29/05/14

Crisi|persona-sistema|cambiamento

 



"There’s no challenge without a crisis. Without challenges, life becomes a routine, in slow agony.
It’s in the crisis where we can show the very best in us.
Without a crisis, any wind becomes a tender touch.
Let us work hard instead.
Let us stop, once and for all, the menacing crisis
that represents the tragedy of not being willing to overcome it." (Einstein).

La citazione sopra mi arriva stamane da Brigida, e mai avrebbe potuto meglio intercettare il mio sentire del periodo.




Quando siamo esposti a qualcosa di diverso da quello che è il nostro modo di vedere/sentire/pensare abituale, il rapporto che instauriamo con questo si riduce a sostanzialmente due possibili risposte: rifiuto e accoglienza. Il rifiuto è risolutivo: alziamo un muro, lo teniamo fuori, non ce ne facciamo toccare in alcun modo, così da rimanere identici a noi stessi, all'immagine che abbiamo di noi, o a ciò che vorremmo essere.

L'accoglienza, invece, è più complessa da gestire: ovvero essa può 1) venire presa per venire annientata e metabolizzata senza lasciare traccia (per quanto ciò mi lasci un po' perplessa: se infatti le nostre cornici interpretative vengono interamente strutturate sulla base delle specifiche esperienze che compiamo nella vita, e di qui ogni nuova esperienza può modificare i limiti di ciascuna cornice così come farli saltare, nessuna metabolizzazione è priva d'un qualche seppur minimo lascito a quel sistema che l'ha metabolizzata).

Si da però anche il caso 2) in cui essa rovesci completamente il nostro modo di vedere/sentire/pensare, ma questa situazione è decisamente rara visto che ormai siamo persone che hanno una certa struttura relativamente consolidata (ovvero un proprio modo di vedere/sentire/pensare: chiamiamole le regole del sistema a livello1 - come direbbe Watzlawick), così come ch'essa 3) possa venire introiettata per ridiscutere/modificare/cambiare quella struttura, e ciò nella direzione di renderci più 'noi stessi' ovvero - strumentalmente - per rafforzare ciò che siamo, l'immagine che abbiamo di noi stessi, o ciò che vorremmo essere.

Facciamo un passo avanti e consideriamo la persona-sistema: se è riflessiva, intelligente, sensibile, va da sé che non può essere pacificata. Il disequilibrio, in lei, non può non essere strutturale, perché troppe domande, senza possibili risposte, le si affacciano di tanto in tanto alla coscienza, e quella mancanza di risposte hai un bel tentare di riderci sopra esclamando 'sticazzi', ché tanto il tarlo periodicamente ritorna. Perché quell'assenza di risposta sta alla base di tutta la struttura interpretativa che uno si può costruire sopra, ovvero quella d'un gigante dai piedi d'argilla.
Hai voglia a tentare di tenerlo in equilibrio! ;-)

L'esortazione di Einstein è, in questo senso, illuminante, perché ciò cui ci invita è il rifiuto del primo caso - che di fatto rappresenta una falsa crisi, un tenero vento che lascia completamente inalterato il nostro essere e quindi nulla serve se siamo già in disequilibrio e insoddisfatti da questa situazione/sensazione (ché se ne siamo soddisfatti liberi tutti! ne staremmo parlando senza necessità) - e l'accoglienza coraggiosa del secondo e del terzo: sfide che diventano rischiosi cicloni, ma che possono permettere cambiamenti nel sistema a un livello2 ovvero nelle regole che governano gli stessi e che hanno dimostrato di non essere più funzionali.

O meglio d'essere funzionali al mantenimento dello status quo, quindi non solo al permanere d'un sistema che - per forza di cose nel caso degli esseri umani caratterizzato da interrogativi che non hanno risposta - poggia su piedi d'argilla, ma anche che è insoddisfatto nelle regole che lo governano, perché i risultati che ne trae sono sempre di parziale benessere, parziale autenticità, parziale soddisfazione, e lasciano sempre quella sensazione-consapevolezza che ci si sta muovendo sempre su cose tutto sommato piccole, minime, misere, rispetto all'aspirazione interiore a qualcosa di ben più grande, oltre limiti concreti della nostra natura e a quelli autoimposti per ragionevolezza e amor di sopravvivenza. Ovvero trattasi di gioco a somma zero (omeostatico) con l'opportunità esterna e con la vita, con la sola certezza che viene replicata la sopravvivenza come l'insoddisfazione senza che nulla realmente cambi/cambierà mai. Stagnazione.

