22/07/13

Ti lamenti? Pigghia lu bastuni e tira fora li denti

Ti lamenti? Allora via da me. Se c'è una cosa che le donne intelligenti e vive non sopportano sono gli uomini lagnosi e lamentosi, che danno sempre la colpa dei propri insuccessi agli altri, che s'inventano continuamente degli alibi per non fare nulla di nulla per provare a cambiare la propria situazione, che provano invidia nei confronti di chi ce l'ha fatta dicendo sempre che nel caso di costoro non è bravura, ma fortuna, raccomandazione, scaltrezza ecc. - ma in cambio pretendono l'ascolto pietoso e comprensivo della loro tragedia umana e la più totale e incondizionata compassione.

Allora io non dubito che spesso "la vita sia ciò che accade mentre stai progettando qualcos'altro" (cit.), così come che talvolta - come nel caso delle relazioni sentimentali - un 50% di ciò che accadrà non dipende dalla nostra volontà ma da quella altrui, così come ancora che la sfiga ci veda benissimo, ma io stessa sono soggetta a questi problemi come te, quindi tu fai il favore di pensare ai tuoi senza ammorbare me, così come io - senza ammorbare te - penso ai miei. E soprattutto, a differenza tua, mi rimbocco le maniche e faccio qualcosa.

Perché no: non si nasce sapendo 4 lingue, ma le si impara anche da autodidatta, alla sera e nel fine settimana, cercandosi lezioni gratuite online, traducendo email disperatamente con bing translator, e poi verificando su wordreference di non aver scritto menate disumane.
E non si hanno un tot di competenze diverse, da quella come ricercatrice a quella d'esperta di associazioni culturali, al saper scrivere progetti europei in virtù della fortuna, ma perché all'ennesima volta che sei crollata - essendo tu figlia di nessuno e non avendo quindi avuto una borsa di studio, cosa che ti obbligava a lavorare al limite dell'autodistruzione pur di portare a casa la miseria per sopravvivere in contemporanea allo studiare e fare ricerca - mentre intervistavi una donna immigrata (avendo tu deciso che raccogliere storie era il senso della tua vita) ti sei detta che farti altre competenze era l'unico modo per non rinunciare a realizzare il senso della tua vita.
E se infine so risolvermi un tot di problemi concreti per conto mio per cui non mi rivolgo al tecnico, idraulico, elettricista di turno è perché non posso permettermelo: e quindi ho imparato anche a fare quello. Poi, per fortuna, cucino benissimo, ergo in un sistema di baratto c'è sempre chi mi rimette a posto un rubinetto in cambio d'una cena.

Guarda, davvero, datti una mossa. Altrimenti mi riconfermi solo che quell'ideologia che ti è tanto cara la sostieni solo perché tu non hai neanche voglia di fare una "O" con un imbuto, e a fronte del non muovere un dito per questa società vorresti che questa ti garantisse comunque la sopravvivenza tramite un qualche sussidio sociale.
E io mi chiedo: perché mai - io che lavoro pur odiando questo stesso concetto, e solo attendo che si creino le condizioni per andare a terminare i miei giorni in qualche paese dove ogni giorno pesco due aragoste, e una me la mangio e l'altra la baratto con una bottiglia di champagne e via: duri quanto deve durare! - dovrei lavorare pure per te pigro, fancazzista, pieno d'alibi e pure lagnoso?

Ah, dici che t'ha ridotto così questo stato, questo paese, questa società? Va bene, sta anche a te cambiarli, ergo basta lagnatio: "Pigghia lu bastuni e tira fora li denti."
Con me gli alibi non reggono. E neanche più la compassione - me l'hai esaurita.
E svegliati pure, ché a breve potresti non solo continuare a non godere d'alcun sussidio, ma neanche avere più un posto in cui sollazzare il bigbamboo, perché io piuttosto che sentire ancora una sola lamentela mi perdo nella masturbazione, o divento lesbica! ;-)

18/07/13

Del non fare le cose a metà


"Al mondo non c’è quasi nulla che non si possa buttare via, volendo. Anzi, forse si può dire che non c’è assolutamente nulla. E una volta presa la decisione, viene voglia di gettare via proprio tutto. Come i giocatori che avendo perso la maggior parte del denaro di cui disponevano, finiscono col mettere sul piatto anche quel poco che gli resta. Quasi provassero fastidio a fare le cose a metà."

 (Aruki Murakami, I salici ciechi
e la donna addormentata)


Provate anche voi questa sensazione? Io la sento spesso, e altrettanto spesso la seguo. E se con le cose non c'è problema perché vivo nell'essenzialità per scelta, la necessità di medesima essenzialità rispetto alle persone mi può portare talvolta a esercitare nei loro confronti una 'furia distruttiva' (che frequentemente attuo anche verso me stessa) quando ne vedo l'ignavia, l'ipocrisia, l'attitudine alla lagnatio.
M'è venuto da pensare che la mia intolleranza verso un'insoddisfatta sopravvivenza in favore d'una vita appassionata e gratificante - si rischi quel che si rischi -  sia proprio insofferenza del fare le cose a metà.
Ha un senso? La provate anche voi?

