29/01/14

Non uscire con una ragazza che viaggia


Taken from one of the blog spots



Non scrivo da un po', eppure di storie da narrarvi ne avrei tante. Ma non ho tempo, ché bulimica qual sono sto vivendo e pieno ritmo. Viaggio, leggo, scrivo, fotografo, penso, converso, e ri-viaggio.
Passo di qui solo per cambiare i vestiti, dormire un po' nel mio letto, e mangiare decentemente seduta a un tavolo - cosa ormai sempre più rara.
E ho tanti pensieri sereni in testa - una testa affollatissima di progetti e pensate che solo apparentemente sembrano assurde. Ma cosa mai sarà assurdo quando questo stato, questa società e questi politici ci hanno tolto tutto, e gettato violentemente alla deriva?
Minerva da tempo ha pescato il matto dal mazzo dei tarocchi, e lo sta seguendo.
E sì: l'effetto è strano. Eppure funziona.
Ho trovato questo testo in rete. Mi ci ritrovo pienamente. Buona lettura, e buon delirio a voi.
Liberatevi dalle paure! ;-)


Lei è quella coi capelli scompigliati, trascurati e stinti dal sole. La sua pelle è molto diversa da com’era prima. Non esattamente baciata dal sole. E’ bruciata e con i segni dell’abbronzatura, cicatrici e punture qui e lì.
Ma per ogni segno sulla sua pelle ha un’avvincente storia da raccontare.

Non uscire con una ragazza che viaggia. E’ difficile da compiacere. Il solito appuntamento cena-film al centro commerciale l’annoierà a morte. La sua anima brama nuove esperienze ed avventure. Non sarà affatto scioccata dalla tua nuova macchina o dal tuo orologio. Preferirebbe scalare una montagna o lanciarsi da un aereo piuttosto che sentirti parlare di questo.

Non uscire con una ragazza che viaggia perché insisterà per farti prenotare un volo ogni volta che una compagnia aerea mette i saldi. Non andrà mai a ballare al Republiq. E non pagherà mai 100 euro per Avicii perché sa che un weekend di festa sarà equivalente più o meno ad una settimana di viaggio in un posto lontano molto più entusiasmante.

Molto probabilmente non ha un lavoro stabile oppure sta sognando di lasciarlo. Non vuole certo farsi un didietro così per il sogno di un altro. Lei ha il suo sogno e ci sta lavorando. E’ una freelancer. Fa soldi disegnando, scrivendo, facendo foto o qualcosa per cui c’è bisogno di creatività ed immaginazione. Non le far perdere tempo parlandole del tuo noioso lavoro.

Non uscire con una ragazza che viaggia. Potrebbe aver sprecato la sua laurea e cambiato completamente carriera. Adesso è un’istruttrice di immersioni o un’insegnante di yoga. Non sa quando avrà la prossima paga, ma non lavora tutto il giorno come un robot, esce e prende quello che la vita le offre, e ti sfida a fare lo stesso.

Non uscire con una ragazza che viaggia perché lei ha scelto una vita di incertezza. Non ha un programma né un indirizzo fisso. Segue la corrente e va dove la porta il cuore. Balla al ritmo del suo stesso tamburo. Non ha un orologio. I suoi giorni sono scanditi dal sole e dalla luna. Quando sentirà il richiamo delle onde, la vita si fermerà e ignorerà tutto e tutti per un momento. Ma allo stesso tempo, ha imparato che fare surf non è la cosa più importante nella vita.

Non uscire con una ragazza che viaggia perché lei tende a parlare sinceramente. Non cercherà mai di fare una buona impressione sui tuoi genitori o i tuoi amici. E’ rispettosa ma non le fa affatto paura intavolare una discussione su problemi globali e responsabilità sociali.

Lei non avrà mai bisogno di te. Sa come montare una tenda e avvitarne le alette senza il tuo aiuto. Cucina bene e non avrà mai bisogno che le paghi un pasto. E’ autonoma, e non le importerà se viaggi con lei o meno. Si dimenticherà di farti sapere quando è arrivata a destinazione. E’ troppo impegnata a vivere il presente. Parla agli sconosciuti. Conoscerà tante persone interessanti che la pensano come lei da tutto il mondo e che condividono le sue stesse passioni e i suoi stessi sogni. Con te si annoierà.

