28/02/14

Walter Benjamin: empatia, i nostri racconti e l'amore gratuito


Ricevo segnalazione da Cinciarella, e volentieri le faccio eco, questo bellissimo articolo in cui si parla di empatia, ascolto/racconto delle storie narrative personali, e amore gratuito.
Non badate al pessimo titolo perché è parzialmente fuorviante. Così come vi ho evitato le immagini stereotipate che lo accompagnavano.
Godetevi la lettura, chiara e precisa, e riflettete sulle considerazioni che vi propone l'autrice ripercorrendo le parole e i pensieri di Walter Benjamin.
Ne sono certa, vi faranno bene! :-)


La cenere amabile: ripensare la perdita, vivere con amabilità
di silvia Migliaccio

Nella nostra complessa e stratificata società contemporanea è auspicabile mettere in luce la portata etica ed antropologica del rapporto con il vissuto, vale a dire con l’esperienza singolare e comune della perdita e del suo legame con l’affettività, emozioni costitutive di tutto ciò che è umano, ripensandole, nel tentativo di scrostarle da ogni visione tragica e buia.
Ed è qui che ci viene incontro Walter Benjamin. Nel suo saggio intitolato “Il compito del traduttore”, il pensatore tedesco parla di una “maturità postuma”. Benjamin non si spinge oltre a questa frase, ma se ci si sofferma a riflettere su di essa, la si può riferire a ciò che è andato perduto, nel vissuto, in ciò che è stato.

Qualcosa che non consola ma, al contrario, sconvolge in quanto catastrofe, la quale però reca in sé una possibilità – intesa come germe di vita – in ciò che è compiuto, giunto alla fine, invitando quindi ad una riconsiderazione della perdita come qualcosa di non mortifero ma anzi vitale e rivelatrice di speranza. La speranza delle cose preziose, piccole e sobrie da cui partire, ricominciando da capo, costruendo l’esperienza singolare e comune.
Perché tutto ciò? Benjamin arriva a pensare questo alla luce del fatto che i soldati reduci dalla Prima Guerra Mondiale tornavano incapaci di comunicare quanto avevano patito nella loro vita vissuta. Tale condizione di incomunicabilità è, secondo il pensatore berlinese, una situazione che connota il singolo come la collettività nella società del Novecento.

Le parole da lui usate per descrivere questo stato di aridità affettiva ed emozionale sono, a parer mio, adeguate ad illustrare anche e soprattutto il nostro tempo, i giorni nostri, in quanto, come egli scrive nel saggio “Il Narratore”, anche noi, tuttora, “[…] difettiamo di esperienze singolari e significative […]”. Non riusciamo più a raccontare e a raccontarci: lasciamo passare accanto a noi tutto ciò che ci accade senza viverlo sulla nostra pelle e nel nostro cuore. Non permettiamo più alle nostre esperienze di “lavorarci dentro”, segnando il nostro vivere, sentire, vedere noi stessi ed il mondo che ci circonda.
Non ci sono più persone e cose preziose da custodire dentro di noi proprio perché tali: belle e care, per questo importanti da tenere dentro il nostro “io interiore”: “perle rare di vita vissuta” che costituiscono la nostra affettività ed il nostro prenderci a cuore chi e ciò che è vicino. Deficitari di empatia così intesa, di conseguenza non riusciamo a dare consiglio, perciò, nel cercare una via d’uscita da tutto questo, si potrebbe ripensare all’importanza di ciò che ci accade, quindi della contingenza, delle piccole cose quotidiane, preziose nel loro essere minuscole.

Ritornare a pensare ad esse, a quanto siano importanti nel vivere di ciascuno, ha una notevole valenza etica in merito al legame con la perdita, la quale è resa dal filosofo con questa splendida immagine: “ la cenere lieve del vissuto”. Infatti è proprio accorgendoci di ciò che è piccolo e vicino a noi che ci si può accostare ad aspetti delicati e preziosi del vivere intimo e comune, tendendo una mano gli uni agli altri per non naufragare – dispersi – nel mare aperto della solitudine e dell’indifferenza.
La perdita, il lieve esser cenere del vissuto, è accostabile a quanto afferma Benjamin a proposito dell’amore in quanto “spreco della nostra esistenza”. Amore che si rivela nella perdita, in ciò che va perdendosi, non lasciandoci nella disperazione, ma – “heideggerianamente” – gettandoci a piene mani nelle braccia dell’Esserci.

