08/09/15

La vita è una partita di calcio con l'esito già scritto, ma...









“Ora dimmi, seguace di Dioniso, qual è la cosa migliore e più desiderabile per l’uomo?”, domandò il re Mida al Sileno, e questi, costretto dalla sua insistenza, con voce stridula gli rispose: “Il meglio è per te assolutamente irraggiungibile: non essere nato, non essere, essere niente. Ma la cosa in secondo luogo migliore per te è – morire presto” (F. Nietzsche, La nascita della tragedia).

La vita è come una partita di calcio dall'esito già scritto: la nostra sconfitta al fischio dell'arbitro dell'ultimo minuto. Certo, vivere con questa prospettiva in mente è tragico, ma una volta definiti i confini temporali e spaziali della partita di calcio, non potrebbe essere appassionante giocarla con tutte le energie che abbiamo in corpo pur sapendone già l'esito?
Già sapremmo che i goal non conterebbero niente, ma correre e segnarli da prospettive impossibili facendo esultare chi ci circonda e tifa per noi non ci darebbe comunque piacere?
Costruire azioni con i nostri compagni di squadra al fine di quel risultato non ci farebbe assaporare la bellezza del processo e del disegno in sé?
Schivare lealmente le azioni dell'avversario - parimenti implicato nello stesso gioco con le medesime regole - non darebbe a entrambi i contendenti un sorriso nel mirare l'azione ben realizzata?
Collaborare nel proteggere la porta con coloro che giocano in altri ruoli e incoraggiarli qualora si volessero smarcare dalla difesa e passare all'attacco, impegnandoci affinché segnino, non ci riempirebbe il cuore quando ciò accadesse loro?

Io gioco tra il centrocampo e l'attacco. Non so se nel gioco reale si possa, ma nella mia vita sì. Mi curo quanto basta per avere le energie per correre, e la capacità di rialzarmi quando cado e mi faccio male (anche seriamente). Mi invento strategie e tattiche per portare avanti un po' in solitaria, un po' con la collaborazione altrui, i goal. Sapendo bene che ogni corsa, ogni caduta, ogni impatto potrebbe essermi fatale e non farmi raggiungere neanche il 90° minuto. Ma intanto mi alleno e corro.

Anche se la porta è sempre la stessa, i goal ogni volta sono diversi per traiettoria, intensità, angolo del tiro, come diverso è il gioco che mi ha portato a segnarli articolando l'azione a partire dalla mia immaginazione, schivando avversari, costruendo passaggi con i miei compagni di squadra.
E quando segno, sono felice, anche se è per un istante, e quel goal è segnato per tutti. Per me e coloro che mi stanno intorno e mi hanno aiutato nella strategia che ha portato a segnarlo.

Così come so che c'è chi sta in difesa, per tutta la vita, protegge sé e forse gli altri - ma più che altro sé - con in mente il pensiero del 90° minuto, magari anche sperando nei recuperi, poi nei supplementari, poi magari anche nei calci di rigore. E mi dispiace per costoro, non per arroganza - non perché vorrei affrontassero il gioco come lo affronto io - ma perché so che agli esseri senzienti è data la conoscenza della propria condizione tragica come è dato il desiderio, e quest'ultimo - e il tentativo della sua realizzazione - è ciò che trasforma una partita dall'essere giocata tutta nella paura e quindi nel "fare melina" all'essere giocata con il coraggio, l'energia, la passione e la gioia d'una finale dei mondiali.

Pur sapendo che le luci, dopo, si spegneranno, e che aver vinto o perso non avrà, nel tempo successivo, alcun valore. Valevo solo il tempo e il modo in cui la si è giocata.

05/09/15

Ho rotto uno specchio... e reinterpretato la conseguenza.






 

Rientrata da poco, ho disfatto i bagagli, fatto le pulizie di casa e messo tutto in ordine. Faccio anche corrente, per cambiare un po' l'aria, mentre seduta al pc evaderò la posta e organizzerò i miei prossimi giorni.


D'un tratto sento un rumore sordo alle mie spalle, seguito da quella che è chiaramente la caduta di qualche oggetto e infine il fracasso di vetri che si rompono. Corro in camera temendo si sia rotto un vetro della finestra, e invece no. Vado in bagno, e qui vedo il disastro: un quadro è caduto e ha portato con sé la specchiera antica che tenevo sul mobiletto. Pezzi, frammenti e polvere dello specchio si spandono per tutto il pavimento.

Vado a prendere la scopa e comincio a recuperarli, mentre penso "7 anni di sfortuna, mi aspettano 7 anni di sfortuna" e anche "no, non ce la faccio ad averne oltre la sofferenza che combatto abitualmente, oltre tutte le cose che già abitualmente non vanno, non ce la faccio".
Ma anche "chissà se si può annullare...".
Vado e interrogo l'oracolo - google-pocus - e vedo che i metodi ci sono. Mi risolvo per quello più attuabile al momento, quindi raccolgo i pezzi in una bacinella e li metto sotto l'acqua fresca corrente. Uno poi lo prenderò, e lo userò per riflettere la luce della prossima luna piena - azione che dovrebbe servire per 'pulire' dall'influsso negativo e ridare purezza all'immagine.

Ma intanto leggo, nelle pagine che trovo, la ragione per cui si ritiene che rompere uno specchio porti male. E questa è che lo specchio - riflettendo l'immagine della persona - ne catturerebbe/rifletterebbe anche lo spirito, e quindi, rompendosi lo specchio, si romperebbe anche l'anima di quella persona, che perderebbe dei pezzi di sé.

Ci penso un po' su e concludo che in realtà questo potrebbe anche non essere una sventura, anzi, potrebbe rappresentare una buona occasione per interpretare la cosa in modo opposto. Non è che tutto tutto di me mi piaccia, e vi sono cose di me delle quali mi disferei anche volentieri. Perché non vedere allora questo accadimento come un segno del destino - un destino che mi vuole venire incontro e dire "ehi, è arrivato il momento che butti via questa roba".

Raccolgo i pezzi più grossi e li metto ad asciugare sopra una tovaglietta di fibra naturale: forse un giorno diventeranno un collage su cui stamperò una mia immagine - d'altronde la mia persona è un insieme di pezzi contraddittori faticosi da tenere insieme da sempre, ma credo a ciò che dice il kintsugi e quindi sono felice così. Che asciughino nell'attesa della luna piena.
Ma raccolgo anche i pezzi più piccoli - appuntiti, lamiformi, taglienti. Immagino siano le parti più rabbiose di me, quelle più cattive, quelle più impulsive quando soffro, quelle che intenzionalmente fanno male agli altri come reazione quando viene fatto del male a me (io con la violenza degli umani ho un problema relativo alla sua ingestibilità che ancora non ho trovato il modo di risolvere).
Li raccolgo, e li butto, sorridendo :-)