Quindi non uscire con una ragazza che viaggia a meno che tu non riesca a tenere il suo passo. E se senza volerlo te ne innamori, non ti azzardare a trattenerla. Lasciala andare.


"Don't date a girl who travels" was originally written in English by Adi Zarsadias.

13/01/14

Contro le identità - Stefano Boni



Quella mente brillante di Stefano Boni (antropologo che spesso trovate tra gli autori di "A - Rivista anarchica", già autore di Vivere senza padroni) ha scritto il testo che segue, che Minerva - insofferente e critica anche nei confronti di certi contesti che pur approva, apprezza, e sostiene 'a spada tratta' - sottoscrive al 100%.

Buona lettura, e buona riflessione.




Contro le identità:
riflessioni per il superamento della auto-disciplina di gruppo

Abbiamo bisogno di identità forti? Dobbiamo necessariamente appartenere a gruppi e conformarci alla condotta collettiva del nostro gruppo di riferimento? Le identità sono modi di disegnare circuiti di appartenenza mediante un processo di riduzione del differente al simile. Una volta che l’identità è affermata, si riconosce, infatti, per l’omogeneità di sentimenti, pratiche e valori che caratterizza i diversi individui che appartengono al gruppo. La costruzione delle identità è quindi un processo di delimitazione di un gruppo e di definizione di ciò che fa parte della sua identità. In questo processo di edificazione di aggregati sociali riconoscibili si giocano dinamiche di potere. Una prima forma di potere consiste nella selezione di quali debbono essere i valori condivisi dal gruppo. Una seconda forma risulta dalla capacità di diffondere – o imporre - le pratiche considerate accettabili per chi appartiene al gruppo. L’autorità identitaria rende omogenea la pluralità individuale e genera una contrapposizione verso l’ ‘altro’.
Negli ultimi decenni l’antropologia culturale ha mostrato che le identità che ci vengono spesso presentate come naturali e inevitabili sono, in realtà, costruite e arbitrarie. Essendo culturalmente fabbricate, le identità potrebbero essere decostruite, svuotate e riconfigurate. Si possono quindi rifiutare dinamiche di appartenenza che mistificano la lettura della realtà? Ci si può svincolare dall’inconsapevole disciplinarizzazione della nostra condotta richiesta dal conformarsi all’appartenenza identitaria? Si può ma spesso non si fa. Anche in circuiti antagonisti, anche in ambienti libertari. E’ relativamente più semplice cogliere il potere, al di fuori di noi, nelle istituzioni – nel carcere, nelle fabbriche, negli ospedali, nelle caserme, nello stato-; è più problematico prendere coscienza di come noi stessi riproduciamo il potere nel vissuto quotidiano. Non ci sono rimedi semplici per abbattere queste forme di potere discorsivo e sfuggevole se non la consapevolezza individuale delle dinamiche sociali, quotidianamente riprodotte e - all’apparenza - innocue. Queste pagine mirano, appunto, a fornire spunti per riflettere sui processi sottaciuti di auto-disciplina legati alla costruzione delle identità.

La classificazione degli esseri umani prevede l’utilizzo di categorie per raggruppare le singolarità in modo da offrire schemi cognitivi che permettono una lettura diversificata della società. Le cassi concettuali assumono una dimensione lessicale: ‘ragazza’, ‘fascio’, ‘marocchino’, ‘barbone’, ‘madre di famiglia’, ‘rasta’, ‘disobbediente’ sono termini che identificano ambiti di appartenenza e di condotta. Gli individui entrano a far parte di gruppi con cui dovrebbero condividere valori e modelli di comportamento. Le identità sono quindi il risultato di circuiti sociali che tendono ad omogeneizzare la condotta di chi vi appartiene per segnare una distinzione rispetto all’altro.