Se non ci si lascia destabilizzare, in pratica, non si può godere realmente della crisi - che a sua volta non sarebbe neanche corretto e onesto chiamarla in tal modo rispetto ai termini più puntuali di vaga instabilità, noia, insoddisfazione, ché 'crisi' identifica un livello superiore, più profondo, a tutto tondo, totalizzante e potenzialmente scardinante la struttura dell'individuo. Di fatto, vaga instabilità, noia, insoddisfazione non sono neanche utili al fine di individuare e magari trovare ispirazione per il cambiamento - che non per forza dev'essere a sua volta 'rivoluzione' (ovvero può anche essere 'metamorfosi').

Il fine - in ultima analisi - è quello di trovare soluzioni sempre più efficaci verso uno star bene che apre alla felicità più intensa e profonda di contro al rischio relativo della perdita di sé e della propria vita.La differenza rispetto alle modalità d'accoglienza di qualcosa di esterno e diverso che potrebbe destabilizzarci sta tutta lì: nel volerlo controllare e quindi alla fine guardare dal balcone e non saltare, oppure lasciare che ti attraversi, ti sollevi in aria e poi magari ti riposi a terra dandoti la consapevolezza che avevi della ali enormi - per tacer del panorama che hai visto da lassù e dal racconto che riporti alle altre persone-sistemi su quanto questo mondo sia ricco e incantevole :-)


Grazie Einstein, Bateson e Watzlawick.
[ringrazio chi mi fa del male, chi passa per caso un istante nella mia vita e mi riapre il dolore precedente, ripristino le forze, 'benedico le mie cicatrici' e sorrido]

17/05/14

Quando Matteo suona...




... hai la sensazione di tornare a casa, alla tua infanzia, alla tua adolescenza - eppure ormai sei adulto! Però lui ti concede di indugiare un po' nell'amarcord ;-)

Quando Matteo suona chiudo gli occhi, ascolto, ed è come quando all'università fumavo, mi distendevo sul letto ad ascoltare musica, e di lì vedevo immagini e viaggiavo nella mia stessa mente.

Quando Matteo suona riconosci alcuni accordi e passaggi, e poi ti sorprende con variazioni curiose che ti portano un po' più in là l'anima.

Quando Matteo suona usa qualsiasi strumento - una chitarra, un metallofono, anche un sacchetto di plastica - con tal naturalezza che anche a te sembra tutto facile, tutto possibile.

Quando Matteo suona, la complessità con cui gioca confluisce in una musicalità semplice, lieve e incantevole.
["Papà, mi suoni quella bella?" - gli chiede la figlia
risolvendogli per sempre il problema dell'estetica musicale]

Quando Matteo suona, suona per sé - e glielo leggi nello sguardo e nel viso.
Ti lascia partecipare e goderne, ma - come tutti i musicisti - è un po' come un onanista esibizionista: gode per conto suo, ma gli viene meglio se chi vi assiste si perde nell'ascoltarlo e gli fa sentire il suo 'respiro'.

Quando Matteo suona si diverte e fa divertire te, senza dimenticare - con estrema dolcezza - chi ama, e l'importanza del costruire buone relazioni piene di complicità e affetto.

Matteo Negrin è l'autore di quel pezzo - Lacrime di Giulietta - che vi avevo già segnalato.

"Tu sei una persona tormentata?" - mi chiede a fine concerto.
"No, sono una che sente molto, e sta cercando la propria forma espressiva per rendere questo non distruttivo, ma utile, positivo, condivisibile felicemente con gli altri" - rispondo.
E penso: "Tu sei una di quelle belle ispirazioni che possono aiutarmi a trovare ciò che cerco".

15/05/14

Sesso orale (nuovamente, sì, nuovamente) ;-)








Ché poi la prima cosa che penso quando m'immagino il farlo, è la scena della gentile e affettuosa dottoressa che un attimo prima di sottopormi all'ennesima gastroscopia mi tirò in disparte e mi disse sottovoce "le insegno un trucco per respirare col naso visto che per 20 minuti non potrà farlo con la bocca", ricevendone in cambio un'occhiata di superiorità e un grande sorriso in cui potè leggere perfettamente: "sorella, lascia perdere, già so da anni" ;-)

Poi mi viene in mente quando periodicamente gli psicologi si pronunciano in merito e io tiro loro  martellate sulla testa. Infine penso all'espressione che fate quando ci leccate che dice chiaramente: dio-quanto-è-buono-questo-è-il-paradiso-in-terra-lasciatemi-morire-così-ve-ne-prego.