17/07/13

L'altra Amanda (la nostra)...

Quella deliziosamente eccessiva, fintamente ambigua e incredibilmente autoironica che anni fa intervistava i propri ospiti a letto e si circondava di 'boys' in veste di ballerini ai suoi lati. E datosi che stavolta rischio d'andare in vacanza accompagnata a mia volta da due incantevoli giovani uomini, un'amica parimenti simpatica e ironica ieri mi ha regalato un vestito simile a quello che Almanda Lear indossa in questo video...
Mi ci vedete? :-D

Amanda Palmer, variazioni sul monte di Venere, e la stupida morbosità dei nostri tempi

Amanda Palmer è una cantante, compositrice e performer americana. Il 28 giugno scorso si è esibita al festival annuale di Glastonbury, in Inghilterra, e mentre cantava il reggiseno casualmente ha fatto intravedere un seno. Cielo, che scandalo! La pruriginosa rivista inglese Daily Mail ha pubblicato subito uno scoop con la fotografia osé, titolandola con un gioco di parole che rimanda all’idea del 'fare la figura di una scema' e - senza accennare alla musica dell’artista - l'articolo ha sviluppato tutto un discorso sull'orrore di quella parte del corpo di Amanda esposta al pubblico ludibrio (ed evidentemente alla pubblica ipocrisia dei lettori voyeuristi della testata) e, di già che c’era, ha pure buttato lì che la cantante sarebbe bisessuale.
Venerdì scorso 12 luglio, Amanda Palmer scrive allora di risposta una lettera aperta al Daily Mail, ma invece di inviarla in forma tradizionale ne fa canzone e la canta, indossando un kimono, durante un concerto alla Roundhouse di Londra. A metà di questa sua performance, riprendendo l’immagine usata dal tabloid della 'tetta che scappa dal reggiseno', canta ridendo “OH NO! Sento che adesso tutto il corpo mi sta scappando dal kimono!”, mentre si toglie il kimono restando completamente nuda davanti alla tastiera, e continuando a cantare l’altra metà della canzone così (il video è più avanti in questo post, insieme a un altro pezzo realizzato in precedenza dalla Palmer parimenti brillante!).

Caro daily mail,
Sono venuta a conoscenza recentemente
Del fatto che la mia esibizione al festival di Glastonbury è stata da voi gentilmente menzionata.
Lì sul palco facevo una serie di cose tra le quali persino cantare canzoni (come di solito si fa…)
Ma questo avete deciso di tralasciarlo e invece avete fatto un servizio speciale sulla mia tetta.
Caro daily mail,
Esiste una cosa che si chiama motore di ricerca: usatelo!
Se aveste cercato prima le mie tette su google, avreste scoperto che le vostre foto non sono certo un’esclusiva.
Inoltre affermate che il seno mi è scappato dal reggiseno come un ladro in fuga
Come fate a sapere che non stava tentando di prendere un po’ del vostro RARO sole inglese? 
Caro daily mail,
È così triste quello che fate voi tabloid,
Il vostro sforzo per svilire l’immagine delle donne rovina tutta la nostra specie umana.
Ma un fogliaccio è un fogliaccio e lungi da me andare in giro a censurare qualcuno!
OH NO…! sento che adesso tutto il corpo mi sta scappando dal kimono…! 
Caro daily mail,
Massa di deficienti misogini,
Sono stanca di pance ingrassate dalla gravidanza, sbirciatine alla figa, pieghe di carne nei jeans stretti
Dove sono i CAZZI che fanno notizia?
Quando Iggy, Jagger o Bowie vanno in giro in topless non fa notizia
Bla bla bla femminista bla bla bla solite stronzate sul genere bla bla bla
Oh mio dio! Un capezzolo!
Caro daily mail,
Non farete mai nessun articolo su questa serata,
Lo so, perché vi ho chiamato in causa direttamente e ora per voi non ci sarà più gusto ad attaccarmi
Ma grazie ad internet la gente in tutto il mondo può godersi questo discorso
In sintonia con un gruppo di spettatori qui a Londra che non si bevono la propaganda come la vostra
Anche se ci sono milioni di persone che accettano il divieto culturale come lo ponete voi
Ce ne sono moltissime altre che sono perfettamente disposte a vedere i seni nel loro habitat naturale
Resto in trepidante attesa dei vostri colti servizi giornalistici sulle prossime date del tour
Caro daily mail,
fottiti.



Amanda era già l'autrice del pezzo The Map of Tasmania (isola australiana la cui forma triangolare ricorda il monte di Venere), che attacca con feroce ironia i tabù sul pube femminile.