Quindi, prendendo spunto da Martin Heidegger, Benjamin afferma che l’amore getta nel mondo non potendo, chi ama , trattenere, aspettarsi e sperare qualcosa nell’amare. Amore che non ha alcun diritto di proprietà ma ha come suo solo diritto la manifestazione, poiché è quando lo si manifesta che esso è immanente, illuminando ed avvolgendo – le cose care da proteggere e da custodire-, in un’aura della quale è saturo chi ama ed è amato.
Dove amare è prendersi cura, illuminare il vuoto, lo spazio di dolore che ciascuno porta dentro di sé. 
Tutto questo con-dividendo.


Preso da qui.

19/02/14

Buone ispirazioni /3: Carovana Balacaval









In questo paese ridicolo che celebra Sanremo e accetta ancora di tollerare l'esistenza della 'casta', nonché in questo mondo sempre più confuso e annientato dalla violenza dei rappresentanti delle istituzioni evidentemente intoccabili nel loro potere di vita e di morte su di noi, tra le buone ispirazioni per vivere nonostante tutto ciò (già atto di Resistenza e di rilancio esistenziale, eh?) oggi vi presento i miei amati amici della Carovana Balacaval.

La Carovana Balacaval è il nome che un gruppo di artisti 'nomadi', appassionati di musica, danze popolari, cinema e teatro s'è dato per viaggiare su 4 carrozze trainate da cavalli - avete capito bene! - per 5 mesi l’anno, portando in giro concerti, sketch, laboratori di danza, e proiezioni cinematografiche sonorizzate dal vivo. Come scrivono essi stessi, "tutto ruota attorno ad alcuni temi centrali: la sostenibilità ambientale; la creazione di nuovi modelli di comunità e la loro condivisione attraverso la festa popolare; la creatività come risposta alla crisi economica e culturale", dove "nei luoghi di sosta i carri divengono la scenografia degli spettacoli, con un carro palcoscenico e un carro bar, punto informativo e ristoro".

Astorico, fuori del tempo, retrò e particolarmente affascinante, nevvero? Minerva li invidia - ah, quanto le piacerebbe indossare il suo vestitino vittoriano e unirsi a loro con i suoi reading! ;-)
O replicare l'esperienza con le sue amiche (ché già sa che potrebbe contare su quella decina di donne appassionate che ci starebbero pure!)...

Intanto vi lascio un po' di video, e vi prego di votarli a questo bando (non vi costa nulla e ci vogliono solo 5 secondi, neanche avete da fornire una scheda seria di vostri dati per fare login+voto!) così da sostenerne la potenziale vittoria - la meriterebbero tutta, già solo perché con il loro impegno dimostrano concretamente che gli esseri umani potrebbero vivere bene, e felici, se solo si liberassero da modelli fasulli propinatici da politica, media, economia e finanza attuali.

A voi! :-)








17/02/14

Tra due muri








Poche settimane orsono un amico mi riportava l'osservazione di uno scrittore - purtroppo non ricordo più chi sia - che ha definito noi nati tra gli anni '60 e '70 come prigionieri tra due muri, le cui cadute avevano avuto effetti opposti: quella del muro di Berlino, infatti, portò entusiasmo, sorrisi, energia, speranza - finalmente la libera circolazione di persone che si riabbracciavano dopo decenni di separazione! - mentre quella delle Torri Gemelle fu l'annientamento più feroce di tutto quello attraverso l'instaurarsi di un regime di violenza istituzionale, di sospetto e di controllo.

E noi, che ci affacciavamo all'inizio della vita adulta col primo evento, venimmo silenziati brutalmente e repentinamente in conseguenza del secondo. Di lì arrancammo nei decenni successivi, con lo smarrimento e la morte nel cuore, nel cercare alternative alla disperazione che avevamo dentro - perché accadimenti del genere equivalgono a tagliare il fusto delle viti mentre queste hanno appena portato a maturazione grappoli d'uva polposi e succosi.
Continuo a pensare che la nostra fortuna fu l'essere stati eredi, nel frattempo, di esperienze comunitarie hippy da una parte e low-cost/DIY punk dall'altra - così che ci siamo 'salvati' e siamo in qualche modo sopravvissuti, sia dal punto di vista economico, sia da quello esistenziale, sia ancora da quello espressivo.

