30/12/10

Cominciare bene - vacanze e coccole

Miei Cari,

la vostra Minerva vi saluta per una decina di giorni di meritato riposo, in cui ha piena intenzione di dedicarsi a se stessa e prendersi cura di sé - cosa che è d’altronde intenzionata a rendere un buon proposito per tutto l’anno prossimo.
In particolare, la mia prima intenzione è riposarmi, fare passeggiate, respirare aria buona.

Vado in vacanza portando con me creme per il corpo di mandorla e di agrumi – che questi profumi sulla pelle mi fanno sempre pensare ad altre epoche, quando le persone non andavano di fretta e le conversazioni riguardavano il tempo, ché quelle troppo dirette erano quasi ‘sconvenienti’.

Vado in vacanza per mangiare pesce fresco accompagnato da qualche gradevole e leggero buon vino – che mi faccia pregustare l’estate e il caldo che anelo, e che non arriveranno per me mai troppo presto.

Infine nutrirò gli occhi e l’anima non solo di paesaggi aperti, ma anche di mostre e letture. Porto con me Il sapore del mondo di David Le Breton, Su Nietzsche di Georges Bataille, e Foglie multicolori, antologia di giovani scrittori/scrittrici giapponesi. E porto ovviamente penna e quaderno, sperando di riuscire a scrivere un paio di racconti da condividere con voi al mio ritorno.

Vi auguro un meraviglioso inizio d’anno, vissuto in ciò che il vostro cuore desidera.
E cominciate, senza alcun senso di colpa, con l’amare voi stessi: gli altri – ne sono sicura – vi seguiranno ;-)

[vi invito inoltre a leggere il post 2011: attenzione al tempo! di Giorgio, pubblicato quasi in contemporanea a questo mio, perché fa bene!]

28/12/10

Un oggetto per un passaggio simbolico

Nel 2010 non ho avuto alcuna agenda. Ne avevo adocchiata una che mi piaceva assai, ma quando tornai per acquistarla era ormai esaurita. Di marca sconosciuta, aveva segnati avvenimenti del passato di rilievo, illustrati con simpatici disegni. Tergiversai sull’acquisto di un qualche altro modello, nella speranza di ritrovare quella, per poi desistere verso marzo. Fino a quel momento avevo segnato gli appuntamenti su un miniquaderno nel quale scrivevo giorno per giorno le date e separavo i giorni con righe tirate a mano (una cosa che fa molto Oliver Twist, lo riconosco) e così continuai, che a quel punto sia lasciare il quaderno iniziato, sia comprare un’agenda sarebbe stato uno spreco.

Quest’anno quell’agendina non la fanno più - poco male, che oggi neanche io la comprerei più (forse). Avevo puntato un diario un po’ infantile di Betty Boop, rosso, nero e ricoperto di glitter. Buffa, anche da tirare fuori durante riunioni di lavoro (mi piace provocare un po’ con questi giochi innocui che gli interlocutori non si aspettano). Ma anche troppo modaiola, forse, per me, che sono abituata a cose più discrete.
Lì vicino, invece, silenziosa, c’era la mia nuova agenda: 15x11cm, il disegno della Torre Eiffel e francobolli francesi retrò in copertina. Perfetta per stare sul mio scrittoio - che in realtà è solo un piccolo piano d’appoggio per proteggere la lastra di vetro del tavolo (Oliver Twist di nuovo, ma alla fine io in questa dimensione di costruirsi da sé il proprio spazio e le cose di cui uno ha bisogno sto bene) - parimenti in stile coloniale. Me ne sono subito innamorata, e stavolta l’ho presa senza indugio.

Le pagine nuove, quelle che non vedo l’ora di riempire e sulle quali ho già segnato qualche appuntamento. E quelle che rimarranno completamente libere, e che allora userò per prendere appunti man mano che scorreranno le giornate e qualcosa/qualcuno colpirà la mia attenzione facendomi desiderare di non perderne la memoria. Vivere-riflettere-ricordare. Entro nel 2011 con un oggetto che mi permetterà di visualizzare come in una timeline la mia vita, e di riflettervi sopra con una delle modalità espressive che amo - la scrittura.
E voi? Con quale oggetto simbolico entrate nel 2011?

