13/01/14

Contro le identità - Stefano Boni



Quella mente brillante di Stefano Boni (antropologo che spesso trovate tra gli autori di "A - Rivista anarchica", già autore di Vivere senza padroni) ha scritto il testo che segue, che Minerva - insofferente e critica anche nei confronti di certi contesti che pur approva, apprezza, e sostiene 'a spada tratta' - sottoscrive al 100%.

Buona lettura, e buona riflessione.




Contro le identità:
riflessioni per il superamento della auto-disciplina di gruppo

Abbiamo bisogno di identità forti? Dobbiamo necessariamente appartenere a gruppi e conformarci alla condotta collettiva del nostro gruppo di riferimento? Le identità sono modi di disegnare circuiti di appartenenza mediante un processo di riduzione del differente al simile. Una volta che l’identità è affermata, si riconosce, infatti, per l’omogeneità di sentimenti, pratiche e valori che caratterizza i diversi individui che appartengono al gruppo. La costruzione delle identità è quindi un processo di delimitazione di un gruppo e di definizione di ciò che fa parte della sua identità. In questo processo di edificazione di aggregati sociali riconoscibili si giocano dinamiche di potere. Una prima forma di potere consiste nella selezione di quali debbono essere i valori condivisi dal gruppo. Una seconda forma risulta dalla capacità di diffondere – o imporre - le pratiche considerate accettabili per chi appartiene al gruppo. L’autorità identitaria rende omogenea la pluralità individuale e genera una contrapposizione verso l’ ‘altro’.
Negli ultimi decenni l’antropologia culturale ha mostrato che le identità che ci vengono spesso presentate come naturali e inevitabili sono, in realtà, costruite e arbitrarie. Essendo culturalmente fabbricate, le identità potrebbero essere decostruite, svuotate e riconfigurate. Si possono quindi rifiutare dinamiche di appartenenza che mistificano la lettura della realtà? Ci si può svincolare dall’inconsapevole disciplinarizzazione della nostra condotta richiesta dal conformarsi all’appartenenza identitaria? Si può ma spesso non si fa. Anche in circuiti antagonisti, anche in ambienti libertari. E’ relativamente più semplice cogliere il potere, al di fuori di noi, nelle istituzioni – nel carcere, nelle fabbriche, negli ospedali, nelle caserme, nello stato-; è più problematico prendere coscienza di come noi stessi riproduciamo il potere nel vissuto quotidiano. Non ci sono rimedi semplici per abbattere queste forme di potere discorsivo e sfuggevole se non la consapevolezza individuale delle dinamiche sociali, quotidianamente riprodotte e - all’apparenza - innocue. Queste pagine mirano, appunto, a fornire spunti per riflettere sui processi sottaciuti di auto-disciplina legati alla costruzione delle identità.

La classificazione degli esseri umani prevede l’utilizzo di categorie per raggruppare le singolarità in modo da offrire schemi cognitivi che permettono una lettura diversificata della società. Le cassi concettuali assumono una dimensione lessicale: ‘ragazza’, ‘fascio’, ‘marocchino’, ‘barbone’, ‘madre di famiglia’, ‘rasta’, ‘disobbediente’ sono termini che identificano ambiti di appartenenza e di condotta. Gli individui entrano a far parte di gruppi con cui dovrebbero condividere valori e modelli di comportamento. Le identità sono quindi il risultato di circuiti sociali che tendono ad omogeneizzare la condotta di chi vi appartiene per segnare una distinzione rispetto all’altro.