15/07/13

Domande insensate




Ovvero: ve lo chiedete ancora quale sia il senso della vostra vita, oppure è una domanda che ormai avete buttato via, bollata come priva di senso perché priva di risposta a) universale e/o b) assoluta e/o c) non utile all'esistere in sé, e probabilmente giudicata infantile/adolescenziale quindi non consona alla vostra attuale maturità ("sei priva d'evoluzione, se te lo chiedi ancora!") e comunque una perdita di tempo quando la priorità è piuttosto trovare il modo di sbarcare il lunario per sopravvivere: ("ne hai tempo da perdere, tu!" è la cosa più gentile che mi si risponda quando la chiedo, oltre a vedere il mio interlocutore sbuffare profondamente pieno di disprezzo).
Però io ve lo chiedo lo stesso: vi fate ancora questa domanda?
E avete trovato una risposta*?

*Tranquilli, è proprio solo curiosità la mia. Io per me la risposta/soluzione l'ho trovata. Poi che la riesca pure a vivere/concretizzare è un altro discorso, ma io per me l'ho trovata. E ha pure una sua coerenza interna e una sua esaustività. Quindi ok. Ma voi ci pensate ancora, come faccio io che comunque periodicamente me la ri-faccio?

11/07/13

Paura|bellezza|amore - una visione potente ed estrema

I miei ragionamenti sono sempre un po' contorti e complessi, ma "a seguirli bene poi una loro logica ce l'hanno" - mi è stato detto. Chissà se mai rivelano anche una qualche verità? E soprattutto - problema che ormai mi pongo da tempo - chissà se per chi li legge, li comprende e infine ne riconosce la correttezza, si rivelano essere un contributo positivo o negativo per la propria vita? Ché io ormai sono sempre più persuasa che gli esseri umani preferiscano chiudere gli occhi e stare in una dimensione spenta e inconsapevole d'esistenza, attaccati strenuamente come patelle a uno scoglio qualunque che hanno individuato come potenziale stabile punto fisso mentre onde, maree e flutti li sferzano senza sosta. E non posso biasimarli - se mi metto nella loro prospettiva...

Che poi - dato che dalla mia ho l'ignoranza almeno quanto la presunzione - tal prospettiva non è per forza la migliore, la più sana, la più felice, ma è quella che coincide con la maggior parte della storia della produzione filosofica dell'Occidente (almeno di quella più conosciuta, dato che chi non sta nel mainstream viene anche lì preso a sprangate sui denti pur con premesse fasulle, eh?, altrimenti già da tempo la religione non esisterebbe più, avremmo le comuni anarchiche, e si vivrebbe magari poco, ma nell'abbondanza, facendo sesso come ricci tutto il tempo, e intercalando quello con musica, arte e cibo) e con la ricerca di facili strade per sedare la paura nei viventi. Il che è pure strumentale a un certo sistema di dominio (di cui però non discuterò in questo pezzo).

La paura della vertigine e della perdita del proprio fragile sé è ciò che ovunque vedo ormai come ragione di terrore, e motivazione profonda di qualsiasi scelta esistenziale (da chi decidiamo d'avere a fianco al lavoro per cui accettiamo di svendere ore, giorni, settimane della nostra vita).
La paura di seguire ciò che desideriamo, perché magari non è ciò che sceglie la massa, e temiamo il giudizio e l'esclusione altrui - e di qui una vita di censure, mortificazioni, nascondimento della verità di ciò che siamo.
Cui s'accompagna la paura della solitudine e del dover magari un giorno ritrovarci ad affrontare da soli i problemi gravi della vita, per cui ci si convince che sia giusto diventare altro da sé e coltivare un orticello sicuro di poche persone cui si perdona tutto pur di tenersele vicino.
E infine la paura della morte, cui spesso si pensa di poter porre rimedio con una relazione di coppia, ma qui sta già un errore: la relazione di coppia e l'amore non sono per forza (anzi, quasi mai lo sono) in reciproca identità. Lo sono in rarissimi casi, basta ascoltare le descrizioni del rapporto e del sentimento da parte di chi ne è protagonista! Per non dire poi che siamo vittime di un altro grande equivoco: l'amore non è più forte della morte - piuttosto è forte come quella (vedasi Der müde Tod).

Io sono persuasa che ci sia un collegamento tra paura, morte, bellezza e amore - ma che non sia quello che per secoli abbiamo visto trionfare pacificante e mortificante nelle soluzioni praticate nella nostra società.

Ciò che penso è che quando si accetta lucidamente la mancanza di senso dell'esistenza - ma si supera anche la paura che si genera da questa consapevolezza così come tutte le variabili di terrore a questa collegate (la paura della solitudine, la paura della mancanza di appoggi concreti, la paura dell'incapacità di sopravvivenza, la paura della morte stessa e via dicendo) - si aprono altre dimensioni percettive ed esistentiali d'una tal forza, intensità, bellezza e amore che tutte le soluzioni precedenti diventano infime, mediocri, spregevoli e quindi intollerabili.