Le categorie che utilizziamo per distinguere i gruppi non sono totalmente arbitrarie. Alcune si riferiscono a fattori come il sesso, l’età, la provenienza, l’occupazione, l’adesione più o meno formalizzata ad associazioni. L’appartenenza alle categorie genera condotte differenziate. La società si attende che una certa categoria adotti dei comportamenti specifici e, in effetti, quelli che sono identificati come i membri di quella categoria – per esempio i ‘punk-a-bestia’ o i ‘manager’ – adottano modi di fare che noi riconosciamo come appropriati, adatti, congruenti con la categoria in questione. Le individualità vengono incanalate in modalità di condotta standardizzate che caratterizzano il loro gruppo di appartenenza: la collettività si attende una certa condotta e effettivamente c’è una messa in opera della condotta attesa da parte dei membri di un determinato gruppo. Il nostro vissuto e ciò che osserviamo conferma la giustezza delle categorie che abbiamo elaborato: la maggior parte dei ‘punk-a-bestia’ si comporta effettivamente da ‘punk-a-bestia’ – così come i ‘manager’ da ‘manager’- perché adotta condotte conformi a ciò che ci si attende da loro. L’adesione all’ordine sociale è una forza di conservazione che induce a disciplinare il proprio comportamento - senza costrizioni fisiche - attraverso continui riferimenti simbolici che entrano a far parte delle nostre disposizioni mentali e corporee. Senza rendersene conto, si aderisce alle nostre categorie e si impara a categorizzare gli altri.

L’inganno identitario è la rappresentazione che molti di questi gruppi si danno e che noi riconosciamo loro. Le identità non ammettono di essere prodotti culturali arbitrari e mutevoli: cercano una legittimazione in categorie - come quelle di ‘essenza’, ‘natura’, ‘tradizione’ – che offrono spiegazioni mistificanti, ma comunemente accettate, di perché esistono i gruppi. La congruenza tra comportamento atteso – come si dovrebbe comportare un membro di un gruppo - e comportamento reale – come si comporta un singolo che appartiene al gruppo - ci potrebbe far credere che le categorie, da noi generate per comprendere e ordinare il mondo, siano dotate di un’essenza. Ci sarebbe quindi un modo di fare, per esempio ‘maschile’ – la manualità, il gusto per il calcio, l’occupazione privilegiata di spazi pubblici, l’indisposizione alle cure parentali, etc.-, che sarebbe insito nell’essere uomo e non dovuto a come siamo stati abituati a concepire – e a riprodurre nella pratica - la mascolinità. La conformità di condotta all’interno di un certo gruppo sarebbe dovuta ad un’essenza intangibile comune – un carattere, uno spirito, una natura condivisa – e non a un’operazione sociale di apprendimento, ossia imparare a comportarsi da ‘maschio’ secondo i canoni condivisi. L’antropologia permette di smascherare le identità essenzializzate mostrando come la mascolinità sia intesa in maniera assai diversa in diversi luoghi: non esiste quindi una natura maschile ma una cultura della mascolinità che tenta surretiziamente di leggittimarsi come ‘natura’.

Inoltre, i gruppi tendono a presentarsi come soggetti consolidati, con caratteristiche antiche e immutabili, che hanno radici nella loro ‘natura’ e ‘tradizione’. Questo è un tratto accentuato nella essenzializzazione delle caratteristiche di genere e di età ma anche nell’identità nazionale: lo spirito ‘italiano’ avrebbe le sue radici – nella retorica fascista ma anche in quella dello stato repubblicano - nella Roma antica così come quello Padano avrebbe – improbabili - origini celtiche. L’appartenenza ha bisogno di rappresentarsi come qualcosa di antico: gli scambi materiali e immateriali che hanno caratterizzato l’intera storia dell’umanità così come le trasformazioni nella composizione genetica dei residenti in una certa area – il mischio genetico della popolazione della penisola è ovvio - sono negate. Si occulta la documentazione che mostra che i gruppi sono frutto di continue ibridazioni, di un meticciato culturale e genetico. Si nega l’evidenza della permeabilità delle società e della mutevolezza delle configurazioni identitarie e dei tratti che vengono presentati come caratteristici di un certo gruppo. Alla categoria di ‘donna’, così come a quella di ‘romano’, sono state attribuite caratteristiche assai diverse nello spazio e nel tempo.

L’identità non è immaginabile come isolata ma si nutre nella contrapposizione ad altre. Mentre le identità si presentano come distinte - omogenee al proprio interno e irriducibilmente diverse dalle identità contigue - i tratti di ciascuna identità sono, in realtà, frutto di un continuo processo di ibridazione attraverso il quale l’alterità entra a far parte dell’identità. Eppure ogni identità si presenta come pura, difende i propri confini reali e simbolici e ripudia quei tratti di alterità che sono entrati a far parte del sé. La tendenza a valorizzare il ‘noi’ e a devalorizzare l’altro è un passo che si accompagna spesso alla produzione di identità. Il razzismo, il nazionalismo, il campanilismo, il maschilismo nascono da una modalità di rapportarsi con l’alterità che mira a confermare gli stereotipi negativi dell’altro che il gruppo giudicante ha generato.