In ogni caso, è primavera, abbiamo ormoni ed endorfine che ci girano dentro a casaccio, incrociamo titoli tipo "Del leccare la figa, properly", scritti deliziosamente e con istruzioni facili e perfette (tant'è che se adesso la creatura che le ha scritte vuole farci avere anche quelle per gratificare il sesso maschile, sono benvenute) e quindi non potevo esimermi dal pensiero, né dallo scriverne.





In sintesi, per cominciare, evviva il sesso orale - il gesto più intimo, complice, delicato, piacevole, intenso, eccitante e pure potenzialmente potente in termini di orgasmi che spesso provoca.



Certo, raro viverlo liberamente e a questo livello quando non è così dall'inizio d'un rapporto - ché il suo immaginario è legato alla dimensione della perversione e di "ciò che è disdicevole fare" e quindi non si fa. Pertanto, sfondare questo cristallo di vergogna, quando un rapporto è nato e cresciuto nella gabbia/protezione dell'ortodossia, è quasi impossibile.



Attraverso la bocca si respira, si parla, si mangia, si bacia. Le nostre bocche, che meraviglia!
Così tanto può attraversarle in un ritmo incessante tra noi e l'esterno.
Ecco, pure per quello!







Allora, me lo spiegate perché - periodicamente - mi debba trovare uomini che s'immaginano (o compiono proprio) il gesto di mettermi la mano sulla testa e premermi contro il loro inguine mentre glielo faccio, considerato che (non fosse che appunto io riesco a respirare altrimenti) un gesto del genere ci potrebbe provocare l'immediato soffocamento (e comunque ce ne dà quella sensazione)?

Ché ho tutti i miei dubbi che una donna qualsiasi - a meno che non sia una masochista e allora "tutti liberi!" oppure una demente cui piace l'idea d'essere dominata da un uomo - possa trovare gradevole, accettabile, divertente un gesto del genere.
Ho tutti i miei dubbi che non lo sentiamo come un atto di violenza, o comunque - nella forma più leggera - una mancanza di attenzione e cautela.



Quando questa cura, attenzione, cautela - nel momento in cui facciamo sesso con qualcuno - è fondamentale.
E' fondamentale ascoltare, guardare, sentire e vedere cosa piace all'altro/a e magari darglielo. Quello è saper fare sesso bene: saper ascoltare.







Certo che se mi "zittisci" in quel modo, dandomi quasi la sensazione d'un abuso, per prima cosa potresti riceverti un morso in cambio (chi dei due è in posizione di potere, lì, darling?), ma soprattutto - dopo - non mi sentirò più di dire niente e quindi tu non saprai mai cosa piace a me, col risultato - cosa ancor peggiore per te - che non ne potrai godere.

Sii dolce, allora, lasciami respirare tranquilla e poi parlare: tanto sai che sono molto educata e che non parlo mai con la bocca piena ;-)


12/05/14

Modelli di relazioni sentimentali: che fare?


Camminavo sulla passerella pedonale, finalmente ricentrata e abbastanza serena, e camminare mi fa sempre girare bene la mente. E infatti l'illuminazione è arrivata di colpo, per cui mi sono fermata e mi sono detta "Scema, sei un'antropologa e, malgrado ciò, in tutti questi anni non ti sei accorta dell'ovvietà più importante e condizionante la tua vita affettiva, relazionale e sentimentale".

Perché le relazioni che intrattengo con gli altri sono sempre più faticose per me e per tutti, e tendo a vedere come foriere di felicità profonda e duratura per tutti le mie convinzioni - qualora anche gli altri si liberassero da tante paure, sensi di colpa, pensieri castranti - senza rendermi conto che anche i sogni e l'immaginazione, ammesso che pure li abbiamo avuti simili in altre fasi della vita (e di fatto a me viene detto spesso che sono un'ingenua, una sognatrice, una romantica quando proprio non mi si definisce 'infantile' per il continuare a crederci), sono poi percepibili come realizzabili concretamente solo in base all'esperienza che uno ha avuto nella vita.