Perché ciò che si apre è potente a tal punto da risucchiarti nella sua mancanza di limiti nel tempo e nello spazio - nella bellezza della sua perfezione - da rendertene completamente partecipe, tanto che non temi neanche più quella 'vertigine' in cui il tuo sé si perde, perché quella perdita coincide con la profonda unione con tutto l'esistente del passato, del presente e del futuro, ed è una condizione che annulla semplicemente la morte. Un po' come non solo un orgasmo perfetto, ma anche assoluto (a livello temporale) e con l'universo (a livello spaziale).

Di qui la mia 'famiglia' (=le persone che amo) viene a coincidere con l'umanità intera che vorrei liberata per sempre dalla paura e cui grido con rabbia e dolore affinché si sciolga da quelli che sono solo agghiaccianti simulacri (tipo i sedativi emotivi/affettivi offerti dalla nostra società) e di qui la mia celebrazione incessante di tutte le manifestazioni concrete della bellezza offerta dalla natura e dall'opera dell'uomo nei secoli con l'accorato appello a immergercene e goderne pienamente.

Di qui anche la mia disperazione quando continuamente vengo richiamata a rientrare, e costretta, nelle categorie previste per quelli come me da questa società che rifiuta la libertà di pensiero e di sentire ai propri membri perché troppo 'pericolosa' e la disciplina, incanala, norma, stabilizza e mortifica anziché da quella costruire e magari provare a renderci lucidi, ma anche beneficiari e donatori d'un amore autentico e profondo e incredibilmente felici!

E qui i miei riferimenti  - e poco m'importa (ma non mi stupisce) che secondo la 'cultura' tradizionale della nostra società siano dei reietti tenuti ai margini - sono i discorsi di Emma Goldman sull'amore, i falansteri di Fourier, e anche le parole di Bill Hicks a conclusione dello spettacolo Revelations: "Gli occhi della paura vogliono che voi mettiate serrature più grandi alla vostra porta, che vi compriate delle armi, che vi isoliate. Gli occhi dell'amore, invece, ci vedono tutti come una cosa sola. Ecco che cosa possiamo fare per cambiare il mondo, proprio adesso, in un giro di giostra migliore. Prendiamo tutti i soldi che spendiamo in armi e nella difesa ogni anno e spendiamoli invece per cibo, vestiti ed educazione per i poveri nel mondo, e basterebbero a farlo molte volte, nessun essere umano escluso, e potremo esplorare lo spazio, insieme, sia interiore che esteriore, per sempre, in pace".

E' come se da una parte trovassimo insieme "paura, finzioni pacificanti e soluzione parziale del problema della morte" e dall'altra "bellezza, amore assoluto e soluzione definitiva del problema della morte" e i due poli fossero in completa antitesi e mutua esclusione.

Il mare è pieno di pericoli, e in più sei per lo più solo, in uno spazio aperto e sconosciuto. Impetuoso e buio, può risucchiarti, trattenerti sott'acqua, riempirtene i polmoni e magari farti anche annegare. Ti prende e ti trascina con sé, ma piano piano ti rendi pure conto che puoi stare sott'acqua più di quanto immaginassi e che puoi respirare anche attraverso quella. E in quell'ignoto spazio profondo tu comincia a sentire altri suoni, a vedere altre rifrazioni di luce, a distinguere una molteplicità incredibile di movimenti e colori. Ed è d'una tale bellezza che non provi neanche più malinconia - perché la malinconia è la nostalgia della bellezza e tu non vuoi più tornare a una condizione in cui la rimpiangi dopo averla perduta. La vuoi vivere nel presente assoluto, con tutto il tuo corpo, il tuo pensiero e il tuo cuore, con tutta la percettività e l'amore che puoi sentire.
Quando arrivi a questo, non puoi più tollerare nulla di meno - la costrizione a esperire quella malinconia è ciò che piuttosto ti uccide sul serio...


10/07/13

Annuncio




 "L'ho persa, l'ho persa per sempre".
"Ma noooo, tranquilla. La ritroverai".
"Ti dico di no. L'ho sempre avuta, anche nei momenti peggiori non l'ho mai persa. Ma stavolta è stata incredibilmente peggio: l'avevo data in custodia a chi credevo la tenesse in massima cura e invece me l'ha fatta perdere. Ora non la ritroverò più".
"Dai, sei sempre negativa. La ritroverai, oppure magari sarà proprio lei a tornare da te in modo sorprendente. D'altra parte altre volte sei stata sorpresa in positivo da lei, no?".
"Beh, in effetti la fiducia negli esseri umani a volte sa tornare in modo così inatteso e imprevisto da farmi venire le lacrime agli occhi dalla felicità".

Beh, io intanto metto un annuncio.

