31/10/10

Dolcetti autunnali

Con il freddo mi viene desiderio di castagne.  Al di là dei sempre squisiti marrons glacés - invero di complessa preparazione - eccovi una ricetta semplice che potete fare in casa. Se poi gusterete i dolcetti accompagnati da un buon rum speziato e insieme a un/a amante che come voi apprezzi le cose buone della vita...


Dolcetti autunnali

500g di castagne fresche
50g di burro
cacao amaro in polvere
due cucchiai di zucchero a velo
scorza d'una arancia grattugiata
un pizzico di cannella in polvere
un bicchierino di rum

Mettete le castagne pelate della prima buccia in acqua fredda in una pentola, e portatele a bollore. Lessatele finchè sono tenere, pelatele della pellicina interna e passatele allo schiacciapatate o al passaverdure.
Aggiungete lo zucchero, il burro a pezzetti, il rum, la scorza d'arancia, il pizzico di cannella in polvere e un paio di cucchiai di cacao amaro. Mescolate bene e mettete il tutto a raffreddare in frigo una mezz'ora.
Versate quindi su un foglio di carta forno un po' di cacao amaro, prendete piccole quantità del composto che avrà ormai preso leggermente consistenza, fate con le mani delle palline delle dimensioni di una noce e passatele nel cacao.
Mettetele nei pirottini di carta e consumatele in breve tempo.

Ringrazio per la consulenza la Giù delle Ricette della fuffa e vi invito a rispondere al sondaggino a lato: quali sapori vi danno piacere e 'risvegliano' i vostri sensi?

30/10/10

26/10/10

Scoperte

Non ho provato nulla per molto tempo, nella quiete di una relazione tranquilla il sesso era stato un piacere per un po’ di tempo, poi un’abitudine, infine uno sforzo. 
Ho dimenticato il mio corpo per anni, ho lasciato che invecchiasse, ingrassasse, perdesse sensibilità – io che amavo così tanto fare l’amore da sentirmi io persa dentro il corpo di un’altra persona, quando in realtà era questa dentro di me.
Sport e riduzione drastica dell’alimentazione mi hanno portato al corpo che ho ora – qualcosa che non sarà più giovane, ma che sento ancora abbastanza bello, o almeno ‘accettabile’. Il mio viso e le mie mani invecchiano più velocemente ed è qualcosa che mi fa paura. Ma il resto regge bene.

Il ‘resto’ si è risvegliato quando – un paio d’anni fa – un amico mi prese delicatamente il collo tra le sue mani e mi tirò a sé per darmi un bacio sulla guancia. Era una cosa priva di qualsiasi connotazione sessuale, eppure ebbi un sussulto.
L’anno dopo, un altro amico incontrato in treno mi strinse in un abbraccio all’altezza della vita lasciandomi la sensazione delle sue dita nella carne per ore.
Imparare a darmi piacere da sola è stata da allora una scoperta, la risposta a una necessità che ho cominciato a sentire urgente dopo questi piccoli ‘eventi’.

Conoscere ogni giorno il mio corpo meglio, imparando come provocarmi un orgasmo, in quanto tempo, in quali modi, rendendo una mano capace e lasciando che l’altra non sapesse come farlo (in modo tale da immaginare che fosse quella di un amante che non ti conosce ancora), sentendo in che momento stessi venendo e da dove cominciasse e riuscendo a volte a controllare tutto per farlo durare – forse doveva accadere prima tutto questo. Ma non ha importanza: sapere che ora so far godere il mio corpo e la mia anima è un’ottima difesa psicologica dalla ricerca di qualcuno solo perché dia sfogo e pace al mio desiderio.

Giocare con un corpo che a tratti sente il desiderio d’essere ‘vissuto’ è riappropriarsi della libertà e della sensazione che sia possibile, in qualche modo, essere ‘felici’: che la ‘felicità’ posse esistere ancora – al di là dell’età che ti frega i sogni e le speranze, della paura che fa rinunciare a parti di te per quieto vivere, dell’abitudine alla sofferenza che ti fa pensare che quello sia il tuo destino.
E il mio sogno in stato di veglia, ora, è quello di riuscire a tenere in equilibrio contraddizioni, ambiguità e desideri e a viverli in serenità, felicità e dolcezza con chi scelgo di volta in volta di amare – senza pericoli, senza vergogne, senza paure.

