30/06/13

L'urlo

Questo pezzo l'ho scritto in questi giorni pensando a una persona in particolare, della quale non mi sono riuscita a prendere cura come m'aveva chiesto, a suo modo, e come avrei voluto fare. Nello stesso tempo, però, è per tutti coloro che a un certo punto della propria vita hanno deciso di tirare i remi in barca e di non credere più in ciò che potevano essere le premesse della più assurda felicità - cose quali la sincerità, l'autenticità, se stessi, il proprio valore, i propri sogni e desideri e tante altre che elencarle tutte mi è impossibile. E' il mio urlo di impotenza nel non riuscire a convincervi che non c'è nulla di cui avere paura, e che - qualsiasi cosa accada - andrà comunque tutto bene. Abbiate pazienza, ho bisogno di buttarlo fuori.


Non potevo stare a guardare mentre smarrito e terrorizzato mi annunciavi la tua definitiva rinuncia a te stesso e alla vita.
Parlavi in modo sterile e impostato - come se ti stessi riferendo a qualcun altro e non a te.
Tutto il tuo sforzo era concentrato nel riuscire a convincermi della sensatezza di questa tua scelta, ed enumeravi una lista di punti che pur sapevi non mi avrebbero mai convinta.

Intanto cercavi la mia mano, delicatamente come al solito, con paura e timidezza, e non riuscivi a guardarmi negli occhi. I tuoi occhi ormai acquosi guardavano in basso, e non s'alzavano dal fissare il marciapiede.
E deglutivi - deglutivi in continuazione - quasi che il pronunciare parole così ben scandite fuori dalla tua bocca fosse lo spettacolo messo in scena per me mentre, dietro le quinte, trangugiavi saliva per sedare la nausea, il vomito e gli spasmi di dolore allo stomaco che accompagnavano quella decisione.

Ti ho insultato,
ti ho esortato,
ti ho incoraggiato,
ti ho umiliato,
ti ho picchiato,
ti ho urlato contro,
e poi ti ho parlato ancora, con calma e forza - tenendo la tua mano tra le mie.

Ti ho ricordato la facilità con cui avevi avuto accesso all'armonia e all'interezza - era bastata solo la presa della mia mano a tenerti mentre camminavi su quel filo sospeso.
Non eri caduto - e per un attimo avevi sperimentato il perfetto equilibrio, la grazia del movimento, e la vittoria sulla paura del vuoto.
Quanto eri stato felice! Quanto eri stato bello! E anche tu te n'eri stupito ed eri diventato euforico, tanta l'adrenalina della perfezione, della bellezza e della felicità ti girava in corpo.
E ti eri stupito di come fosse stato così semplice, così naturale - come se l'avessi fatto da sempre.

Ma in quello stesso istante pensasti pure che doveva essersi trattato d'un evento fortuito. E ti prese lo sgomento al pensiero che un giorno avresti potuto essere un equilibrista sulla corda senza più nessuno che ti tenesse per mano, e senza più una rete di sicurezza.
Trasformasti il flusso di piacere che ti girava in corpo in schizofrenia, e cominciasti a fare di tutto per confermare l'impossibilità che quella perfetta armonia - in te, indipendentemente dall'eventuale rapporto con un'altra persona - accadesse ancora (già: è la classica profezia che si autoadempie).

Io non ci sarei stata, o forse sì - non lo sapremo mai.
Ma ho fatto tutto ciò ch'era in mio potere per non vedere i tuoi occhi e la tua anima spegnersi per sempre. Ho urlato - ho urlato con tutto il fiato che avevo in gola.
E quando non ho avuto più fiato la mia gola, l'esofago, lo stomaco si sono infiammati, e dalla bocca ha cominciato a uscire sangue. E ancora - afona - ho cercato di gridare. Ma non usciva più suono - solo fiotti di sangue.

Intanto tu, ormai, t'eri di nuovo disattivato, spento - eri tornato in un ambiente senza luce, né suoni, né colori, né dolore, né piacere, senza sogni, senza rischi, senza sensazioni.
Non udivi più le mie urla, né vedevi il mio pianto senza sosta, né sentivi più l'odore del sangue.
E io ancora urlo, smarrita e svuotata, perché non sono stata abbastanza brava da proteggerti, da farti sentire al sicuro.

28/06/13

Ossa [racconto]


"Sai che alla fine tu sei l'unico che, di tutti, m'ha amata nel modo giusto?".
"Che vuol dire nel 'modo giusto'?".
"Vuol dire 'giusto' per me, per come sono fatta, per ciò che mi sta bene e ciò che no".
"Ne sono contento".
"Vuoi sapere perché dico questo e cosa significhi 'giusto' per me?"
"Non necessariamente, ma tanto me lo dirai lo stesso, no?".
E ride.
Mi fa venire una voglia di prenderlo a schiaffi quando fa così! Sa perfettamente come darmi sui nervi, e ottiene sempre questo risultato senza alcuno sforzo - lui che è spontaneo, sicuro di sé e inno vivente all'amor proprio.
"Il 'modo 'giusto' per me è che quando mi hai voluta c'è sempre stato amore, non mi hai mai preso in giro fingendo che fosse meno di questo. Il modo 'giusto' è che quando mi hai vista stare male o avere bisogno ti sei sempre preso cura di me, ma senza perdere te stesso, né voler altro da me. L'hai fatto con noncuranza, come fosse la cosa più normale del mondo, senza strafare, fingendo che non ti costasse nulla".
"Ti sbagli, è che proprio non mi costava nulla: figurati se faccio uno sforzo per qualcuno, io!".

Ripenso a tutte le volte in cui ci sei stato, e alla tua silenziosa discrezione, così come ai pianti che ho fatto tra le tue braccia quando avevo paura per la mia salute vacillante - tu che se qualcuno sta male, o se muore un nostro conoscente, diventi irreperibile finché il tutto non è passato.
"E adesso come stai?".
"Non bene, non sanno se operarmi o meno. Se mi operano mi fanno l'agoaspirato al seno, ma è un casino perché ci sono più cisti...".
"E tu magari ti sei fatta il film che quello scoppia o si sgonfia come un palloncino... Non credo possa accadere, sai? Lì dentro avete tutta quella roba molle, ghiandole, carne...".
"...E poi sono davvero triste e nervosa. Per me stare bloccata in un posto è la morte, se non mi muovo ogni paio di mesi divento isterica. Vorrei andare via al più presto, anche se non so dove. E comunque con questo male non riesco a mettermi lo zaino in spalla".
Mi guarda il profilo del corpo nella penombra. Da fuori non si vede nulla.
"Povera piccola" - mi canzona - "fa tanto male?".
E ride.
... Lo odio.
"A tratti. In alcuni momenti non riesco a indossare una maglia per il dolore al capezzolo, la sensazione è come se avessi degli aghi dentro. Ma ora per esempio no".
"Ah. Quindi, se ti si toccasse ora, non ti si farebbe male...".
Un cialtrone, un vero cialtrone fatto e finito. Un'ipotetica costruita con l'impersonale... Ah, che rabbia. Cialtrone!
Mi guarda, lo guardo. Due espressioni di sufficienza tra amici, complici da tanto tempo.
"No, ora no. Ma potresti anche evitare".
"Ok, allora eviterò".

Una volta non mi piaceva come si muoveva quest'uomo: lo trovavo troppo sicuro di sé, sconcertante nei suoi modi decisi, e infine decisamente lapidario con chiunque gli desse fastidio. Negli anni mi sono invece abituata a questo suo modo di fare e non mi disturba più. Anzi, in un certo senso lo apprezzo - anche se personalmente non riesco ancora a fare altrettanto: a me la gente frega ancora, e credo sia perché alla fine di me stessa mi importa molto poco.
Non ho neanche più voglia di fare sesso. Non con lui che ho rivisto ora dopo un anno di lontananza, in assoluto. Lui non lo sa, ma ciò che sta per accadere mi sa quasi di definitiva autodistruzione, o di una qualche forma omeopatica di catarsi profana da ciò che mi ha destabilizzato negli ultimi mesi. Oppure è solo l'ennesima cosa che faccio per inerzia - mossa dal pensiero tristissimo che conviene farlo finché il mio corpo funziona, prima che medicine o futura menopausa mi porteranno a perdere completamente la sensorialità.