Il pensiero libertario ha colto e si è posto in modo critico rispetto alla costruzione di alcune identità rigide. L’appartenenza nazionale è stata vista – come è – un processo di costruzione di un senso di appartenenza finalizzato a minimizzare le sovversioni interne e ad esaltare una (pseudo) origine e nascita comune. La critica a identità rigide andrebbe estesa a tutte le identità di gruppo – quelle comunali, occupazionali, regionali, etniche, razziali, modaiole, politiche, di genere. In quest’ottica, per esempio, non c’è una essenza maschile, come non c’è un’essenza femminile: uomini e donne generano – seguendo i modelli di identità prevalenti - modi di agire distinti che pensano facciano parte della loro natura ma – se confrontati con i diversi modi di intendere il maschile e il femminile nelle diverse culture – si comprende che sono solo una tra le diverse configurazioni possibili. Rendersi conto dell’arbitrarietà delle proprie appartenenze identitarie – ossia capire che la nostra condotta è costruita e potrebbe essere costruita in modi radicalmente diversi - è il primo passo per svincolarsene. Si tratta di tornare a considerare gli individui in quanto tali, singolarità irriducibili ad appartenenze vincolanti, non leggibili secondo gli stereotipi che caratterizzano il gruppo. Si tratta, come singoli, di rifiutare modalità di vestirsi, di rapportarsi agli altri, di discorrere, di pensare stereotipate. Si tratta di emancipare noi stessi dalle attese sociali degli altri, e di liberare gli altri dalle nostre aspettative. Si tratta di sabotare, nel vissuto, lo stereotipo di quello che dovremmo essere.

Andare contro l’identità non deve necessariamente – e forse non può – sfociare in un rifiuto completo delle categorie sociali. Forse non si può immaginare un mondo in cui le persone non vengono classificate secondo criteri di appartenenza. E’ possibile però rendersi conto che tutte le identità sono costruite, mutevoli e ibridate. Essere coscienti dell’arbitrarietà delle nostre classificazioni identitarie permette di apprezzare i singoli nelle loro differenze, di cogliere la persona oltre le etichette che la società gli/le assegna. La lettura delle appartenenze altrui diventa così debole – non necessariamente un singolo rispecchia i tratti del gruppo in cui lo abbiamo classificato - e fluttuante – la sua identità e quella del suo gruppo sono soggette a continui cambiamenti. Il ripensamento delle nostre appartenenze permette di sviluppare una consapevolezza critica sulle dinamiche di potere che subiamo inconsciamente e che regolano il nostro agire. Si può imparare a sovvertire le aspettative degli altri rispetto ai comportamenti che si attendono da noi. Si possono costruire circuiti di appartenenza fondati sulla condivisione cosciente di valori, ideali e vissuti piuttosto che su meccanismi simbolici che richiedono obbedienza o su mistificazioni che fanno riferimento a idee di ‘natura’, ‘essenza’ o ‘tradizione’. Praticare la disobbedienza a questi vincoli sociali – importanti quanto inconsci -, leggere gli altri e vivere se stessi al di fuori di schemi prefissati diventa una pratica libertaria. Liberarsi da un potere prodotto socialmente ma che ci pervade un po’ tutti, liberare gli altri da un potere che riproduciamo un po’ tutti.

Raccomandazioni...






Stamane, sapendo che sto preparandomi per andare via un paio di settimane, la mia amica Eleonora Manca (che trovate qui, qui e pure qui), sapendomi alquanto distratta, mi manda le ultime raccomandazioni...



"Dicono che tutti i giorni dobbiamo mangiare una mela per il ferro e una banana per il potassio.
Anche un’arancia per la vitamina C e una tazza di the verde senza zucchero per prevenire il diabete.
Tutti i giorni dobbiamo bere due litri d’acqua, anche se poi per espellerli richiede il doppio del tempo che hai perso per berli. Tutti i giorni bisogna bere un Actimel o mangiare uno yogurt per avere gli indispensabili bacilli L. Casei Defensis, che nessuno sa bene che cosa cavolo siano, però sembra che, se non ne ingoi per lo meno un milione e mezzo tutti i giorni, finisci per vedere sfocato.