18/10/10

La gattaviva [racconto]

Fasciate dentro stivali alti, le gambe mi reggono a stento. Dicono che il modo in cui una donna cammina – se lo si sa interpretare – può svelare se abbia appena fatto l’amore. A me basterebbe guardarmi in faccia, con questo aspetto languido. Però sì: se uno fosse in grado di decifrare l’andatura, sarei sicuramente un libro aperto, e forse si potrebbe anche determinare con quanta intensità abbia vissuto il rapporto.
Sto tornando a casa dopo aver passato la notte da un uomo con cui ho fatto l’amore, e poi aver aspettato che si facesse mattina presto dormicchiando tra le sue braccia. Quando mi capitano queste notti, so che il giorno successivo sarà sempre foriero di sensazioni e pensieri intensi.

Mi piacciono gli uomini con la muscolatura di braccia e gambe allungate – free climber, sciatori, quelli che praticano arti marziali – le cui vene delle braccia risaltano sulla superficie della pelle quando stringono il pugno. E tu hai quel corpo.
Ti so riconoscere anche di spalle – quando chinato sul tavolo da biliardo segni il tuo colpo preciso, e io vedo solo le tue gambe e il tuo sedere in comodi pantaloni che, nonostante la morbidezza, mi fanno ancora percepire le tue forme. E rido da sola, nel momento in cui verifico che la mia ipotesi che si tratti di te – priva di qualsiasi fondamento se non la memoria delle mie mani che mesi orsono stringevano le tue natiche durante l’amplesso – è corretta.

Talvolta ti cerco, tra i clienti del club in cui ci siamo conosciuti. Cerco i tuoi occhi verdi da gatto selvatico, quelli che una tua ex – mi dicesti – aveva invece definito ‘da serpente’. Lo diceva sprezzante, ma per me tu non sei questo. In ogni caso, essere fissata da un serpente con occhi verdi che mi sta sopra e mi entra dentro con forza a me non dispiace affatto. E cerco il tuo modo di ridere spontaneo e un po’ timido – tu che dici di non prendere nulla sul serio, neanche te stesso, mentre sei una delle persone più serie che abbia mai conosciuto. 
Alla fine, se ti incontro, so che un po’ di tenerezza, tensione e complicità ce la giocheremo ancora insieme – sebbene sia chiaro a entrambi che sarà comunque qualcosa di estemporaneo. Ma in questo periodo ciò mi basta.

Nell’aria fredda del mattino, le mie gambe sono riparate solo dai pantaloncini corti. Non ho mai voglia di rivestirmi seriamente quando sguscio nuda fuori da un letto caldo e mi allontano dalla mano che fino a quel momento titillava le mie labbra e il mio clitoride per svegliarmi nel piacere. E lo ammetto: mi piace l’aria che si insinua tra le cosce provocandomi automaticamente una piccola contrazione – quel tanto che basta per eccitarmi di nuovo un po’.

“Avrei voluto chiamarti, ogni tanto chiamo le persone giusto così, per sapere cosa fanno” – so che lo faresti proprio per una qualche vaga curiosità, mi hai insegnato che sono poche le cose nelle quali credi fino in fondo e il preoccuparti troppo degli altri non è una di queste.
“Poi non l’ho fatto, tanto mi sono detto che magari ti avrei trovata qui”.
Lo vedo che mi stai studiando. Che mi osservi occhi, viso, capelli. Sì, sono cambiata parecchio dall’ultima volta, mesi fa.
Con te ho imparato alcune cose importanti: prima di tutto a essere spontanea – anche se questo dovesse risultare duro e offensivo per gli altri in alcuni momenti – e poi a seguire e proteggere prima di tutti me stessa, e ciò che desidero in un certo momento. Non riesco molto a fare tutto questo normalmente – il senso di colpa è una brutta bestia – ma con te so che posso comportarmi così e che non ci sarà alcuna recriminazione da parte tua, e questo mi fa stare così bene!

Mi dici del lavoro che ormai un po’ ti annoia, io ti parlo del mio in cui come sempre tiro a fare poco, a guadagnare molto, ma soprattutto a divertirmi. Abbiamo queste conversazioni assurde che spaziano tra argomenti diversi e altrettanto diversi livelli di riflessività. Mi dici che odi questo clima che ancora non si decide a essere freddo sul serio, e io ti racconto del mio ultimo uomo.
“Vuoi parlarmene?”.
Conoscendoti, ho rilanciato: “Ti interessa sul serio oppure è tanto per parlare di qualcosa?”.
Il tuo lapidario “Cinquanta e cinquanta” di risposta mi convince a costruire una frase di due righe per raccontarti in sintesi nove mesi di sogni e la loro fine. “Pensavo fosse ‘quello della mia vita’ e invece non solo non è andata così, ma mi ha anche tirato a distruggere completamente come persona”.
Le tue parole di commento sono intelligenti, sensate. Mi riportano in pace, e fanno questo con assoluta semplicità, dopo settimane di inaudito e inenarrabile dolore.