Mi si avvicina, e per la prima volta, in anni di amicizia e di sesso insieme, mette la sua mano intorno al mio collo, il pollice sulla giugulare e senza stringere in alcun modo mi avvicina con delicatezza a sé e mi bacia profondamente, chiudendo gli occhi, mentre li chiudo anche io. Un bacio dolce, appassionato e - finalmente per me - sereno. 
Cammino all'indietro, a occhi chiusi, potrei aver paura di inciampare, ma sono al sicuro nelle sue mani - l'una mi continua a cingere il collo, l'altra mi tiene sull'anca - e così mi guida, passo a passo, lungo il corridoio, nella stanza, sino al letto. Mentre continua a baciarmi.
Mi spinge sul letto ridendo, e io mi lascio andare sulla schiena. Sorrido e apro lentamente le gambe. In realtà ho un po' male - un dolore sordo di fondo che prende il petto sino al braccio destro. "Tranquilla, lì non ti tocco", risponde leggendomi negli occhi e sorridendo con affetto mentre mi sfila la gonna e gli slip. Il mio cuore è inondato di gratitudine.
Da questo momento in poi le ossa dei nostri bacini si cercano, si toccano, si scontrano. Le mani ne seguono la linea e le accompagnano. Mi è sempre piaciuto afferrare le sporgenze dell'osso iliaco di un uomo e chiamare così il suo corpo dentro il mio. E so che anche lui in silenzio se la gode - la sua mente persa nelle stesse sensazioni.

"Pensa se ti bucano e diventi di colpo piatta e poi si sentono gli ossi del torace. Pensa che figo sentire i nostri ossi che scricchiolano nel contatto!".
Sospiro: se tutte le perversioni degli uomini che ho incontrato nella vita si fermassero all'apprezzamento di un corpo magro e sportivo come nel suo caso!
"Le ossa del torace! Si dice le ossa, non gli ossi!".
"Guarda che si dice anche 'gli ossi', adesso non è che sono così ignorante".
Ancora un po' che non lo sei! - penso con perfida presunzione e cattiveria.
"Adesso te lo cerco sul dizionario, così vedi una fonte autorevole, eh?".
Prendo in mano il volume e cerco 'osso'. Leggo in silenzio..
"Allora, che c'è scritto?".
"Il plurale del nome maschile 'osso' è femminile (le ossa) quando ci si riferisce all’insieme delle ossa del corpo umano o di un animale, o di una sua parte (le ossa del piede, le ossa di un bue); è invece maschile (gli ossi) quando queste parti anatomiche sono considerate separatamente (gli ossi delle costate) e negli altri significati (gli ossi delle ciliegie)".
"Quindi vedi, tu che sai sempre tutto, che andava bene anche come dicevo io?". E ride di nuovo.
Non ne sono convintissima, anzi, avrei ragione io, ma devo proprio sempre metterla sul dibattito intellettuale e tirare a vincere quando piuttosto potrei semplicemente godermela?
Me la godo - è più interessante vivere questo che vincere sempre.

Inside my head




Ti raccontai un sogno: ero in una stanza piena di caramelle colorate di tutte le forme, le consistenze e i gusti. Erano sparpagliate ovunque, e ci avrei potuto nuotare dentro, tante erano! E c'era uno scaffale trasparente, di quelli nei quali si tengono le caramelle, a tutta altezza lungo una parete sino al soffitto. E nel sogno io, da sparpagliate com'erano, le mettevo a posto una a una nel proprio contenitore distinguendole per tipologia, così come si sarebbe fatto in qualsiasi negozio serio.
Tu, che ti dilettavi a interpretare i sogni (ma mai una volta che prendesti in considerazione i tuoi dopo avermi reincontrata, così chiari che pure una bambino di 5 anni ne avrebbe capito il significato, eh!), mi dicesti che le caramelle erano tutte le cose appassionanti che avevo fatto, che ancora facevo nel presente e di cui era composta la mia vita, e che - evidentemente - era arrivato il momento di fare ordine e di 'mettere le cose a posto', di tenerle 'sotto controllo', di 'amministrarle' saggiamente nel rapporto con eventuali interlocutori. Che io nel sogno stessi male come un cane e piangessi mentre le mettevo in ordine non ti preoccupasti neanche un po' d'interpretarlo...
......
.....
....
...
..
.

Sai che c'è?
Che credo tu abbia già troppo a lungo tentato di controllare la mia mente con interpretazioni sceme e strumentali a tirar l'acqua al tuo mulino, e che troppo a lungo io te l'ho permesso, mossa prima dalla stima e poi dalla compassione: da settimane sto buttando giù quegli ordinati scaffali e tornando al mio felice disordine dove nelle caramelle ci nuoto, mi ci impiastriccio le dita e la faccia, lascio che mi si appiccichino ai capelli e le mangio disordinatamente raccolte da terra - pure se la cosa non è igienica.

E poi torno a perdermi nella mia mente - dove un uccello è un drago e io sono un'eroina che armeggia con una spada più grande di lei rischiando di conficcarsela in un piede.

Stampati bene negli occhi la foto di cui sopra.
E' un augurio (anche se io non sarò, di certo, colei che te lo farà vivere).

27/06/13

Vedere e far vedere






"Ormai restano poche immagini.
Osservando il panorama da qui, si vedono solo edifici, le immagini non sono più possibili.
Bisognerebbe cominciare a scavare come un archeologo con una vanga per riuscire a trovare qualcosa da questo paesaggio offeso.
Io non mostro mai questo genere di cose.
Oggi ci sono pochissime persone in questo mondo che lottano per trovare immagini adeguate.
Abbiamo assolutamente bisogno di immagini adeguate alla nostra civiltà e ai nostri bisogni più profondi.
A volte è necessario affrontare una lotta dura per ottenerle.
lo non mi lamenterei mai di dover scalare una montagna alta 8.000 metri per trovare delle immagini pulite, chiare e trasparenti.
Qui non c’è più niente.
Bisogna cercare bene, andrei anche su Marte o Saturno con un’astronave per trovarle."


[Werner Herzog, Tokio-ga, 1983]

26/06/13

Le braccia del manichino

Passo accanto a un negozio d'abbigliamento in un centro commerciale e mentre la commessa sta servendo clienti in uno spazio ristretto, ma ben organizzato, mi colpiscono due braccia con le mani affusolate e le unghie laccate di un manichino - evidentemente di sesso femminile - per terra, una a fianco all'altra, vicino a un appendiabiti. Le guardo tristemente, e il mio sguardo viene colto dal mio accompagnatore.
Continuando a camminare lo prendo sottobraccio e lui mi sorride affettuosamente.

"Dici che è tanto stupido che mi dispiaccia per quel manichino? Che mi tocchi tanto che quelle braccia siano lì, buttate per terra, come inanimate?".
"No, ma non te la devi prendere se non tutti sentono le cose come te".
"Perché non me la dovrei prendere? Come si può vivere senza questo modo di sentire le cose?".
"Non tutti le sentono, e anche chi le sente può non dare loro importanza e vedere altro come prioritario".
"Cosa c'è di prioritario rispetto al sentire le cose così?".
"Ognuno ha le sue priorità - i soldi, la carriera, i propri desideri, le proprie mete, qualsiasi altra cosa - e se ha questi altri obiettivi non sente neanche che gli manca questa sensibilità. Semplicemente non fa parte della sua esperienza. Non te la devi prendere".

"Invece io me la prendo, ma ora mi sa che nel farlo sto sbagliando tutto. La mia volontà di convincere tutti a 'sentire' le cose così mi sembra sempre più un atto di arroganza da parte mia".
"No, non sei arrogante. E' che ti ci tirano dentro per i capelli. Quando incontri qualcuno che ancora non ha deciso cosa sia prioritario nella sua vita, tu gli fai vedere ciò che senti tu, e ti dispiace se poi torna a non sentire nulla perché non ha avuto il coraggio di seguirti e continui a vederlo comunque irrisolto e infelice nelle priorità che a un certo punto s'è scelto. Ed è lì che ti arrabbi. Ma non è arroganza - è amore, ed è disperazione".

Sarà, ma io ora 'sento' che questa mia è sempre più una forma d'arroganza...

Warning (vi avverto per tempo e mi porto avanti coi lavori)



Leggete sino alla fine, ché in fondo ne butto là un paio di mie. Siete invitati nei commenti a fare altrettanto ;-)

Quando sarò vecchia mi vestirò di viola
con un cappello rosso che non mi entra e non mi dona.
Spenderò tutta la mia pensione in brandy e guanti estivi e sandali di raso e poi dirò che non abbiamo i soldi per il burro.
Mi siederò per terra sul marciapiede quando sarò stanca
mi ingozzerò di assaggi nei negozi
e farò scattare i campanelli di allarme.