Cercasi la fiducia negli esseri umani. E' stata smarrita tra Spagna e Italia (purtroppo non so bene dove) in primavera. Se aveste informazioni o la ritrovaste - in qualsiasi condizione sia - anche derelitta, malconcia, infreddolita, inzaccherata, sporca, denutrita, vi prego di contattarmi.
Se per caso poteste avvicinarla e trattenerla finché io vi raggiunga, abbiate cura di lei, ve ne prego: dev'essere tanto spaventata. E' stata con me per tutta la mia vita. Mi manca tanto.


09/07/13

Dev'essere proprio per quello...

"Quando l'ho visto scomparire sotto le lenzuola, i primi 5 minuti sono morta di vergogna... Dopo sono morta e basta".

Ok, se fatto bene può dare anche molto piacere, ma la vogliamo spezzare un'altra lancia in testa agli psicologi per l'ennesima scemenza che hanno partorito?
Secondo uno studio pubblicato dalla rivista scientifica Journal of Evolutionary Psychology, infatti, praticare il sesso orale alla propria compagna sarebbe per un uomo cosa non particolarmente gradevole, ma sicura strategia - dato il piacere che procura alla donna - per "ridurre al minimo il rischio di infedeltà del partner, aumentando la sua soddisfazione".

Dev'essere proprio così che funziona, visto l'espressione da dio-quanto-è-buono-questo-è-il-paradiso-in-terra-lasciatemi-morire-così-ve-ne-prego che si dipinge sul viso d'un uomo quando ce lo fa, eh?
Senza parlare di quanto patetica sia un'interpretazione che riduce quello che è un atto dolce e intimo tra due persone - indipendentemente da chi lo pratichi a chi - a strategia, ancora una volta, finalizzata al possesso.

Ma vivere la sessualità serenamente, come piacere - complice, delicato e affettuoso - è troppo difficile?
Godiamoci il discorso e la gestualità di Bill Hicks, và, ché in questo sketch è di rara espressività ;-)


08/07/13

Riprenderci la bellezza che ci appartiene (e senza discussioni, ché era 'dignità')

Scendo giù a comprare un litro di latte, e - vista la bella giornata - mi risolvo a fare due passi anziché prendere la bici. La doccia l'ho fatta, i denti li ho lavati, i capelli se ne stanno tranquilli raccolti con le mollette. Senza trucco - ma senza per questo essere sciatta - indosso un vestito semplice e comincio a camminare. Per strada, come qualsiasi donna, mi specchio nelle vetrate degli androni dei palazzi per controllare d'avere un aspetto 'presentabile' e tutto sommato me lo riconosco - pur senza troppe pretese. Che sceme siamo noi donne a volte, eh? Facciamo tutto da sole...

Mi vengono incontro in due momenti diversi due uomini che non avranno molti più anni di me, eppure sono già 'rovinati'. E subitaneamente provo disgusto per me stessa e per questo mio giudizio impietoso, severo, squallido. Me lo dico da sola: "Vergognati! Proprio tu che non hai mai guardato più di tanto all'estetica, in un uomo, così come poco interesse hai per la cosa riguardo te stessa e una volta che sei pulita ti ritieni a posto. Perché sei così infastidita dalla visione di questi uomini? Cosa ti dà tanto in testa, razza di patetica superficiale?".

Eppure è ciò che provo, e a pensarci bene mi capita sempre più spesso, perché sempre più spesso vedo caratteristiche somatiche e posturali simili che sono la rappresentazione vivente dell'essere all'ultima spiaggia esistenziale: facce solcate da rughe di fatica e depressione e non di vecchiaia, bruciate dal sole o al contrario butterate da incuria e giallognole da assenza di luce, posture ricurve, quasi gobbe, come se queste persone camminassero un po' di profilo e con un passo trascinato. Un aspetto 'alla deriva' - sporco e privo di qualsiasi minima attenzione a sé - che s'accompagna a parlate biascicate.
 
Nell'ultimo paio d'anni, poi, dall'alto del mio quarto piano guardo la strada sotto, e non c'è giorno o notte in cui non passi qualcuno con una bici, e un carretto attaccato a quella, ed entri con metà del corpo dentro il cassonetto dell'immondizia alla ricerca di qualcosa che si possa trasformare in una monetina. Tutto il giorno va avanti così, e io ripenso a quando ne vedevo uno al mese e già mi si stringeva il cuore, mentre ora sono più d'uno al giorno - così tanti che lo strazio è continuo.

Negli ultimi tempi, infine, sono andata una sola volta al mercatino dell'usato - quello che in passato era gestito da un'associazione di quartiere che, per quanto in malafede e protettiva verso gli 'amici degli 'amici', supervisionava ancora all'assegnazione degli spazi imponendo una certa cura per le cose vendute e la loro modalità d'esposizione. Ora che la miseria è così dilagante, orde di nuovi disperati hanno completamente travolto e rovesciato tutto questo, e la fame e la disperazione non distinguono più oggetto vecchio, ma riutilizzabile dignitosamente, e marcia immondizia che abbrutisce chi la raccatta o poi addirittura l'acquista.