Le categorie che utilizziamo per distinguere i gruppi non sono totalmente arbitrarie. Alcune si riferiscono a fattori come il sesso, l’età, la provenienza, l’occupazione, l’adesione più o meno formalizzata ad associazioni. L’appartenenza alle categorie genera condotte differenziate. La società si attende che una certa categoria adotti dei comportamenti specifici e, in effetti, quelli che sono identificati come i membri di quella categoria – per esempio i ‘punk-a-bestia’ o i ‘manager’ – adottano modi di fare che noi riconosciamo come appropriati, adatti, congruenti con la categoria in questione. Le individualità vengono incanalate in modalità di condotta standardizzate che caratterizzano il loro gruppo di appartenenza: la collettività si attende una certa condotta e effettivamente c’è una messa in opera della condotta attesa da parte dei membri di un determinato gruppo. Il nostro vissuto e ciò che osserviamo conferma la giustezza delle categorie che abbiamo elaborato: la maggior parte dei ‘punk-a-bestia’ si comporta effettivamente da ‘punk-a-bestia’ – così come i ‘manager’ da ‘manager’- perché adotta condotte conformi a ciò che ci si attende da loro. L’adesione all’ordine sociale è una forza di conservazione che induce a disciplinare il proprio comportamento - senza costrizioni fisiche - attraverso continui riferimenti simbolici che entrano a far parte delle nostre disposizioni mentali e corporee. Senza rendersene conto, si aderisce alle nostre categorie e si impara a categorizzare gli altri.

L’inganno identitario è la rappresentazione che molti di questi gruppi si danno e che noi riconosciamo loro. Le identità non ammettono di essere prodotti culturali arbitrari e mutevoli: cercano una legittimazione in categorie - come quelle di ‘essenza’, ‘natura’, ‘tradizione’ – che offrono spiegazioni mistificanti, ma comunemente accettate, di perché esistono i gruppi. La congruenza tra comportamento atteso – come si dovrebbe comportare un membro di un gruppo - e comportamento reale – come si comporta un singolo che appartiene al gruppo - ci potrebbe far credere che le categorie, da noi generate per comprendere e ordinare il mondo, siano dotate di un’essenza. Ci sarebbe quindi un modo di fare, per esempio ‘maschile’ – la manualità, il gusto per il calcio, l’occupazione privilegiata di spazi pubblici, l’indisposizione alle cure parentali, etc.-, che sarebbe insito nell’essere uomo e non dovuto a come siamo stati abituati a concepire – e a riprodurre nella pratica - la mascolinità. La conformità di condotta all’interno di un certo gruppo sarebbe dovuta ad un’essenza intangibile comune – un carattere, uno spirito, una natura condivisa – e non a un’operazione sociale di apprendimento, ossia imparare a comportarsi da ‘maschio’ secondo i canoni condivisi. L’antropologia permette di smascherare le identità essenzializzate mostrando come la mascolinità sia intesa in maniera assai diversa in diversi luoghi: non esiste quindi una natura maschile ma una cultura della mascolinità che tenta surretiziamente di leggittimarsi come ‘natura’.

Inoltre, i gruppi tendono a presentarsi come soggetti consolidati, con caratteristiche antiche e immutabili, che hanno radici nella loro ‘natura’ e ‘tradizione’. Questo è un tratto accentuato nella essenzializzazione delle caratteristiche di genere e di età ma anche nell’identità nazionale: lo spirito ‘italiano’ avrebbe le sue radici – nella retorica fascista ma anche in quella dello stato repubblicano - nella Roma antica così come quello Padano avrebbe – improbabili - origini celtiche. L’appartenenza ha bisogno di rappresentarsi come qualcosa di antico: gli scambi materiali e immateriali che hanno caratterizzato l’intera storia dell’umanità così come le trasformazioni nella composizione genetica dei residenti in una certa area – il mischio genetico della popolazione della penisola è ovvio - sono negate. Si occulta la documentazione che mostra che i gruppi sono frutto di continue ibridazioni, di un meticciato culturale e genetico. Si nega l’evidenza della permeabilità delle società e della mutevolezza delle configurazioni identitarie e dei tratti che vengono presentati come caratteristici di un certo gruppo. Alla categoria di ‘donna’, così come a quella di ‘romano’, sono state attribuite caratteristiche assai diverse nello spazio e nel tempo.