Farò scorrere il mio bastone sulle ringhiere
e mi rifarò della sobrietà della mia gioventù.
Uscirò in pantofole nella pioggia
e raccoglierò fiori nei giardini degli altri
E imparerò a sputare!

Si possono indossare terribili magliette e si può ingrassare
Si possono mangiare tre libbre di salsicce tutte in una volta
oppure solo pane e sottaceti per una settimana,
e collezionare penne e matite, e sottobicchieri delle birre, e cose nelle scatole.

Ma adesso dobbiamo indossare vestiti che ci tengono asciutti,
e pagare l’affitto
non bestemmiare nelle strade,
ed essere un buon esempio per i bambini.
Dobbiamo avere amici a cena
e leggere i giornali.

Ma, forse, sarebbe meglio se cominciassi ad esercitarmi un poco fin da ora,
così chi mi conosce già
non si sorprenderà troppo
quando improvvisamente sarò vecchia,
e inizierò a vestire di viola!


E io mi porto avanti sui lavori:
- i giornali non li leggo quasi più, ché questa realtà/società che vi è rappresentata mi è sempre più aliena,
- del dare il buon esempio ai bambini me ne infischio, ché non solo non ne ho avuti per tutte le sensatissime ragioni indicate dal VHEMT, ma anche perché il concetto stesso di educare|istruire|insegnare sta troppo vicino a quello di 'propaganda' e la cosa mi disgusta profondamente (e nessuno s'azzardi a dire che pure questo blog educherebbe: questo blog accompagna con passione e compassione a vivere, il che è cosa ben diversa!),
- bestemmiare non lo faccio, ché non ho ragione di prendermela con una cosa che non esiste elaborata giusto per sedare la follia nelle menti più deboli e manipolabili tra noi,
- e per tutto il resto mi arrabatto - a volte va bene, più spesso va male - con la sola modesta idea di sopravvivere fisicamente quel tanto che basta per provocare nel frattempo il massimo diletto alla mente e al cuore.

Non uso ombrelli, e quando piove mi prendo la pioggia: che mi faccia magari ancora crescere un paio di centimetri e mi arruffi i capelli affinché siano più coerenti con il mio carattere disordinato!
Scendo a tre a tre gli scalini della metro, rischiando ogni volta di cadere e fratturarmi. Idem per l'attitudine al pericolo quando vado in bici (e questa già la sapete).
Canto a squarciagola per strada, quando torno a casa da sola di notte nel buio, ché pure i potenziali aggressori rimangono sconcertati quando una tipa canta a squarciagola per strada nel buio della notte mentre cammina da sola.
E mi siedo per terra ovunque - per quanto con ancora un minimo di accortezza. E quelli che mi apostrofano di scarsa attenzione al mondo che mi circonda perché nel fare ciò li disturbo e perché ancora alla mia età seguo le mie scelte, anziché conformarmi all'essere 'pecora nel gregge' come loro, li mando sonoramente a... ma gridando ancora l'aggiunta che è un 'augurio' - vedi mai che nella sperimentazione del sesso anale si spalanchino loro le porte del piacere e quindi della mente e del cuore? ;-)

Ridere ancora come folli, ebbre di vita...


Era faticosa nelle sue argomentazioni, a volte, ma la sua volontà di rendere comprensibili le cose più complesse, insieme alla sua inclinazione serena al casino e al lasciarsi andare all'imprevisto - a vivere malgrado la sofferenza che si poteva provare per ragioni, come nel suo caso, anche molto concrete - ti facevano venire voglia di cercare lo stesso di starci dentro. E giocare con lei.

Così che in questo momento, mentre scrivo con le lacrime agli occhi, rido da sola come una scema, immaginando lei stessa ridere: cercando senza trovarla una immagine che accompagni questo post, ho appena scoperto che XTC non è solo il sinonimo di 'ecstasy' (che mi sembrava essere la sua attitudine verso la vita), ma anche il codice che identifica nell'Atlante Linguistico Mondiale la lingua katcha-kadugli-miri parlata da 74.000 persone in Sudan.
Voglio dire: la lingua katcha-kadugli-miri! Come può essermi sfuggita per tutto questo tempo?! :-P

Mi è stato detto che da qualche parte, in Estremo Oriente, le pagine html non più aggiornate, così come quelle che vengono cancellate riportando quando le raggiungi la scritta "404 File Not Found", sono oggetto di preghiera da parte di monaci buddhisti, in quanto rientrate a fare parte del tutto.

Te ne sei andata, e con te sono andate le tue parole. E io che non credo e non prego, però non dimentico - e vorrei poterti ancora esprimere per un'ultima volta tutta la mia gratitudine per esserci stata, per un po', nella mia vita, a ridere e sorridere insieme.

24/06/13

Scatole

Benvenuto nella stanza dei ricordi
benvenuto nella stanza dei miei ricordi
tra scatole di cartone marroni
che sanno di viaggio, d'abbandono, di mai più.

scatole che contengono ricordi
ammucchiati uno sull'altro
scatole che accolgono momenti
che non torneranno.

scatole per metterci dentro com'eri
com'erano i suoni e i colori,
e come erano gli altri.

tengo tutto qui vicino a me, stretto,
per paura di perdere l'appartenenza
a qualcosa che è volato via.

(Scatole, CGB)

Bastarde senza (ancora senza, ma noi gliel'auguriamo) gloria







Ben sapete quanto la vostra Minerva ami la poesia, così che non vi stupirà ch'ella, l'altra sera, sia andata ad ascoltare un reading di presentazione di un'antologia sul tema dell'invettiva dal titolo Bastarde senza gloria in compagnia della sua amata amica e complice Luce.

Il libro - facciamo che dirla subito tutta - è una raccolta di testi di nove poetesse italiane molto diverse tra loro e Sartoria Utopia, l'editrice che lo pubblica, è stata fondata da due di loro e ha la specificità di realizzare libri interamente prodotti a mano. Per tal ragione la tiratura è di poche centinaia di copie per volta, ma vi sorprenderà sapere che il costo è decisamente contenuto per un progetto del genere, dato che il prezzo d'una copia è di €20. Se quindi volete farvi un regalo, o farlo a qualcuno/a che ami la poesia, io ho letto e ascoltato quello che l'antologia contiene e posso assicurarvi che quei soldini li merita tutti e ancora sono pochi...

In realtà, quando mi è giunto l'invito al reading, ho temuto il peggio: solidale con le lotte femministe, comincio però ad averne abbastanza dell'aggressività con cui si risponde con tanto rancore alla violenza che le donne subiscono nel quotidiano - ergo temevo che una serata con questo titolo e che ruotava intorno a questo tema potesse sollevare per l'ennesima volta questa sorda rabbia trasformandosi in un vomito di bile. E non ho più la forza di reggere qualcosa del genere, né ne vedo più in alcun modo alcuna utilità. Così come temevo un pubblico prioritariamente di donne - e quindi partivo prevenuta, ché pure dei 'ginecei' ne ho due scatolette così - mentre anche in questo sono stata piacevolmente sorpresa dal vedere invece presenza maschile e femminile in egual numero.

Il compito di 'scaldare il pubblico' è stato dato ad Alessandra Racca - una la cui scelta lessicale va sempre in direzione della delicatezza pur quando vorrebbe esprimere cattiveria, rabbia, rancore; pur quando se la prende con la poesia stessa e ne ricorda l'attitudine allo squallore e alla prostituzione:

Oh, per favore, smettetela
non parlate della poesia come se
come se dovesse
non parlatene così, come se lei non fosse qui
smettetela di portarla in carrozza
come se l'automobile non l'avessero inventata mai
negare che piscia e vomita
non fate finta, l'abbiamo vista tutti
anche ingrassare, darsi al primo che passava
rovinare le feste, carognare
essere insignificante, ridicola, goffa
e non mentite non è sempre stata gentile con voi
forse vi ha fatto fare una bella figura
sicuramente ingollerà spumante al buffet
accetterà assegni
e voi continuerete a trattarla così
come la prima della classe
come se non avesse più crolli e sorprese
come se nulla vi potesse accadere
e infatti nulla davvero vi accadrà
ma che sia maledetta
la vostra imbecillità

Chiara Daino © Ph. Daniele Ferrero 2013.