I vestiti della sera prima si sono impregnati del sudore e dei miei orgasmi quando li ho indossati stamane. Per strada respiro a pieni polmoni. Mi guardo intorno: c’è chi porta a spasso il cane, chi compra il giornale. Poche auto, tanto silenzio e la classica rarefazione autunnale.
Godo del mio essere ‘fuori luogo’. Mi sento emanare il profumo acre del sesso appena fatto, e mi piacerebbe che tutti lo sentissero e sentissero quanto è intenso e buono. E mi piacerebbe che tutti lo cercassero, a loro volta, nelle loro vite – perché questi odori e queste sensazioni danno stabilità e tranquillità, pacificano con l’esistenza e il mondo che ti circonda.

Con te no, non mi sono sbagliata. Sei l’unico uomo con cui non abbia mai avuto alcuna ragione per pentirmi d’avervi fatto l’amore insieme. E lo farei ancora.
Mi stai sempre studiando…
“Stai bene con i capelli così. Perché hai preso la decisione di tagliarli?”.
“Uhm… Intanto perché così non si annodano… e poi perché in certi ‘momenti’ sono più ‘funzionali’…” e sorrido maliziosamente. Non c’è bisogno di molte parole, tra noi. Ti brillano gli occhi – so già che ti stai vedendo la scena. Quando stavo con te li avevo lunghi fino a metà schiena. Ora sono lunghi tre/quattro dita e spettinati – lasciati così come vogliono stare.
Tu mi passi la mano sulla nuca, per poi far correre le tue dita sulla mia colonna vertebrale, e io mi lascio andare che ne ho voglia. Sono così stanca di stare male!
Miagolo e rido – tra i tanti personaggi da interpretare per gioco, posso essere anche una gatta. Una ‘gattaviva’ però – mai una gattamorta. Una persona appassionata, complice dei miei amanti.

Più tardi, quando mi porti a casa tua, il tempo si ripiega su se stesso. Mi tieni sotto di te quanto ti basta per spogliarmi, e baciandomi contempli e accarezzi qualche secondo il mio corpo nudo.
Poi mi giri subito di schiena, scavi nelle mie piccole labbra con le dita, e mi prendi da dietro mentre io sto scivolando nell’incoscienza. Quando li apro, i miei occhi socchiusi percepiscono il nostro riflesso nello specchio interno dell’armadio, la cui anta è rimasta aperta.
Io e te: due animali che si montano. Il profilo della mia testa, del mio collo, del mio seno, e sopra è la linea della schiena che curva sul sedere e continua sulle gambe fino ai piedi.
Ho sempre pensato che questa posizione fosse squallida e invece – guardandomi – mi vedo così bella! Le tue dita corrono di nuovo sulla mia colonna vertebrale, mentre sempre più intensamente mi entri dentro.
Degli specchi tu te ne freghi, guardi me direttamente. Io invece fisso quell’immagine. La tua mano raggiunge i miei capelli, e me li tira quanto basta per farmi inarcare la schiena, e darmi ancora più dolore e più piacere. Poi non vedo più nulla e ti sento solo più ridere soddisfatto quando mi senti venire.

Mi risalgono i brividi nel momento in cui rivivo la scena, mentre attraverso le strade che separano le nostre case. Entro in una torrefazione, ordino un caffè macchiato, un marron glacé e prendo il quotidiano a disposizione dei clienti: in queste mattine successive a notti di sesso e amore non vorrei mai staccarmi dal piacere e prolungo in ogni modo l’immersione nella fisicità dei sensi.
I miei occhi scintillano. Il mio corpo emana calore.
Guardo fuori dalla vetrina, e penso che sì, sono felice. Non ho più paura dell’arrivo del freddo, anzi, lo attendo con ansia – attendo con ansia ed eccitazione che in mattine come questa l’inverno mi porti dalle montagne l’odore della neve.