27/12/10

Strappare pagine & quindi scrivere su un quaderno nuovo

Ultima settimana di quest’anno, poi si entra in quello nuovo: momento inevitabile di riflessioni - spesso in forma di bilanci e buoni propositi. Ma Minerva non sta nella tristezza e nell’automortificazione dilagante, e fa tutto questo un po’ a modo suo... Ecco ciò che penso, e i miei buoni propositi e auguri a voi per l’anno nuovo!

Passato. Da tempo ho imparato a non fare bilanci, tanto quando li si fa sono sempre negativi, o al limite si va in pari, ma non si è mai soddisfatti. Il passato è passato: non si può cambiare, il tempo vissuto non ritorna, ma appunto non è presente e non è futuro - quindi possiamo anche metterci un bel coperchio sopra e chiuderlo lì.
Diceva Richard Bach: “Il mondo è il quaderno degli esercizi [...] Sei libero di scrivere assurdità, o menzogne, o di strappare le pagine”. Ciò che io sono ora è dovuto alle esperienze che ho fatto nel mio passato, ma questo non significa che sia contenta di averle fatte e di ricordarmele tutte. Qualcuna me la sarei risparmiata. Quindi io qualche pagina la strappo, un po’ di cose le butto. Il mio presente e il mio futuro saranno tanto più felici e liberi da condizionamenti quanto più il mio bagaglio è uno zainetto leggero e non una zavorra.

Presente. “Sogna come se dovessi vivere per sempre. Vivi come se dovessi morire oggi” (James Dean). Vivere intensamente il presente, ogni giorno come se fosse l’ultimo. Vivere addirittura ogni istante con questa consapevolezza, non perdendo tempo in cose inutili, fasulle, non gratificanti, ma anche senza farsi prendere dall’ansia: godere tutto intensamente – assaporare la vita – immergendovisi per provare calore, passione e dolcezza e per trovare continuamente nuove ispirazioni.
Come scrive Aruki Murakami: “Continuare a danzare, finché ci sarà musica. […] Il significato non importa, non c’entra. Se ti metti a pensare a queste cose, i tuoi piedi si bloccheranno. E una volta che si saranno bloccati […] tutti i tuoi collegamenti si interromperanno. Finiranno per sempre”.

Futuro. “Il futuro non è scritto” (Eddie King / Bruce Sterling / Joe Strummer). Semplice e chiaro. Siamo il risultato delle nostre esperienze passate e presenti che forgiano la nostra identità, quindi la direzione delle nostre scelte future è in parte vincolata dal fatto che siamo noi a operarle, ma – questo detto – siamo liberi di inventarci ogni giorno secondo il nostro umore e il nostro desiderio, senza lasciarci condizionare da chi ci vuole frustrati consumatori all’interno di società-moloch. Perché la felicità – termine cui ciascuno di noi dà un diverso significato – è il risultato di una ricerca personale, ma anche di una prospettiva con la quale guardare alla vita, ed è assolutamente gratuita ;-)

“E ora vorrei dire, che la gente può cambiare qualsiasi cosa vuole, e intendo qualsiasi cosa al mondo. La gente corre, segue i suoi piccoli binari, ed io sono uno di loro. Ma dobbiamo smettere tutti di seguire i nostri miseri binari. La gente può fare qualsiasi cosa […]” (Joe Strummer)

26/12/10

Panna cotta al melograno

Ed eccovi l'ultima ricetta dell'anno, per un dolce al cucchiaio di facile realizzazione, sanissimo, e goloso pur se non (troppo) calorico. Protagonista è il melograno che, oltre al colore ammaliante e scenografico dei suoi chicchi, e una storia affascinante e incantevole, pare avere molte qualità per la nostra salute - tanto da venire talvolta percepito quasi come un toccasana per numerose patologie.

Panna cotta al melograno

Per la panna cotta

250 ml panna fresca
50 ml latte fresco
50 gr zucchero
2 fogli di gelatina (4 gr)

Per la gelatina di melograno
120 ml di succo di melograno
50 gr zucchero
1 foglio di gelatina (2 gr)

+ 4 cucchiai di chicchi di melograno per la decorazione


Questa ricetta è da farsi in due tempi (ma è cosa breve e molto semplice, non temete!). Vi spiego passo a passo.