Mi sono venute in mente solite le parole chiave del discorso - 'felicità', 'amore', 'relazioni', 'famiglia', 'coppia', 'amanti', 'amicizia' - e ho visto che per me vi sono due modelli che alla fine, appunto, mi condizionano tutta la visione e percezione della vita e non riescono a farmi accettare soluzioni intermedie (lo star bene, la contentezza, rapporti multipli per soddisfare i diversi pezzi di sé ecc.).

Io ho avuto due modelli diversi, ma entrambi di felicità assoluta nelle relazioni di coppia - il primo quello dei miei genitori e poi quello di mio padre e della sua nuova compagna.
Il primo è stato il classico amore violento e duraturo che si sviluppa verso la fine dell'adolescenza, quando credi, se trovi la persona con cui lo provi, che durerà per tutta la vita. Mia madre conosce quel bel giovane riflessivo, timido, ed estremamente acuto che è mio padre e va in palla. Manda all'aria un fidanzamento pluriennale, gli sta accanto quando lui s'ammala e sembra dover andare all'altro mondo, si sposano e si trasferisce di città infischiandosene serenamente di rompere con la famiglia d'origine per tale scelta, e convinta - come poi sarà - che lei può reinventarsi e vincere ovunque vada. E ci riesce. Io, nei miei ricordi di bambina, vedo quei due, ancora dopo anni insieme, ridere come pazzi, capirsi con un'occhiata, e amare reciprocamente anche i difetti, pur se questi danno origine a sfuriate spaventose quanto dimenticate non appena avute luogo. Quello per me è l'amore vero, la felicità, e un rapporto che dura.
Dura una quindicina d'anni, ovvero solo fino alla morte di lei, purtroppo, dopo un anno di lotta, ancor giovane, contro una malattia che non le lascia scampo. E io e mio padre rimaniamo in quel ricordo malinconico di quella felicità perduta, così come questa rimane cristallizzata - ormai immutabile - come *felicità* vera e propria, che mai sarebbe cambiata anche se lei fosse vissuta anni ancora.

La vita reale, però, va avanti, pur in quel ricordo e quella nostalgia. Tutto chiaramente cambia. Mio padre di lì ha tante relazioni, alcune delle quali ufficiali, altre ufficiose - per le quali io gli reggo addirittura il gioco. Un uomo sempre indeciso, lui, incapace di fare scelte, insofferente alle limitazioni, insofferente all'imperfezione, insofferente al cercare in diverse persone qualcuna che tenga insieme tutti i suoi pezzi.
Tra quelle ufficiose - tra amanti - incontra una come lui. Solitaria, brillante, affettuosa, indipendente, ironica. Vedendo la rosa delle sue donne - e ne ho viste tante - l'unica che rimane nel tempo è sempre lei: quella con cui non c'è inganno, in cui tutto, tra loro, è alla luce del sole, in cui ci si tira mazzate e si fanno litigate furiose e il giorno dopo sono di nuovo insieme, con un'attrazione fortissima di corpo, mente e cuore nella stima reciproca per come cercano di sopravvivere entrambi - ognuno a proprio modo - in una vita della quale entrambi non sono entusiasti, cercando in parallelo di farsi bastare ciò che hanno - star bene nell'(in)soddisfazione che a detta di chiunque caratterizza l'essere adulti e maturi - e poi incontrandosi appena possibile per mangiare insieme, andare al cinema, e fare anche altro (ovviamente sempre di nascosto).
Qualcosa tipo 25 anni vissuti così. Sino a quando, finalmente, smettono di cercare altrove alcuni anni orsono (= si sono dati una svegliata) e ora sono le due persone più felici che io conosca, alle quali brillano gli occhi quando parlano l'uno dell'altra.
Brillano gli occhi. E hanno 70 anni.

Oggi mi sono resa conto - alla buon'ora, il che mi fa dubitare di me stessa come antropologa visto che non ci sono arrivata prima - di quanto questo sia stato e sia per me condizionante. Se non fossi stata esposta a un'esperienza perfetta troncata e cristallizzata nella sua perfezione, e non vedessi che da quella è comunque venuto fuori un altro miracolo di perfezione, forse riuscirei anche io a farmi andare bene tanta imperfezione, parzialità, quieto vivere, contentezza, soluzioni-tampone ecc. Magari non le penserei neanche come tali, magari mi basterebbe e sarei grata d'essere 'contenta' e riterrei che la felicità possa essere solo in momenti.
E invece io penso ancora che la felicità vada vissuta nel presente, con tutta la passione e il desiderio che provo in nell'istante in cui ne sento arrivare le condizioni perché il giorno dopo potrei morire per qualsiasi accadimento improvviso (condizionamento da primo modello), così come che quella condizione possa parimenti durare per sempre, se non interviene la morte a troncarla, perché 35 anni dei quali sono testimone sono già una vita (condizionamento da secondo modello).