11/10/10

The Passenger

Questa canzone è intensa in sé, ma con immagini di partenze, viaggi, amori, baci, sorrisi amari, sconfitte, pianti, odio, intrigo, perdono diventa una celebrazione della vita. Buona visione, e buona settimana.


09/10/10

Non c'è mondo se non dei sensi

"Ogni conoscenza penetra in noi attraverso i sensi: essi sono i nostri padroni. [...]
La scienza comincia da essi e si risolve in essi. Dopotutto non ne sapremmo più d'una pietra, se non sapessimo che esistono suono, odore, luce, sapore, misura, peso, morbidezza, durezza, asprezza, colore, levigatezza, profondità. [...]
I sensi sono il principio e la fine della conoscenza umana".

MICHEL DE MONTAIGNE, Apologia di Raymond Sebond

06/10/10

La nostalgia delle vite non vissute

Stamattina mi sono svegliata con addosso la strana sensazione della nostalgia per le vite non vissute.
Curiosamente piacevole - uno stato emotivo che apre a una dolcezza, a unintensità e a una percezione del fluire del tempo particolari.



Praga, 1910

Nervi (GE), 1905

Tokyo, 1905

03/10/10

La boccetta di veleno [racconto]

“Ciao! Hai lavorato stamattina?” – mi chiede Ji Mei, per nulla sorpresa di incontrarmi.
La giornata è stupenda: pur essendo solo l’inizio di giugno, il sole caldo del mezzogiorno e l’afa che l’accompagna danno la sensazione che sia agosto. “Sì, per oggi ho finito. E tu?”.
Nel dehor di un bar nella piazza principale di Lucca, la mia amica sta bevendo un the. “Per oggi ho finito anch’io. Hai voglia di accompagnarmi a comprare dei CD?”.
“C’è un negozio qui vicino che ha cose strane, cosa vuoi prendere?” – le chiedo.
“Non so… tipo rock?” – risponde.
Ormai ci sono abituata: per lei ogni cosa che descrive è sempre ‘tipo’ qualcosa. Così l’accompagno, familiare alla sua abitudine di comprare tutto a manciate – libri, DVD, CD acquistati in blocco, senza conoscerne il contenuto.

I negozi stanno chiudendo e la città sta velocemente diventando deserta. “Si dovrebbe andare al mare” – dice Ji Mei.
“Perché no?”. Tanto sto vagando senza programmi né meta.
Cominciamo a cambiarci sul treno che da Lucca ci porta a Viareggio, mentre ascoltiamo con un auricolare a testa i Bad Religion. Nei nostri sguardi complici la consapevolezza d’essere due adulte dal corpo ancora giovane e un’indole esibizionista adolescenziale.
All’arrivo in stazione Ji Mei compra lattine di birra gelida – proprio quello che ci vuole per rovinarci sotto il sole. Mi viene in mente il nostro primo incontro e la birra che è sempre stata una costante della nostra amicizia.

Quel giorno ero nella cucina comune del residence che l’istituto per cui lavoravo aveva messo a disposizione dei dipendenti in trasferta in città. “Di chi saranno tutte queste verdure e queste lattine di birra in frigo?” – mi stavo chiedendo. Presi il ripiano di sotto e ci misi a mia volta le mie lattine, comprate troppo tardi perché diventassero fredde in tempo utile. Stavo cominciando a prepararmi la cena, quando il rumore di passi veloci sulla scala mi fece voltare di scatto.
Un’ombra si insinuò in cucina e aprì il frigorifero: “Vuoi una birra fresca? Non c’è niente di meglio alla fine della giornata intanto che si prepara da mangiare!”.
Avevamo scelto la stessa marca di birra. Una lattina a testa, ci mettemmo a cucinare insieme, contente di non dover cenare da sole.

Da quel giorno in poi, il nostro ritmo nel periodo di lavoro sarebbe stato quello: ci si trovava in serata, si mangiava per metà cena italiana e per metà cena cinese, e si andava avanti a chiacchierare bevendo birra e rum fino a tardi.
Venni a sapere che aveva un blog, nel quale scriveva di politica criticando il governo cinese. Ogni volta che mandava un articolo verificava con quante “x” avessero censurato le sue parole e le sue frasi prima di pubblicarlo, e decideva se preoccuparsi per la propria incolumità in proiezione della volta successiva che avesse messo piede su suolo cinese.