1° tempo. Mettete un foglio di gelatina in acqua fredda. Sgranate pazientemente, quindi centrifugate (o frullate e poi filtrate) i chicchi di almeno 2 frutti di melograno. Mettete tale succo in un pentolino insieme a 50 grammi di zucchero e portatelo a bollore. Toglietelo dal fuoco, aggiungete subito il foglio di gelatina strizzato, e mescolate affinché si sciolga bene. Lasciate raffreddare quanto basta per non spaccarli per il calore, quindi distribuite equamente la gelatina in 6 bicchieri. Lasciate raffreddare a temperatura ambiente, poi riponeteli in freezer per 20 minuti (o in frigo per un'oretta).

2° tempo. Mettete ora l'altro foglio di gelatina in acqua fredda. Portate a ebollizione la panna con il latte e lo zucchero. Togliete dal fuoco, quindi aggiungete il foglio di gelatina strizzato, e mescolate finché non è ben sciolto. Lasciate raffreddare come sopra, quindi distribuite equamente nei bicchieri sopra lo strato di gelatina che ormai si sarà solidificato. Lasciate raffreddare a temperatura ambiente, quindi in freezer per 20 minuti (o in frigo per almeno un'oretta - verificatene la consistenza voi stessi). Prima di servire, decorate la sommità con chicchi di melograno.

Sì, lo ammetto, decantare le salutari qualità del melograno e associarvi una panna cotta è un po' trassare per avere la scusa di godersi un ennesimo dolce invernale. Ma a me quel rosso sulle labbra piace così tanto! ;-)

23/12/10

Per la mia famiglia, per i miei amici

"For my family, for my friends": con queste parole inizia un pezzo celebre degli Agnostic Front, storico gruppo hardcore punk newyorkese, col quale essi ringraziano coloro che hanno condiviso la nascita di quel movimento ancora così significativo - a livello etico, politico, culturale - per chi ne ha fatto parte.

In questi giorni devo ammettere che - pur essendo persona romantica e incline all'ascolto - un po' tutta questa ipocrisia che gira intorno al Natale, che non è più la favoletta del 'siamo tutti più buoni', ma ancora si concretizza in regali immotivati, incontri talvolta sgradevoli con persone che altrimenti eviteremmo, e infine pranzi/cene consumati senza piacere ma proprio solo perché è qualcosa che 'si deve fare', quest'anno mi sta disturbando.

Sarà che, oltre all'interazione reale con amici e conoscenti di persona, c'è tutta un'eco dalla dimensione delle relazioni virtuali sull'argomento (via blog, via facebook). Sarà che mi sento a disagio, da non credente e donna single, con quella che per me è un'invenzione della tradizione causata dalla Coca-Cola, quando noi sino a 50 anni orsono qui si facevano regali piuttosto per la Befana.
In ogni caso non mi sovveniva nulla di particolarmente interessante o piacevole su cui soffermarmi nel caos che mi gira intorno, sin quando non ho pensato all'espressione 'passare le feste in famiglia' e sorridendo ho ripercorso immagine e caratteristiche di chi fa parte della mia.

La famiglia cui appartengo è una famiglia 'estesa'. Figlia unica di padre vedovo, una madre acquisita con tanto di figlio di questa (e così ho pure un 'fratello') abbiamo fatto da due mezze famiglie una famiglia intera (perfetta, in cui tutti si va d'amore, d'accordo e di profonda complicità). Questo pochi anni orsono, che il percorso per arrivarci è stato ben tortuoso, e la meta raggiunta quando non ci pensavamo neanche più. 

Ma la mia famiglia - l'ho sempre pensato - sono anche i miei amici, quelli che incontro nel corso della vita, e che scelgo di avere come fratelli, sorelle, padri, madri, zii. Per questo non mi sento mai sola, né abbandonata, né priva di qualcuno su cui contare; per questo accetto che ci si incontri e si faccia insieme un pezzo di vita per poi perdersi nuovamente, ognuno portato dal vento verso un destino lontano dal mio; e per questo, infine, patisco tanto quelli che sento come 'tradimenti', e cerco fino all'ultimo, talvolta disperatamente, di trovare soluzioni e sciogliere le incomprensioni finché proprio non c'è più nulla da dire o fare.