L’identità non è immaginabile come isolata ma si nutre nella contrapposizione ad altre. Mentre le identità si presentano come distinte - omogenee al proprio interno e irriducibilmente diverse dalle identità contigue - i tratti di ciascuna identità sono, in realtà, frutto di un continuo processo di ibridazione attraverso il quale l’alterità entra a far parte dell’identità. Eppure ogni identità si presenta come pura, difende i propri confini reali e simbolici e ripudia quei tratti di alterità che sono entrati a far parte del sé. La tendenza a valorizzare il ‘noi’ e a devalorizzare l’altro è un passo che si accompagna spesso alla produzione di identità. Il razzismo, il nazionalismo, il campanilismo, il maschilismo nascono da una modalità di rapportarsi con l’alterità che mira a confermare gli stereotipi negativi dell’altro che il gruppo giudicante ha generato.

Il pensiero libertario ha colto e si è posto in modo critico rispetto alla costruzione di alcune identità rigide. L’appartenenza nazionale è stata vista – come è – un processo di costruzione di un senso di appartenenza finalizzato a minimizzare le sovversioni interne e ad esaltare una (pseudo) origine e nascita comune. La critica a identità rigide andrebbe estesa a tutte le identità di gruppo – quelle comunali, occupazionali, regionali, etniche, razziali, modaiole, politiche, di genere. In quest’ottica, per esempio, non c’è una essenza maschile, come non c’è un’essenza femminile: uomini e donne generano – seguendo i modelli di identità prevalenti - modi di agire distinti che pensano facciano parte della loro natura ma – se confrontati con i diversi modi di intendere il maschile e il femminile nelle diverse culture – si comprende che sono solo una tra le diverse configurazioni possibili. Rendersi conto dell’arbitrarietà delle proprie appartenenze identitarie – ossia capire che la nostra condotta è costruita e potrebbe essere costruita in modi radicalmente diversi - è il primo passo per svincolarsene. Si tratta di tornare a considerare gli individui in quanto tali, singolarità irriducibili ad appartenenze vincolanti, non leggibili secondo gli stereotipi che caratterizzano il gruppo. Si tratta, come singoli, di rifiutare modalità di vestirsi, di rapportarsi agli altri, di discorrere, di pensare stereotipate. Si tratta di emancipare noi stessi dalle attese sociali degli altri, e di liberare gli altri dalle nostre aspettative. Si tratta di sabotare, nel vissuto, lo stereotipo di quello che dovremmo essere.

Andare contro l’identità non deve necessariamente – e forse non può – sfociare in un rifiuto completo delle categorie sociali. Forse non si può immaginare un mondo in cui le persone non vengono classificate secondo criteri di appartenenza. E’ possibile però rendersi conto che tutte le identità sono costruite, mutevoli e ibridate. Essere coscienti dell’arbitrarietà delle nostre classificazioni identitarie permette di apprezzare i singoli nelle loro differenze, di cogliere la persona oltre le etichette che la società gli/le assegna. La lettura delle appartenenze altrui diventa così debole – non necessariamente un singolo rispecchia i tratti del gruppo in cui lo abbiamo classificato - e fluttuante – la sua identità e quella del suo gruppo sono soggette a continui cambiamenti. Il ripensamento delle nostre appartenenze permette di sviluppare una consapevolezza critica sulle dinamiche di potere che subiamo inconsciamente e che regolano il nostro agire. Si può imparare a sovvertire le aspettative degli altri rispetto ai comportamenti che si attendono da noi. Si possono costruire circuiti di appartenenza fondati sulla condivisione cosciente di valori, ideali e vissuti piuttosto che su meccanismi simbolici che richiedono obbedienza o su mistificazioni che fanno riferimento a idee di ‘natura’, ‘essenza’ o ‘tradizione’. Praticare la disobbedienza a questi vincoli sociali – importanti quanto inconsci -, leggere gli altri e vivere se stessi al di fuori di schemi prefissati diventa una pratica libertaria. Liberarsi da un potere prodotto socialmente ma che ci pervade un po’ tutti, liberare gli altri da un potere che riproduciamo un po’ tutti.

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