Di lì altre invettive e altre autrici per giungere alla mia personale folgorazione da Chiara Daino, di cui mi sono platonicamente perdutamente innamorata!

Bellissima, eccessiva, strabordante, appassionata, anche manierista e fastidiosamente insostenibile nella sua incontenibile e disturbante interpretazione dei suoi testi, questa donna ha una capacità di sentire così acuta da risultare perversa e dolorosa, e frega la buona Minerva con una tale competenza nell'alternanza di registri linguistici, ritmi e parole che le ricordano la vendetta di Yu Miri (con cui Chiara condivide anche la predilezione per tematiche 'pesanti') contro la società nipponica.
Fatevi del bene: fate un giro sul suo sito - così non mi devo impegnare a riassumere io.

Ok, vi ho sentito che state chiedendo "Minerva, chi è Yu Miri, e di quale vendetta stai parlando?".
Va bene, vi racconto velocemente, ma poi scappo - cercate di lei in rete, nel caso, ok?
Yu Miri nasce da genitori coreani in Giappone, quindi già è potenzialmente segnata per il resto della vita come inferiore, sporca, grezza e ignorante. Le maestre della scuola elementare che frequenta non sono tenere e si allineano a tale visione nipponica verso i coreani (ma anche verso i cinesi e in generale verso tutti i popoli del sudest asiatico). La ragazzina viene sottoposta a diversi atti di bullismo da parte delle compagne, e le maestre l'accusano sostanzialmente d'esserseli cercati e meritati in quanto è coreana. Ma Yu Miri è una dura, e all'ennesimo atto di violenza che subisce si mette a studiare, leggere e scrivere ancora con più impegno e diventa dannatamente brava nella gestione della lingua giapponese - più brava di tutti i suoi compagni.
E man mano che cresce, quella medesima capacità con la scrittura narrativa, poetica e teatrale diventa la chiave di volta non solo della sua affermazione identitaria, ma anche della sua sussistenza. Perché i giapponesi sono capaci di farsi fare qualsiasi dolore e di subire qualsiasi violenza psicologica e fisica - basta che passi attraverso la gestione perfetta dei loro canoni espressivi - e Yu Miri 'vince' proprio sfruttando questa attitudine.
La coreana diventerà ricca e famosa pubblicando accuse feroci contro la società nipponica quali Oro Rapace e Tra le correnti che i giapponesi compreranno - come qualsiasi suo nuovo libro, rispetto all'uscita del quale ormai sembrano drogati in crisi d'astinenza - per puro masochismo, complici del male che viene loro inferto da una che usa la parola come un bisturi.


Auguro quindi pari gloria alle 'poetesse bastarde' - siate sempre più perverse e chirurgiche, mie amate! ;-)

23/06/13

La propria identità, e il raccontare storie








Amo le persone che mi raccontano storie - ma non storie inventate, non favole, non menzogne.
Storie come aneddoti, come ricordi, come momenti di vita.
Il piacere che mi dà ascoltarle è pari alla condivisione del sesso più intimo e complice, o a quella del pranzo più saporito e gustoso.

Minerva di storie ne ha tantissime. Ha quelle personali di lutti, malattie, violenze, e poi inquietudini, pacificazioni e nuove prospettive da lì originatesi.
Ha quelle abituali della vita con studio, lavoro, relazioni - che, pur se solo sue (e non potrebbe essere altrimenti: ognuno declina a modo proprio i medesimi 'riti di passaggio'), lei vede d'una noia intollerabile e pertanto, appena può, fugge.
Infine ha quelle che derivano dai suoi interessi letterari (ovvero i racconti di altre persone vissute prima di lei), e dai viaggi e dagli incontri che le sono accaduti per strada.

E ama raccontarle - queste storie - non per autocelebrazione, ma per dare accesso ad altre persone a tutta la ricchezza che ha avuto la grande fortuna di provare (e che importa se siano state cose felici o dolorose, sono comunque vita!).
Il mio è un atto d'amore con la speranza di far provare così tanto desiderio in chi le ascolti che magari questi si deciderà a sua volta a vivere in prima persona - con tutta la ricchezza, la pienezza, l'intensità che ne può derivare!

Ma mi è stato detto: "Hai idea di quanto sia doloroso aver avuto una vita in cui non ci sia stato nulla di così intenso, di così forte, di così destabilizzante con cui aver fatto i conti?".
E da un altro: "Io non ho mai sofferto, non so cosa sia la sofferenza. Non l'ho mai provata nella vita".
E, ancora, da molti altri: "Non ha importanza se uno non ha vissuto esperienze difficili o nulla di memoriabile. Ciò che fa la differenza è il modo in cui rielabori questo nella tua mente...".

Chi mi parla così mi dà un grandissimo dolore. Perché se non hai un qualche oggetto (un evento, un'esperienza, una frattuta emotiva di qualche tipo) di riferimento, su che cose rielabori la tua storia, il tuo racconto, la tua memoria?
E' come tessere una tela nell'aria, senza neppur un improvvisato telaio: non realizzerai mai un tessuto, ma solo un gomitolo di inestricabili nodi.


Non abbiamo più nessuna esperienza elementare nel nostro tipo di civiltà,
come fame, paura, o essere imprigionati, o sofferenza.
Ciò cui andiamo incontro è una profonda assenza di sofferenza
e questo è devastante per gli esseri umani" (W. Herzog)

Se Minerva ha deciso di raccontare storie è perché ella vede spesso che chi non ha vissuto pienamente la vita in prima persona - per caso o per codardia - è ancora ardente di desiderio di venirne esposto, almeno indirettamente.
Perché non avere storie da raccontare significa essere privo di una storia - e l'assenza di una propria storia rende la propria identità vuota, vaga, e indistinta da quelle altrui.

Minerva racconta storie con la speranza che queste smuovano chi le ascolti a cercare stimoli e occasioni per vivere in prima persona, da quel momento lì in poi, le proprie - e così realizzare finalmente la propria unica e distinta identità.
E se rimane inascoltata, torna a leggere Chatwin e Terzani - e poi mette uno zaino in spalla, e va alla ricerca di esperienze che diventino storie nuove da raccontare.

Per rammendare i buchi, e ricucire quei fili propri e altrui che si sono persi fuori dal tessuto - e sono diventati grovigli di nodi senza telaio. Con amore - con un infinito amore verso gli esseri umani.



21/06/13

Mantenere la posizione





Potente la storia di Erdem Gunduz che arriva in piazza Taksim a Istanbul, si ferma davanti al ritratto del padre della Turchia laica Atatürk e sta semplicemente lì in silenzio - lo zaino a terra, le mani lungo i fianchi, senza compiere un solo movimento - nevvero?
E di lì, in varie città della Turchia e del mondo altri lo imitanto - correndo nelle piazze per poi rimanere fermi e in silenzio per ore.

Un paio d'anni fa scrivevo su Metilparaben alcuni post in cui parlavo del potenziale rivoluzionario del mantenersi stabili nelle proprie posizioni (non però quella 'stabilità' frutto del non ascoltare le opzioni altrui, del non soppesarle adeguatamente e del non cambiera idea se le trovassimo migliori delle nostre, ché questa sarebbe mera ottusità), con limiti fissati a protezione di sé (un sé autentico, consapevole, lucido, coraggioso e libero: ovvero una persona completa, vera e coerente) imponendo in tal modo ad altri - di converso - il dover in qualche modo adattarsi sviluppando a loro volta un analogo amor proprio, e un limite a protezione di questo.
Un modello diverso dal combattere facendo opposizione all'interno di dinamiche di contrapposizione abituali - un combattere non-combattendo.

Io non credo che con queste strategie si possa vincere - per ciò che vedo la violenza della situazione sociale-politica-finanziaria attuale è andata così oltre ogni limite immaginabile che neanche più una guerra civile o un nuovo terrorismo potrebbero ripristinare una qualche 'decenza' di vita dei cittadini inermi di questo mondo. Bisogna trovare nuove e più raffinate strategie.
Nel frattempo, però, continuo a credere che si porga meno il fianco al nemico imponendo la propria vita come proprio modello di riferimento per la medesima, e che questi atti simbolici possano accompagnare l'elaborazione di altri modi per rovesciare la situazione attuale.
Intanto, di fatto, almeno vivremmo a modo nostro...