E poi ci sono persone ancora più distanti, che incontri per un attimo e ti sorridono o ti fanno pensare, con cui scambi qualche parola; ci sono quelli che incontri virtualmente e che ti sembrano 'vicini nel cuore', per ciò che scrivono; ci sono quelli con i quali senti (e ne parlavo in un altro post) 'aria di famiglia', perché, pur non essendovi mai incontrati, avete fatto esperienze simili, attraversato le stesse letture, le stesse musiche, le stesse immagini, nel medesimo periodo storico (ed è oltremodo curioso, perché con i miei coetanei o quelli che in qualche modo sento miei 'simili', quando mi capita di entrare nelle loro case a me sconosciute, per prima cosa passo in rassegna i titoli dei libri presenti nei loro scaffali, o la loro collezione di Lp/CD e - se ho accesso alla cucina - guardo quali alimenti e prodotti comprano per cercare se anche in quello abbiamo gusti simili).

Io cerco famiglia ovunque, e chiunque sia sulla mia stessa lunghezza d'onda, anche solo per un istante delle nostre vite, per me è 'famiglia'. E, nella mia ingenua presunzione, o arroganza, difendo i miei cari, perciò quanto vi desidero dire è: abbiate cura di voi, cercate ciò che vi fa bene e perseguitelo - con un po' di cura e attenzione verso gli altri che vi camminano a fianco. Da sola so stare, ma avervi intorno - sapere anche solo che ci siete, da qualche parte - mi rende infinitamente più forte e felice.
For my family, for my friends: eccovi i miei tamarrissimi 'fratelli' americani, per quanto coloro che amo di più siano questi, e una persona che vive ancora nel mio cuore è quest'altra ancora. Che disse, come Enrico e Giorgio hanno ricordato ieri nell'anniversario della scomparsa, "senza gli altri non siamo niente".

22/12/10

Only love - una buona notte

Only love - forse un po' sdolcinato, ma il disegno è aggraziato, la musica piacevole, e mi sembra indicato per augurare a tutti noi la buona notte. Sogni d'oro! :-)

21/12/10

Il giorno senza la notte e la notte senza il giorno

Oggi sarà il giorno più buio da quattrocento anni. Accade per una coincidenza astrale che si verifica una o due volte al millennio: un'eclisse di Luna in coincidenza con il solstizio d'inverno. L'intero articolo scientifico lo trovate qui -> La Luna scompare dal cielo, è il giorno più buio da 400 anni

Ma i romantici come me avranno subito pensato a Ladyhawke, e al momento in cui i due innamorati - nel giorno senza la notte e nella notte senza il giorno - possono finalmente ricongiungersi nella loro veste umana, e da quel momento amarsi per il resto della vita. Buona visione, e buona giornata!

18/12/10

69, page érotique

Ricevo da Silvia, e volentieri segnalo, che da questa settimana apre su L’Internazionale la nuova, ammiccante  e furbetta rubrica di Guido Vitiello “69, page érotique”, in cui verranno recensite (non solo) nuove pubblicazioni. 
Qual è la novità? Che tale operazione verrà eseguita seguendo il criterio di Marshall McLuhan, il quale sosteneva che per capire se un libro merita o no di esser letto basta ispezionarne una sola pagina, la n.69: se quella non provoca un rimescolamento dei sensi, piacere, tensione ‘erotica’, è probabile che anche il resto del libro non meriti la lettura.

Mi piace questo gioco! Ho tanta voglia di riprendere in mano i libri che più ho amato e verificare se questa prospettiva abbia veramente un senso ;-)

16/12/10

Il mare nella metropolitana

L'amministrazione di Amsterdam in collaborazione con la fondazione per l'arte ha selezionato 40 artisti per decorare dei vecchi treni della metro: il risultato è un mondo sottomarino che sostituisce il classico grigio e i muri di plastica. Buona visione!

15/12/10

Baci che provocano sussulti...