Ma l'immaginazione, i sogni, la fiducia e infine anche il pensiero di poter raggiungere un qualche risultato a noi caro se solo ci fossimo impegnati e avessimo lavorato seriamente - beh, tutto questo non c'è più stato: lo sfacelo è sotto i nostri occhi.
Ciononostante sappiamo che in qualche modo continueremo a vivere - ormai lo facciamo da tempo - pur nella precarietà, in vite senza figli, attenti a non fare passi più lunghi di quelli che ci possiamo permettere e trovando soddisfazione e qualità nelle nostre relazioni, in scambi, baratti, condivisioni.
Una vita giocata per forza di cose e nostro malgrado in difesa, con piccole uscite d'azzardo delle quali vanno comunque calcolate in anticipo tutte le possibili conseguenze.

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Ecco: anche no. Io vorrei proprio 'rilanciare' e sfondare questo dannato secondo muro che s'è eretto a separazione, sospetto, prigione per tutti noi. Non può essere che l'unico nostro possibile destino quello di ripiegarci su noi stessi e difendere il nostro corpo e la nostra anima dalla violenza - istituzionale, politica, economica, verbale, comportamentale - che ormai ci circonda.

La vita non si può sprecare nella paura costante, e nel difendersi dall'esterno.
Io quel muro vorrei buttarlo giù e trovare modi potenti per far ripartire l'immaginazione.

13/02/14

"Cosa faresti in macchina con...?" - di sesso, corpo e potere.


 
Vedo stamane che Metilparaben (su FB) riprende la tragicissima domanda "Cosa faresti in macchina con la Boldrini?" e la rovescia con una nuova provocazione sulla quale vale invero la pena riflettere un istante.
Scrive il mio amico: "Boldrini e Baricco nel #totomimistri. E voi, cosa fareste con Baricco in una macchina?".

Premesso che Minerva a tal interrogativo risponde che si farebbe venire una terribile emicrania pur di non farvi sesso insieme, il pensiero successivo è stato: come è possibile che molti rappresentanti del genere maschile - ovviamente nella sua forma meno evoluta e più rozza/grezza - possano pensare che il sesso, il fare l'amore, l'unione fisica/spirituale/affettiva/mentale con un'altra persona che il sesso sottende possa venir attuato come 'forma di punizione' (così come da testimonianze verbali che purtroppo abbiamo ben visto nelle scorse settimane)?

Il che mi dà da pensare rispetto a quel crimine di inaudita violenza che è lo stupro, e a come sia possibile anche solo immaginare di fare una cosa del genere a un'altra persona, ma non per ragioni etiche - proprio per il piacere che ne deriva: se cerchi giusto un 'buco', un foro in un cuscino morbido o in una mozzarella di bufala non ti danno la medesima soddisfazione? Tanto più che quelli non ti guardano neanche in faccia con schifo e dolore, mentre lo stai facendo!

E di qui in poi, penso al corpo che non può non essere 'spazio di intersezione' di diverse forze anche contrastanti (dai bisogni e desideri della singola persona al modo in cui viene percepito/descritto dalla società/cultura in cui quella persona vive ecc.), ma questo è ben diverso dal dire/pensare che allora quel corpo sia di proprietà di qualcun altro (un'altra persona, o la società stessa, o lo stato) e non di chi lo abita con la propria vita e la propria anima.
Per questo sono parimenti illegittimi tutti i discorsi relativi ad aborto, fine vita, uso di qualsivoglia sostanza, prostituzione (e quindi mercificazione di quel corpo), suicidio ecc. che tolgono o limitano il potere sul corpo da parte di chi quel corpo lo abita/vive concretamente: perché tutti questi discendono dal fraintendimento che, se pur forze diverse hanno concezioni diverse di quel corpo, poi una qualunque di queste possa rivendicare diritti rispetto a quell'unica che lo abita, e che può vivere solo se incarnata in quel corpo, e che ne è condizionata al punto tale da viverlo anche quando sarà malato e da veder spegnere la propria esistenza quando morirà lui.

