30/09/13

Eliminare il verbo DOVERE dal proprio vocabolario

Nove volte su dieci il verbo "dovere" viene impiegato per spiegare la ragione per la quale si fanno cose che in altre condizioni non si farebbero - ovvero per giustificare azioni apparentemente imprescindibili, frutto di scelte operate nel passato.
Il che significa che, tanto per cominciare, bisognerebbe stare molto più attenti alle conseguenze - in particolare economiche - delle proprie azioni, e agire con cautela e pensando un po' più in là del momento, ovvero ragionando su lungo periodo, specie se le nostre azioni prevedono ricadute potenzialmente pesanti su noi stessi in termini di responsabilità.

Poi, comunque, anche in questo caso, esistono sempre alternative anche se queste - per garantirci la sopravvivenza e per garantirla a coloro dei quali abbiamo responsabilità - significano sempre più perdita di cose, di benefici, di affetti, di frequentazioni importanti: ovvero nessuno dice che le soluzioni alternative (vedi espatri e migrazioni, vendita di tutto ciò che si ha, autocondanna a quella che ci sembra un'esistenza nella 'miseria') non siano/saranno pesantissime.

Indipendentemente però dalle alternative a noi disponibili - il verbo "dovere" è una vera porcata di parola. Fa il paio con 'speranza' - ovvero trattasi di termini solo apparentemente nobili ed edificanti, ma in realtà castranti e promotori di sottomissione, paralisi, mortificazione, schiavismo, inazione.
Provate a togliere quindi tale verbo dal vostro vocabolario quotidiano: eliminatelo proprio.
Non fatevelo sfuggire dalla bocca. Mordetevi la lingua quando vi sta per uscire fuori.
Cercate di abituarvi a non usarlo più, a non pensarlo, e a ricorrere piuttosto a giri di parole per esprimere il medesimo concetto.

Forse capiterà anche a voi ciò che è successo a me - che non riesco più a dirlo perché non riesco più a pensarlo per la mia vita. Non riesco più a concepire quel 'dovere' con la medesima intensità.
Ciò che mi è accaduto è che, man mano che mi sono abituata a spiegare in modo diverso la ragione per cui faccio cose anche molto dure e faticose, anche forzandomi, non credo più al concetto di 'doverle fare', ma le faccio in quanto risultato di una scelta intenzionale e personale, di volta in volta in base a ragioni e opzioni differenti, e di volta in volta più ponderata e meno 'costretta dalle circostanze' - per quanto sia faticosa l'alternativa.
Le circostanze sono dei limiti - come dei paletti - ma all'interno di quelli, e forzandoli costantemente, le scelte sono mie.

Più assunzione di responsabilità, e meno vittimismo. 
Eliminate quella parola, e provate a cominciare a sostituirla con un discorso - vedrete poi come cambierà la vostra percezione di voi stessi e del vostro agire!

29/09/13

Io *non* cammino in fila indiana (a commento del post precedente)

E a tutti coloro che non sono 'guerrieri' nel senso perverso cui ci esorta la campagna vergognosa dell'Enel, ovvero come schiavetti di padroni che ci succhiano l'esistenza e vogliono ancora convincerci di non essere numeri in fila, dedico il seguente monologo di Ascanio Celestini.
Io non cammino in fila indiana, e vi invito parimenti a rompere le righe!



Io non sono un guerriero (e comunque non nel senso squallido di questa pubblicità agghiacciante!)

Riporto l'articolo uscito su Il fatto quotidiano ieri a proposito d'una pubblicità televisiva che ritengo una vera e propria offesa nonché una sorda violenza piena di propaganda contro tutti noi - almeno quelli che sono in grado di leggerla come tale perché, malgrado la fatica di sopravvivere, hanno ancora la lucidità di 'vedere' come stanno realmente le cose.
E di non essere schiavi complici dei loro stessi sfruttatori.
I quali dovrebbero piuttosto VERGOGNARSI PROFONDAMENTE.