Mi ricordo ancora – come molti di noi credo – il mio primo bacio. Mi era stato ‘rubato’ da un ragazzo bulletto del quale mi ero presa la prima cotta, e mi aveva provocato un misto di profondo imbarazzo, felicità immensa e inimmaginabile confusione.
Nel corso della vita non ho più contato i baci che ho dato e quelli che ho ricevuto, ma l’impressione è che ce ne siano stati molti, purtroppo, caratterizzati dalla percezione che ne aveva Dustin Hoffman in Rain Man: qualcosa privo di qualsiasi connotazione emotiva, sessuale, affettiva. Lui diceva ‘umido’. Per me è più la sensazione della pressione delle labbra altrui sulle mie senza alcun ‘sussulto’.
Eppure, quando sono innamorata, riesco ancora a provare quel brivido, che mi attraversa come un lampo la mente e il cuore, anche solo per lo sfioramento delle labbra altrui sulle mie, e da quello posso intuire come sarà fare l’amore con quella persona.
Ciò che è più spiazzante (e quindi un po’ ansiogeno), però, è l’incontrollabilità di tale evento, che in nessun caso è una questione di ‘tecniche’ quanto di felice incontro di due persone, in un istante, sotto il segno della reciproca attrazione – un piccolo miracolo, una magia...

13/12/10

Stanotte stelle cadenti!

Raccolta dalla rete non appena l'ha pubblicata, vi giro l'informazione (il testo completo che riporta la notizia nel blog intherainbow a cura dell'omonima fanciulla) che mi urge invece declinare secondo le intenzionalità di questo mio blog.

Cito testualmente: <<La tradizione popolare trae in inganno perché "non è il 13 dicembre, ricorrenza di Santa Lucia, il 'giorno più corto che ci sia' nell'anno". Una tradizione che si scontra con la scienza perché il minor numero di ore di luce si ha infatti "al solstizio d'inverno" che quest'anno cade "il 21 dicembre alle ore 23:38". Eppure, in questo giorno, nel cielo avviene un fenomeno straordinario e decisamente meno conosciuto. "Cadranno le stelle come nella notte di San Lorenzo il 10 agosto. Cadranno, in particolare, 100 meteore in un'ora quest'anno. Un evento astronomico che avviene il 13 dicembre".>>

Questa l'informazione che ovviamente io leggo nei termini: stanotte ci saranno 100 stelle cadenti per ciascuna delle quali potrò esprimere in cuor mio un desiderio.
Che vediate anche voi tutte le stelle che scenderanno stanotte, e che vi portino tutto ciò che desiderate :-)

L'ottimismo è la chiave


L'ottimismo è la chiave.
Se ti aspetti il peggio, il peggio accadrà.
Tu sei il tuo stesso stress, la tua stessa rabbia,
la tua stessa tristezza e frustrazione.
Se permetti che le cose ti disturbino, lo faranno
perciò non permetterglielo. Sii solo felice! :-)
Nulla nella vita è facile, perciò tirane fuori il meglio (fanne l'uso migliore).
Non soffermarti sul negativo.
L'ottimismo è la chiave.

12/12/10

Bandile Gumbi, poetessa sudafricana

Attivista culturale, poetessa e scrittrice formatasi in Kwa-Zul Natal, Sud Africa, Bandile Gumbi ha auto-pubblicato nel 2004 l'antologia Pangs of initiation, volume considerato un testo “cult” tra gli amanti della poesia underground sudafricana.

Gumbi ha inoltre lavorato con diversi collettivi di artisti, quali il 3rd Eye Vision di Durban, l'EVE Network di Johannesburg e il Badilisha Poetry Project di Cape Town. Attualmente fa parte del Dead Revolutionaries Club. Il suo sito è http://www.wordinitiate.co.za, il suo blog http://wordinitiate.blogspot.com.
Ho trovato in rete e riporto qui una sua poesia che mi è piaciuta molto. Si intitola Freedom (Libertà). La traduzione è a cura di raphael d’abdon (minuscolo, seguendo bell hooks), italiano di origine nigeriana che cura un blog sulla poesia africana nel sito Absolute Poetry.