19/06/13

Come fare per essere grande quanto - e appartenere a - l'universo?


Sottotitolo: Provateci voi a vivere nella finitezza umana avendo un ego grande quanto un cocomero.

[....preparatevi, ché vi prendo per mano e vi porto nel mio delirio :-) ]




C'è un'aiuola in uno spartitraffico all'incrocio tra il corso e la via. Vi sono stati gettati semi di fiori di campo, e questi sono cresciuti in un ordine casuale e spontaneo sostenuti da flebili steli color ocra, in colori che alternano il rosso, il rosa, il giallo e il bianco, in forme diverse ma tutte di grande bellezza e delicatezza. Di fronte un'altra aiuola, con un rododendro grande, fitto e forte dal quale s'apre una quantità immensa - ordinata e perfettamente equilibrata - di fiori violacei.

Io: "Sono in delirio di onnipotenza, avrei voglia di non so neanche cosa - ma di qualcosa di grosso, inaudito, un qualche delirio che mi torni a riempire la vita. E lo cerco, questo qualcosa di enorme che mi pacifichi, ma non lo trovo".
Lei: "Senti, la tua vita mi sembra giù pienissima: di cose interessanti, amici che ti vogliono bene, famiglia piccola e magnifica, iniziative e entusiasmi; mi sembra davvero che tu non abbia bisogno di qualcosa che ti riempia la vita, è già bella piena. O se preferisci bella E piena".
Io: "Mah, a me sembra proprio piccola, invece. Nel senso: non dubito che tutto ciò che faccio sia interessante e mi 'riempia' il tempo, anche dandogli senso, ma sono sempre piccole cose - non so neanche io dirti, però appunto è una sensazione di necessità di 'espansione', di qualcosa di pieno e più grande di me, se possibile... Probabilmente ho perso un altro paio di rotelle...".

E intanto cerco di fare mente locale: c'è qualche artista o scrittore che abbia scelto la morte per in realtà diventare parte di qualcosa di più grande di lui, per unirsi allo spazio (a *tutto* lo spazio possibile) e al tempo (a *tutto* il tempo possibile) nella maniera più assoluta? Cioè che si sia dato la morte non per depressione, appunto, ma per realizzare la massima felicità cui potesse aspirare - l'unione e l'appartenenza al tutto?

Lei: "Tutto è sempre piccolo, dipende dal significato che gli diamo noi. E' tutta una questione di parametri, tu quale scala di riferimento hai scelto? Sai, quella cambia tutto...".
Io: "L'universo... Dici che ho esagerato?".
Lei: "Non credo l'universo offra un'unica scala di riferimento riguardo alle rotelle perse".

Sto pensando alle aiuole, e a una conversazione con mio padre rispetto a dove vorremo essere sepolti un giorno. Gli dissi che volevo che le mie ceneri venissero buttate in mare, oppure in un qualche fiume di montagna, per rendere la cosa meno complessa non essendo vicini al mare (e lì lui commentò "tanto qualsiasi fiume in qualche modo arriva sempre al mare").
E quindi mentre scrivo sto pensando: ma non potrei essere già morta così le mie ceneri rientrano nella natura e partecipano finalmente serene e pacificate di tutta questa bellezza - vi si uniscono e poi fluttuano per sempre disperse nel pianeta e in ogni sua manifestazione? Un po' nei fiori, un po' nei campi, un po' nelle montagne, nei fiumi, nel mare - ogni molecola - di quello che fu la mia persona - ormai indipendente dall'altra e possibilitata a partecipare al tutto di questo mondo?

Io: "Ho un'aspirazione alla partecipazione col tutto - questo è ciò che intendo come mio attuale 'bisogno d'espansione' nell'universo oltre la finitezza del tempo, dello spazio, delle dimensioni del mio corpo, della durata della vita. Avrei bisogno di un'espansione extracorporea, extraspaziale ed extratemporale!".
Lei: "Bè, tanto quello prima o poi succede, scusa. Invece per ora goditela, ché a far da concime a fiori ci finiamo tutti".
Io: "Ach! Come uccidere la poesia con la ferrea logica... E io che stavo solo interrogandomi sui possibili modi per rompere i limiti in cui, come semplice essere umano, sono confinata sinché sono in vita!".


Suggerimenti per raggiungere tale condizione, senza per forza darmi la morte anzitempo*? :-P


*Stavo scrivendo "suggerimenti per quale potrebbe essere questa cosa inaudita e per come appartenervi", ma conoscendo la cialtroneria di molti lettori maschili di questo blog mi sono accorta in tempo che sarebbe stato offrirvela (la battuta e non solo quella, nelle vostre bieche interpretazioni!) su un piatto d'argento...

Kintsugi (riparare con l'oro)





Il kintsugi(金継ぎ), o kintsukuroi (金繕い), letteralmente "riparare con l'oro", è una pratica giapponese che consiste nell'utilizzo di oro o argento liquido per la riparazione di oggetti in ceramica.
Ogni ceramica riparata presenta un diverso intreccio di linee dorate unico e irripetibile, per via della casualità con cui la ceramica può frantumarsi. 

La pratica intende inoltre trasmettere il concetto filosofico che quando qualcosa ha subito una ferita e ha una storia, diventa più bello.

(grazie a Chiara Merlo per la segnalazione)




17/06/13

Continuo a stare con gli anarchici (e non è 'martirio', né 'utopia')

Un'altra cosa che mi è stata detta ultimamente è che io avrei una spiccata tendenza al 'martirio', affermazione cui ho risposto: "forse, d'altronde arriviamo tutti da questa maledetta cultura cattolica". La giustezza di entrambe le considerazioni, però, non mi ha convinto neanche nel momento stesso in cui io e il mio interlocutore le abbiamo scambiate.
Non vivendo nei libri sul pensiero anarchico, ma esperendone la concretezza nell'azione, spero mi scuserete se non articolo un discorso dotto pieno di citazioni in ciò che vi sto per dire.

Essere anarchici e/o utopisti (ché le due cose non vanno a braccetto più di quanto non vadano a braccetto pure comunismo+utopia, visti i regimi cui ha dato luogo l'applicazione concreta di quella prospettiva) non significa essere 'martiri'.
Nel pensiero anarchico il sacrificio di sé è una solenne menata. Ma c'è sicuramente una cura degli altri estrema, e non potrebbe essere altrimenti, perché - se rifiuto di delegare la gestione delle relazioni interpersonali e sociali a un organismo di controllo esterno (uno stato, un corpus di leggi) - mi devo di converso prendere la responsabilità e l'impegno a oltranza di stare in prima persona dentro quelle relazioni interpersonali trovando di volta in volta modi e strategie per risolverle autonomamente, sostenendo la necessità di sicurezza dei più deboli e insicuri affinché possano esercitare la propria espressività come persone e cercando in ogni modo possibile di arginare gli effetti collaterali dell'espressione individuale di altri quando potenzialmente dannosa per la comunità.

Non c'è alcuna attitudine al martirio, in questo, né alcuna utopia: c'è al contrario proprio la concretezza dell'amor proprio, e la consapevolezza che - affinché tale condizione di benessere per tutti sia realizzabile - sia necessario prendersi responsabilità quotidiane, pensare in termini 'circolari', impegnarsi/sforzarsi a oltranza senza cedere mai alla stanchezza e alla demoralizzazione del frequente fallimento. Non è martirio né utopia: è l'assunzione della responsabilità delle proprie scelte.

Chiaro: è molto più facile spegnere le mente, e non prendersi responsabilità se non in apparenza e/o nella fase iniziale, col mettere una crocetta su un foglio (e delegare) o una firma su un contratto (indipendentemente poi dallo starci dentro o meno)*. Ed è anche molto più comodo, così si lascia la responsabilità della gestione della nostra medesima sopravvivenza e articolazione delle nostre vite, come esseri umani, ad altri - cui riconosciamo la competenza per fare quello di professione.
Magari, nelle ipotesi più felici, è vero che ci guadagno la sopravvivenza, ma io non riesco a non vedere con orrore e terrore ciò che perdo, piuttosto, in questo scambio! Ed è l'orrore e il terrore di ciò che perdo la molla per cui piuttosto reagisco ammazzandomi di fatica, ma continuando a prendermi la responsabilità e l'impegno in prima persona sviluppando man mano competenze di 'soluzione del conflitto' pur se non sono una specialista della 'mediazione' e senza volerlo diventare (o piuttosto non più di quanto tutti, in un sistema del genere, dovremmo diventarlo!).

