazione da Cinciarella, e volentieri le faccio eco, questo bellissimo articolo in cui si parla di empatia, ascolto/racconto delle storie narrative personali, e amore gratuito.
Non badate al pessimo titolo perché è parzialmente fuorviante. Così come vi ho evitato le immagini stereotipate che lo accompagnavano.
Godetevi la lettura, chiara e precisa, e riflettete sulle considerazioni che vi propone l'autrice ripercorrendo le parole e i pensieri di Walter Benjamin.
Ne sono certa, vi faranno bene! :-)


La cenere amabile: ripensare la perdita, vivere con amabilità
di silvia Migliaccio

Nella nostra complessa e stratificata società contemporanea è auspicabile mettere in luce la portata etica ed antropologica del rapporto con il vissuto, vale a dire con l’esperienza singolare e comune della perdita e del suo legame con l’affettività, emozioni costitutive di tutto ciò che è umano, ripensandole, nel tentativo di scrostarle da ogni visione tragica e buia.
Ed è qui che ci viene incontro Walter Benjamin. Nel suo saggio intitolato “Il compito del traduttore”, il pensatore tedesco parla di una “maturità postuma”. Benjamin non si spinge oltre a questa frase, ma se ci si sofferma a riflettere su di essa, la si può riferire a ciò che è andato perduto, nel vissuto, in ciò che è stato.

Qualcosa che non consola ma, al contrario, sconvolge in quanto catastrofe, la quale però reca in sé una possibilità – intesa come germe di vita – in ciò che è compiuto, giunto alla fine, invitando quindi ad una riconsiderazione della perdita come qualcosa di non mortifero ma anzi vitale e rivelatrice di speranza. La speranza delle cose preziose, piccole e sobrie da cui partire, ricominciando da capo, costruendo l’esperienza singolare e comune.
Perché tutto ciò? Benjamin arriva a pensare questo alla luce del fatto che i soldati reduci dalla Prima Guerra Mondiale tornavano incapaci di comunicare quanto avevano patito nella loro vita vissuta. Tale condizione di incomunicabilità è, secondo il pensatore berlinese, una situazione che connota il singolo come la collettività nella società del Novecento.

Le parole da lui usate per descrivere questo stato di aridità affettiva ed emozionale sono, a parer mio, adeguate ad illustrare anche e soprattutto il nostro tempo, i giorni nostri, in quanto, come egli scrive nel saggio “Il Narratore”, anche noi, tuttora, “[…] difettiamo di esperienze singolari e significative […]”. Non riusciamo più a raccontare e a raccontarci: lasciamo passare accanto a noi tutto ciò che ci accade senza viverlo sulla nostra pelle e nel nostro cuore. Non permettiamo più alle nostre esperienze di “lavorarci dentro”, segnando il nostro vivere, sentire, vedere noi stessi ed il mondo che ci circonda.
Non ci sono più persone e cose preziose da custodire dentro di noi proprio perché tali: belle e care, per questo importanti da tenere dentro il nostro “io interiore”: “perle rare di vita vissuta” che costituiscono la nostra affettività ed il nostro prenderci a cuore chi e ciò che è vicino. Deficitari di empatia così intesa, di conseguenza non riusciamo a dare consiglio, perciò, nel cercare una via d’uscita da tutto questo, si potrebbe ripensare all’importanza di ciò che ci accade, quindi della contingenza, delle piccole cose quotidiane, preziose nel loro essere minuscole.

Ritornare a pensare ad esse, a quanto siano importanti nel vivere di ciascuno, ha una notevole valenza etica in merito al legame con la perdita, la quale è resa dal filosofo con questa splendida immagine: “ la cenere lieve del vissuto”. Infatti è proprio accorgendoci di ciò che è piccolo e vicino a noi che ci si può accostare ad aspetti delicati e preziosi del vivere intimo e comune, tendendo una mano gli uni agli altri per non naufragare – dispersi – nel mare aperto della solitudine e dell’indifferenza.
La perdita, il lieve esser cenere del vissuto, è accostabile a quanto afferma Benjamin a proposito dell’amore in quanto “spreco della nostra esistenza”. Amore che si rivela nella perdita, in ciò che va perdendosi, non lasciandoci nella disperazione, ma – “heideggerianamente” – gettandoci a piene mani nelle braccia dell’Esserci.

Quindi, prendendo spunto da Martin Heidegger, Benjamin afferma che l’amore getta nel mondo non potendo, chi ama , trattenere, aspettarsi e sperare qualcosa nell’amare. Amore che non ha alcun diritto di proprietà ma ha come suo solo diritto la manifestazione, poiché è quando lo si manifesta che esso è immanente, illuminando ed avvolgendo – le cose care da proteggere e da custodire-, in un’aura della quale è saturo chi ama ed è amato.
Dove amare è prendersi cura, illuminare il vuoto, lo spazio di dolore che ciascuno porta dentro di sé. 
Tutto questo con-dividendo.


Preso da qui.

1 commento:

mark ha detto...

Mio nonno fece la campagna in Russia della II guerra mondiale e lui non amava divulgare il vissuto non certo per una “condizione di incomunicabilità”, vuoi perché mancavano le basi culturali, vuoi perché pudore e vergogna per l’orrore (in questo caso vissuto sulla pelle) ne impedivano la diffusione.

Per quanto riguarda i nostri giorni, l’aridità interiore è indiscutibile, forse perché la si cerca nei posti sbagliati e troppo stesso la si collega alla materialità, come già evidenziato nella parte finale. Personalmente ho l’idea che "l’identificazione", in taluni casi, dell’amore o della felicità o di quant’altro possa esser portato a condivisione sia un limite nello stesso momento che lo si identifichi, mi piace considerare il tutto nel suo insieme, quindi la condivisione deve essere di me stesso in toto. Ciò però si scontra con la parte gelosa di me stesso e qui si incasina il tutto. Ghiaro no? Appunto è propri quello che volevo scrivere. ^_^