Ogni giorno un’aspirina per prevenire l’ictus, e un bicchiere di vino rosso contro l’infarto, più un bicchiere di bianco per il sistema nervoso, ed uno di birra che già non mi ricordo per che cosa era. Se li bevi tutti insieme, ti può provocare un’emorragia cerebrale, ma non ti preoccupare, perché non te ne renderai neppure conto.

Tutti i giorni bisogna mangiare fibra. Molta, moltissima fibra, finchè riesci a cagare un maglione. Si devono fare tra i 4 e i 6 pasti quotidiani, leggeri, senza dimenticare di masticare 100 volte ogni boccone. Facendo i calcoli, solo per mangiare se ne vanno 5 ore.
Ah, dimenticavo, dopo ogni pasto bisogna lavarsi i denti. Ossia, dopo l’Actimel e la fibra lavati i denti, dopo la mela i denti, dopo la banana i denti, e così via, finchè ti rimangono 3 denti in bocca. Senza dimenticarti di usare il filo interdentale, di massaggiare le gengive e di fare il risciacquo con Listerine.


Bisogna dormire otto ore e lavorare altre otto, più le 5 per mangiare fa 21. Te ne rimangono 3, sempre che non ci sia traffico. Secondo le statistiche, vediamo la tele per tre ore al giorno. Già, non si può, perché tutti i giorni bisogna camminare almeno mezz’ora, facendo attenzione a tornare indietro dopo 15 minuti, se no la mezz’ora diventa una.

Bisogna mantenere le amicizie, perché sono come le piante, da annaffiarsi tutti i giorni. E bisogna pure tenersi informati, leggendo almeno due giornali e un paio di articoli di rivista, per una lettura critica. Ah, importante, si deve fare l’amore tutti i giorni, però senza cadere nella routine. Bisogna essere moderni, creativi e rinnovare la seduzione.
Bisogna anche avere il tempo per spazzare per terra, lavare i piatti, i panni, e non parliamo se hai un cane o magari dei figli. Insomma, per farla breve, i conti danno 29 ore al giorno.



L’unica possibilità che mi viene in testa è fare varie cose contemporaneamente. Per esempio ti fai la doccia con acqua fredda e con la bocca aperta, così almeno ti bevi i due litri d’acqua. Mentre esci dal bagno con lo spazzolino in bocca fai l’amore (tantrico) col compagno/compagna che nel frattempo guarda la tele e ti racconta, mentre tu lavi per terra.
Ti è rimasta una mano libera? Chiama qualche amico! O i genitori! Bevi il vino, perché, dopo aver chiamato i tuoi, ne avrai bisogno. Il Bio Puritas con la mela te lo può dare il tuo partner o la tua partner, mentre si mangia la banana con l’Actimel, e domani fate cambio.

Mi è venuta la confusione mentale
Adesso ti lascio, perché tra lo yogurt, la mela, la birra, il primo litro d’acqua e il terzo pasto con fibra della giornata, già non so più cosa sto facendo. So che devo andare urgentemente in bagno. E ne approfitto per lavarmi i denti.
Però, se ti rimangono due minuti liberi, invia una copia ai tuoi amici, che devono essere annaffiati come una pianta. Se ti avessi già mandato questo messaggio, perdonami.
E’ l’Alzheimer che, nonostante tutte le cure, non sono ancora riuscita a debellare."

BUONA GIORNATA A VOI! :-D



12/01/14

Gotta live (and hope), before you die



Quando mio nonno morì, al termine di una malattia, avevo quindici anni e stavo studiando al ginnasio. Non ero particolarmente brava, ma ricordo alcune cose che già mi avevano - se ce ne fosse stato bisogno - dato da meditare. Così che di ritorno dal funerale, in auto, mentre mia nonna stava piangendo tutte le sue lacrime per la perdita del marito, io le dissi che avevo appena letto un testo greco che parlava d'una barca che ritornava in porto dopo una tempesta devastante, dolorosa, faticosa, durata anni. E del paradosso che quando nasce un bambino tutti si rallegrano, pur non sapendo quante sventure dovrà affrontare nella vita, mentre quando muore qualcuno si piange, mentre si dovrebbe essere sollevati per lui del fatto che non dovrà più affrontarne.

La vita alla fine è così, e di condizioni ottimali che pacifichino quella barca ce ne sono veramente poche - sono rarissime. Invidio chi le vive, e sono felice, guardandomi indietro, al ricordo che per un po' le ho avute io stessa. E che continuo ad andare avanti sperando che quelle condizioni di pace ritornino.
Preferendo passare tutta la vita con la speranza che mi capiti buon vento piuttosto che accontentarmi di sopravvivere sottocosta con folate che un po' mi accompagnano e un po' mi strattonano.

