07/02/14

Qualche riflessione su La grande bellezza




Sono passati molti mesi da quando questo film è uscito, e la sottoscritta non aveva mai trovato occasione di vederlo - pur se le numerose recensioni, di volta in volta a favore o contro, avessero suggerito alla vostra Minerva che valesse decisamente la pena vederlo e farsi la propria opinione in merito. Ragion per cui, mesi fa, ne sospesi la lettura rimandandola a quando l'avessi potuto godere in prima persona - cosa che è finalmente accaduta pochi giorni orsono.

Di qui, la ricerca e la lettura online ora di quelle che m'ero segnata, e l'accordo quasi completo con la recensione comparsa sui Ladri di bellezza (a opera di ganfione) a suo tempo - ragion per cui rimando a quella per tutti gli errori voluti e non voluti, la forza e la debolezza, e infine la profonda furbizia di questo film.
A questo punto, non posso esimermi dal dire la mia, usando in omaggio al film la prima persona singolare anziché la terza con cui talvolta scrivo - in modo tale da non rischiare di venir scambiata per l'artista demente che in apertura del film tira craniate contro pilastri mettendo in scena tutta la propria insostenibile banalità.

Ché già di qui - ferma restando la meravigliosa (e paracula, perdonatemi il termine ma trovo sia quello più idoneo a rendere l'idea) rappresentazione che ne esce di Roma - per me, per prima cosa, il film è un lavoro sulla messa in scena di sé. Abbondano, anzi tracimano le auto-rappresentazioni dei suoi protagonisti - dal giovane che si scatta una foto al giorno per decenni e poi ne allestisce l'esposizione pubblica, alla suddetta artista concettuale, alla scrittrice che si autoincensisce anche nel contesto di feste amicali di poveracci, all'autore fallito di teatro che disperatamente cerca l'occasione della vita.
E quindi, di fatto, io sin dall'inizio del film ho riso. Ho riso di tutti costoro.
E ho riso di me quando mi comporto o la penso o la vivo come costoro! 

Sì, lo so che non è bello, che non avrei dovuto, che avrei magari dovuto essere solidale con la tragedia di questa umanità. Ma no, perché costoro sono così tragicamente alla deriva che non mi ci potevo immedesimare (discorso a parte per il personaggio della Ferilli, del quale dirò più avanti).
E Sorrentino, che è un furbastro, forse l'ha fatto proprio intenzionalmente a girare un film con così tanti personaggi così meravigliosamente mal riusciti - per me bozze d'esseri umani nella vita così come sullo schermo.

Per questo, invece ho piuttosto riso con Jep Gambardella (Toni Servillo), che è un incanto d'eccesso, menefreghismo e distanza da tutti gli altri sin dalla sua entrata in scena - così sensibile solo verso se stesso (d'altronde "vi sono sensibili furbi e sensibili scemi", diceva già Snoopy in una delle famose strisce), alla deriva come gli altri, ancora lì a perdersi nel ricordo del primo amore, ma con la stessa attitudine superficiale, la stessa espressione in viso, e quindi la stessa credibilità con cui conforta la vedova per la perdita del consorte.
Jep è almeno in parte incarnazione signorile della bruttezza a oltranza - per converso rispetto al titolo del film - pure davanti alla morte, in un alternarsi inesauribile tra finzione, auto ed etero messa in scena, vacuità e perversione: tutte maschere per fuggire continuamente la paura.

Eppure Jep, per come lo 'sento' io, è un bellissimo e completo personaggio proprio perché in sé incarna tante contrapposizioni che lo rendono umano e divino al tempo stesso: ama l'<<odore delle case dei vecchi>> - dice - e non sappiamo se credergli o meno visto che quell'odore lo conosciamo bene come 'anticamera della morte' (qualcosa che tanto bella, come esperienza, magari non è, eh?), e la sua non è malinconica rimembranza del primo amore quanto della giovinezza e di un rapporto col tempo che ora si conta non più come apertura e potenzialità, bensì come anni di vita rimanenti.
Per non dire della sua disperata ricerca di confronto sul senso dell'esistenza continuamente frustrata dalle autorità religiose - patetiche e mediocri addirittura più degli altri personaggi tossici e caciaroni di cui pullula il film.

In sintesi, Jep è grottescamente gaudente del suo stesso squallore, dell'imperfezione della sua condizione umana, e per questo in lui c'è una profonda purezza. La stessa del personaggio appena accennato di Ramona - il suo contraltare femminile (ragion per cui mi ci sono immedesimata) - che, sebbene non sviluppato in modo accettabile (e qui sì l'errore è non voluto ed è macroscopico da parte della sceneggiatura), ha come elementi significativi il pari pensare solo a se stessa, il sospendere il giudizio sugli altri, l'incarnare dignitosamente la sua deriva personale e il lasciarsi incantare e ridere con lui della bellezza nottura della quale possono beneficiare grazie all'uomo che 'custodisce le chiavi' dei più bei palazzi romani.