Freedom

I had an in-depth investigation
On the workings
Of an African mind
Let loose

As this wordsmith
Licks the mic

Unleashing molten fire
Lava to pent-up energy
Uncoiled
To bite
The hand that feeds white guilt

The heat
Ignited my woman's desire
To binge on these butterflies
I nearly vomited
In the grip of an emotion

As this wordsmith
Licks the mic again and again
I pause
To chew the ever so familiar
Taste
In the vibration stringing
The fine hair
Down my belly
On a descent to the core of
Human creation
Procreating
A zeal to satisfy
Hunger pangs, breaking the hunger strike
Of a woman in protest

As this wordsmith
Keeps on licking the mic
Licking the mic
Again and again

I strip at the altar of your incarnated third self
My redemption
Is suspended
In the static synergy
That disturbs the foundations
Of my confirmed faith

As I dance to the temptations
I realized
Insanity and freedom
Is the same side of a butcher's knife
Whether facing up or down


Libertà

Ho fatto ricerche approfondite
Sul funzionamento
Di una mente africana
liberata

Mentre questa poetessa
Lecca il microfono

rilasciando fuoco fondente
Lava in energia ingabbiata
Che si snoda
Per mordere
La mano che sfama la colpevolezza bianca

Il calore
Infiammò il mio desiderio di donna
Di lasciarmi andare su queste farfalle
Ho quasi vomitato
Nella morsa di un'emozione

Mentre questa poetessa
Continua a leccare il microfono senza sosta
Io mi fermo
Per masticare il sapore
Mai così familiare

Nella vibrazione che allaccia
capelli fini
Giu' fino al mio ventre
Scendendo fino al cuore profondo dell'
Umana creazione
Procreando
Un fervore per soddisfare
I morsi della fame, rompendo lo sciopero della fame
Di una donna che protesta

Mentre questa poetessa
Continua a leccare il microfono
A leccare il microfono senza sosta
Io mi spoglio davanti all'altare della vostra terza incarnazione
La mia redenzione
è sospesa
Nella sinergia statica
Che molesta le fondamenta
Della mia fede cresimata

Mentre tentazioni mi fanno danzare
Mi rendo conto
Che pazzia e liberta'
Sono lo stesso lato del coltello di un macellaio
sia esso rivolto verso l'alto o verso il basso 

11/12/10

Umidità [racconto]

Ogni lavaggio a macchina ha la sua ‘maglia dell’ippopotamo’, quella che pur lavata insieme a tutto il resto conserva l’odore acre del bagnato sporco. Maledizione! Ho sempre odiato l’umidità. 
Un altro bucato, altri vestiti, di nuovo la stessa maglia. Guardo l’oblò della lavatrice, ritornano immagini di libri di lettura delle elementari, disegni di gatti rinchiusi nel lavaggio, poi centrifugati.


L’umidità… Sentirla nelle narici è ripensare ad appartamenti dimenticati, il freddo fuori, le infiammazioni, la febbre, gli affitti bassi, i cessi in comune al fondo del corridoio, i vestiti lerci e sudati.
Michi aveva un alloggio al quale si accedeva dal ballatoio. Era una soffitta senza ragni. L’odore trasudava dalla moquette, dai divani, dalle coperte. Sulla tavola e sulle mensole si ammucchiavano le bottiglie vuote. Nei posacenere residui di canne, cartine, biglietti di autobus e sigarette rollate. Ed era un continuo “Metti su Bob”. Qualche futuro fallito allora se la tirava credendo d’essere Bukowski. In quel periodo ho iniziato a odiare sia il reggae che l’umidità.
Mi veniva la nausea quasi sempre in compagnia altrui. Allora uscivo sul ballatoio con la sedia e la tazza di caffè lungo in mano, mi sedevo, appoggiavo i piedi sulla ringhiera e guardavo il cortile e i miseri alloggi. In casa intanto iniziavano ad alterarsi e mi urlavano di rientrare: per causa mia che stavo fuori – a sentire loro – correvano il rischio di essere beccati sversi dai vicini. Qualche ora più tardi loro pisciavano dal balcone sul cortile sottostante e io tornavo a casa mia incazzata come una iena.

L’acqua del risciacquo è sempre troppo calda. Riempie di vapore il bagno e dal tubo forato cola in piccole gocce sul pavimento. Programmo un secondo risciacquo, mi siedo sulle mattonelle e ritorno a guardare l’oblò.