"Questa è una frase di quelle che mi rimarrà nella mente per il resto della vita" - mi ha detto.
"Vale per me, non deve per forza valere anche per te. Io per me ho scelto".
E rimango con il ricordo di fugaci perfezioni, e con la speranza che un giorno le condizioni del mare siano di nuovo perfette per un viaggio meraviglioso. Prima di rientrare in porto.



[per Giorgio, per Orsa, per Mauro - per tutti coloro che amo, e che so che pensano, sentono, e soffrono].

11/01/14

Il mondo di Fabrizio De André

Per strada tante facce | non hanno un bel colore:
qui chi non terrorizza | si ammala di terrore.
C'è chi aspetta la pioggia | per non piangere da solo,
io son d'un altro avviso, | son bombarolo.

Quindici anni orsono moriva Fabrizio De André, che cantava un mondo in cui molti di noi si sentivano a casa, fatto di gente semplice, povera, emarginata, di reietti della società, di gente che rubava il pane per fame, che veniva impiccata per nonnulla da un potere cieco e assoluto. Nei suoi brani c'erano prostitute, uomini innamorati, nani, anarchici, pescatori. Aveva musicato Spoon River e parlato tanto libertà.
Davvero difficile scegliere come ricordarlo, tra le tantissime canzoni originali e quelle tradotte e reinterpretate (come Le passanti di Brassens) così che fossero a disposizione del pubblico italiano.

Con molto amore per lui e per voi, eccovene alcune che hanno accompagnato la mia vita.
Buon ascolto.











10/01/14

Vade retro, disumana modernità!

Angel Boligan Corbo è un fumettista cubano il cui lavoro prende di mira la perversione disumana in cui vive l'uomo moderno. Vi auguro di non essere consenzienti rispetto alle atrocità qui rappresentate, e che la vostra vita - al contrario - goda ancora di tante nicchie di bellezza. 

Modern Problems in Cartoons (22 pics)
Modern Problems in Cartoons (22 pics)
Modern Problems in Cartoons (22 pics)
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Modern Problems in Cartoons (22 pics)
Modern Problems in Cartoons (22 pics)
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Modern Problems in Cartoons (22 pics)
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06/01/14

Riflessione d'inizio anno (+ giochino innocuo)

Ieri sera ero al telefono con un'amica (questa squinternata qui), e lei mi diceva che s'era accorta che alla fine, nella vita, tutto ciò che ci accade dipende da noi, ne siamo stati noi responsabili. Io non la penso proprio così - anzi - per me "la vita è ciò che ti accade mentre stavi progettando qualcos'altro" (come da affermazione di John Lennon), senza contare che vi sono cose che talvolta accadono e basta (malattie, lutti improvvisi) per i quali non vi sono responsabilità/responsabili ben identificabili.

In ogni caso, ho deciso di darle credito (o almeno il beneficio del dubbio, và), e mi sono risolta al buon proposito - per i prossimi mesi - di onorare quelle accortezze di base che possono portarmi ciò che desidero. Quindi sarà mia premura prendermi cura di me - della mia salute, delle mie frequentazioni (limitandole al ristrettissimo numero di persone che mi ispirano e alimentano le mie energie anziché succhiarmele) e dei miei interessi lavorativi e culturali (che coincidono e sono in effetti il senso della mia vita). Non che non abbia mai fatto tutto ciò, ma farlo col pensiero di poterlo veramente controllare è un'altra prospettiva. Ci provo.

E nel frattempo un giochino (di quelli che appartengono alla classe dei 'giochini innocui per bambini scemi', come diceva mia nonna) che mi/ci sia d'ispirazione, magari.
"Le prime tre parole che vedi saranno le tue nel 2014".
A me sono uscite love, popularity e intelligence. Non male, sebbene la seconda sia qualcosa che non ho mai considerato... Che cosa curiosa! :-)
E a voi, cosa è uscito? E cosa vorreste cercare di controllare, quest'anno, nella vostra vita?