Vi lascio due clip del film consigliandovi vivamente di vederlo - qualora non l'abbiate ancora fatto e siate quindi dei ritardatari come me ;-)
Nella prima, l'entrata in scena vertiginosa quanto rarefatta del mio amato, elegantissimo, Jep. Nella seconda ciò che, con lui, ormai penso di coloro che si mettono in scena senza aver nulla da dire (con robaccia tipo i selfie, che non tollero proprio più, o autoproclamandosi 'artisti' in virtù d'una infanzia dolorosa) della mia insofferenza e di qui intolleranza verso chi mi fa perdere anche solo un istante del tempo della mia esistenza ;-)






7 commenti:

Cri ha detto...

Mi emozioni oltre ogni dire :)
Tu saprai, immagino, quanto io sia rimasta colpita, folgorata sempre più ad ogni nuova visione (quattro, finora) da questo film. Sorrentino è un furbastro, e rappresenta una Roma meravigliosa e paracula, sì, mostrando così di averne compreso i fondamentali; e mette su una roba sull'umana esistenza che solo l'acume di un'antropologa anarchica poteva decrittare fruttuosamente. Concordo con passione sull'osservazione sulla purezza di Jep Gambardella, un menefreghista "sensibile" (laddove il termine si dispiega per tutta la sua estensione semantica di "uomo che ha la facoltà di percepire attraverso gli organi di senso"), che afferma se stesso smentendosi, sempre soavemente attento a restare in bilico tra serietà e facezia, tra autenticità e mistificazione, in perenne equilibrio instabile - ma è il solo nel film a possederne uno, insieme ad una ostentata indegnità profondamente dignitosa - disincantato ma non cinico, non per bontà ma per signorile lassismo, determinazione a "non sprecare tempo a fare cose che non mi va di fare"; Jep che è anche il "mio" amato. E nel destino riservato a Ramona, che io ho inteso più come la rappresentante di un'umanità primitiva, non infelicemente sofisticata, ingenua, rozzamente e teneramente innocente e per questo dotata della "vista" che a tutti gli altri, eccetto Jep, è negata, ho visto la conferma della furbizia cattiva, implacabile e al contempo umanissima di Sorrentino, che in questo film, per me, ha sfiorato vette di assoluta genialità. Oddio, io quando attacco a parlare de La grande bellezza non mi fermo più... :D

AlmaCattleya ha detto...

Il film non l'ho visto. Ancora.
Ho sorriso quando hai scritto "autoproclamandosi 'artisti' in virtù d'una infanzia dolorosa". A volte succede che chi ha avuto un'infanzia dolorosa, si rifugia nell'arte ma questo non vuol dire automaticamente che tutti quelli che hanno avuto un'infanzia dolorosa siano degli artisti. Poi sembra tanto che, in questo caso, il successo nel campo dell'arte sia una sorta di riscatto. Va bene, ma ci vuole molto di più di un'infanzia dolorosa. Da sola non vuol dire.
E così non è che tutti i più grandi artisti abbiano avuto un'infanzia dolorosa. Per alcuni è stata splendida. Buon per loro.

Charlie Brown ha detto...

visto martedì e ne sono rimasto piacevolmente colpito.
Con gli amici si giocava cercando di riassumerlo in poche frasi.

Le più usate sono state:
è un film sulla decadenza dell'uomo.
ha una bellissima fotografia.
Invoglia a visitare Roma

Marco Goi ha detto...

belle riflessioni, minerva.
il discorso sull'arte e sul sentirsi artisti è complesso e un pregio del film è quello di affrontarlo in maniera ironica, mettendosi dentro in prima persona.
e quindi sì, c'è da ridere, di loro e di noi quando ci comportiamo come loro. e poi chi sono loro?

jep in effetti è un grande personaggio, un personaggio contenitore che contiene tante contraddizioni. come questo film giocato sui contrasti, dal divino al trash, dalla grande bellezza alla grande bruttezza

ganfione ha detto...

"bozze di esseri umani" mi trova assolutamente concorde, e infatti sono uscito dal cinema con l'impressione di aver assistito a una bozza di film in cui si abbozzano storie e personaggi. per questo ho avuto l'impressione di un film volutamente incompleto, per il motivo che in ciò che viene rappresentato non vi è altra sostanza che l'apparenza, e quindi nulla di sostanzioso da raccontare.

Minerva ha detto...

Concordo con quanto scritto da tutti voi. Sto continuando a rivederlo, e ciò che mi sta sempre più incantando è che - a fronte d'una storia di fatto inesistente (più che una narrazione, è una 'fotografia' d'una situazione) - sta emergendo una quantità di temi impressionante, e no: non sono sviluppati, ma è ok, perché il trattaggio, la bozza che ne viene fatta, lascia sviluppare tutto il seguito allo spettatore, nella via mente, nella sua vita al di là del tempo della visione del film. E questo mi piace assaissimo!

Alligatore ha detto...

Io l'ho detestato dall'inizio alla fine (a parte la presenza della santona, surreale), e concordo con te nel definire "furbo" il regista. Vedrai quanti commenti ... il mio post è stato riempito da una massa di sconosciuti venuti a difendere il film (perché?... si difende sa solo), o criticarlo concordando con me. Di sicuro non lascia indifferenti.