L’età secolare dell’alloggio in montagna era motivo d’orgoglio per il suo inquilino: “Vedi? Lì dove c’è il letto era la torre campanaria della vecchia chiesa, ora è stata restaurata e fa parte di questa casa privata”. I miei vestiti puliti iniziavano a puzzare non appena li toglievo dallo zaino. Aprivo le ante dell’armadio e saliva un odore misto di umidità e di Opium, il segno della tizia passata di lì prima di me. C’era una sola stufa, in cucina. Non so quante volte vi ho svuotato dentro botticini di essenza di lavanda.
Per avere una temperatura da sopravvivenza bisognava aspettare un sacco di tempo, i muri erano spessi mezzo metro. Ridevamo immaginandoci pinguini uscire di casa per il troppo calore al nostro arrivo. Le mosche che credevano d’essere già morte si risvegliavano e iniziavano a ronzare. Quando bevevamo il liquore alla pesca cercavano di posarsi sulle nostre labbra per tutta la notte.

Inizio ad avere freddo. E’ una brutta giornata e dovrò stendere in bagno. Sistemo T-shirt e jeans sull’asta sospesa. Mi fermo a guardarli.

Durante l’inter-rail li avrò lavati un paio di volte in un mese rimettendoli poi semi-bagnati nello zaino. Altri vestiti puliti erano rimasti impregnati anch’essi dell’odore dei primi. Alla fine avevano tutti preso un colore grigio-verde-militare-slavato, anche quelli blu o neri in partenza.
Nei lunghi spostamenti notturni con compagni casuali di viaggio si parlava, si godeva di tutto questo e del sudore che ci accompagnava costantemente. Vedevamo l’odore acre nello zaino come testimonianza della strada percorsa, della gente conosciuta, delle camminate sotto il sole alla scoperta di città e paesi stranieri nei quali si posava piede con la stessa emozione provata dal primo uomo a passeggiare sulla luna.

Ripensandoci, forse odio solo più l’Opium e il reggae. L’odore di umidità nelle narici, invece, quasi lo cerco, ora…

10/12/10

Torta di mele, noci e uvetta

Una torta semplice, che ha proprio il gusto delle cose fatte in casa di una volta.

Torta di mele, noci e uvetta

200gr farina
60gr zucchero
2 mele
50gr gherigli di noci
40gr uvetta
2 uova
70gr burro
1dl latte
1 bustina di lievito vanigliato
1/2 cucchiaino di cannella in polvere
1 bustina zucchero vanigliato

In una terrina mescolare la farina, il lievito, lo zucchero e la cannella in polvere. Aggiungere poi il burro scolto a bagnomaria, le uova sbattute, il latte e mescolare il tutto.
Mettere in ammollo l'uvetta in mezzo bicchiere d'acqua tiepida. Sbucciare le mele, tagliarle a fette sottili quindi a tocchetti; strizzare l'uvetta; spezzettare le noci; aggiungere il tutto al'impasto e mescolarlo bene, quindi metterlo in una tortiera precedentemente rivestita con la carta forno. Cuocere a 170° per un'ora.
A cottura ultimata, sfornare e cospargere di zucchero a velo.

09/12/10

Zone erogene femminili, comunicazione e dipendenza

La parola-chiave di oggi è: capezzoli! Trattiamo l'argomento in maniera semiseria, ma arriveremo lo stesso - spero - a un paio di riflessioni utili, pur se leggere ;-)
Elemento del corpo femminile che tanto intriga gli uomini indipendentemente dalle dimensioni del seno, i capezzoli richiamano il turgore eccitante del clitoride e provocano piacere a una donna prima e durante l'amplesso nel momento in cui ci vengono sfiorati dalle dita, leccati, succhiati ecc. Tra le vari informazioni 'scientifiche' che ho trovato online, l'affermazione che "il contatto frequente con capezzoli e seno durante l'allattamento rende i bambini felici e appagati" è stata quella che mi ha fatto più sorridere (e assumere una benevolenza materna nei confronti del suo autore):  sicuramente scritta da un uomo. Per noi donne non  sarebbe stato infatti necessario scomodare la ricerca per giungere alla medesima conclusione: a noi basta guardare le espressioni del vostro viso, signori miei!, di assoluto e totale benessere quando ce li succhiate durante un rapporto...