Cara Enel, io non sono un guerriero
di Simone Perotti | 28 settembre 2013
Ancora una volta dissento. La cosa grave, però, è che non condivido quelli che la pensano come me.
Mi riferisco all’ondata di attacchi, insulti e invettive contro lo spot dell’Enel “Guerrieri”. Immagino lo conosciate tutti: “Siamo i guerrieri dei posti in piedi, siamo i guerrieri delle tangenziali, delle scartoffie, siamo i guerrieri del lavoro… Vincere è possibile se lottiamo insieme”. Come riassume bene l’Unità, l’enorme polemica contro l’operatore elettrico ha riguardato la questione ambientale e sindacale (“quelli che ogni giorno, nei territori, si battono contro le centrali a carbone di Enel”, oppure “quelli che devono pagare la bolletta più cara d’Europa e sono in cassa integrazione”).

Tra i feroci oppositori anche il collettivo di scrittori Wu Ming (“il più clamoroso caso di eterogenesi dei fini nell-ancora breve storia del social media marketing italiano”) e Nandu Popu, cantante dei Sud Sound System (“Ogni mattina i guerrieri si svegliano e combattono contro il carbone”). Come si fa a non associarsi? Un messaggio sulla questione del carbone (ancora colpevolmente bruciato dalla centrale di La Spezia, dove vivo) l’ho mandato anche io che solidarizzo con il comitato di spezzini (e non solo) che lotta da anni sul tema. Ma c’è molto altro in quello spot. Ed è più grave. Grave come il fatto che nessuno se ne sia indignato.

Il colosso pubblicitario Saatchi&Saatchi, seguito ottusamente dalla società elettrica, rappresenta tutti noi come epici guerrieri, emblematici resistenti di una società di eroi, gente che non molla, che stringe i denti ma va avanti. Ma avanti dove? Guerrieri di cosa? Eroi di quale resistenza? Contro chi? “Vincere è possibile se lottiamo insieme” ma vincere cosa? Ma di cosa stanno straparlando gli acuti copywriter Saatchi&Enel? Sono forse stati tolti dall’ibernazione e pensano di vivere ancora negli Anni ’90?!

Parlano di tenere duro, di continuare a stare dentro questo sistema che ci sfrutta, ci omogeneizza, ci aliena, ma di sentirci eroi. Tentano di dare una connotazione epica al traffico, alle scartoffie, alla schiavitù del lavoro, alla crescita che deve riprendere, ai consumi che devono tornare a salire. Vogliono dipingere noi come miliziani che combattono per una giusta causa, e non come le automatiche bestie da soma che siamo, vittime delle tasse, tenuti sotto schiaffo dalla minaccia di licenziamento, noi che viviamo col peso sul cuore delle responsabilità, della burocrazia, della malavita, del malaffare, della politica truffatrice e cialtrona, dei disservizi, dei consumi effimeri che altri pubblicitari ci impongono come inevitabili. Vogliono tentare di abbellire il lavoro dello schiavo, renderglielo più digeribile, trasformare un potenziale rivoltoso anticonsumista e anticapitalista in un partigiano del sistema del consumo e dello sfruttamento. “Sei uno che muore una vita intera tra le scartoffie, o nel traffico? No! Sii felice, sei un eroe che tiene in piedi il Paese! Sei un martire! Fatti saltare in aria se serve, sarai morto per una giusta causa!”.

Ecco il vero obiettivo dello spot: farci digerire l’indigeribile. E il suo effetto immediato è quello di una tragica presa per il culo. Ecco perché dissento dalla marea di critiche che ha sepolto l’Enel. Non perché non siano giuste e condivisibili, ma perché c’è ben altro di cui indignarsi. Qualcosa di molto più grave di una centrale che inquina, per quanto grave e inaccettabile sia il danno ambientale. Prima o poi, infatti, riusciremo a ricacciare in gola tutto quel carbone a chi ce lo brucia davanti a casa. E’ solo una questione di tempo. Ma una centrale si può spegnere, mentre la nostra vita sprecata, senza libertà, senza speranza, non si può recuperare. 