Non è difficile da capire, eh?
"Cosa faresti in macchina con Baricco o con la Boldrini, allora?"
Parlerei con loro - come con chiunque altro che salisse sulla mia auto e che dovessi accompagnare da qualche parte - e magari nel loro caso lo farei con un po' di fastidio e sospetto verso entrambi per ragioni diverse, ma continuando a ritenere che, pur se pur questo stato e questa politica ci vogliono bestie perché così è facile comandarci, noi possiamo ancora reagire con la riflessività, la parola e la fermezza che ci derivano dal nostro essere persone - esseri umani - e non solo degli animali (soprattutto non delle 'bestie').

Ieri era l'anniversario della nascita di Charles Darwin: celebriamone la memoria dimostrando che con la teoria della selezione naturale - sulla base della quale si fonda l'evoluzione della specie - non ha preso una terribile cantonata, e che coloro che ci propongono violenze in auto sono solo misere sopravvivenze di organismi ormai in via di estinzione ;-)

12/02/14

"Sono un ribelle, mamma": no, eri una bella persona, e un vero artista...

Negli ultimi anni la cantavamo in coro ai suoi concerti prendendoci in giro da soli per sentire parte dei contenuti di quella nostra adolescenza ancora così vicini - noi che con quelle parole e con quel modo di sentire, comportarci, protestare, rovinarci, ridere e darci da fare di nuovo eravamo cresciuti.
Quante litigate ho fatto per andare in giro con magliette strappate, per non indossare sciarpe o non abbottonare i cappotti d'inverno. Quante volte ho detto a mio padre di non preoccuparsi per me che sarei tornata il giorno dopo, e d'andare a dormire tranquillo pur s'ero in posti che lo inquietavano - perché ero una ribelle! :-D

Roberto "Freak" Antoni componeva anche poesie meravigliose, che solo una persona con una sensibilità notevole come la sua poteva elaborare - lui così acuto da essere tragicamente disadatto/disadattato/disattabile come sono coloro che amo.
Due volte sbattei quasi contro di lui mentre saliva sul palco in due occasioni diverse nelle quali avrebbero suonato gli Skiantos. E due volte incrociai il suo sguardo - tristissimo, disorientato, e ovviamente strafatto. Una fragilità e una bellezza immensa emanavano dalla sua persona.
Con molto amore, vi lascio i seguenti video e penso dolcemente a lui - sperando che abbia trovato finalmente il posto in cui pacare il dolore che ha accompagnato la sua intera vita.








11/02/14

Donare simboli :-)



No, non mi sto riferendo ai regali di San Valentino, bensì a quei piccoli oggetti che talvolta i miei amici - specie coloro che viaggiano - lasciano come ricordo di sé e come augurio alle persone che incontrano quando poi se ne separano.

In questo modo Alberto, che oltre a studiare paleontologia, zappare l'oltro e viaggiare avventurosamente suona pure la chitarra, mi ha donato un plettro con un piccolo foro che io ho inserito in un bracciale che porto sempre addosso.
E Aurora, che di recente è stata in Australia, mi ha fatto scegliere tre pezzi da un sacchetto pieno di ritagli esagonali di tessuti stampati con disegni aborigeni - tessuti con i quali aveva girato intorno a Uluru pensando intensamente ogni bene per i suoi amici e caricandoli così di 'energie positive'. E ora quei tre esagoni puntinati stanno sempre nel mio portamonete.

Viaggiando molto, in questi ultimi anni, provato anche io il desiderio di lasciare piccole cose simboliche caricate di tutta la mia gratitudine alle persone meravigliose che ho la fortuna di incontrare e conoscere, eppure non ho ancora trovato la soluzione giusta che sia soprattutto 'leggera' - facilmente trasportabile per me e facilmente gestibile per coloro cui la lascio. Dovrebbe essere qualcosa che parli di come sono e che appunto rappresenti al tempo stesso un 'grazie'.

Avete consigli? :-)
E voi, fate atti del genere per coloro che incontrate e amate? E, se sì, cosa lasciate?