Ma il legame madre-figlio che si instaura con l'allattamento è anche un rapporto di comunicazione, così che il capezzolo diventa quasi 'mediatore' nel rapporto tra i due. Maddalena - usando questo riferimento - ci porta a riflettere sulla, paradossalmente faticosa, realizzazione odierna della relazione e dell'incontro tra individui  attraverso l'abitudine all'uso del cellulare.




Tutto questo per dire cosa? Tenete spento il cellulare al cinema, prendendovi quel tempo per voi stessi e per godervi il film senza distrazioni; date appuntamenti sicuri alle persone, che sentano che ci tenete davvero alla loro compagnia e presenza; e infine succhiate delicatamente e con dolcezza i capezzoli delle vostre partner, che oltre ad essere delicati, da quel gesto capiamo tutta l'attenzione, la cura e il desiderio che avete per noi ;-)

05/12/10

Comunicazione, complicità e segreti

Ogni rapporto d’amore è anche un rapporto di comunicazione – e un dialogo, che passa attraverso parole così come gesti, sguardi, silenzi e momenti condivisi. Quando questo finisce, al di là dell’eventuale sofferenza per la perdita della persona amata in sé, ci viene a mancare un interlocutore per tutte le cose belle che abbiamo vissuto e che viviamo quotidianamente. Ma se la ragione della chiusura della relazione è stata un inganno che ha minato proprio tutto il rapporto rivelandolo di colpo come una finzione, difficile è non lasciarsi andare al ben più doloroso pensiero del ‘tradimento’ della fiducia accordata all’altro/a in quella comunicazione e al disprezzo della propria ingenuità per la quale eravamo stati così felici e avevamo danzato con il cuore lieve.

Cosa fare, di quei ricordi e di quelle ‘cose’ (immagini, oggetti, testi) condivise che sono testimonianza dolorosa non solo di qualcosa che non c’è più, ma di qualcosa inficiato dalla stessa dimensione della finzione?
Tenerli dentro di sé, o nasconderli in scatole per mantenere il rispetto verso un interlocutore che segretamente, sebbene per calcolo meschino, li aveva in qualche modo condivisi con noi?
Fingere che nulla sia accaduto, sperando semplicemente che il ricordo dell’inganno un giorno smetta di torturarci?

Io ci ho pensato a lungo, e ho deciso che sinceramente non mi interessa come chi mi ha ‘usata’ percepisca i miei atti oggi. Chi mi ha ingannata non merita la dimensione della complicità segreta e del silenzio, se ciò non torna utile a me. E questo a me, ora, semplicemente non torna ‘utile’.

Ciò che mi torna utile ora è non dimenticare quanto sono stata felice, e quanto si possa essere felici – anche se le premesse, le condizioni, e gli interlocutori talvolta sono palesemente sbagliati.
Ciò che mi torna utile ora è ricordare questo a chi mi circonda e che si muove parimenti nella direzione della ricerca della propria felicità e bellezza, e della ricerca di propri simili che abbiano analoghe aspirazioni con i quali condividere i momenti in cui le raggiunge.
E infine, ciò che mi torna utile ora è non perdere mai questa ingenuità per cui un domani mi lascerò andare di nuovo a parole, gesti, sguardi, silenzi e momenti condivisi credendoci con la medesima sincerità con cui l’ho sempre fatto.

Un giorno scriverò parole o forse mi scatterò di nuovo foto un po’ maliziose per qualcuno lontano, ma voglio credere che il rispetto e la sincerità tra me e quest’altra persona saranno così veri che non ne parlerò con nessuno, non ne scriverò, non ne pubblicherò nulla. Perché serbarne il ricordo in segreto (dopo, se/quando la relazione dovesse finire) sarà l’ultimo atto dovuto e coerente – ancorché malinconico o segnato dal rimpianto – di un rapporto che è valso comunque la pena d’essere vissuto, e non avrà invece comportato il cercare disperatamente strategie per rielaborare in positivo momenti di inganno, in cui avevo erroneamente percepito felicità e bellezza.
Felicità, bellezza e verità che cerco e voglio nella vita, e che non mi arrenderò mai a pensare che non si possano avere.