Cosa voglio dire con questi tre esempi?
Ebbene - premesso che sono abituata a esercitare un certo relativismo critico, e pertanto a ritenere che non tutti abbiamo le stesse percezioni e le stesse ragioni di felicità, così come che ciò che associamo alla 'bellezza' e al 'piacere' possono essere cose molto diverse - quando vedo ormai così tante persone
  • chiedere l'elemosina o rovistare con metà del corpo dentro un cassonetto dei rifiuti,
  • camminare ricurve, vuoi per la stanchezza o per una ormai cronica sensazione psicologica di sconfitta,
  • non lavarsi magari neanche più perché si ritiene che non valga più la pena prendersi cura di sé,
  • o infine gettare cose già rotte, consunte, inutilizzabili malamente per terra, come se non avessero un'anima o una storia e quindi senza cura di rispettare un minimo la dignità di chi le ha possedute in precedenza e di chi le acquisterà,
io penso che non ci sia relativismo che tenga: queste sono cose brutte, povere, misere, perverse, disumane.

Per quanto siano diverse le modalità in cui la decliniano, infatti, ciò che penso è che gli esseri umani abbiano comunque un'attitudine alla 'bellezza' che in qualche modo coincide con la cura di sé, degli altri, e di tutto ciò che sta nelle relazioni tra tali interlocutori (cose, ambienti, contesti ecc.).
Una delle cose più violente che abbiamo subìto in questi anni è quindi, per me, essere stati soggetti al furto di questa attitudine alla bellezza - quasi non meritassimo viverla, non ne fossimo degni, o questa (perversione ancora più incredibile!) coincidesse addirittura in altro che non la nostra dignità, la nostra educazione, il nostro rispetto di noi stessi e della preziosità delle nostre vite, il nostro orgoglio, la cura verso noi stessi e verso gli altri.

Tra le varie colpe che quell'1% dovrebbe pagare, io ci metterei anche questa: quella d'averci derubato di tutto questo, di averci imposto modelli che spacciavano per 'bellezza' quello che era puro orrore proprio per ridurci a schiavi e bestie che per sopravvivere si nutrono di immondizia e cadaveri, e infine d'averci condannato all'inaudita fatica di doverci addirittura fare un contro-lavaggio del cervello quotidiano da soli per ricordare a noi stessi e agli altri che vale la pena lavarci e indossare un sorriso (anche di vendetta e strafottenza, a questo punto), camminare a testa alta e busto eretto, e trattare ancora bene cose e persone in quanto vittime come noi della medesima violenza - quella d'averci fatto credere, in sintesi, che non meritassimo di stare al mondo e che al limite fossimo qui con la funzione di 'carne da macello'.

07/07/13

Che ci metto nello zaino? Cose stranianti, per favore! :-)








In questi giorni ho rivolto questa domanda via facebook ad alcuni amici, ma - fate attenzione - non perché davvero avessi bisogno di consigli pratici del tipo "due slip, i calzini, un paio di reggiseni, un costume da bagno ecc.", quanto per avere consigli un po' buffi, dolci e stralunati su cose da portarmi dietro mentre - tanto per cambiare - dedicherò il prossimo paio di mesi a girovagare a piedi, in bus e con passaggi auto nel Mediterraneo.

Di fatto, le cose che metterei nello zaino sarebbero da usarsi anche per vivere situazioni e momenti belli, divertenti o amabili con chi incontrerò (sono dei Gemelli - già sapete - se non gioco in continuazione muoio!), e quindi dovrebbero avere pure qualche potenzialità in quella direzione*. Per questo mi sono sentita consigliare di portar con me un piccolo strumento musicale, e un mazzo di tarocchi.

Poi, stavolta, sono in un momento in cui parto pure con in mente due produzioni (una saggistica, l'altra letteraria) sulle quali sto già dandomi da fare, e quindi qualsiasi cosa mi accada e persona incontri potrebbe anche essere d'ispirazione per incantevoli racconti :-)

Quindi, in sintesi, che ci metto - a parte le cose consuete - in uno zaino che dovrà alla fine pesare al massimo una decina di chili (sì, sono una spartana, e devo poter camminare)?

Mi sono già state suggerite le seguenti:
- foulard di cotone
- gomitolo di spago
- una piccola torcia
- agenda+biro
- un mazzo di tarocchi
- un piccolo strumento musicale (e io ho scelto la m'bira!)
- un cappello da cow-boy
- coltellino svizzero (più che altro per il cavatappi! si spera sempre in offerte di Gaillac...)
- matite colorate
- accendino
- salviettine igieniche
- un vestito sexy (ché non si sa mai...).