10/02/14

Uomini-specchio, e di quando lo specchio si rompe




Da narcisista qual sono, tendo ad amare e circondarmi di persone che sento mie simili - sulle medesima lunghezza d'onda come attitudini, comportamenti, valori, riflessività.
Ciò vale anche nei rapporti sentimentali, dove sempre spero di incontrare - sempre da narcisista qual sono - il mio alter ego maschile: sono troppo vecchia per essere ancora curiosa nei confronti di chi è molto diverso da me, o distante da ciò in cui credo, o che abbia un diverso approccio alla vita e alle relazioni rispetto al mio. Ormai ho visto e vissuto così tante esperienze che ho già scartato ciò che non mi piaceva, e non vi torno più sopra.

Quindi mi innamoro, o amo, uomini che sento analoghi - almeno in gran parte - a me. E ogni volta credo di incontrarli, ma qui sta l'errore: perché talvolta (purtroppo molto raramente) è così (ovvero vi è una parziale coincidenza di visioni della vita), ma più spesso (ed è una scoperta recente) ho a che fare con quelli che tendo a percepire/descrivere come uomini-specchio.

Con questa espressione (uomini-specchio) chiamo coloro che all'inizio della frequentazione reciproca mostrano d'avere almeno in apparenza (perché poi la sostanza emergerà in seguito) elementi a mio avviso 'forti' in comune con me - frequentazioni giovanili o attuali di un certo tipo, prospettiva politica, amore per la libertà, interessi, analoga modalità di impiegare il tempo della giornata ecc. - e ne parlano o li mettono in scena in modo appassionato e 'visibile' (tanto appunto da convincermi della loro autenticità nell'essermi simili).
Poi, però, nel corso dei mesi o addirittura degli anni, questa somiglianza comincia a venir messa a dura prova, in me: da una parte, infatti, costoro cominciano a essere vaghi su queste premesse (non praticandole in prima persona, ma annuendo alle mie parole un buon 95% delle volte, sorridendo come era stata istruita a fare Nikita quando non capiva cose le venisse detto ecc.) o parzialmente le cominciano a smentire (con affermazioni, aneddoti, giudizi, posizioni che non sono in alcun modo conciliabili con quelle premesse iniziali con cui s'erano presentati a me).
Per cui arriva sempre il momento in cui tali affermazioni, aneddoti, giudizi, posizioni sono così tanti che fanno completamente saltare la premessa iniziale d'una qualche somiglianza tra noi.

Autoriflessivamente - visto che, a differenza di molti (e di certo di costoro) io mi pongo spesso il problema del mio comportamento nei confronti altrui affinché sia loro, se non positivo, almeno il meno nocivo possibile, e quindi vi rifletto sopra sia durante, sia a relazione conclusa - mi rendo però conto che la colpa non è del tutto mia (che pur, nel tempo, sono passata sopra le incongruenze non dando loro importanza), ma è proprio parecchio loro, dal momento che costoro, immancabilmente, mi facevano credere d'essere d'accordo e di vederla come me sin quando, perdevano il controllo sopra le proprie affermazioni o i propri punti di vista, oppure solo tiravano la corda per vedere sino a che punto glielo permettessi prima di mandarli a stendere (ché alla fine, purtroppo, è anche una questione di dinamiche di potere da parte loro, e di verifica di quanto possano essere loro che 'comandano' nel rapporto).

Ecco, costoro sono stati in silenzio e/o hanno sorriso. Poi hanno provato a fare i furbi per magari ottenere sempre 'qualcosa di più', anche solo (credo ora) la conferma di quanto fossero capaci di tener loro legata una persona con l'inganno d'esserle vicini di cuore. Se devo trovarne la ragione, sono persuasa che a volte si agisca così in primis per avere una persona sempre disponibile a far sesso con loro in quanto, amandoli e sentendoli loro suoi affini - non ci si nega; ma sono anche convinta che non sia tutto qui, e che vi siano ragioni più profonde, come il bisogno di sentirsi amati (anche se attraverso una truffa) e il bisogno di vedere confermato il proprio potere su un'altra persona.


Non posso fare a meno di chiedermi quanto valga la pena tutto questo, perché - se è vero che nel frattempo uno ci ha guadagnato la disponibilità di una donna a fare sesso - mi sembra davvero patetico e autolesionista il pensiero ottenere che la stessa persona ora sia arrivata a considere chi si comporta così giusto un pezzente che nulla ha contato per lei, se non come occasione per scrivere questo post.