#noinonsiamoguerrieri

Tessuti aerei

Nella mia testa c'è un mondo migliore di quello che mi circonda, e che con cui sempre meno sono in contatto.
Ergo - pur se ormai avviata alla senilità - io martedì comincio a fare questo. Ve lo dissi che tra le varie cose cui volevo dedicarmi prima o poi vi era quella d'apprendere una qualche arte circense, no? Bene, questa è quella che ho scelto! :-)



La leggerezza di quest'arte mi appassiona e muove il cuore, così come mi incantano i tessuti, le luci, e i movimenti - invero spesso semplici ma pieni di grazia.
Probabilmente cadrò alla prima lezione rompendomi la testa in due come una noce di cocco, ma la perdita non sarebbe grave, e il divertimento vale il tentativo :-D

22/09/13

Prendete e godetene tutti

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Una persona che è felice non rinuncerà facilmente a tale condizione quando ravviserà segnali che tendano a soffocarla e spegnerla. Per tal ragione esortai un amico - che mi parlava in continuazione di 'cambiare il mondo' attraverso una qualche 'rivoluzione' - ad appendersi un cartello al ***** (avete capito) invitando così tutte le donne che avesse incontrato a usufruire di lui, e provarne il certo piacere che il suo membro (collegato a rara intelligenza, mani sensuali e sorriso perverso) avrebbe loro donato, permettendo a sicure ignari 'casalinghe disperate' l'accedere al disvelamento della felicità più assoluta e profonda.

L'amico non si prestò a tal fine (vigliacco!), ma l'ipotesi per me rimane valida.
Volete fare la rivoluzione? Fateci godere! Anzi, facciamoci reciprocamente godere! ;-)

21/09/13

Crearsi la propria vita (e il proprio senso di questa)

Bill Watterson è il genio che disegna Calvin e Hobbes. Zen Pencil - che già vi ho presentato proponendovi un suo lavoro terribilmente commovente - ha rielaborato le affermazioni del collega americano, e ne ha realizzato una striscia dalle sue parole sulla società contemporanea, rea di nutrire aspettative nei nostri confronti che ci forza a soddisfare, pena il venir giudicati dei falliti, persone che non sfruttano il proprio potenziale, individui privi dell'ambizione di migliorarsi qualora non rispondiamo positivamente a tale istanza.
Di fatto, la sua critica si rivolge a un sistema che ci vuole eterni insoddisfatti - disponibili a venderci in cambio di qualcuno o qualcosa che dia un senso alla nostra esistenza. Ma è ancora possibile trovare il nostro senso alla nostra vita, fare lo sforzo di cercarlo ed essere creativi nel tentativo di individuarlo.
Questa stessa ricerca potrebbe renderci più felici.

11/09/13

Per ogni ragazzo, per ogni ragazza...

L'avevo letta anni orsono in un centro occupato a Londra, e l'avevo cercata disperatamente perché credo sia uno dei testi più belli, dolci, commoventi rispetto alle relazioni uomo-donna che abbia letto nella mia vita, e rispetto al dolore delle costrizioni cui siamo soggetti nella stupida e violenta società in cui viviamo.
L'unica cosa su cui non sono d'accordo è la conclusione: liberarsi dalle costrizioni sociali su quello che deve essere il nostro ruolo è uno sforzo inaudito per entrambi i sessi.
Oggi l'ho trovata casualmente in rete, e con tutto il cuore ve la segnalo.


08/09/13

Comincia qualcosa di nuovo ;-)

Nell'ostello la mia sconosciuta giovanissima vicina di letto s'alza alle 8, stende un asciugamano per terra e per una buona mezz'ora va avanti a fare yoga - sport che detesto ma che riconosco provocare una certa flessibilità nel corpo, e sicuramente apporta beneficio alla schiena. La osservo, e penso che mai lo praticherò, ma nessuno mi toglierà, appena rientro a casa, quelle due ore quotidiane almeno di sport, e la pratica - finalmente - di una qualche disciplina circense (solo devo ancora decidere quale, ma io sono un'indecisa cronica...).

E mentre faccio colazione, mi arriva segnalazione di questo video promozionale dell'IKEA che dai primi d'agosto sta circolando in Spagna, in cui il fare qualcosa di nuovo - in questo caso acquistare una semplice sedia - provoca la rivoluzione nella vita di un uomo già in là con gli anni.