Poi c'era pure il consiglio d'un libro che mi lasciava un po' perplessa - scusa Mauro - e no, tesoro: non riesco a portarmi dietro un libro che forse potrebbe magari ispirarmi (o forse no), ma che in generale è previsto 'non' essere da leggere proprio per rimanere concentrata sul viaggio in sé e non sulla lettura... Quindi ho optato finalmente per la Guida galattica per gli autostoppisti che è una vita che voglio leggere, e considerato che Zorba il Greco e le Vie dei canti sono già la mia bibbia profana (poi magari me li riporto dietro ancora una volta, và...).

Che cosa potreste consigliarmi per creare situazioni stranianti, simpatiche, gradevoli in cui far sorridere le persone? :-)


*Tra l'altro non sono mai stata un'artista di strada, ma ho amici che lo sono e quando ero giovane m'è capitato più volte di improvvisare scene surreali per far sorridere la gente che passava. Una volta, 16enne a Mont Saint Michel, convinsi addirittura una coppia di turisti sulla 50ina a rimanere fermi in piedi per più di dieci minuti sostenendo di vedere cose che loro non potevano vedere ovvero che le stringhe delle loro scarpe - in realtà perfettamente annodate - s'erano legate reciprocamente e quindi loro sarebbero caduti se avessero ancora inavvertitamente compiuto un passo! Come fu buffo! Quanto mi mancano queste situazioni! :-)

06/07/13

La piccola free-school di etnografia comincia!






Vi ricordate di questo post che scrissi l'anno scorso? Beh, ieri sera mi sono trovata di nuovo in compagnia della cara Luce e tra una bibita analcolica e una partita a biliardo ci siamo messe a conversare con barista e gestore d'un locale e questi - chiedendomi del mio lavoro - m'hanno fatto spiegare per filo e per segno, e io, di rimando, ho tratto i miei esempi concreti facendo riferimento alla loro professione e a come pure loro siano antropologi (o meglio 'etnografi'), in qualche modo, senza saperlo.

Come scrissi in quell'altro post, infatti, ciascuno di noi ha accesso a situazioni specifiche, nella sua vita, che hanno linguaggi, modalità di relazione, pratiche, riferimenti valoriali e simbolici unici. Penso al contesto di una classe di studenti nei quali voi siete insegnanti, o a quello dello svolgimento di diversi lavori (da quello d'ufficio, all'ambito commerciale, ai trasporti, a qualsiasi altra cosa ancora), o a quello di relazioni affettive, amicali ecc. specifiche (la comunità BDSM, minoranze culturali o di genere ecc.). Bene: tutte queste realtà possono essere percepite come microsocietà di interesse antropologico e si possono analizzare secondo uno sguardo etnografico.

Conversare ieri sera con questa piccola compagnia mi ha fatto venir voglia nuovamente di condividere le mie conoscenze affinché ciascuno di noi/voi scopra l'antropologo che è in lei/lui, e diventi consapevole delle cose che già sa, ma non sa di sapere.
Non temete, non intendo farvi lezioni cattedratiche, né perdermi in teorie, scuole o autori. Quello lo lasciamo agli accademici di professione. Piuttosto, credo sia interessante passarvi un po' di questo modo di ragionare e delle domande che ci poniamo come professionisti del settore, al fine di sviluppare in voi non tanto una vera e propria 'competenza', quanto una 'sensibilità' antropologica.

Quindi ecco qui la piccola scuola gratuita! :-)
Funzionerà così, nei limiti del possibile: un mio post ogni tre settimane su un argomento specifico, che include esercitazioni da fare sulla 'situazione etnografica' cui ciascuno di noi deciderà di dedicarsi. Può essere un contesto lavorativo, uno amicale, un gruppo di interesse che ruota intorno a una passione o a un hobby o via dicendo. Siete liberi di scegliere quello che più v'aggrada. Solo due consigli: 1) che sia un contesto che vi piace e in cui state bene con le persone che lo compongono (fare etnografia su una situazione che non si apprezza può essere infatti molto pesante e frustrante e comportare tutta una serie di problemi); 2) che sia un contesto non troppo problematico da gestire (tipo in merito a questioni di segretezza, legalità, libertà di parola, etica ecc., altrimenti potreste ritrovarvi a non poter dire cosa avete scoperto o a dover gestire una serie di problemi ulteriori per mantenere la sicurezza e la privacy delle persone considerate)

Cominciate a pensarci, ché la prossima settimana arriva il primo post ;-)

05/07/13

Vivere nel sospetto? No, grazie :-)



La mia lattaia esce dal negozio e mi controlla la bicicletta, in modo tale che non debba legarla, mentre compro la mozzarella e le lascio i soldi sul bancone. "Massì, figuriamoci se me la rubano", le dico. E dire che non è passato molto da quando ho subito un pessimo furto che m'ha destabilizzato per bene. E lei commenta: "Fai male, bisogna sempre sospettare, ché la gente è cattiva".