04/01/14

Emozioni e loro diffusione nel corpo (con richiesta di vostro commento)

Apprendo da Repubblica che in Finlandia un team di scienziati ha chiesto a 700 volontari quali parti del corpo sentono coinvolte durante un'emozione, generando i risultati dell'indagine la seguente visualizzazione, in cui i colori caldi indicano le aree fisiche stimolate, mentre i colori freddi indicano quelle disattivate. Gli intervistati hanno riferito che la felicità e l'amore scatenano attività ovunque, mentre pericolo e paura innescano forti sensazioni nella zona del torace.

Il che mi dà da pensare rispetto alla domanda "da dove nasce il nostro orgasmo?" cui - con Jean-Luc Nancy - non saprei rispondere fornendo una soluzione definitiva, e mi spiega sia la mia attrazione per certe sostanze che mi sono state descritte come assolute alternative all'amore, sia il loro rifiuto in favore della felicità più completa (che se vedete, in quest'immagine, è più potente dell'amore in quanto a diffusione nel corpo). E mi dice anche qualcosa rispetto all'energia che mi ritrovo a disposizione quando sono felice, di contro a coloro che affermano che la produttività delle cose più intense debba avvenire sempre e per forza in contesti di depressione.

La mappa delle emozioni: così il corpo cambia temperatura

Che riflessioni stimola a voi tale immagine?

03/01/14

Al Quirinale subito!

L'unico discorso di Capodanno che valesse la pena sentire - l'unico a rappresentare un manifesto contro l'ipocrisia, la mediocrità e la stupidità dei tempi in cui viviamo, e di tanti che ci circondano e/o ci governano.

Buona ascolto.


02/01/14

Buone ispirazioni /2: Sobrietà non significa austerità (José Mujica)





Vi assicuro che non avevo ascoltato questa intervista, e che il mio commento in fondo alle foto sulle case cinesi della settimana scorso era del tutto originale. Per questo sono particolarmente felice e onorata d'aver ora appreso che José "Pepe" Mujica, presidente dell’Uruguay, nell'intervista rilasciata a Riccardo Staglianò per il Venerdì di Repubblica all'inizio di novembre operava la stessa distinzione.
Probabilmente basta essere ancora un po' sensibili e lucidi, mlagrado tutto, per arrivarci...

Cosa ha detto Pepe Mujica? Ha distinto tra sobrietà e austerità, e - con questo - lanciato un j'accuse pesante al sistema di governo dell'Unione Europea e offerto materiale su cui riflettere per le nostre vite quotidiane.
Queste le sue parole, riflettete bene su ogni frase: sono preziosissime.

"La mia idea di vita è la sobrietà. Concetto ben diverso da austerità, termine che avete prostituito in Europa, tagliando tutto e lasciando la gente senza lavoro. Io consumo il necessario ma non accetto lo spreco. Perché quando compro qualcosa non la compro con i soldi, ma con il tempo della mia vita che è servito per guadagnarli.

E il tempo della vita è un bene nei confronti del quale bisogna essere avari. Bisogna conservarlo per le cose che ci piacciono e ci motivano. Questo tempo per se stessi io lo chiamo libertà. E se vuoi essere libero devi essere sobrio nei consumi. L’alternativa è farti schiavizzare dal lavoro per permetterti consumi cospicui, che però ti tolgono il tempo per vivere".

01/01/14

Buone ispirazioni: il 'Concertino dal balconcino'







Minerva ha passato un capodanno incantevole, tra amici di sempre che l'hanno coccolata in tutte le salse (soprattutto quella deliziosa all'aneto con cui hanno insaporito un superbo salmone).

Così stamane, complice il sole, la sottoscritta ha deciso d'andare a vedere - meglio sarebbe dire 'ascoltare' - questa meraviglia di pensata autogestita che da più di due anni intrattiene la cittadinanza torinese, ovvero il Concertino dal balconcino.

Maksim Cristan - chitarrista, scrittore e autore teatrale - e Daria Spada - cantante lirica diplomata al Conservatorio di Torino - ogni settimana danno infatti un concerto gratuito dal balcone della loro casa, e per un’ora i condomini si affacciano da balconi e finestre, mentre il pubblico vi assiste dal cortile interno del palazzo. Insieme a loro si alternano cantautori, poeti, musicisti e attori.
"È un concerto punk lirico senza regole, senza stress e a costo zero", dice Daria. E dopo lo spettacolo aprono le porte di casa loro al pubblico, il 'concertino' continua in cucina, con Maksim che suona la chitarra attorno al tavolo, e Daria che canta, mentre lava la moka e prepara il caffè.