Dal marciapiede antistante alla spiaggia guardiamo il mare: pochissima gente, acqua calma. Finiamo di svestirci, affondiamo i piedi nella sabbia e poi ci sdraiamo sulla schiena – una birra in mano, la musica a tutto volume nelle orecchie. La nostra allegria suscita la curiosità dei pochi bagnanti presenti. Chi se ne frega: siamo io e Ji Mei, i nostri racconti, i nostri ricordi, il dolore che abbiamo attraversato nelle nostre vite. Parliamo di ciò che non si può dire ad altri: infanzie in cui siamo cresciute sole e in fretta; i tentativi mai pienamente riusciti di fuga dalle relazioni troppo strette; la scelta intenzionale di un destino di solitudine.

Una sera Ji Mei era appena tornata dalla Cina e mi avrebbe ospitato a dormire nella sua stanza – in quel momento nel residence non ve n’erano di disponibili. “Ho comprato questo all’aeroporto. E’ una porcata pazzesca” – aggiunse. Sfogliai il libro che mi porgeva, un qualche romanzo di una giovane scrittrice italiana. Aveva sottolineato le parole e le espressioni a lei sconosciute per cercarle sul dizionario. “Ma non si trova molto, io penso che sia slang”.
“Già” – risposi con finto disgusto – “e non lo si può neanche tradurre senza vergognarsene!”.
“E’ una porcata pazzesca, vero?” – rilanciò ridendo.

Ci piacciono i libri che sono ‘porcate pazzesche’. Sfoghiamo così i nostri desideri – leggendo quelli altrui. Ma devono avere uno sfondo intellettuale, meglio se un po’ snob. Per questo abbiamo amato entrambe Servire il popolo di Yan Lianke. “Ora io sul blog scrivo di sesso. E’ sempre rivoluzionario, ma mi censurano meno e ho molti più lettori” – disse.
Quella notte ci sedemmo sul letto, le schiene appoggiate al muro, in pantaloni e maglietta, con l’immancabile bicchiere di qualcosa d’alcolico in mano. “Io sono sempre… relaxed con te. E’ la cosa di cui più ho bisogno” – mi disse con affetto. Non le risposi, ma in cuor mio provavo lo stesso.

“Soffro terribilmente questo senso di colpa per chi mi ama. Io continuo a vedermi e sentirmi sola” – le racconto, mentre tengo gli occhi fissi all’orizzonte sul mare – “L’amore che altri provano nei miei confronti, io lo ricambio con ‘cura’ nei loro. Mi sembra che questo sia il mio modo di amare, ma non è quello che normalmente provano gli altri…”.
Volgo lo sguardo verso di lei, e a conclusione del mio sproloquio le rivolgo la domanda che mi preme: “Tu non hai sensi di colpa?”.
“Verso chi?” – risponde lapidaria.
“Verso chi ti ama! Anche tu sei una solitaria!”.
“Io ho sensi di colpa solo verso me stessa. Non mi amo abbastanza” – commenta sbuffando.

In spiaggia sta salendo il freddo e il vento.
Alcuni mesi prima eravamo andate a un concerto in una città poco distante. Mentre guidavo, e quasi danzavo incantata nella dolcezza delle curve e dei tornanti, Ji Mei si fece seria, e ruppe il silenzio e la mia serenità del momento con un paio di frasi: “Bisognerebbe portare una boccetta di veleno al collo. Così, se ti capita un incidente in auto che sei molto grave, puoi bere e finisce lì”.
“Ma se sei lì che stai male e non capisci niente e non arrivi a prenderla?” – le risposi.
“Non posso pensare di rimanere cieca o paralizzata. Ci vorrebbe qualcuno che sa che tu la vuoi, te la dà e tutto finisce lì” – insistette.
Le guardai il collo nudo, e pensai che, in effetti, era una buona idea.

Nel treno che ci riporta a Lucca Ji Mei dorme appoggiata alla mia spalla. Il peso leggero del suo corpo sul braccio mi ammortizza gli scossoni della carrozza – in questo breve viaggio, monotono e rassicurante. Guardo fuori dal finestrino: l’ultima eco del sole combatte l’arrivo della notte per poi capitolare dietro le colline, e cedere definitivamente il cielo al buio. Non sembrano esserci imminenti pericoli in vista.
“Stiamo tornando sane e salve a casa” – dico a Ji Mei nella mia mente.
E penso che, ancora per stasera, non avremo bisogno di alcun veleno – nessun veleno per scampare ad altre sofferenze e altri pensieri che i nostri corpi e le nostre anime non sono più in grado di combattere.