"Io parto sempre dal presupposto che pure il mio migliore amico possa da un momento all'altro, e senza una ragione a me comprensibile, piantarmi un coltello in mezzo alla schiena", mi disse molti anni fa un conoscente. Beh, essendo lui un commercialista, pensai che magari tanto pessimismo derivasse da ragioni professionali.

"Devi smetterla di darti tanto in giro, devi imparare a trattenerti un po'. Tu sei troppo generosa", mi dice la mia amica. A parte che non mi sento 'generosa' - semmai provo compassione per la sfortuna che hanno coloro che entrano in contatto con me i quali si ritrovano sempre, prima o poi, a venire ribaltati dentro e fuori come un calzino dalla sottoscritta - ma poi perché dovrei 'trattenere' qualcosa di me? Perché non mi si destabilizzi?

Eggià, è come quando uno fa una cattiva azione e poi - anziché ammetterla e prendersene le responsabilità spiegando perché l'ha fatta - tace e, a te che invece sai, spiega che se sta in silenzio non sta realmente dicendo una bugia, perché 'omettere di dire la verità' non è proprio 'mentire' 

 (con buona pace della propria coscienza
che evidentemente è ormai così lurida
da essere complice di qualsiasi nefandezza uno si racconti).
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Vi è arrivato il mio flusso di pensiero, ne sono certa.

Io penso che la vita sia un affare così già abbastanza complesso da gestirsi e risolversi che se dobbiamo pure guardarci le spalle in continuazione, pensare che tutti siano lì per fregarci e approfittarne di noi e di qui mettere in atto strategie di continuo nascondimento, autoprotezione, diffidenza, sospetto, calcolo, controllo siamo già complici de promuovere la sopravvivenza di questo mondo che tanto critichiamo e condanniamo.

Certo - mi potreste dire - ma si prova dolore a venire derubati, picchiati, offesi, violentati nel corpo o nell'anima. Si può provare tanto dolore. Si può rischiare di perdere tutto, dal precario equilibrio emotivo in cui vivi la tua fragile esistenza alla tua stessa vita.
E pensate che non lo sappia? Lo so bene: può essere devastante.
Puoi addirittura ritrovarti a guardare continuamente giù da un balcone e avere molto poco che ti trattiene. Figuriamoci quando, come nel mio caso, basi tutta la tua vita, le tue relazioni e ciò che fai proprio sull'opposto - sulla sincerità, sulla trasparenza, sulla fiducia in una sostanziale bontà dell'essere umano.

Sì, mi si può anche dire (e in molti, giustamente, l'hanno fatto, con tanto di mio ovvio riconoscimento della giustezza della seguente osservazione): "L'essere umano è e basta, non è né buono né cattivo, così come la vita è e basta, non sta scritto da nessuna parte che il fine di questa debba essere la tristezza o al contrario la felicità dell'essere umano - chi l'ha detto che la vita debba per forza essere una buona esperienza?".
"E infatti io non ho avuto figli, demente, così da non condannare nessuno allo strazio di farsi queste domande senza potersi dare risposte definitive e risolutive".

(altra nota a margine: chissà perché quelli che criticano
il mio atteggiamento così fiducioso verso l'essere umano
e così coraggioso verso una vita trasparente e sincera
siano sempre tutte persone che hanno avuto figli...
dà da pensare no? E a me dà pure molta tristezza...)

No: nella tristezza e nello squallore del sospetto non ci voglio proprio vivere. Non riesco neanche a concepire il pensiero di non annoverare il rischio di guardare giù dal balcone se ciò che ci guadagno è di converso la felicità più assoluta e complice tra miei simili parimenti coraggiosi, svegli e disincantati che hanno capito che di vita ce n'è una sola, quindi - che se ne trovi un senso o meno - meglio viverla veramente, costi quel che costi, nel frattempo ;-)

Non è questione neanche più di coraggio: è questione d'essere vivi, o già morti.
Ché in questo secondo caso un volo dal balcone non fa alcuna differenza (però vi precluderà il godimento sincero, assoluto, e appassionato di tutto questo, ergo datevi una svegliata...)


Senza titolo






Che io la stia subendo e non mi si aiuti, o che io guardi altrove quando accade sotto i miei occhi, "se uno di noi, uno qualsiasi di noi esseri umani, sta in questo momento soffrendo come un cane, è malato o ha fame, è cosa che ci riguarda tutti. Ci deve riguardare tutti, perché ignorare la sofferenza di un uomo è sempre un atto di violenza, e tra i più vigliacchi" (Gino Strada).

Siamo tutti collegati, e la misura del nostro valore è quanto ci prendiamo cura col cuore di chi ci circonda. Se non ci prendiamo cura sul serio degli altri, siamo complici di qualsiasi soggetto o causa che li sta facendo soffrire.

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