Riporto due esempi concreti di applicazione dei due modelli (e di quella che sarebbe stata la critica al primo secondo Emma Goldman) per darvi un'idea della differenza - se non proprio della contrapposizione - tra le due prospettive.

Caso 1. Anni orsono mio padre andò a Cuba, quando aprirono l'ingresso ai turisti occidentali. Lui, che è una persona acuta, ma né simpatizzante né avverso ad alcuna ideologia in particolare, fu molto colpito dalla presenza in albergo d'una signora già anziana, in vestito come da casa e ciabatte, che seduta su una sedia in ascensore era incaricata di premere il pulsante dei piani per conto dei turisti. Il senso della cosa era che a tutti dovesse essere garantito un lavoro, e pertanto uno stipendio per poter vivere - quindi se il lavoro non c'era o non era necessario, ce lo si inventava pur di garantire a tutti la possibilità di sopravvivenza per il tramite d'un salario.
Trovai a dir poco aberrante questo caso. Pensai a quella donna che aveva passato molta della propria esistenza in un ascensore, con le porte che s'aprivano e chiudevano, almeno per parte delle ore del giorno che alla fine sono giorni, settimane, mesi, anni di vita. Per cosa, per soldi? Da spendere per comprare generi alimentari o altro, fuori di lì, e cercare di costruirsi una qualche vaga esistenza nel tempo libero, magari ricadendo nelle uniche soluzioni che la divisione tempo libero/lavorativo può permettere (un hobby, una relazione sentimentale, qualche divertimento)? Mi sembrò mostruoso.

E mi chiedo: questa è vita? E anche: ma per vivere una vita del genere, non conviene piuttosto che mi ammazzi e la finisca lì? Che senso ha?
Sento Emma Goldman urlare contro le sue accusatrici che la soluzione non è lottare per ottenere giornate lavorative di 8 ore (per salari da fame) piuttosto che 10 in fabbrica - il tutto per poi correre a casa e fare da serve a figli e coniugi che sono stati loro imposti socialmente per assumere lo status onorevole di 'donne sposate'. La sento urlare contro l'accusa di snobismo quando lei in realtà insiste disperatamente che si pensi al senso e alla qualità della propria vita - alla vita in ogni istante!
Perché il guadagno di quella donna in cambio di ore, giorni, settimane, mesi di vita nel buio di un ascensore non giustifica in alcun modo l'alienazione e la violenza istituzionalizzata ch'ella ha subìto per poter in cambio sopravvivere. Forse sarebbe stata più felice le avessero lasciato la possibilità di stare magari nei campi, in una piantagione di canna da zucchero, a distillare rum e morire giovane, ma libera e dopo una vita intensa, piena di sole, aria e buoni frutti della terra! Oppure a non fare nulla, perché i pulsanti dell'ascensore il turista se li può anche pigiare da sé, e se una collettività è tanto ricca da poter permettere di vivere gratuitamente parte o tutta la propria esistenza ad alcuni dei suoi membri, perché non dare loro questo dono gratuito, o pensare a una 'rotazione' di incarichi che ci permetta di vivere un tempo libero così enormemente dilatato che un paio d'ore al giorno di lavoro non siano neanche uno sforzo, ma un intercalare dell'ozio?

Il 'lavoro', quando imposto come obbligatorio o visto come valore positivo per forza per tutti, è una violenza. In uno stato di natura si potrebbe vivere cibandosi dei frutti spontanei della terra, con il contraltare che magari dopo un po' non ce ne sarebbero più e quindi si schiatterebbe giovini, ma in uno stato di natura ciò non sarebbe parimenti possibile in quanto i territori (e quindi i beni spontanei disponibili) sarebbero molto più estesi, non delimitati in alcun modo dalla 'proprietà' di alcuni, e infine regolati secondo i cicli di rigenerazione naturale, quindi anche gli umani la smetterebbero di figliare a oltranza e in modo non sostenibile per la rigenerazione naturale del pianeta! Ci sarebbe un equilibrio!
Preferisco di certo questa prospettiva libera e responsabilizzante della mia stessa sopravvivenza a qualsiasi pappa pronta che mi imponga una soluzione dall'esterno e mi rubi quella che alla fine è la vita. E preferisco morire nel tentativo che ciò accada - e visto che periodicamente sto male anche per questo vi assicuro che sto parlando molto seriamente - piuttosto che accettare questa modalità di sopravvivenza!

Caso 2. Conosco da anni un giovane uomo che ha problemi psichiatrici (schizofrenia) il quale frequenta i centri sociali anarchici torinesi. Non è in alcun modo pericoloso, abitualmente, essendo anzi una persona di grande lucidità e cultura, nonché attivo culturalmente e politicamente in prima persona su più fronti (tra i quali, chiaramente, quello dell'antipsichiatria). Orbene, pur lottando - nei momenti in cui sta bene - contro il sistema tradizionale di intervento offerto dallo stato per quelli nella sua condizione (psicofarmaci, ospedalizzazione per più mesi, rottura delle possibilità di relazione con l'esterno ecc.) e proponendo appunto ipotesi di soluzione e modelli alternativi presenti in altri contesti culturali oppure innovativi ma molto faticosi, dispendiosi, lunghi e impegnativi (per quanto meno invasivi), quando sente arrivare la crisi successiva sa che ha qualche giorno per farsi ricoverare e lo fa volontariamente - contro tutto ciò in cui crede - perché quella è l'unica soluzione attualmente a sua disposizione per non essere pericoloso per gli altri.

Al di là dell'indubbio rispetto che per me merita uno che agisce così, vi racconto il caso particolare di una sera in cui - nel ristorante settimanale di un centro occupato - ci ritrovammo in 7-8 persone reciprocamente sconosciute (ma che condividevamo grossomodo certi ideali etico-politici, così come l'amicizia con lui) a sederci per caso al medesimo tavolo circolare in cui c'era lui, che di norma è pure un guascone che tiene la scena. E mentre ci servivano da mangiare vedemmo che man mano lui si stava innervosendo, e stava diventando silenziosamente sempre più aggressivo verso un 'qualcuno' che quella sera aveva preso di mira come responsabile di un tot di suoi mali. La sensazione condivisa fu che stava montando un caso basato sul nulla - era come se gli fosse scattato qualcosa dentro.

E allora avvenne il 'miracolo': a turno (senza però passarci esplicitamente la palla) tutti noi che stavano a quel tavolo cominciammo, pur prendendolo seriamente, a smontare piano piano e con estrema delicatezza tutte le sue ipotesi su quell'altro tizio e sulla relazione tra questi e lui. Sembrava una danza lenta e silenziosa, piena di cura e impegno. Fu faticossisimo, durò all'inifinito, estenuò tutti i partecipanti. E dissolse, di fatto, una crisi psicotica grave - almeno per un bel po'.
Ora so che fare 'massa critica' con la parola è una strategia applicata anche in contesti di prima accoglienza per il recupero da tossicodipendenze. Però quella sera venne fatta da gente che non aveva competenze, né s'era messa d'accordo e che aveva veramente paura dei potenziali esiti negativi per tutti coloro che stavano lì (la comunità!). Venne fatta, e funzionò.
E per me fu per via di quel 'modello' che grossomodo condividevamo che richiedeva - come contraltare della libertà che ci veniva concessa dalla comunità - quella disponibilità alla responsabilità e all'impegno in prima persona e senza deleghe che magari può non funzionare, ma che, se funziona, permette in contemporanea la libertà individuale e la convivenza tra esseri umani senza alcuna coercizione. E lo fa dando la possibilità di vivere, e non meramente di sopravvivere.

Diceva Emma Goldman che l'anarchismo "really stands for the liberation of the human mind from the dominion of religion; the liberation of the human body from the dominion of property; the liberation from the shackles and restraint of government. Anarchism stands for a social order based on the free grouping of individuals for the purpose of producing real social wealth; an order that will guarantee to every human being free access to the earth and full enjoyment of the necessities of life, according to individual desires, tastes, and inclinations" (Anarchism and Other Essays), ma accanto a questo bisogna trovare modi per vivere insieme e proteggerci reciprocamente dalla paura, dalla solitudine e dal pericolo di farci (troppo) male l'un l'altro mentre esercitiamo il diritto di libertà e di espressione del nostro essere.