Beh, io voglio quella rivoluzione: voglio che mi accadano un sacco di belle cose. Quindi è il caso che mi dia una mossa seriamente e cominci a fare qualcosa (non necessariamente a comprare una sedia, ma magari studiare più seriamente, lavorare con più impegno, cominciare a praticale le cose che ho indicato nel memo 'Prima di morire voglio...').
E voi, cosa state aspettando?

Buona visione, lasciatevi ispirare :-)

07/09/13

Lasciarsi incantare dalla magia




I miei occhi e il mio cuore hanno bisogno di pace, e la cerco ovunque: per questo stamane sono andata di buon'ora a visitare la mostra Georges Méliès. La magia del cine.
E ho pensato che la mia condizione d'essere fuori tempo e fuori luogo permarrà tutta la vita,  ché io tanto bene sarei stata nel secolo scorso, magari in Francia, nel pieno delle scoperte, delle invenzioni, della letteratura più romantica, malinconica e decadente, e infine dell'illusione e della magia - ciò che mi manca così tanto nella vita quotidiana attuale appiattita e mortificata nella banalità, nel semplicismo, nella mediocrità.
E invece quella era curiosità e leggerezza, competenza tecnica che esaltava il gioco e la passione, noncurante del pensiero comune, e anche ammantata del pensiero della morte cui si riagiva disperatamente con ironia e scherno.
Quanto era verità - quella - pur se sembrava tanto inganno!

03/09/13

Nomi, soprannomi, nickname e la nostra identità



Stamane mi sono svegliata col pensiero dei vari nickname che nel corso del tempo ho assunto per partecipare a social network/blog e similia. Non che ve ne siano tanti, invero, solo Minerva e... un altro che avevo scelto per partecipare alle prime discussioni virtuali - via BBS, quando ancora internet non esisteva! - e che era Morgana, dalla fata morgana (la rifrazione del calore nel deserto in forma di miraggio di presenza d'acqua).
E poi ho pensato ad altre volte in cui il nostro nome - questo elemento così essenziale che in qualche modo, almeno in parte, definisce e condiziona la nostra identità privata e pubblica - viene cambiato da noi o dagli altri per le ragioni più diverse.

E di qui il moto di rabbia che mi prende ogni volta che vedo uno straniero italianizzarlo o tradurlo per andare incontro a pigri e ignoranti italiani (addirittura, in contesto universitario, la mia collega cinese Ying lo cambiò in Francesca perché un'ignorante collega italiana - probabilmente raccomandatissima, ché non riesco a pensare a tale inciviltà laddove dovrebbe essere la sede della formazione dei nostri giovani - insisteva che "Ying fosse difficile da memorizzare/pronunciare"!), o quando lo vedo storpiato a fini caricaturali e denigratori di qualcuno (come fosse colpa sua l'assonanza tra il proprio nome e un concetto offensivo: possibile che non abbiamo modi più raffinati, meno beceri e mediocri, per insultare una persona, se proprio dobbiamo farlo?).

E il sorriso, invece, che mi si dipinge in volto quando vedo i vostri nickname, e di lì mi immagino motivi, storie, pensieri, sogni, per cui avete associato un certo nome alla vostra identità nel momento in cui partecipate di questo spazio virtuale.
Mi raccontate come ve li siete pensati e perché? :-)

02/09/13

Io faccio propaganda di contrabbando...



"... ovvero ispiro la gente".

Così si legge in un pannello dedicato all'impegno libertario di Georges Brassens nel museo omonimo a Sète, cittadina portuale della Languedoc-Roussillon che ha dato i natali all'artista.

E Minerva, che ha visitato quello spazio proprio in questi giorni, con il calore e la dolcezza che le sono rimasti addosso vi invita a scoprire il cantautore francese e a lasciarvene voi stessi ispirare attraverso magari questa intervista, e attraverso le sue canzoni - una più bella, intima, delicata, appassionata e coinvolgente dell'altra - tra le quali qui vi propone quella d'esordio, La Mauvaise Réputation, del 1952.

Per la traduzione, un altro suggerimento: date uno sguardo alle diverse proposte nel ricchissimo e meraviglioso sito Canzoni contro la guerra.

Buon ascolto.