Ora che sono consapevole di tutto ciò, come faccio a stare bene io e a smettere di fare del male a - e a rovinarmi i rapporti con - chi non è cresciuto con questa mia medesima (e meravigliosa, lasciatevelo dire) esperienza?


06/05/14

Non ho mai dovuto pagare una donna per farci sesso insieme, e mai lo farò!






"Non ho mai dovuto pagare una donna per farci sesso insieme, e mai lo farò!".

Alzo gli occhi al cielo e sospiro.
Qual misto di ingenuità e arroganza mi tocca periodicamente sentire - è un refrain - da molti uomini quando si discute dell'argomento 'relazioni sessuali avute nella vita'.


Chiaro, ciascuno vuole allontanare da sé l'immagine di 'miserabile' che s'accompagna all'idea di dover tirare fuori del denaro per la realizzazione di un bisogno (o un desiderio) che nelle nostre menti dovrebbe essere libera, gratuita e vissuta con piacere e passione da entrambe le parti.
Però, di fatto, la vostra Minerva è sempre più urtata da questi atteggiamenti, che - a suo avviso - sono veramente riduttivi rispetto alla complessità in cui hanno luogo concretamente le relazioni uomo-donna.
Mi spiego.

Di fatto, la distinzione tra ciò che - nelle relazioni umane - è 'prestazione a pagamento' o 'dono gratuito' è, a ben vedere, mooooolto sottile.
La dimensione del dono gratuito, infatti, è decisamente rara e molto faticosa da raggiungere, perché prevede che una persona sia completa in sé (ovvero non abbia bisogni di sorta che la legano ad altre persone) e di qui possa 'donare' parti di sé - dal suo corpo al suo tempo, dalle sue energie al suo lavoro, dal suo ascolto e alle sue parole - agli altri senza aspettative di restituzione di questi o altri 'doni' da chi li riceve.

In tutti gli altri casi, non vi è dono gratuito: c'è sempre un dare con una speranza di un ricevere indietro in misura analoga a quanto si è dato. Ovvero uno scambio di tipo economico.
Ciascun atto di qualsiasi essere umano nei confronti d'un altro, quindi, potrebbe venire 'misurato' e 'quantificato' - sebbene chiaramente tale valutazione possa variare in modo significativo in assenza di standard, e talvolta neanche venire percepita come 'prestazione di servizio' e quindi discussa come tale dalle persone implicate nello scambio.
Ma se invece si riconoscesse la natura economica di tale scambio, gli si potrebbe assegnare un valore, e a questo punto il denaro sarebbe solo una delle possibili forme standard per quantificare quel valore rispetto ad altre potenziali unità di misura (il tempo, l'energia, ecc.).

Ora, vediamo tutto questo applicato alle relazioni sessuali nei contesti delle relazioni sentimentali, affettive e di coppia.
Intanto, se all'interno d'una relazione uomo-donna vi è un disequilibrio per cui uno dei due è in condizione più debole rispetto alla garanzia della propria sopravvivenza, questi compirà azioni verso l'altro/a - ovvero darà a sua volta in base alle proprie possibilità (impegno, lavoro, cura, sostegno, amore, ascolto e - udite udite! - sì, bravi: anche sesso) - in modo tale da ottenere quella garanzia di sopravvivenza come ritorno. Il che sta bene: basta che vi sia un accordo nella coppia per cui ciò che fa uno/a e ciò che dà l'altro/a venga sentito da entrambi in equilibrio.

Ma se questo equilibrio non c'è e uno/a percepisce il proprio fare maggiore di ciò che in cambio riceve dall'altro/a, egli/ella coverà risentimento e/o agirà per avere ciò che ritiene gli/le spetti per sentirsi soddisfatto/a.
Potrà fare questo in modo diretto, esprimendo apertamente le proprie rimostranze e le proprie aspettative arrivando magari addirittura a imporre la propria volontà all'altro/a più debole (e quindi ricattabile).
Più frequentemente lo farà in modo indiretto, agendo sui punti deboli che conosce nell'altro/a e su tutta una serie di strategie legate al sacrificio, al senso di colpa, ecc. per ottenere ciò che ritiene gli sia dovuto/a - dove il 'dovuto' significa il 'necessario', ovvero tutto ciò che serve all'uno o all'altra delle due persone per stare bene e avere una vita soddisfacente (e quindi tutte le attività che sono legate alla soddisfazione dei beni primari di sopravvivenza di entrambi - il mangiare/bere, l'avere un riparo, il riprodursi - così come tutti i beni secondari parimenti importanti, nel caso dell'essere umano - quali l'ascoltarsi, il sostenersi reciprocamente ecc.).