Beh, io credo che qualora fossimo veramente liberi di esprimere pienamente tutto il nostro essere - nella protezione di una collettività intorno che ci ama e ci sostiene - quella violenza, quella paura e quella solitudine che possono derivare dalla nostra completa espressione di noi stessi non esisterebbero neppure.
Nel frattempo, l'anarchia è l'unica risposta a noi disponibile al momento che va già seriamente in questa direzione.


*Di qui, per inciso, tutto il mio fastidio per i contratti in generale, dato che nel mio sistema di pensiero e valori non ho bisogno di pezzi di carta per 'obbligarmi' o 'essere obbligata' e tener fede agli impegni assunti, ché se me li assumo non trasgredisco!

La notte della felicità


Ho ritrovato per caso questo pezzo che scrissi esattamente due anni orsono. Non provo le medesime sensazioni d'allora, in questo momento, ma - in mezzo a tanta devastazione di tutti noi per mille ragioni - credo che ci meritiamo cose pure, immediate, dirette, e semplicemente 'belle'. E questa piccola nota senza pretese credo che un po' lo sia. Spero vi faccia bene al cuore. Buona notte.

Così capita che hai una notte davvero felice (ne hai tante, in realtà, ormai - ammettilo). Passata in compagnia di gente un po' guascona ma che ha competenza, professionalità e piacere in ciò che fa. Poi incontri care amiche passate di lì per caso, e altrettanto casualmente uomini che non hai mai smesso d'amare sul serio.
E ti permetti battute spontanee in libertà quali "stasera fa troppo caldo per sucarci le tue cazzate, scusa" indirizzate a persone comunque pure di cuore e di sguardo verso questa società e la vita, in compagnia di altri che ne ridono di gusto, perché malgrado lo squallore che ci circonda - e che ruba a un bravuomo una bici per cui tutti siamo costernati e che domani ci auguriamo ritroverà almeno da un ricettatore - le relazioni che intratteniamo tra noi sono dannatamente sane, intense e serene.
Torni a casa facendo a gare con una ragazza su una Mini Innocenti che ascolta un tango mentre tu sei ipnotizzata dagli Autonomads che scandiscono ska-punk nella tua autoradio e preghi solo di non incontrare la polizia perché come faresti a convincerli che hai bisogno della tua casa, del tuo bagno, di farti ancora da mangiare prima di dormire e di non avere proprio testa per giustificare i troppi rum?
E arrivi a casa - tutto tranquillo - vai in bagno, poi accendi il pc, metti l'acqua sul fuoco, saccheggi la pianta di basilico e nel mortaio ne pesti le foglie con noci, pinoli, olio, sale, parmigiano. Butti gli spaghetti, ti riempi un bicchiere di chardonnay: la pasta è pronta.
E allore bevi, mangi, scrivi e pensi solo, semplicemente, nel caldo d'una notte estiva torinese, che sei felice, al termine di una giornata altrimenti tragica - in cui non avresti mai voluto essere al mondo.
 

16/06/13

Once upon a time :-D

Foto: :) 


C'era una volta...
Un principe chiese a una bella principessa:
vuoi sposarmi?
la principessa disse
NO
e visse felice per il resto della vita e viaggiò nel mondo e conobbe persone interessanti
e imparò cose nuove
ed ebbe relazioni con ragazzi carini e nessuno pensò che fosse una puttana,
e sempre mise se stessa come priorità
e andò a concerti rock
e nessuno le disse mai
"và a farmi un sandwich"
e mantenne il suo appartamento e le sue scarpe e nessuno la tradì,
e tutta la sua famiglia e i suoi amici pensavano che fosse meravigliosa
e fece un sacco di soldi,
e l'asse del water fu sempre abbassato
(come si suppone che debba stare).

FINE.

E noi continuavamo a danzare (anche se c'era la guerra)




Continuavamo a cliccare 'mi piace' su stupidi status
Continuavamo a postare foto dei nostri bambini - quelli avuti senza pensare e senza curarci del loro domani
Condividevamo virtualmente video, musiche, poesie, cuoricini e sorrisi
Passavamo ogni sera al bar - sprecando il tempo delle nostre vite in chiacchiere insulse sul più e sul meno, approfittandone per lamentarci
Ridimensionavamo i nostri sogni, auspicando la sopravvivenza e cercando mortificanti alternative bucoliche alla violenza che subivamo quotidianamente
Pur di sopravvivere - in qualche modo.

E là fuori c'era la guerra, che arrivava con corrispondenze su media laterali
E ci sentivamo buoni a cliccare su 'condividi - ci sembrava l'unica cosa che ormai potessimo fare
Perché la violenza era troppa - troppo continua, troppo articolata
Ci circondava completamente - la polizia armata e i governi di stati ormai totalitari contro i cittadini inermi
Gli uomini contro le donne, gli autoctoni contro i migranti, i fanatici religiosi contro i laici
E bloccava ogni possibile via d'uscita.

E noi continuavamo a danzare - con le nostre menti, i nostri cuori, i nostri corpi esausti.
Muovevamo un passo dopo l'altro sempre più lentamente, senza più alcuna vitalità
Senza neanche più sapere perché continuassimo a farlo.
E poi cadevamo come mosche - uno dopo l'altro.
Ci avevano illuso che contassimo qualcosa - e noi vi avevamo creduto,
Vi avevamo creduto così in buona fede da diventare complici della nostra stessa distruzione.

Quell'insensibilità che deriva dalla delusione nei confronti della vita






Traducendo non letteralmente parte di questo testo, e rimontandolo, è venuto fuori come sempre l'ho sempre 'sentito' io. Nella sua tristezza mi sembra comunque bellissimo.


Insensibile (privo di percettività)

Mi sono stancato di essere ciò che desideri io sia
Sentendomi così sleale (verso me stesso), perso sotto la superficie
Non so cosa ti aspetti da me
mi tieni sotto pressione perché mi metta nei tuoi panni -
(siamo bloccati nella risacca).
Ogni passo che faccio è un ulteriore errore nei tuoi confronti.

Non vedi che mi stai soffocando
Tenendomi troppo stretto, spaventato dal perdere il controllo
Perchè quello che hai pensato io potessi essere
E' crollato esattamente di fronte a te -
(siamo bloccati nella risacca).
E ogni secondo che spreco è più di quanto mi possa permettere.

Sono diventato così insensibile
Non riesco più a sentirti
Diventato così stanco
Così tanto consapevole
di quel che che sto diventando
Tutto quello che desidero fare è essere più come me e meno come te.

E so che potrà anche darsi che pure io fallisca,
ma so che tu eri esattamente come me
con in più, dentro, l'essere deluso e amareggiato.

La nostra natura consiste nel movimento

Come Bruce Chatwin, diventa irrequieta dopo un mese nello stesso posto, insopportabile dopo due. Questo alla fine mi vale per qualsiasi posto.
E con tempi decisamente più ridotti in alcuni di questi.

C'è un quadrato dalle pareti bianche, che fluttua nel cielo terso.
Una donna dai capelli neri, a piedi nudi, indossa un vestito stracciato.
Sotto la gonna il suo piede insaguinato

attraversato da un lungo chiodo che la blocca a terra
e dal quale lei cerca di divincolarsi, facendo forza con tutto il corpo,
anche a rischio di lacerarsi il piede.




Il contrario di amare



15/06/13

Combattere per il potere è da perdenti - i vincenti non ne hanno bisogno: lo esercitano e basta

Mi sono sempre tenuta lontana dalle lotte e dalle smanie di potere. Quando le vedevo - sul lavoro - provavo sofferenza e vergogna per chi le praticava, per chi sgomitava, per chi cercava di vincere e 'prendere tutto': io piuttosto me ne stavo fuori e osservavo, o davo informazioni agli altri anche contro il mio interesse personale. Dove questo "non trattenere per me" non significava per forza che fossi generosa, caritatevole, ingenua - piuttosto ho sempre oscillato tra l'idea karmica del bene che ti viene restituito dopo un giro lungo e il bieco menefreghismo per cui so che alla fine il sistema è omeostatico indipendentemente dalle mie azioni - ergo Ei Ja Nai Ka! (ええじゃないか).