Ma vale davvero la pena tanta finzione per qualche scopata in più?
Vale davvero la pena tanta finzione per l'illusione d'essere amati quando se ne poteva avere la condizione reale d'esserlo?
E ancora questa questione del potere, e di chi è più furbo, e di chi ce l'ha più lungo tra lui e lei - ecchennnoia!

Per me la vita e le relazioni umane sono decisamente molto di più di - e qualcosa di decisamente diverso da - una manciata di orgasmi qualunque e di piccole truffe per la sopravvivenza spicciola tra specchi rotti...


PS. Parlo di uomini-specchio in quanto, come etero, quelli guardo, ma non ho alcun dubbio che esista pure il fenomeno delle donne-specchio.

08/02/14

OLTREZETA


La parola è proiezione del pensiero che la sollecita, in tutto o in parte; si dirama elaborando costrutti, creando simboli, indizi, icone, identità, culture, idiomi da branco, uniformità e piattezza, slogan e vessilli, mostrine.

Spesso, di questi tempi, cammina al centro della strada narcisisticamente, ridondante e furiosa, procede con protervia, si inoltra per contrapposizioni violente che non ammettono altri percorsi. Non conosce umiltà, ascolto, riflessione e silenzio.

Si fa rabbia, paura e difesa incontrollata della perdita del poco che ha e non è; scheggia che trafigge d'insulti il soma, il genere, l'altrui défaillance rispetto ai modelli normalizzati e normalizzanti. Facile e orroroso, così.

È il "nonluogo"-pensiero che parla, non più forte o debole ma inconsistente, un grappolo di idee i cui acini si polverizzano nella banalità e nella regressione del ragionamento, in un intermezzo che vacilla quando non è vittorioso, che sfonda con l'ariete i confini dell'etica, non conosce limen e senso della vergogna.

È la parola-consumo, obsolescenza programmata, cannibalismo, mangia e rimangia se stessa in un secondo, volatilizza i suoi significati e significanti.

È l'uomo-consumo, prodotto etereo ed immateriale come certo web, è un sms-tweet-post, sunto disumano cash and carry, display di carne vuota e scintillante, fugacità permeabile al brutto, negotium e mai otium, identità fuori dal sé.

07/02/14

Qualche riflessione su La grande bellezza




Sono passati molti mesi da quando questo film è uscito, e la sottoscritta non aveva mai trovato occasione di vederlo - pur se le numerose recensioni, di volta in volta a favore o contro, avessero suggerito alla vostra Minerva che valesse decisamente la pena vederlo e farsi la propria opinione in merito. Ragion per cui, mesi fa, ne sospesi la lettura rimandandola a quando l'avessi potuto godere in prima persona - cosa che è finalmente accaduta pochi giorni orsono.

Di qui, la ricerca e la lettura online ora di quelle che m'ero segnata, e l'accordo quasi completo con la recensione comparsa sui Ladri di bellezza (a opera di ganfione) a suo tempo - ragion per cui rimando a quella per tutti gli errori voluti e non voluti, la forza e la debolezza, e infine la profonda furbizia di questo film.
A questo punto, non posso esimermi dal dire la mia, usando in omaggio al film la prima persona singolare anziché la terza con cui talvolta scrivo - in modo tale da non rischiare di venir scambiata per l'artista demente che in apertura del film tira craniate contro pilastri mettendo in scena tutta la propria insostenibile banalità.

Ché già di qui - ferma restando la meravigliosa (e paracula, perdonatemi il termine ma trovo sia quello più idoneo a rendere l'idea) rappresentazione che ne esce di Roma - per me, per prima cosa, il film è un lavoro sulla messa in scena di sé. Abbondano, anzi tracimano le auto-rappresentazioni dei suoi protagonisti - dal giovane che si scatta una foto al giorno per decenni e poi ne allestisce l'esposizione pubblica, alla suddetta artista concettuale, alla scrittrice che si autoincensisce anche nel contesto di feste amicali di poveracci, all'autore fallito di teatro che disperatamente cerca l'occasione della vita.
E quindi, di fatto, io sin dall'inizio del film ho riso. Ho riso di tutti costoro.
E ho riso di me quando mi comporto o la penso o la vivo come costoro! 