Nella mia esperienza - ovvero se guardo intorno a molte delle coppie che conosco - le relazioni sono spesso basate su un'asimmetria in termini di possibilità di garantirsi la propria sopravvivenza da parte di ciascuno dei due partner. Frequente è la situazione in cui solo uno dei due può garantirsi la sopravvivenza e l'altro/a viene mantenuto a fronte del compensare con la propria presenza e il proprio agire la possibilità di sopravvivenza che l'altro/a gli/le offre.
Ora: cosa distingue una moglie mantenuta dal marito da una colf o da una prostituta?
Per me nulla. Anzi: vedo più chiara, lucida e quindi corretta - proprio a livello di impostazione della relazione tra i due interlocutori - la situazione delle ultime due.
Di fatto, per esempio, se mantenete vostra moglie, non la pagate direttamente, ma l'affitto della casa in cui vive anche lei sì - e lei (che magari non sarebbe in grado di procurarsi altrove i soldi che le servirebbero che pagarsi autonomamente un affitto altrove) è ben consapevole della propria posizione di debolezza e quindi del 'dover fare qualcosa' in cambio della certezza che voi le garantiate la sopravvivenza.
Non pagare in generale qualcuno per qualcosa, quindi, è di fatto questione ben più sottile e sfumata di come abitualmente la vediamo. In realtà - come ho detto - ciò è possibile solo nel caso in cui ci sia 'dono gratuito', e - per arrivare a questo - è necessario che una persona sia completamente in equilibrio e autonoma in sé, così come priva del bisogno degli altri. Situazione rarissima nel caso degli esseri umani.
Normalmente, invece, abbiamo prestazioni di natura economica, il che va benissimo: basta che ciò sia chiaro, che vi sia accordo tra le persone, e che la transazione sia manifesta in modo tale che nessuno dei due si senta in debito o in credito con l'altro/a.
Il non pagare una donna - o un uomo! - per farci sesso insieme, da questa prospettiva, è quindi abbastanza inverosimile proprio per la modalità in cui hanno luogo le relazioni umane, specie nei rapporti di coppia caratterizzati dalla differenza nelle possibilità autonome di sopravvivenza da parte dell'uno o dell'altra.

Per favore, quindi, andateci cauti con quel "non ho mai dovuto pagare una donna per farci sesso insieme, e mai lo farò!".
Anzi, provate magari a interpretarlo in altro modo - anche insieme alla persona che avete a fianco - discutendolo (per amor di 'chiarezza' e 'accordo' con la persona con cui state), smontandolo, analizzandolo e magari addirittura valutandolo.
Di certo ciò può aiutare i rapporti che avete in corso perché in tal modo saranno più onesti e basati sull'accordo tra voi negli elementi in cui vogliate che si esprimano, così come tutto questo può tramutarsi in un gioco onesto, complice e condiviso - in cui siete alleati nel garantirvi ciò che serve a vivere (felici), e vincete entrambi.




Ah, dimenticavo: tutto ciò vale pure per le relazioni che avvengono tra persone 'libere', ovvero tra fidanzati, amici che fanno anche sesso insieme, amanti ecc. In tutti questi casi, stiamo continuando a parlare di persone, che come tali hanno 'bisogni primari e secondari' per poter sopravvivere (magari decentemente) e quindi bisogno d'ascolto, cura, protezione, affetto - o anche solo lo stare-in-relazione con gli altri.
Quindi, di nuovo, pure in questo caso ci sarà la situazione di 'scambi di prestazioni': certo è meno romantico, ma ben più onesto dire chiaramente di cosa ciascuno dei due ha bisogno e che cosa vorrebbe dall'altro/a. Giusto per evitare le solite annose dolorose ambiguità ;-)