Lo stesso quando mi trovo in situazione d'amante, perché anche qui, di fatto, se uno mi prende in quel ruolo già lo vedo come un poveretto cui mi sto concedendo nella speranza d'una sua evoluzione mentale ed emotiva, e quindi l'ipotesi di competizione con un'altra donna - che guarda caso è sempre brutta dentro e fuori, mediocre, di cuore misero da far raccapriccio - per quel modesto trofeo mi fa parimenti cadere le braccia. La mia lotta, in questo caso come in qualsiasi altro, è piuttosto per far aprire gli occhi ai miei interlocutori, ed è il fallire in questo che mi fa molto male.

Oggi ripenso all'affermazione di un mio amato ex fidanzato (che probabilmente è la persona più acuta con cui ho avuto la fortuna di entrare in contatto nella vita) a commento di questo mio atteggiamento: "combattere per il potere è da perdenti - i vincenti non ne hanno bisogno: lo esercitano e basta".
Ovvero ciò che io sono, e continuo ad essere, è la dimostrazione che tanti altri (che pur ancora respirano) hanno già perso. E per quanto non ami il pensiero di lasciar indietro nessuno, non posso continuare a trainare un carro con gli occupanti che mi chiedono di farlo mentre lo tengono frenato.

Aversi accanto in assenza di gerarchie

A pensarsi e imporsi come 'pigmalioni' o leader in situazioni di dominio si guadagnerà pure un po' di tristanzuolo senso di comando|controllo|potere, ma è una vittoria di Pirro, considerato ciò che si perde: la possibilità di godere tutta la bellezza che deriva dalla condivisione di una situazione pura, assoluta, libera e dall'apertura all'intensità, all'energia e alla felicità esponenzialmente infinita - in cui la competizione è solo per il piacere profondo di stare nel gioco, e di migliorarsi reciprocamente e diventare persone sempre più ricche, forti, sane e luminose attraverso il gioco stesso.


IL PRIVILEGIO DI AVERLA ACCANTO
di Renzo Arbore

“Sono stato innamorato di una grande artista e di una grande donna. E sono stato fortunato, per aver conosciuto una persona eccezionale che mi ha fatto diventare prima uomo e poi artista, una fortuna, lo dico con il cuore a pezzi, che ora pago con il grande dolore che provo.

Per lei, che era un dono della vita, ho sentito un amore ininterrotto. Io che ho sempre desiderato diventare un artista, stavo con una artista vera, un privilegio unico averla accanto, vedere che le sue scelte erano sempre fatte per migliorarsi; non era artista per ambizione personale o smania di ricchezza, lei viveva l’arte come una missione e per questa ha affrontato grandissime rinunce improntate all’etica, alla bellezza, alla cultura.

Era figlia di un timidissimo vigile urbano che ho conosciuto e lei era riuscita con enorme fatica e rinunciando alle cose futili a coltivarsi. Amava i libri, fino all’ultimo li ha voluti con sé, ai complimenti vacui preferiva quelli del suo pubblico fatto di persone modeste e intellettuali schivi. Andava orgogliosissima, tra i tanti premi, dall’aver ricevuto due volte il Duse, stravolgendo così il regolamento che non consentiva doppioni.

Questi ultimi tre anni, sono stati terribili per lei e anche per me. Nonostante ciò, malata, sottoposta a cure faticosissime affrontate con enorme coraggio, viveva per tornare sulla scena e ha ancora portato al successo tre lavori straordinari: Casa di bambola, Il dolore, un meraviglioso monologo e Filumena Marturano per la televisione. Era una donna vera, con una nobiltà d’animo fortissima. I suoi sentimenti erano puri, s’interessava di piccoli artisti, saltimbanchi, gente semplice, era lontana dalla meschinità, dalle menzogne, dalla cattiveria, dal cattivo gusto.

Lei mi ha insegnato la sua cultura straordinaria e io le ho fatto amare la cultura del Sud. Come i grandi aveva un fortissimo senso dell’umorismo e della musica. Aveva lo swing, una grazia interiore; ballava come nessuna, si aggiornava in maniera che mi lasciava stupefatto, aveva una passione per la sceneggiata, come per Ronconi e Medea, era multiforme. Tutto senza mai un accenno al botteghino, non abbiamo mai parlato di soldi noi due. Oggi la ricorderà Emma Bonino: non si conoscevano bene ma Mariangela l’amava perché riconosceva in lei il suo stesso rigore. Sempre con un sorriso. Quello con cui ci ha lasciato.”


Autenticità (no, purtroppo non sono ancora una bodhisattva)



Non parlare con gli stupidi.
Ti portano al loro livello
e ti battono con l'esperienza.
[io, per quanto mi riguarda, sostituisco il termine 'stupidi' con
- di volta in volta - 'mediocri', 'anaffettivi', 'ipocriti' ecc.]


Già, vado periodicamente in crisi. Ci vado quando persone che stimo e che sembrano capire qualcosa si rivelano poi piccole e mediocri, dimostrano di non aver mai compreso nulla di ciò che dicessi loro e che pensavo di condividere con loro nelle azioni e nei momenti concreti che si passavano insieme, e infine tirano a distruggermi (pur di non mettere in discussione se stesse), facendo passare per 'estreme', 'deliranti', 'inattuabili', 'ingenue' e 'immature' quelle che invece per me sono qualità positive che cerco di vivere e attuare quotidianamente (autenticità, sincerità, onestà, coerenza tra il dire e il fare, determinazione, coraggio, rifiuto di facili ma false soluzioni) - per me imprescindibili se non ti isoli su una montagna a farti di peyote in solitudine per il resto della tua esistenza, ma ancora pontifichi a destra e a manca su potenziali modelli di società futura e convivenza tra gli esseri umani.

"Se per te l'autenticità è così importante, forse non dovremmo frequentarci..." - dicesti, e io non ti volli credere: come si può promuovere una rivoluzione collettiva se si sta dentro pacificanti quanto mortifere finzioni di cui si è ben consapevoli, se si rifiuta la propria stessa autenticità perché è troppo inquietante|destabilizzante|impegnativo affrontarla, se la verità della propria identità attuale è quella d'una mezza persona che si mente da sola e non d'una persona completa e integra, salda nel suo essere e di lì propositiva verso il mondo? Che valore hanno le parole e le proposte di una persona che discendono da tali premesse?

"Quando una persona così incontra una come te, non può non esserne attratta, ma poi arriva a tenerla lontana per forza se non ha la dignità e la volontà dell'autoriflessione, e più provi a cercare di smuoverla e farla guardare dentro di sé, più lei si risolve nel cercare di farti del male a tutti i costi pur di sopravvivere - perché sei lo specchio della sua inautenticità e quindi dell'assenza di valore di tutto ciò che fa, e ti fa pagare tutto il rancore che prova verso la vita e verso se stessa per come è diventata, così come il disprezzo di sé per quanto sta comoda dentro questo schema pur nella consapevolezza del suo essere una favoletta che s'è raccontata per sedare la paura di vivere" (cit. Giovanni, Marco, Fabrizio, Gianfranco).
"Ma amore, se la gente [...] non ha ancora maturato una volontà autonoma di migliorarsi" - o lo desidera ma non ha la determinazione o la volontà di realizzarlo (dico io) - "quello che fai tu è di metterla in crisi, e della crisi ti tocca sempre la parte peggiore" (cit. Simonetta).

"Let the immature thinking of others bounce off of you like rain. Do not drink the immaturity of others by responding to their ignorance with more ignorance. In hostile situations, protect yourself first through immediate forgiveness! Never empower the weaknesses of others with resentment and/or your immediate impulse to act as they did. Be the Light in all situations!" [Krs One, The Gospel of Hip Hop].

Accidentaccio, avrei dovuto leggerlo prima, almeno non sarei stata di rimando furia cieca per l'estremo disequilibrio che mi provoca ogni volta l'impotenza di fronte alla sorda mediocrità e insulsaggine delle scelte degli esseri umani.
Ma chissà: magari un giorno riuscirò davvero a diventare una bodhisattva! Io intanto ci comincio a lavorare di nuovo su :-)

04/06/13

Senza titolo.




C'è chi quando incontra bellezza, passione e vita ne rimane terribilmente affascinato, ma poi - come Mr Hyde - tira a distruggerle perché, impotente, non può crearle a sua volta.

Fortunatamente bellezza, passione e vita hanno una resistenza, una forza e un potere superiore al tentativo di controllo, alla violenza, alla mediocrità di qualsiasi Mr Hyde.

Qualsiasi lastrificazione di cemento sarà sempre spaccata da una nuova, tenace, incantevole piantina che vi germoglierà sotto.