Sì, lo so che non è bello, che non avrei dovuto, che avrei magari dovuto essere solidale con la tragedia di questa umanità. Ma no, perché costoro sono così tragicamente alla deriva che non mi ci potevo immedesimare (discorso a parte per il personaggio della Ferilli, del quale dirò più avanti).
E Sorrentino, che è un furbastro, forse l'ha fatto proprio intenzionalmente a girare un film con così tanti personaggi così meravigliosamente mal riusciti - per me bozze d'esseri umani nella vita così come sullo schermo.

Per questo, invece ho piuttosto riso con Jep Gambardella (Toni Servillo), che è un incanto d'eccesso, menefreghismo e distanza da tutti gli altri sin dalla sua entrata in scena - così sensibile solo verso se stesso (d'altronde "vi sono sensibili furbi e sensibili scemi", diceva già Snoopy in una delle famose strisce), alla deriva come gli altri, ancora lì a perdersi nel ricordo del primo amore, ma con la stessa attitudine superficiale, la stessa espressione in viso, e quindi la stessa credibilità con cui conforta la vedova per la perdita del consorte.
Jep è almeno in parte incarnazione signorile della bruttezza a oltranza - per converso rispetto al titolo del film - pure davanti alla morte, in un alternarsi inesauribile tra finzione, auto ed etero messa in scena, vacuità e perversione: tutte maschere per fuggire continuamente la paura.

Eppure Jep, per come lo 'sento' io, è un bellissimo e completo personaggio proprio perché in sé incarna tante contrapposizioni che lo rendono umano e divino al tempo stesso: ama l'<<odore delle case dei vecchi>> - dice - e non sappiamo se credergli o meno visto che quell'odore lo conosciamo bene come 'anticamera della morte' (qualcosa che tanto bella, come esperienza, magari non è, eh?), e la sua non è malinconica rimembranza del primo amore quanto della giovinezza e di un rapporto col tempo che ora si conta non più come apertura e potenzialità, bensì come anni di vita rimanenti.
Per non dire della sua disperata ricerca di confronto sul senso dell'esistenza continuamente frustrata dalle autorità religiose - patetiche e mediocri addirittura più degli altri personaggi tossici e caciaroni di cui pullula il film.

In sintesi, Jep è grottescamente gaudente del suo stesso squallore, dell'imperfezione della sua condizione umana, e per questo in lui c'è una profonda purezza. La stessa del personaggio appena accennato di Ramona - il suo contraltare femminile (ragion per cui mi ci sono immedesimata) - che, sebbene non sviluppato in modo accettabile (e qui sì l'errore è non voluto ed è macroscopico da parte della sceneggiatura), ha come elementi significativi il pari pensare solo a se stessa, il sospendere il giudizio sugli altri, l'incarnare dignitosamente la sua deriva personale e il lasciarsi incantare e ridere con lui della bellezza nottura della quale possono beneficiare grazie all'uomo che 'custodisce le chiavi' dei più bei palazzi romani.

Vi lascio due clip del film consigliandovi vivamente di vederlo - qualora non l'abbiate ancora fatto e siate quindi dei ritardatari come me ;-)
Nella prima, l'entrata in scena vertiginosa quanto rarefatta del mio amato, elegantissimo, Jep. Nella seconda ciò che, con lui, ormai penso di coloro che si mettono in scena senza aver nulla da dire (con robaccia tipo i selfie, che non tollero proprio più, o autoproclamandosi 'artisti' in virtù d'una infanzia dolorosa) della mia insofferenza e di qui intolleranza verso chi mi fa perdere anche solo un istante del tempo della mia esistenza ;-)






05/02/14

"Il futuro non è scritto"...

Vero, sono sempre lì a esortarvi di godere intensamente il presente, e che il futuro dipende da come noi siamo oggi e come ci proiettiamo in quello a partire dalle nostre passioni attuali, ecc.
Ecco, ok: io allora nella mia vecchiaia probabilmente sarò lì ad andare avanti e indietro col girello urlando "Iggy!!", "Iggy Pop!!!"...