05/05/14

Iene


Dici che uno si innamora, pensa sia la persona della sua vita, cambia completamente il suo modo di essere perché è felice, gli capita una famiglia ed è felice pure di questa, e dell'impegno e del tempo che vi deve dedicare.
Poi lo cose s'incrinano - al punto tale che mantenere quel sistema diventa un equilibrio di enormi fatiche e poche ragioni, pur se a tratti intense, di felicità - con pezzi enormi (a livello fisico, a livello affettivo, a livello personale) che mancano e che, viste le premesse attuali, non torneranno.
Tutta una vita così nell'attesa della pacificazione della vecchiaia e quindi della morte.
E, di qui, tanta freddezza e solitudine che si va a cercare altrove di bilanciare, ma non avendo neanche il tempo di costruire - neanche un minimo decentemente, neanche un minimo 'umanamente' - questi rapporti dell'altrove.

Tu non sei un uomo a metà che può dare piacere a un'altra persona per un tempo limitato, a pezzettini, solo per gioco. No, neanche quella miseria.
Tu sei un uomo che dovrebbe andare a puttane: vai, paghi, e in un attimo è fatto. Ma te lo dico senza disprezzo né per te, né per le puttane - è proprio solo una constatazione, e un suggerimento, onde evitare di fare del male in giro.
Perché ne farai, sempre. A meno di non trovare persone come te: iene.

Perché per quelle con cui fare sesso gratuitamente ci vuole almeno quel minimo di tempo, attenzione e cura tra esseri umani che tu non vi puoi/vuoi dedicare.
E se anche fosse solo per parlare ed essere ascoltati, non si può pensare che ciò possa avvenire a comando, con persone sempre disponibili lì all'uopo. Per questo ti dissi: quelli come te sono pozzi senza fondo, e basta.
Cura tra esseri umani. Attenzione. Amore. Tempo.

Niente, ti vedo da lontano, e mi metti una profonda tristezza addosso. Continuo a chiedermi perché le persone siano così stupide da lasciarsi imporre e/o autoimporsi una vita in cui poi il vivere stesso diventa solo più una disperata rincorsa che non porterà mai più alla meta che desiderano, e che richiederà sempre la mortificazione di pezzi di sé.
E la fame di vita la state placando senza più essere neanche predatori, ma solo iene che si nutrono di cadaveri.

Se voglio stare lontano da quelli come te è perché un rapporto con loro mi fa sentire parimenti una iena che si nutre di carcasse di animali morti abbandonate per strada e già mangiate da predatori che invece hanno avuto il piacere di sentire il sapore di carne e sangue vivo sotto le loro fauci.
Che hanno sentito l'anima altrui staccarsi dal corpo e tornare al Tutto mentre affondavano i denti nel collo della preda.
Ecco, io vorrei questo nella vita, niente di meno.


04/05/14

Io dormo da sola










Io dormo da sola.
Il sonno è sacro - se non dormo abbastanza il giorno dopo sarò una iena, quindi il mio riposo lo difendo con le unghie e con i denti.


Inutile che mi dici "è così bello dormire abbracciati, sentire la curva del tuo corpo contro il mio, tenerti per mano, cingerti col braccio".
"No, no, no, e poi ancora no!". E' un fastidio inenarrabile - una ragione di rabbia feroce e, di qui, d'odio. Se qualcuno interferisce con il mio corpo non riesco a prendere sonno, né a dormire - il corpo altrui, il suo respirare, il suo voler stare in una qualche relazione col mio e con me è un elemento di disturbo che non mi 'pacifica', bensì mi rende isterica.

Te lo spiego con le buone - queste... - perché tu non la prenda come un'offesa personale quando ti manderò via nel pieno della notte, oppure (mossa da umana comprensione) ti lascerò stare nel mio letto, ma prenderò il cuscino, una coperta, e andrò a dormire sul divano.

Idem se sarò da te, e all'alba - quasi furtivamente, ma in realtà è solo per non svegliarti - mi rivestirò lentamente, e in punta dei piedi lascerò casa tua tirandomi la porta dietro con cautela.
Non prima d'aver sorriso al pensiero del tuo viso mentre dormi placido, e averti lasciato una faccina sorridente disegnata su un foglio di carta da cucina in bella vista sul tavolo.

Dici che tutto questo è un comportamento molto maschile?
Probabile. Di fatto, trovo deliziosamente divertente l'ambiguità e l'inversione di genere.

Anzi, ti va se - anche in altri momenti - ci giochiamo un po', su questa cosa dell'inversione? ;-)